Maria, il sacerdote e i "silenziosi samaritani"

Scritto da Francesco di Maria. Postato in I miei scritti mariani

 

La nuova maternità assegnata da Gesù sulla croce alla propria madre Maria si esercita nei riguardi di tutti e in modo particolare nei riguardi dei sacerdoti perché in modo del tutto intenzionale Gesù sceglie un sacerdote come figlio di Maria, ovvero Giovanni, un discepolo e un apostolo che il giorno prima, durante l’ultima cena, aveva ricevuto la missione di celebrare l’eucaristia. Quindi, nessuno più del sacerdote ha o avrebbe il dovere di amare Maria e farla amare. Il sacerdote è personalmente responsabile dello sviluppo del culto mariano e della promozione della filiale devozione a Maria nell’ambiente e nella comunità cristiana in cui vive e che sono affidati alle sue cure pastorali.

Nessun sacerdote può ritenere di poter svolgere pienamente la propria attività sacerdotale senza la cooperazione di Maria perché tale cooperazione fu richiesta dall’Altissimo per il sacerdozio stesso di Cristo. Senza l’aiuto di Maria i presbiteri non possono vivere totalmente la propria consacrazione religiosa. Solo la presenza non meramente retorica di Maria nella vita e nel cuore dei consacrati a Dio può consentire loro, in particolare, di rimanere celibi e casti se non sposati e di diventare puri e casti se sposati, per il semplice fatto che la vergine di Nazaret aveva avuto il compito e la capacità di preparare il primo celibato sacerdotale e più in generale la prima esperienza umana di astensione volontaria dalla sessualità in funzione del regno dei cieli, ovvero quelli di Cristo stesso, anche se, ove non sussistano anomalie e turbe psichico-sessuali, quello sessuale è solo un versante indubbiamente significativo di una più complessiva determinazione spirituale con cui il sacerdote è chiamato a fare oblazione di sé al Signore e ad offrire tutto se stesso nell’adempimento degli insegnamenti e della volontà di Dio.

Come potrebbe dunque il sacerdote non chiedere l’aiuto e la costante assistenza di Maria nell’espletamento della sua vita consacrata e della sua stessa attività di preghiera ed apostolica? Se si pensa all’episodio evangelico della visitazione, si comprende bene come lo Spirito Santo si compiaccia di agire con particolare trasporto ovunque Maria sia presente e dunque specialmente nella vita di quelle persone e di quei “religiosi” in cui ella sia sinceramente e quasi palpabilmente presente. Nel sito www.lucisullest.it (15 dicembre 2010) si legge che fra le qualità che il sacerdote «chiederà a Maria nella sua attività sacerdotale, possiamo sottolineare specialmente il dinamismo, la carità misericordiosa, la perseveranza. Colei che si è impegnata a fondo nell’opera di Gesù aiuta il sacerdote a lanciarsi con dinamismo in tutti i compiti pastorali».

Ma proprio per questo, a parte forse la mia incaritatevole incapacità personale di soprassedere su atteggiamenti certamente contrari al vangelo e “alla buona battaglia della fede”, oltre che al comune buon senso, non si può non rimanere perplessi e sgomenti quando ci si imbatta in qualche sacerdote baldanzoso che, nel nome e per conto della fede, ritenga di dover esercitare il suo dinamismo spirituale con becera saccenteria e inconfessata arroganza piuttosto che con carità misericordiosa e con perseverante e umile volontà dialogica nei riguardi di soggetti non inclini ad offendere in modo deliberato gli uomini di Chiesa ma semmai preoccupati di richiamare l’attenzione sull’imperativo evangelico di stare e di voler stare, specialmente in qualità di sacerdoti, vicino o meglio accanto ai fratelli e alle sorelle sofferenti non in senso omiletico e predicatorio ma in senso fisico e spirituale nel momento stesso in cui essi soffrano. Penso per esempio ad un prete delle mie parti (già sentirsi chiamare prete per costui sarebbe forse motivo di irritazione, e persino il termine presbitero non lo renderebbe molto più sereno, perché egli ama sentirsi chiamare sacerdote: vuoi mettere la finezza, l’eleganza, l’elevatezza, l’importanza istituzionale di questo termine!) a cui è stata affidata la funzione di responsabile delle comunicazioni sociali nell’ambito della sua diocesi.

Apparentemente tale ministro del culto, è piuttosto mite e mansueto, persino cordiale e affabile, specialmente verso amici ed amiche di cui ama spesso circondarsi, né in vero sussistono ragioni per ritenere che egli non assolva correttamente tutti i suoi doveri curiali. Ma, poiché alle sue funzioni pastorali abbina un’attività giornalistica più intensa che proficua anche nella veste di direttore di un piccolo periodico diocesano, il problema è costituito dal fatto che egli sia portato troppo spesso, con piglio sin troppo disinvolto e tribunizio e con aria da presunto ed esperto intellettuale, ad occuparsi di questioni non di rado irrilevanti e soprattutto a prendere polemicamente e sprezzantemente di mira tutti coloro che, nel mondo della cultura e della televisione, della politica e dell’economia, dell’arte e dello sport, vengano esprimendo idee non necessariamente antitetiche alla fede cattolica ma più semplicemente non collimanti con un modo tutto “clericale”, ovvero chiuso e corporativo, di percepire talune forme particolarmente e sagacemente critiche di pensiero laico.

Recentemente questo sacerdote, forse non molto consapevole dei suoi veri limiti ma per molti predestinato ad una brillante carriera ecclesiastica, ha aggiunto un’altra perla di saggezza al suo curriculum vitae, polemizzando con una signora che, con la qualifica di presidente del “tribunale dei diritti per il malato” della nostra città, nel corso di un convegno e al cospetto del vescovo, si era permessa nientemeno di dire che preti e diaconi della diocesi cui si sta alludendo «non vanno a trovare gli ammalati». Apriti cielo! Ecco la reazione dello zelante ecclesiastico: «è la seconda volta che accade. E’ la moda di sparare a vuoto per creare confusione, senza verificare dati e ministeri, che in questo caso sono ancora più silenziosi e nascosti. Lo ha fatto in un contesto anche sbagliato…evidentemente senza sapere che la nostra sola diocesi mette in campo 400 ministri straordinari tra laici e religiosi, 40 diaconi e 127 parroci, che nel corso dei mesi si fanno silenziosi samaritani in un vasto territorio dove ci sono cliniche, anziani soli in casa visitati a cadenza settimanale, malattie e solitudini fisiche e interiori. Ci possono essere casi di rallentamento o stanchezze, per carità, ma non certo accettiamo sentenze da chi si fregia di titoli e non ha mosso un dito quando si è trattato di difendere la presenza delle suore negli ospedali della città o quando era a rischio la presenza dei cappellani negli ospedali, ritenuti l’unica cosa da tagliare per salvare la sanità malata in Calabria» (2 febbraio 2012).

Che dire? Non è forse un fulgido esempio di carità cristiana e di come si deve porgere l’altra guancia a chi eventualmente ci abbia offeso? E lo spirito di verità, che traspare qui da ogni parola, dove lo mettiamo? Sí, perché può anche succedere, come lo stesso prete giornalista riconosce, che nel clero diocesano ci siano momenti di “stanchezza”, è umano e chi è senza peccato scagli la prima pietra, ma per lui è molto più importante affermare che il clero non può accettare i rimproveri e le critiche di chicchessia e specialmente di chi, “fregiandosi di titoli” e forse prevenuto verso il clero medesimo, dovesse dire per caso delle verità per quanto amare e spiacevoli, verità che tuttavia, secondo un sereno uomo di fede, potrebbero e dovrebbero indurre i diretti interessati (preti e diaconi) ad essere più consapevoli dei propri comportamenti e dei possibili modi di migliorarli. La domanda del tutto naturale è quindi se non sarebbe stato meglio, se non sarebbe stato più umano ed evangelico, sollecitare la responsabile del tribunale per i diritti del malato a chiarire le sue posizioni e le sue critiche magari attraverso un’intervista da pubblicare poi sul periodico diocesano su cui il nostro prete giornalista ha preferito invece replicare immediatamente alla presunta onta subìta con un’invettiva tanto risentita e acrimoniosa quanto religiosamente e spiritualmente sterile.

Il credente cattolico spera evidentemente che nel clero diocesano cui ci si riferisce, e più in generale nel clero cattolico, vi siano davvero molti “silenziosi samaritani” e che il loro agire non sia cosí rumoroso come lo è certamente la reazione di questo presbitero cui peraltro non si intende qui serbare rancore, ma bisogna tener presente, proprio nel rispetto del relativo episodio evangelico, che i samaritani non sempre si trovano tra i sommi sacerdoti del tempio o tra gli uomini anche odierni di Chiesa, di solito troppo indaffarati e non sempre sapientemente nelle pratiche cultuali e nelle dispute dottrinarie e teologiche e troppo poco portati a soccorrere umanamente e moralmente, concretamente e spiritualmente nella loro quotidianità i malati e i sofferenti più prossimi. Forse nella Chiesa ci sono troppi teologi, troppi aspiranti intellettuali e troppo pochi pastori ovvero troppo pochi soggetti che non si limitano a parlare ritualisticamente delle pecorelle smarrite o delle pecorelle da accudire e custodire ma che si sforzano di essere e di restare realmente e disinteressatamente vicini a tutte le pecorelle ferite e bisognose di speciale e non ostentata assistenza.

Il sacerdote che si affida totalmente alla intercessione di Maria percependola effettivamente come una madre preziosa e potente avvertirà sempre meno il bisogno di far prevalere le ragioni meramente psicologiche del suo io e del ceto religioso cui appartiene. Egli con Maria davvero vissuta nel cuore e non solo pensata (magari in modo distorto) nella mente sarà più libero di perseguire la verità e anzi di farsi verità perché Maria genererà nel suo spirito la Verità che lo renderà libero, lo spirito stesso di Dio che lo renderà capace, colto o incolto che sia, di vera sapienza e di genuina umanità evangelica. Quando Maria è capillarmente ed interamente presente nella vita dei credenti e ancor più in quella di un sacerdote, è molto difficile che fedeli degni di questo nome non si accorgano se egli «crede in ciò che dice e in ciò che celebra». Quest’ultima espressione è di padre Raniero Cantalamessa, il quale aggiunge quanto segue: «Chi dal sacerdote cerca innanzitutto Dio, se ne accorge subito; chi non cerca da lui Dio, può essere facilmente tratto in inganno e indurre in inganno lo stesso sacerdote, facendolo sentire importante, brillante, al passo coi tempi, mentre in realtà, è un ‘bronzo che tintinna e un cembalo squillante’» (R. Cantalamessa, I sacerdoti devono ripartire dall’«eccomi» di Maria, in Zenit, 18 dicembre 2009).

P.S. Il sacerdote qui oggetto di critica ha mostrato, successivamente alla pubblicazione di questo articolo, di non gradire le osservazioni e i richiami severi seppur sempre fraterni che vi sono contenuti. Non è una novità, anche se mai e poi mai egli sarebbe disposto ad ammettere di averci letto e di aver reagito polemicamente alle nostre note. Poiché nel frattempo è stato pubblicato un discorso pontificio in cui Benedetto XVI parla del dovere del cristiano di non tacere di fronte al male e alle stesse manchevolezze dei propri fratelli di fede, mi sembra opportuno, anche se formalmente irrituale, aggiungere ora qui un brano di tale discorso con la speranza che esso possa indurre a più mite e responsabile riflessione il fratello sacerdote medesimo e quanti di noi eventualmente si trovino a condividerne gli stessi errori o comunque ad essere in errore: «Il "prestare attenzione" al fratello comprende altresì la premura per il suo bene spirituale. E qui desidero richiamare un aspetto della vita cristiana che mi pare caduto in oblio: la correzione fraterna in vista della salvezza eterna. Oggi, in generale, si è assai sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli. Non così nella Chiesa dei primi tempi e nelle comunità veramente mature nella fede, in cui ci si prende a cuore non solo la salute corporale del fratello, ma anche quella della sua anima per il suo destino ultimo. Nella Sacra Scrittura leggiamo: "Rimprovera il saggio ed egli ti sarà grato. Dà consigli al saggio e diventerà ancora più saggio; istruisci il giusto ed egli aumenterà il sapere" (Pr 9,8s). Cristo stesso comanda di riprendere il fratello che sta commettendo un peccato (cfr Mt 18,15). Il verbo usato per definire la correzione fraterna - elenchein - è il medesimo che indica la missione profetica di denuncia propria dei cristiani verso una generazione che indulge al male (cfr Ef 5,11). La tradizione della Chiesa ha annoverato tra le opere di misericordia spirituale quella di "ammonire i peccatori". E’ importante recuperare questa dimensione della carità cristiana. Non bisogna tacere di fronte al male. Penso qui all’atteggiamento di quei cristiani che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene. Il rimprovero cristiano, però, non è mai animato da spirito di condanna o recriminazione; è mosso sempre dall’amore e dalla misericordia e sgorga da vera sollecitudine per il bene del fratello. L’apostolo Paolo afferma: "Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu" (Gal 6,1). Nel nostro mondo impregnato di individualismo, è necessario riscoprire l’importanza della correzione fraterna, per camminare insieme verso la santità. Persino "il giusto cade sette volte" (Pr 24,16), dice la Scrittura, e noi tutti siamo deboli e manchevoli (cfr 1 Gv 1,8). E’ un grande servizio quindi aiutare e lasciarsi aiutare a leggere con verità se stessi, per migliorare la propria vita e camminare più rettamente nella via del Signore. C’è sempre bisogno di uno sguardo che ama e corregge, che conosce e riconosce, che discerne e perdona (cfr Lc 22,61), come ha fatto e fa Dio con ciascuno di noi» (Benedetto XVI, Non bisogna tacere di fronte al male, testo del 3 novembre 2011 reso pubblico in data 7 febbraio 2012 in "Zenit").

Aiutiamoci reciprocamente e lasciamoci aiutare a leggere noi stessi dunque, in spirito di verità e carità, "per migliorare la propria vita e camminare più rettamente nella via del Signore". E' un invito rivolto a tutti e che vale per tutti, ove però i criteri della volontà di fraterna cooperazione siano realmente quelli della verità e della carità.