Maria: la capacità di "vedere l'insieme"

Scritto da Francesco di Maria. Postato in I miei scritti mariani

 

Maria, per riprendere una indovinata espressione del cardinale Carlo Maria Martini, è colei che «vede l'insieme», è colei che ha «il colpo d’occhio» per mezzo del quale comprende cose che un occhio distratto non può comprendere e che una vista ordinaria non può valutare. Al banchetto di Cana tutti hanno qualcosa da fare, chi in cucina, chi al servizio, chi agli strumenti musicali, e sono cosí presi dai loro compiti particolari che non riescono a vedere nient’altro. Soltanto Maria, pur dovendo svolgere qualche lavoro materiale, segue con lo sguardo tutto quello che succede attorno a lei e riesce a capire non solo che c’è qualcosa che non va ma qual è esattamente il fatto che sta per guastare la festa.

Proprio come aveva fatto sin da bambina, quando, pur nel susseguirsi vorticoso degli avvenimenti e degli stati d’animo della quotidianità, si era sempre interrogata sul senso unitario e complessivo delle cose, individuando alla fine la risposta nella presenza di un Dio giusto e misericordioso, anche in questo caso Maria contempla la scena, senza perdere di vista le cose particolari ma andando al tempo stesso al di là di esse per coglierne l’essenziale di quel momento, vale a dire la causa che avrebbe potuto far precipitare la situazione trasformando la gioia degli sposi e degli invitati in tristezza e desolazione: la mancanza ormai imminente di vino.

E, come sin da bambina, ogni volta che vedeva come i poveri e i deboli fossero oppressi dai ricchi e dai potenti, pregava fiduciosamente il suo Dio di ricordarsi dei suoi figli più umili e di rendere loro un po’ di serenità e di gioia, cosí anche adesso, ormai madre di Gesù adulto, presente con lei alla festa di nozze, sollecita con naturalezza, con garbo e con fiducia incondizionata l’attenzione del Figlio unigenito di Dio: “Non hanno più vino” che implicitamente significa: “questi sposi, questa gente, sono tutti nostri amici, nostri parenti, nostri figli; la loro gioia in questo momento è anche la nostra gioia e, se terminasse il vino, finirebbe la loro gioia ma anche la nostra gioia. Resteremmo tutti senza vino, senza allegria, senza amore. Figlio, tu che puoi, potresti provvedere! Tua madre vorrebbe che provvedessi ma sei tu che devi decidere se puoi anticipare l’‘ora’, per farci tutti felici o se invece non è ancora giunto il momento di fare miracoli in pubblico”.

Le cose della vita e del mondo reale possono essere guardate senza partecipazione morale e spirituale, e in questo caso esse scorreranno senza che ci si accorga della loro dinamica, dei loro punti critici, delle loro potenziali e distruttive negatività, oppure possono essere guardate con attenzione pur nella concitazione del vivere e dell’operare, con una particolare sensibilità spirituale e religiosa, con una speciale capacità intuitiva e di sintesi, ovvero con «l’intelligenza del cuore» piuttosto che «attraverso il ragionamento o l’analisi immediata e puntuale di tutti gli elementi», ed è questo il caso della madre di Gesù, per cui ciò che di negativo sta per accadere può ancora essere evitato attraverso una generosa e responsabile iniziativa personale, attraverso un libero e caritatevole farsi carico di problematiche che non coinvolgono direttamente la propria sfera personale ma persone che amiamo o che siamo tenuti comunque ad amare in quanto fratelli e sorelle, e soprattutto attraverso l’elevazione della nostra fiduciosa preghiera al Signore.

Quanti drammi potrebbero evitarsi anche oggi se ci sforzassimo di assomigliare a Maria, se ci rivolgessimo a lei per essere più attenti e sensibili verso le cose più essenziali e necessarie della nostra e della altrui esistenza e meno attratti da esigenze ed interessi pure legittimi e pressanti ma spiritualmente non prioritari di ordinaria quotidianità, e per pregare il suo e nostro Dio, anche per mezzo della sua materna intercessione, di tener conto delle nostre istanze più ragionevoli e più giuste. Quante volte potremmo continuare ad essere gioiosi e festanti se non avessimo la presunzione di voler fare tutto da noi stessi, di voler risolvere o affrontare con una sorta di autosufficienza le situazioni della nostra vita, da quelle più preoccupanti e tristi a quelle più gaie e festose, ma confidassimo sempre e comunque nell’amore misericordioso di Maria e di Gesù?

Come ha scritto il cardinale Martini, «Maria percepisce il gemito inespresso del mondo e lo esprime semplicemente: “Non hanno più vino”. É l'unica a dire questa parola. É probabile che altri se ne stessero accorgendo ma come in sogno: vedono che qualcosa sta venendo meno e non sapendo come fare preferiscono proseguire fingendo di niente» (La donna nel suo popolo, Ancora, Milano 2002, pp. 29-40, le cui riflessioni, dedicate alle “religiose”, valgono tuttavia per ogni credente in Cristo). Quanti “gemiti inespressi” restano ogni giorno non percepiti o per nostra incapacità o per nostra finzione, quanti gemiti inespressi dell’umanità che è hic et nunc, proprio vicino a noi che passiamo, che vediamo, che potremmo tendere una mano o soltanto fermarci per ascoltare e capire, suscitano soltanto la pietà di Dio. Non che si possa pretendere evangelicamente di porre rimedio in prima persona a tutte le ferite e a tutte le sofferenze incolpevoli presenti nel genere umano o più semplicemente riscontrabili in un molto più ristretto ambito di vita giornaliera, ma voltarsi dall’altra parte per non rischiare di rimanere coinvolti in situazioni che potrebbero farci “perdere del tempo” o che potrebbero richiedere qualche nostro atto di solidarietà materiale e morale non denota solo aridità di spirito in senso religioso ma persino un’evidente mancanza di elementare senso civico.

Ora, la grazia che noi dobbiamo chiedere per la nostra vocazione di cristiani non è forse quella «di coltivare, pur nelle singole incombenze, lo sguardo d'insieme sulle situazioni della comunità, dei gruppi, della Chiesa, della società, in modo da riuscire a cogliere con amore i momenti difficili, delicati e da darvi voce, da provvedervi con discrezione ed efficacia» (ivi)? «Questo meraviglioso dono contemplativo» dovrebbero desiderarlo non solo le persone consacrate, ovvero le religiose e i religiosi, cui Martini ha dedicato le parole che si stanno qui riportando, ma ogni singolo cristiano: «non è la perizia, la destrezza nel fare questo o quello, la specializzazione delle capacita umane, ma è una percezione complessiva, che sa conservare il senso del tutto. Forse è difficile da esprimere, pero è importante, anzi necessario, alla vita della Chiesa. In essa c'e infatti il dono del governo, dell'efficacia, della programmazione attenta: è quello di «Pietro», dono fondamentale per l'andamento del corpo ecclesiale. Il dono contemplativo è qualcosa di più sottile, di indefinibile, che dà unità, gusto, sapore, consistenza all'insieme della Chiesa. É il dono di Maria e, se venisse a mancare, la Chiesa rischierebbe di diventare una società di esperti, di competenti, di specializzati, dove ciascuno porta avanti la sua visione particolare, magari litigando con altri e proprio in nome della sua perizia. Il carisma di Maria è lo sguardo confortante all'insieme del corpo ecclesiale, che la rende attenta per tutti i punti dolenti e pronta ad esprimerli, a provvedere avvisando chi di dovere, facendo intervenire altri. A Cana, infatti, Maria non provvede direttamente alla necessità del vino, ma la mette in luce, la pone in rilievo e l'affida al Figlio» (ivi).

E le conclusioni di Martini non possono non essere anche le nostre conclusioni, cioè le conclusioni non solo delle suore cui queste riflessioni sono state espressamente dedicate ma di ogni cristiano pensante e sinceramente devoto a Maria: «Chiediamo dunque alla Vergine di guardare al nostri conviti, al convito che sono le nostre comunità, le nostre chiese locali, la nostra Chiesa italiana e quella universale; e ancora di guardare a questo convito che è la nostra società e di renderci attenti a ciò che manca, di mettere in noi lo sguardo contemplativo benevolo e sincero con cui lei ha guardato al convito delle nozze di Cana. Chiediamo a Maria di non permettere che il nostro cuore si intristisca in piccole meschinità private, ma di farci vibrare all'unisono col grande banchetto dell'umanita, cogliendo e interpretando la situazione di tutti coloro che non hanno vino, pane, gioia, che non sono coinvolti nel banchetto. Ciascuna di voi può poi domandarsi: sono talmente preoccupata del mio incarico personale, del mio lavoro, da non avere più il gusto per l'insieme della vita della comunità, della Chiesa, della società? Sono cosí tenace e insistente nel perseguire il mio compito particolare da non comprendere più come esso debba uniformarsi nell'insieme di una tavola ben imbandita a cui tutti partecipano con amore e con gioia? Sono così poco contemplativa che guardo l'albero dimenticando la foresta?» (ivi, p. 40).