La filosofia come problema

Scritto da Francesco di Maria.

 

Chi è più filosofo: Aristotele o Epicuro, sant’Agostino o Guglielmo d’Occam, Cartesio o Pascal, Karl Marx o Karl Popper? Questa domanda, cui è praticamente impossibile rispondere in modo univoco, tende ad evidenziare come obiettivamente non sia per niente semplice definire la vera identità del filosofo, non solo perché ogni filosofo è storicamente condizionato e risponde innanzitutto a problemi specifici della sua epoca ma anche perché non è affatto detto che i cosiddetti filosofi “sistematici” (quelli che elaborano un sistema filosofico preposto a trattare criticamente i vari ambiti del sapere e del reale) siano o siano sempre più importanti di taluni filosofi “non sistematici” che si occupino prevalentemente di problemi scientifici o di problemi politici o infine di problemi etici e religiosi. D’altra parte, esistono filosofi più “esoterici”, più criptici, per non parlare dei tanti valenti mistificatori che affollano la scena filosofica, e filosofi più “essoterici”, più dialogici e più comprensibili, ovvero rigorosi logicamente e concettualmente ma non “oscuri” o involuti e non cosí “autoreferenziali”, pur in una imponente massa di dati bibliografici citati, da risultare inintellegibili o inutilizzabili.

Fortunatamente un “albo dei filosofi” non esisterà mai perché le possibili forme di genialità filosofica non potranno mai essere catalogate e relegate in un “albo”, anche se questo non significa affatto che in senso proprio tutti gli uomini siano filosofi, a meno che non si intenda tale concetto in senso gramsciano, ovvero nel senso che ogni essere umano, magari inconsapevolmente, ha una determinata concezione del mondo, là dove però lo stesso Gramsci precisa che altro è esprimere idee e valori, altro è esprimerli avendone o rinnovandone continuamente la consapevolezza critica. In senso proprio, filosofo è chi è capace di affinare continuamente, anche in un rapporto dialogico reale o ideale con interlocutori credibili, non solo le proprie idee o convinzioni ma anche i suoi mezzi critici, espressivi, comunicativi.

In senso accademico, il filosofo non può non essere innanzitutto l’erudito o lo specialista, per cui chi voglia fare il filosofo senza conoscere perfettamente la storia della filosofia e almeno un certo numero di testi classici ritenuti imprescindibili in realtà sarebbe soltanto un ciarlatano in cerca di notorietà, ma la gente comune, l’uomo medio, non predilige affatto questa figura di filosofo molto erudito e specializzato, sempre pronto a sputare sentenze su tutto dall’alto della sua presunta superiorità intellettuale, perché generalmente essa coincide anche con una figura di uomo piuttosto distratta e interamente presa da interessi teoretico-metafisici intimamente posti al servizio più di una critica fine a se stessa che di comportamenti morali e politici realmente funzionali al reale e coerente soddisfacimento di concrete istanze trasformatrici ed umanizzatrici. Tuttavia, non meno sterile è, in opposizione a questa figura di filosofo prevalentemente “contemplativo”, quella che, nemica giurata di ogni sapere erudito ed accademico, pretenderebbe di rompere eccentricamente ogni rapporto con la tradizione per puntare sulla creazione ex nihilo, su una innovazione assoluta della ricerca della verità.

Nel contesto filosofico odierno è molto difficile imbattersi in un filosofo “professionista”, sia egli storico della filosofia o della politica o del diritto e via dicendo, che sia veramente capace di proporre ricerche o interrogazioni filosofiche originali, ovvero tali da non ridursi ad essere semplici commenti a filosofie del passato o a filosofie altrui. Oggi si legge molto e si pensa e si giudica in base a ciò che si legge, ma si fa esperienza molto poco del concreto reale e si tende ad ignorare o a conoscere molto approssimativamente il complesso e articolato vissuto soggettivo ed intersoggettivo della società.

Persino famosi filosofi, e non solo apprezzati cattedratici ma anche riconosciuti opinionisti su cose di normale quotidianità, come per esempio potrebbero essere in Italia un Umberto Galimberti o un Massimo Cacciari (ma quelli meno famosi di loro ne seguono o vorrebbero seguirne generalmente le orme, non c’è da illudersi!), dalle loro cattedre ma soprattutto dalle loro privilegiate tribune mediatiche parlano di tutto e di più con apparente spirito critico e anticonformistico ma con una tecnica argomentativa e discorsiva molto più frequentemente fondata, per riprendere la significativa espressione di Giulio Preti, sulla retorica che non sulla logica. Si potrebbe osservare che essi non sono certo aiutati da interlocutori attendibili, ma, se anche potessero usufruirne, il risultato non sarebbe molto diverso, dal momento che il loro mondo è essenzialmente, checché ne possano pensare, un mondo cartaceo senz’altro ben costruito di cui si servono con molta abilità per discettare, peraltro non gratuitamente, su tutto lo scibile umano e per rimanere sempre sotto i riflettori dello spettacolo televisivo e massmediale.

Ora, non c’è dubbio che il filosofo debba leggere ma se la sua capacità di riflessione e di giudizio rimane confinata nelle sue letture, per quanto attente e profonde possano essere, alla fine avremo necessariamente dei commenti, non già delle filosofie o delle elaborazioni filosofiche degne di essere cosí definite. Qui non è questione di modestia, nel senso che non si possa non riconoscere come la verità o una determinata verità non si generi certo dal nulla: questa osservazione è sin troppo ovvia e quasi banale, perché ogni genuina ricerca costa evidentemente fatica e non è possibile prescindere dagli sforzi altrui o da posizioni già acquisite di pensiero. Né è questione di impotenza, nel senso che non si possa negare come una certa impotenza sia connaturata allo stesso essere umano, in quanto quest’ultimo è pur sempre finito e limitato.

Sarà anche, in parte, questione di modestia e di impotenza del pensiero, cosí come sarà anche questione di forza o debolezza intrinseca del pensiero indagante, ma il vero problema sembra essere piuttosto quello di una tendenziale inerzia spirituale dell’intellettuale contemporaneo dei tempi nostri, che, sempre più disincantato sul piano dei valori e delle forti idealità, parla “professionalmente” di tutto citando questo e quello non solo nella convinzione che le cose citate siano cosí stringenti da risultare incontrovertibili ma soprattutto senza mai porsi umilmente e proficuamente il problema se e in che modo l’ipse dixit degli autori citati non possa e non debba essere trattato ormai, sotto diversi aspetti, come reperto archeologico, non ancora del tutto privo di interesse e utilità dal punto di vista storico-culturale, ma di certo inessenziale o ininfluente circa l’effettiva possibilità di risoluzione di specifiche e inedite problematiche di questa nostra vissuta contemporaneità.

In vero, il dibattito filosofico contemporaneo vive di una continua riproposizione di temi filosofici del più recente o più remoto passato e le sue “novità” sembrano essere legate più ai modi sempre più sofisticati e spesso astrusi della comunicazione che non all’oggetto, ai contenuti della comunicazione stessa. Non che la comunicazione non sia importante ai fini della ricerca del vero e del giusto e di una ordinata e dinamica vita civile, ma se essa viene esercitandosi intorno a falsi obiettivi umani e morali oppure al fine di veicolare o propagandare finalità di dubbio valore sociale, la sua funzione finisce per essere completamente irrilevante o addirittura dannosa.

Per un cristiano, vangelo alla mano, non esistono percorsi aprioristici attraverso cui possa cercarsi e diffondersi la verità, perché questa può provenire, sotto il soffio dello Spirito Santo, da qualunque parte. Ma il cristiano coerente e fedele alla Parola divina muove anche da un presupposto di fede estremamente fecondo per gli stessi ambiti della conoscenza umana: che non ci sia oggettiva verità che non si inscriva nel gran libro dell’infinita sapienza di Dio. Ogni verità è tale solo perché il suo fondamento ultimo è Dio: in caso contrario nessuna verità conseguita dallo spirito umano potrebbe essere mai collocata su un piano veritativo più alto di quello ancora intriso di una pur inesausta soggettività. Solo una semplice e rigorosa fede in Cristo può consentire al pensiero di lavorare criticamente sul più originale e attraente tema dell’esistenza umana: quello relativo alla possibilità di costruire un mondo radicalmente diverso da questo e di partecipare ad una vita radicalmente più libera e più giusta di questa. Il che tuttavia, com’è ovvio, non implica che tutti i credenti abbiano ricevuto o ricevano da Cristo nella stessa misura il dono o il carisma di testimoniare la propria fede anche sul molto accidentato terreno della ricerca e della diatriba filosofiche. E, anzi, non è infrequente il caso di presunti filosofi cristiani e cattolici particolarmente verbosi e prolissi e conquistati da un gusto tutto teoricistico, speculativo, simbolico o astrattamente metafisico ben più accentuato rispetto a quello di tanti filosofi laici o miscredenti.

Se per ipotesi un giorno dovesse essere inventato un sistema capace di sintetizzare in tutte le lingue, con cristallina chiarezza e indefettibile precisione, i passaggi salienti delle opere di quella moltitudine di pensatori ufficiali e non ufficiali che sfornano scritti e pubblicazioni in continuazione per evidente sete di lucro e di fama, persino tanti loro odierni estimatori (ammesso che davvero esistano) sarebbero costretti probabilmente a constatarne l’assoluta irrilevanza epistemica, la sostanziale insignificanza nei vari campi di riferimento. Il filosofo viennese Karl Popper, che non ha certo usurpato questo titolo non solo per l’elevata qualità della sua ricerca ma anche per aver fatto della chiarezza linguistica ed espressiva il cavallo di battaglia della sua lunga e intensa attività filosofica, avvertiva significativamente che chi ha da dire qualcosa di nuovo e di importante ci tiene a farsi capire. Farà perciò tutto il possibile per scrivere in modo semplice e comprensibile. Niente è più facile dello scrivere difficile (H. Marcuse - K. Popper, Rivoluzione o riforme?, Roma, Armando, 1982, p. 58). Esattamente il contrario di quel che generalmente accade!

Lo scrivente, per la sua fede cristiana, ritiene che siano evangelicamente beati coloro che, sebbene negletti dal mondo degli intelligenti, siano stati prescelti da Dio per spiegare efficacemente e onorare magnificamente le cose del cielo senza trascurare di prendersi saggiamente e virtuosamente cura delle cose terrene. Lo scrivente, che si accontenterebbe di essere beato accanto al Signore come lo fu in punto di morte sulla croce e continua ad esserlo in paradiso il “buon ladrone”, crede nella ragione perché Cristo è Logos per eccellenza ma, al pari di Albert Camus, non crede «abbastanza nella ragione per credere ad un sistema» o, che ai fini del nostro ragionamento è lo stesso, ad un antisistema di qualsivoglia natura, perché la nostra ragione, per quanto feconda e acuta possa risultare, è pur sempre limitata e difettosa, e soprattutto perché ciò che gli «interessa, è sapere come bisogna comportarsi (comment il faut se conduire)». A dire il vero, Camus, parlando da ateo, precisa che gli interessa «sapere come ci si può comportare quando non si crede né in Dio né nella ragione» (Oeuvres complètes, Paris, Gallimard 2008, II, p. 659) e la sua, da un punto di vista cattolico, è una posizione morale certamente rispettabile ma necessariamente incoerente e ingiustificata perché un’etica senza fondamento non solo razionale ma divino è necessariamente un’etica senza verità, un'etica relativistica oppure, se si vuole, un’etica universale in quanto condivisa nella e dalla comunità umana ma al tempo stesso un'etica necessariamente e irrimediabilmente soggettivistica

Sul piano logico-dialettico si può eccepire tutto quel che si vuole, ma, poiché logica e dialettica sono strumenti della ragione e non esse stesse razionalità tout court, esse possono essere esercitate a pieno titolo anche in funzione di una prospettiva di fede, in cui sia possibile asserire che solo Dio e più esattamente il Dio-Cristo della fede cattolica, ovvero il Dio-uomo che ama con la sua stessa vita, che salva e giudica ogni creatura in virtù di una misericordia e di una giustizia perfette e infinite, può dare alla nostra contemporaneità, come ha dato e darà a tutte le generazioni della storia umana, la vera misura della verità, della libertà e della giustizia dell’uomo e per l’uomo. Tuttavia, su un punto il filosofo cristiano può ritrovarsi perfettamente con Albert Camus (cui è stato dedicato un ottimo articolo da G. Gaetani, La filosofia contro se stessa. Albert Camus, o un filosofo fuori dalla filosofia, in “Dialeghesthai” 2013): la necessità della coincidenza tra il filosofo e la sua filosofia laddove invece i filosofi contemporanei troppo spesso vivono senza lacerazioni interiori la scissione tra se stessi e le proprie filosofie, quasi che le filosofie, posta la loro effettiva validità e utilità, potessero valere per se stesse, nel loro stesso essere prodotti intellettuali, e non in rapporto alla capacità morale e spirituale del filosofo di vivere e di morire in perfetta coerenza con esse.

Se l’umanità del filosofo è troppo più piccola rispetto alle sue idee e ai suoi ideali, anche il valore della sua filosofia lascerà a desiderare. Questo resta vero tanto per il pensatore laico quanto per quello cattolico. Un pensiero critico e problematico, significativo e profondo quanto si vuole, non potrà mai incidere abbastanza sulla formazione morale e sul concreto operare degli uomini se non sarà testimoniato da una vita pratica altrettanto intensa, impegnata, generosa e vitale. Se il filosofo laico (che tale merita di esser considerato se non è dedito a problematiche troppo astratte ed inutili, troppo settoriali e minuziose, e se quindi non è intellettualmente e moralmente elusivo) deve sforzarsi di aderire esistenzialmente ai principali esiti del suo onesto indagare, ancora di più il filosofo cattolico, nell’elaborazione filosofica della sua fede, deve sforzarsi di somigliare a Cristo: cosa sarebbe oggi del pensiero, dell’insegnamento, della dottrina di Cristo, se egli non li avesse testimoniati con la vita e con la stessa morte? Cosa sarebbe oggi della nostra speranza di risurrezione e di vita eterna se non credessimo, a ragion veduta, che egli stesso sia realmente risorto e continua ad amarci con immutata e divina fedeltà?

Le teorie filosofiche non possono essere semplici pose filosofiche, espresse in malafede o a colpi di forzate razionalizzazioni in grado di tranquillizzare i loro autori, ma concrete manifestazioni di uno sforzo non solo speculativo ma morale e spirituale, e possibilmente religioso, teso a dare sapore, significato e soprattutto senso, alle cose altrimenti mute e spesso assurde della nostra vita. Molteplici e ugualmente legittime possono essere le forme e gli esiti dell’impegno filosofico alla luce delle condizioni sopra trattate: tutti potranno concorrere a un reale progresso della verità benché per fede si debba riconoscere che, per quanto praticamente impossibile, una filosofia cristiana e cattolica ipoteticamente perfetta da tutti i punti di vista sia quella più carica di forza e di efficacia veritative. Che però non deve autorizzare il miglior filosofo cristiano possibile a ritenersi superiore persino rispetto al peggiore dei filosofi laici, perché il giudizio di Dio, in ultima analisi, non solo è imprevedibile ma è anche particolarmente severo verso quanti si attribuiscano impropriamente dei meriti, ottenuti al più solo per grazia, e non abbiano saputo o voluto riconoscere i talenti altrui.