Darwinisti allo sbaraglio

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista

 

L’ipotesi evoluzionista, al contrario di tante altre ipotesi e leggi scientifiche come la teoria eliocentrica provata da Galilei o la teoria einsteiniana della relatività generale o la stessa legge newtoniana della gravitazione universale, non ha mai avuto una verifica sperimentale esaustiva e incontrovertibile, e questo spiega perché la comunità scientifica sia ancora molto divisa o incerta nel riconoscere in modo unanime la fondatezza scientifica della teoria darwiniana dell’evoluzione, specie dinanzi alla pretesa extrascientifica che tale teoria possa minare addirittura i fondamenti della fede religiosa e più in particolare cattolica.

Sono per lo più filosofastri da quattro soldi molti degli epigoni di Charles Darwin che, dall’alto di cattedre universitarie spesso inventate ad hoc e talvolta immeritate, manipolano maldestramente i dati sperimentali delle scienze della vita, in palese contrasto persino con le più intime convinzioni dello stesso Darwin, per perseguire precisi interessi accademici di bottega e per tentare di esercitare truffaldinamente un’influenza egemonica sulla cultura filosofica nazionale ed internazionale. Questi signori, però, non dispongono neppure di una mezza dimostrazione scientifica che consenta loro di provare, di provare e non semplicemente di supporre, quel che sarebbe accaduto in passato, ovvero che la vita nella sua complessità si sarebbe evoluta dalla materia e dai suoi elementi più semplici. Né essi accrescono il grado di scientificità della loro tesi allorché propongono perentoriamente di sostituire la classica o tradizionale categoria della causalità con quella della casualità, per cui il caso o la contingenza diventerebbero la chiave di volta di quel che non potrebbe essere diversamente spiegato.

Gli studi di questa gente, che passa il suo tempo a dispensare patenti intimidatorie di ignoranza e incompetenza a destra e a manca, devono la loro autorevolezza solo al fatto che anche l’esercito di darwiniani o darwinisti che dir si voglia è ben sostenuto e alimentato da potenti lobbies internazionali, allo stesso modo di come omossessuali arroganti e prepotenti, sostenitori del libero amore e di ogni genere di trasgressione sessuale, o teorici radicali e oltranzisti di pratiche eutanasiche, devono la loro accentuata visibilità alle loro lobbies di riferimento. Il caso, la contingenza: supposizioni, solo supposizioni, anzi molto più spesso semplici fantasie spacciate per intuizioni geniali di stampo scientifico.     

Il fatto è che l’evoluzionismo, come presunta teoria scientifica, non fornisce autonomamente alcuna prova, alcuna dimostrazione o verifica sperimentale (e quindi tale da potersi ripetere sempre in laboratorio secondo precisi protocolli procedurali) in virtù della quale sia possibile sostenerne legittimamente la scientificità, ma esso si fonda invece su un assunto filosofico, e come tale proponibile ma non verificabile, ovvero quello per cui non esiste nulla che non derivi dalla materia e da una materia in continuo movimento o sviluppo evolutivo. E’ principalmente questa idea, che come tale, se circoscritta a determinati e ben precisi ambiti logici, può naturalmente avere la sua utilità, a stare particolarmente a cuore di soggetti animati da odio, più o meno inconfessato, verso la cultura cattolica e verso tutti coloro che non sono disposti ad accettare in blocco o indiscriminatamente il relativismo contemporaneo, che nel darwinismo ha una piattaforma teorica privilegiata.

C’è relativismo e relativismo, e il relativismo che scaturisce da approcci interpretativi corretti all’impresa scientifica moderna e contemporanea è un relativismo ancora ben compatibile con la fede in Dio, in Cristo Salvatore e nei valori assoluti che ne derivano. Viceversa, altre forme di relativismo fondate su letture parziali e unilaterali, e perciò arbitrarie e dogmatiche, e ancora grottescamente inconsapevoli di quanto siano contraddittorie nel pretendere che non vi siano verità assolute tranne quelle su cui evidentemente si fonda questo stesso assunto polemico, sono da aborrire in tutti i sensi e da ritenere non degne di uno spirito non già religioso ma  realmente laico e democratico.  

L’evoluzione non è un fatto. Si diano pace quelli che sostengono il contrario solo sulla base di osservazioni empiriche cui ad oggi nessuno scienziato è riuscito a conferire quella unità logico-razionale, quella cogenza dimostrativa e quella univocità scientifiche senza cui non è possibile qualificare una teoria come scientifica. Nessuno si scaglia contro Darwin, ci mancherebbe altro, ma solo contro i suoi epigoni più mediocri e più indegni di lui, che purtroppo non perdono occasione, con i loro deliri speculativi e il loro esilarante fanatismo ideologico, per dare prova di saccenteria e accademica stupidità.  

 

 

Il mondo grande, terribile e complicato

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista

 

“Il mondo è grande, terribile e complicato” (Lettera a Giulia del 18 maggio 1931), scriveva Antonio Gramsci alludendo non solo alla complessità dei processi storico-economici in atto, ai rapidi e spesso drammatici mutamenti sociali, allo scontro cruento e persistente tra contrapposti mondi ideologici e culturali, ma anche e non meno significativamente alle particolari e troppo spesso sfuggenti e indecifrabili vicende umane, alle relazioni interpersonali mai univocamente o definitivamente determinabili in senso conoscitivo e soprattutto morale, alla estrema problematicità del dover valutare, giudicare e persino condannare parole, comportamenti, fatti, azioni di singoli individui, o di specifici gruppi professionali e comunità di lavoro.

E’ verissimo anche oggi: com’è possibile fare diagnosi di qualunque genere, con una pretesa di infallibilità, in un mondo come l’odierno? Com’è possibile emettere verdetti assoluti di condanna o di assoluzione in un mondo in cui appare sempre più attuale la tesi pirandelliana di “uno, nessuno, centomila”? Com’è possibile credere senza riserve alle istituzioni in genere se esse fin troppo spesso si rivelano feroci non solo verso nemici patentati dello Stato ma anche o soprattutto verso persone e famiglie del tutto innocenti e indifese che da esso in molteplici modi e forme, vengano paradossalmente colpevolizzate e ingiustamente vessate e zittite? Com’è possibile, in una stessa famiglia, esprimere in modo assoluto, e con una perentorietà che non ammetta repliche, apprezzamento o repulsione per i suoi componenti a prescindere dalla vita intima, biopsicologica, genetica, e dalle concrete esperienze di vita di ognuno di essi?

Il mondo, in tutti i suoi ambiti, è davvero pieno di situazioni umane così complesse, difficili e aggrovigliate da non consentire interpretazioni scontate o incontrovertibili neppure nei casi in cui si disponga di elementi logici e fattuali che sembrino conferire un alto grado di attendibilità o veridicità alle nostre ricostruzioni razionali e alle nostre idee come ai nostri giudizi morali e alle nostre valutazioni etiche e politiche. Tuttavia, è pur vero che non è possibile né vivere né convivere senza princìpi, senza regole, senza norme e valori, che come tali impongano criteri più o meno rigorosi di comportamento e limiti invalicabili alla libertà individuale e collettiva proprio per salvaguardare la libertà di tutti, ed è quindi inevitabile e necessario che, ove intervengano errori, misfatti, delitti, abusi, prevaricazioni e quant’altro, si proceda a sanzionarne la gravità con un adeguato grado di severità pur non disgiunto da un misurato e ragionevole senso di umana flessibilità.

Il mondo, sempre uguale a se stesso ma sempre diverso da se stesso, è grande perché innumerevoli sono tanto le sue realtà umane individuali e collettive quanto le ragioni intellettuali, morali, sociali, economiche, spirituali che ne sottendono lo svolgimento; è grande perché sempre in grado di generare, nella conoscenza come nella tecnica, nella cultura come nella politica, cose nuove e diverse, e sempre suscettibili di ulteriori e sorprendenti sviluppi, allo scopo di lavorare utilmente al comune ed universale destino dell’umanità, che è un destino di progresso e di sviluppo, di benessere e di pace, di libertà e umana dignità. Ma tale comune destino è anche un destino pesantemente e invariabilmente segnato da forme molto diffuse di indigenza, di disagio, di solitudine, di sofferenza, da conflitti e da guerre, da catastrofi naturali e da malattie, e infine dall’angoscia e dalla morte. Per tutto questo, il mondo in cui viviamo è anche terribile, come scrive Gramsci, inesorabilmente portato, nella coscienza di spiriti criticamente aperti alla novità del cuore e della vita, a vanificare persino idee e progetti apparentemente portentosi, e  ad intorbidire continuamente i confini tra il bene e il male, tra il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, e a rendere sempre più problematici o meglio enigmatici i nostri personali criteri di giudizio, i valori della nostra vita, i nostri stessi gusti o orientamenti soggettivi.

Un mondo, quindi, anche terribilmente complicato, dove non c’è mai nulla di scontato e dove le costruzioni più ingegnose o ardite del pensiero umano potrebbero pur sempre sbriciolarsi sotto l’urto inatteso e incontenibile di forme ancora ignote di conoscenza, di intelligenza e sensibilità. Il teologo più devoto e lo scienziato più ateo, posto che abbiano svolto in modo ineccepibile il loro lavoro di ricerca, non saranno mai in grado di immaginare quanto potrebbero essere ancora e ugualmente stolti dopo aver sviscerato rispettivamente e meravigliosamente tutte le verità della fede e tutte le tecniche o le teorie più evolute del sapere.

Per Gramsci, questo mondo grande, terribile e complicato è un mondo che sfinisce la mente e l’anima, che rende perennemente inquieto l’uomo che si chiede la ragione delle cose esistenti senza mai poterne sondare in modo assoluto e definitivo i significati più nascosti o reconditi. Non si tratta di una semplice fatica di Sisifo, perché è una fatica che dà frutti, che orienta nel mondo e nei rapporti con gli altri, negli stessi rapporti con le istituzioni e i processi economici in atto, perché è una fatica che fornisce punti di riferimento sia pure in un mare sempre aperto, dove tutto può drammaticamente cambiare da un momento all’altro. Tuttavia è un’esperienza titanica, oltremodo logorante, che non ti lascia mai certezze e gratificazioni durature e tanto meno definitive, anche nel caso in cui la navigazione esistenziale sia stata affrontata con grande saggezza e perizia, con prudenza esemplare e ammirevole capacità di discernimento.

Alla fine, le cose non capite, non comprese, non amate, restano infinitamente più numerose delle cose presumibilmente capite, comprese e apprezzate, e il senso della propria miseria tende a prevalere in modo schiacciante sul senso presunto o reale della propria nobiltà o integrità. L’ultimo giudizio di verità e di merito circa le cose del mondo, circa le azioni umane che vi si sono consumate e gli effetti da esse prodotti, sembra non potersi attribuire a nessuno, oppure, in un contesto di fede religiosa militante, esclusivamente a Dio Creatore, Salvatore e Giudice.

Il mondo grande, terribile e complicato, non induce perciò ad alcuna indulgenza verso forme dirette o indirette di scetticismo e rassegnazione o di nichilismo etico-gnoseologico persino in relazione alla dimensione spirituale e religiosa. Esso invece comporta una relativizzazione del nostro pensare, dei nostri modelli culturali, della nostra stessa fede, non per fare piazza pulita di valori, di princìpi e credenze, bensì per metterli continuamente in discussione al fine di stabilire ogni volta cosa ancora manchi alla loro universalità, quali siano le integrazioni spirituali di cui ancora necessitano per essere più funzionali alle verità, al bene, alla giustizia e alla pace che più o meno sinceramente ognuno di noi si impegna a cercare.  La stessa fede è una fede che non cessa di essere sorgente di vita e di forza spirituale solo se non si appiattisce su forme date, cristallizzate, consuetudinarie di religiosità, e solo se la sua domanda di salvezza tenda a rigenerarsi oltre ogni relativa certezza e oltre ogni dubbio, oltre la inesorabile percezione della nostra finitezza e del nostro comune destino di morte.  

 

Diderot tra filosofia "sistematica" e inquieta razionalità

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista

 

Fu meritoriamente introdotta dal matematico illuminista ed enciclopedista Jean-Baptiste Le Rond D’Alembert l’efficace distinzione logico-metodologica tra esprit de système ed esprit systèmatique. Il primo, lo «spirito di sistema», tipico dei sistemi filosofici seicenteschi, denota un pensiero chiuso, puramente ipotetico-deduttivo, non fondato sui fatti e sulle prove empiriche, e quindi non circolarmente e fecondamente collegato o interconnesso all’esperienza sensibile, unitario ma solo in senso astratto e non dinamico e aperto a sempre ulteriori sviluppi, revisioni e approfondimenti, che siano funzionali ad un sapere realmente concreto e produttivo; il secondo, lo «spirito sistematico»  denota invece un pensiero aperto, problematico e critico in quanto costantemente fondato su dati empirici su cui vengono convalidandosi o invalidandosi le sue categorie conoscitive e i suoi stessi metodi logico-procedurali, e infine concretamente e non astrattamente unitario perché l’unità conoscitiva in esso perseguita non è statica e definitiva ma basata su una relazionalità dinamica intercorrente tra tutte le sue parti per cui tale unità è in continuo divenire ovvero consistente nel continuo e inesauribile perfezionamento dell’ordine conoscitivo complessivo già acquisito.

Ora, il vero campione dell’illuminismo francese e dell’esprit sistèmatique che filosoficamente lo caratterizza fu Denis Diderot, al quale va riconosciuta la maggiore paternità di quell’opera così significativa ed emblematica dello “spirito dei lumi” che è stata l’Encyclopédie. Per Diderot il mondo è materia in movimento da cui si origina e si sviluppa anche la vita nelle sue diverse forme e nei suoi diversi gradi. Benché si sia formato da adolescente presso un collegio di gesuiti, egli viene discostandosi poi nettamente da questa sua originaria esperienza religiosa, aderendo al pensiero laico generato dalla rivoluzione scientifica moderna e facendosi promotore di un razionalismo fortemente critico, antidogmatico e quindi contrario ad ogni “spirito di sistema” che non va confuso con quello “spirito sistematico” che, come detto, caratterizza invece la ricerca illuminista, e di un razionalismo infine problematico e problematico nel senso che pone problemi, domande, dubbi, piuttosto che fornire risposte e soluzioni definitive e assolute non solo sul piano specificamente scientifico su cui al più propone ipotesi o interpretazioni pur sempre soggettive ma anche sul piano morale, politico e religioso, e sul piano della più intima esperienza personale.

Per Diderot il mondo è materia in movimento da cui si origina e si sviluppa anche la vita nelle sue diverse forme e nei suoi diversi gradi. Benché si sia formato da adolescente presso un collegio di gesuiti, egli viene discostandosi poi nettamente da questa sua originaria esperienza religiosa, aderendo al pensiero laico generato dalla rivoluzione scientifica moderna e facendosi promotore di un razionalismo fortemente critico, antidogmatico e quindi contrario ad ogni “spirito di sistema”, e infine problematico e problematico nel senso che pone problemi, domande, dubbi, piuttosto che fornire risposte e soluzioni definitive e assolute non solo sul piano specificamente scientifico su cui al più propone ipotesi o interpretazioni pur sempre soggettive ma anche sul piano morale, politico e religioso, e sul piano della stessa più intima esperienza personale.

Non c’è dubbio infatti che la personalità diderotiana fu alquanto curiosa e inquieta, instabile e contraddittoria pur in una ricchezza di ricerche, di spunti e riflessioni veramente originali e stimolanti. Come ha scritto Manlio Duilio Busnelli, «di volta in volta, i più disparati contrasti della sua sensibilità si rispecchiarono anche nelle sue idee. Il cinico bestemmiatore del cristianesimo si commoveva sino alle lacrime assistendo alle cerimonie del Corpus Domini; l'impudico autore dei Bijoux indiscrets s'improvvisava paladino della virtù; l'araldo della rivoluzione inneggiava all'autocrate Caterina di Russia, e, in un commento al Beccaria, si dichiarava contrario oltreché all'abolizione della pena di morte, anche all'integrale soppressione della tortura. Ma frammezzo a tante contraddizioni, circola nelle sue opere un'inesauribile dovizia d'idee geniali e feconde. ……..Filosofo per antonomasia lo chiamavano i contemporanei; e in realtà il Diderot rimane uno dei più tipici interpreti della coscienza del tempo. Abbandonate le vie tradizionali della fede, egli tese ogni sforzo dell'intelletto a spiegare la natura senza Dio, prendendo la ragione per guida infallibile».

Se in quella che viene considerata generalmente come la sua principale opera scientifica, ovvero L’interpretazione della natura (1753/54), viene abbozzando una embrionale visione evoluzionistica che si sarebbe posta quale premessa del lavoro svolto successivamente da Lamarck prima e da Darwin poi, i veri teorici (soprattutto il secondo) dell’evoluzione, è altresì vero che proprio dall’opera appena citata e dai suoi fogli di guardia su cui era pubblicato il manoscritto autografo impropriamente intitolato La Prière du sceptique non emerge un pensiero filosofico ateistico ma un pensiero moderatamente agnostico o, se si vuole, come qualcuno ha scritto, un pensiero ateo problematico, nel senso che vi si scorge non tanto una scepsi radicale su una questione metafisica e teologica quale l’esistenza di Dio quanto piuttosto una velata nostalgia del trascendente, del sovrannaturale, del divino: «O Dio, non so se esisti, ma penserò come se tu vedessi nella mia anima e agirò come se fossi davanti a te. Se talvolta ho peccato contro la mia ragione o la tua legge, non sarò molto soddisfatto della mia vita passata ma non sarò meno tranquillo per la mia sorte futura, perché tu hai dimenticato la mia colpa nel momento stesso in cui l’ho riconosciuta. Io non ti chiedo niente in questo mondo perché il corso delle cose è necessario in se stesso se tu non ci sei oppure per tuo decreto se esisti. Spero nelle tue ricompense nell’altro mondo se c’e, anche se quel che faccio in questo io lo faccio per me stesso. Se sono buono, è senza sforzo; se non faccio del male, è senza pensare a te…. Non potrei fare a meno di amare la verità e la virtù, e di odiare la menzogna e il vizio, anche se sapessi che tu non esisti o se invece credessi che tu esisti e te ne senta offeso. Ecco come sono io, parte necessariamente organizzata di una materia eterna e necessaria, o, forse, tua creatura. Ma se sono altruista e buono, che cosa importa ai miei simili che questo avvenga per un puro caso, per atti liberi della mia volontà o per il soccorso della tua grazia? E ogni volta, [giovane], che tu reciterai questo simbolo della nostra filosofia, leggi anche quanto segue: solo l'uomo onesto può essere ateo. Il malvagio che nega l'esistenza di Dio è giudice e parte: è un uomo che ha paura e che sa che deve temere un futuro vendicatore delle azioni malvage che ha commesso. L’uomo buono, al contrario, che vorrebbe tanto vantarsi di un rimuneratore futuro delle sue virtù, lotta contro il suo interesse personale». 

In senso rigorosamente cristiano, è naturalmente una preghiera che lascia molto a desiderare. Comunque, nonostante il tono assertorio con cui il filosofo francese tende a ribadire la serenità della propria coscienza in fatto di morale, quel che qui emerge non è l’orgoglio del razionalista ma piuttosto la sua umiltà, per quanto forse inconscia, ovvero la sua capacità di dubitare di una pretesa autosufficienza dell’umana razionalità e di riconoscere che, se “il dubbio è il primo passo verso la verità”, è tuttavia improbabile che quest’ultima possa esaurirsi in un procedimento critico-metodologico di tipo dubitativo: se da un punto di vista razionale la verità non può essere assoluta e definitiva, non si può d’altra parte pretendere razionalmente che l’ultima parola di ogni verità storico-umana sia un assoluto ed irreversibile relativismo conoscitivo e morale o religioso.

Quel che sembra potersi dedurre è soprattutto il fatto che, per Diderot, e sia pure per il Diderot intimo e privato piuttosto che per quello pubblico o ufficiale, la partita tra ragione e fede, tra sapere scientifico e sentimento religioso, non solo non possa essere ritenuta impossibile ma risulti persino inevitabile e vantaggiosa per l’uno e l’altro termine. Il che, sia pure conflittualmente, non avrebbe tuttavia impedito al philosophe di condurre un’aspra battaglia polemica contro il cristianesimo storico, teologico ed istituzionale, contro i suoi dogmi e la sua morale, benché, per quanto formalmente trasgressivo e libertino, egli assumesse spesso un atteggiamento morale piuttosto rigoroso che lo avrebbe indotto a nutrire per esempio una profonda antipatia umana per un uomo e un filosofo come La Mettrie, non solo a causa del suo meccanicismo, per niente condiviso dal pur materialista Diderot, ma anche per il suo viscerale immoralismo.

Diderot è un materialista antimeccanicista nel senso che, come del resto Maupertuis, a una concezione meccanico-creazionista cartesiana della natura sostituisce un’immagine dinamico-naturalistica del mondo e della scienza. Per lui il caso, la contingenza, l’arte della natura giocano un ruolo fondamentale in quella grande storia che, secondo lui, è la storia dell’evoluzione sempre inedita e sorprendente, ma rigorosamente antifinalistica, della materia, dell’universo, della natura. Una storia in cui anche l’uomo, per l’interno dinamismo della natura, viene formandosi, al pari di tutti gli altri esseri, di cui anch’esso condivide totalmente origini e destini.

Tuttavia, Diderot sostiene che tra l’uomo e l’animale esiste non già un rapporto di continuità, una differenza quantitativa o di grado ma proprio una differenza di struttura che non si limita al solo fatto che l’uomo associa o combina le idee mentre l’animale non ne è capace, benché alcuni studiosi sostengano che la differenza non riguardi tanto il piano biologico e ontologico quanto il piano storico-naturale su cui l’uomo risulta «dotato di una specifica poieticità progressiva che lo caratterizza e lo differenzia in termini di specie naturale. Il lavoro vivente delle arti meccaniche nell’Encyclopédie diventa allora un’arte di lavorare in genere, di fabbricare con lo spirito» (Rita Messori, Metafore della natura e natura della metafora in Diderot, in “Aisthesis” 2/2014, p. 76 © Firenze University Press). Ora, non è che, da materialista coerente, Diderot rigetti la tesi dell’ “anima materiale”, ma rivendica tuttavia per l’uomo questa specificità, che lo separa profondamente dagli altri animali: una particolare attitudine poietica, ovvero produttiva e creativa dello spirito. E tale specificità non segna forse una differenza ontologica tra l’uomo e gli animali? Se si riconosce che «il lavoro vivente delle arti meccaniche nell’Encyclopédie diventa … un’arte di lavorare in genere, di fabbricare con lo spirito», per cui l’arte «è una forma tipica dell’esperienza umana in generale, propria dell’animale uomo e solo di esso. L’uomo sarebbe il solo animale capace non soltanto di pensare, ragionare o parlare, ma anzitutto di stabilire una logica comunicativa delle azioni produttive che genera, nel seguito della storia naturale, con il contributo della memoria, una razionalità operativa progressiva impensabile negli altri animali. L’uomo è diverso, oggi, da com’era milioni di anni fa; il lupo, ad esempio, no, è sempre lo stesso animale. L’uomo è dunque l’animale pensante tecnico-storico» (ivi); ecco, se si riconosce tutto questo, per quale ragione tra uomo e animali o altri animali non dovrebbe ravvisarsi l’esistenza di una precisa distanza o diversità ontologica? Per Diderot, l’uomo è un prodotto sorprendente dell’evoluzione della materia, e dunque egli conferma di essere materialista, ma al tempo stesso egli nega che l’uomo sia una macchina e assume pertanto una netta presa di posizione contro il meccanicismo al quale nega valore eziologico.

Più che una “macchina” l’uomo è un riflesso di quel grande organismo vivente che è l’universo stesso. Il materialismo di Diderot è un materialismo non meccanicistico, nel senso che l’unica realtà esistente è la materia in movimento e in continua trasformazione ma non regolata in ogni suo aspetto dalle leggi della meccanica che Dio avrebbe impresso originariamente in essa subito dopo la creazione. Per il materialismo diderotiano l’universo non è un effetto prodotto da una causa superiore e non è una macchina che funzionerebbe secondo leggi proprie immutabili che quindi sarebbero logicamente antecedenti l’esistenza della stessa macchina, essendo esso un grande organismo vivente dotato di una sua forza, di una sua energia, di una sua vitalità intrinseche che vengono determinando il formarsi di realtà non riconducibili a leggi o forze esterne a quelle rigorosamente immanenti a quello stesso organismo vivente che è l’universo, il mondo, il mondo stesso dell’uomo. Ecco, ragione, coscienza, spirito, pur di natura materiale, comparirebbero nella catena evolutiva della materia come prodotto ultimo del processo fisico-chimico-biologico, estremamente complesso e non predeterminato o predeterminabile in nessuna delle sue fasi, di costruzione dell’intero corpo vivente.  Le conquiste del pensiero, della scienza e della tecnica sarebbero il frutto immateriale di un’attività mentale e spirituale generatasi materialmente ma in sé capace di operare produttivamente al di fuori di qualsivoglia rapporto di causalità e di dar luogo ad opere immateriali.

C’è pertanto, si può ben affermare, una differenza ontologica tra l’uomo e gli animali o se si vuole tra l’uomo e animali diversi da lui, anche se Diderot non usa questo termine e anche se la sua riflessione sul “senso della vita” in genere non può definirsi certo esistenzialmente esaltante: «Cos’è un essere? La somma di un certo numero di tendenze. Le specie non sono che tendenze, verso un termine comune che è loro proprio. E la vita? La vita, un seguito di azioni e reazioni. Da vivo reagisco in massa…da morto agisco e reagisco in molecole…dunque non muoio? No, senza dubbio, in questo senso non muoio affatto né io né chicchessia…nascere, vivere e trapassare è cambiare forme» (D. Diderot, Sogno di D’Alembert, Milano, Universale Economica 1952, pp. 59-60). Però, ritornando alla “prière”, si scopre che la razionalità laica e certamente antidogmatica di Diderot è meno univoca e più tormentata e conflittuale di quanto non appaia nella letteratura critica diderotiana, perché, pur essendo fuori discussione la sua marcata e talvolta eccessiva avversione cattolica ed anticlericale, certe espressioni usate dal philosophe in quella composizione religiosa sembrano così spiritualmente ispirate e così poco riconducibili ad una matrice deista, seppure non ancora rispondenti al grado di sincerità richiesto dalla preghiera cristiana, da indurre a ritenere che essa stessa non costituisca un fatto episodico o occasionale nella sua vita più intima quanto piuttosto il venire esplosivamente alla luce di un nascosto e represso ma persistente e radicato sentimento religioso.

Da una parte, in Diderot si leggono giudizi tremendi come il seguente: «L’interesse ha generato i preti, i preti hanno generato i pregiudizi, i pregiudizi hanno generato le guerre, e le guerre dureranno finché ci saranno pregiudizi, i pregiudizi finché ci saranno i preti, e i preti finché ci sarà interesse a essere tali» (D. Diderot, La passeggiata dello scettico 1747, Milano, Serra e Riva 1984, p.XII). E alla voce “Filosofo” dell’Encyclopédie, egli viene contrapponendo polemicamente, sebbene in questo caso dogmaticamente, la grazia divina alla ragione umana, quasi che tra l’una e l’altra debba sussistere necessariamente un rapporto di incompatibilità: «la grazia determina il cristiano ad agire, la ragione determina il filosofo». Dall’altra, però, Diderot sente il bisogno spirituale di rivolgersi a Dio, per quanto ipotetico esso possa essere, e al Dio della misericordia che perdona coloro che riconoscono le proprie colpe e se ne pentono (“tu hai dimenticato la mia colpa nel momento stesso in cui l’ho riconosciuta”), e questo rapporto tra la persona orante e il Dio invocato è tipico quanto meno di un credo religioso teistico e non deistico e quindi di un credo religioso opposto sia all’ateismo che all’agnosticismo, nonché diverso dal panteismo in quanto il divino non viene identificandosi con il mondo ma è sempre altro dal mondo esistente.

E’ già evidente come, in questo caso, la posizione diderotiana diverga da quella concezione casuale e pre-evoluzionistica che, anche grazie a Diderot, avrebbe avuto molta fortuna nel ’700 portando ad escludere la necessità di una superiore causa prima e di un Dio creatore. Ma Diderot va oltre perché, per quanto colga bene la funzione mistificatrice che la Chiesa cattolica, il cristianesimo istituzionale, e certe forme di predicazione evangelica, sono venuti assolvendo storicamente, non c’è suo scritto in cui la verità del vangelo e del vangelo nella sua forma o nella sua scrittura originaria venga minimamente messa in discussione. Nelle “Memorie per la storia del giacobinismo scritte dall’abate Barruel” (Tomo I, parte seconda, pp. 67-68, 1799), si legge a un certo punto che «malgrado lo zelo anticristiano, ardente, e sempre enfatico di Diderot…egli non aveva meno dei momenti di una sincera ammirazione per il vangelo. Ne citerò ciò che ho inteso raccontare dall’Accademico che ne fu testimonio. Il signor Bauzée entra un giorno in casa di Diderot, e lo trova che spiegava a sua figlia un capitolo del vangelo con tanta serietà, ed interesse, con quanto avrebbe potuto farlo un padre veramente cristiano. Il signor Bauzée se ne mostra sorpreso. Vedo, risponde Diderot, quel che volete dire, ma infine quali migliori lezioni potrei io darle, dove troverò io di meglio?».

In sostanza, c’è un Diderot ufficiale che si erge ad audace e spregiudicato paladino  dei diritti di un pensiero non più “minorato” ma capace di vedere e giudicare la realtà e i tanti ambiti conoscitivi del sapere senza le lenti spesso deformanti e fuorvianti della tradizione teologica ed ecclesiastica, ma c’è anche un Diderot segreto che coesiste sia pure conflittualmente con il primo e che viene esprimendo, a tratti ma non occasionalmente, il profondo disagio spirituale di un grande e originale artista della razionalità umana dinanzi alla domanda primaria di ogni seria indagine speculativa sul mondo, dinanzi alla domanda delle domande circa la ricerca del valore e del senso (o non senso) di ogni consapevole e responsabile itinerario esistenziale: la presenza o l’assenza nella vita degli uomini di un Dio misericordioso e giusto pronto a perdonare le sue creature e a ricompensarle per i loro meriti o a punirle per le loro colpe mai rimosse. Non bisogna peraltro dimenticare che, come ricorda lui stesso, nel 1741, a ventotto anni d’età, a Parigi Diderot stava «per prendere la “fourrure” [l’abito ecclesiastico] e assidermi tra i dottori della Sorbona, ma poi ho incontrato una donna bella come un angelo e desiderai di andare a letto con lei» (in A. M. Wilson, Diderot: gli anni decisivi, Milano, Feltrinelli, 1984, p. 41). Dunque, in quel caso la carne aveva vinto sullo spirito (e in tanti altri casi la carne avrebbe continuato a dettar legge), ma evidentemente della sua formazione religiosa Diderot non si sarebbe mai completamente sbarazzato e lo avrebbe anzi costretto persino nella maturità a porsi il problema della trascendenza, del sovrannaturale, del divino.

Quella “preghiera” è un indizio molto significativo di quanto fosse radicato in Diderot l’istinto naturale di cercare rifugio in un sia pure ipotetico Creatore benigno che potesse alla fine conferire senso ad una vita che nessuna razionalità umana, da sola, è in grado di rendere significativa e sensata. La preghiera del filosofo francese è lì a dimostrare che per lui dalla sempre intatta e realistica possibilità che Dio esista e amorevolmente si occupi degli uomini deriva la conseguenza che il valore universale, così assiduamente e ostinatamente asserito da non trascurabile parte della comunità filosofica e scientifica, della scienza, del caso e della contingenza, dell’evoluzione e del relativismo conoscitivo, viene a subirne un drastico ridimensionamento a beneficio della insopprimibilità della fede in un Dio, non importa se per lungo tempo ignorato o disconosciuto, della grazia e del perdono.  

Peraltro, che l’implicita seppur contrastata propensione diderotiana a credere in un Dio personale e provvidenziale non sia da ritenere epidermica o marginale rispetto al suo pur intenso e voluminoso impegno filosofico-scientifico è anche dimostrata dai non infrequenti richiami a Dio, all’Eterno, all’Onnipotente o al Creatore in un libro assolutamente centrale nella produzione filosofica e scientifica di Diderot quale l’Interpretazione della natura (si vedano i paragrafi 6, 50, 51, 56, e 58), cui la “preghiera” è allegata. Nonostante le contrarie apparenze, l’ateo Diderot fu meno ateo di quanto generalmente si pensi e il senso del divino lo accompagnò per tutta la vita, pur continuando a lavorare alacremente ad un progetto di razionalità critico-scientifica non supinamente predisposta a farsi pilotare da valutazioni teologiche e metafisiche.

Ha scritto uno studioso di Diderot: «Diderot è consapevole di quanto la credenza nella “garanzia” divina sia, tutto sommato, un privilegio esistenziale di cui nessuna razionalità può indurre a privarsi. Non solo, vi è nel Nostro la convinzione, che non di irreligiosi abbia bisogno il mondo per migliorarsi, ma di persone rette e buone, poiché questo è il fine da perseguire. Se vi sono persone che si comportano in maniera positiva seguendo la religione, non c’è nessun buon motivo di censurare la loro fede, anzi (come si vede con la marescialla) meritano anche encomio. Posizione che ad alcuni è parsa contraddittoria; non è così. La ragione problematizzante, tollerante e pragmatica, di Diderot non può che tenersi lontana da ogni dogmatismo che si scagli acriticamente contro la religione per partito preso, senza fare quindi distinzioni tra una realtà che vede persone spinte al bene dalla religione ed altre, invece, al male» (C. Tamagnone, L’illuminismo e la rinascita dell’ateismo filosofico, Firenze, Clinamen, 2008, 2 vol., vol. II). Che è un’utile avvertenza per coloro che, nel nome degli ideali illuministici, conducono ipocrite quanto insensate crociate contro ogni forma di fede nel divino e nei suoi piani salvifici.

Quale donna libera?

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista

 

Già diversi anni or sono, in un articolo molto arguto e meritevole di attenzione, la giovane giornalista Laura Novak scriveva: «La donna: una figura complessa, anima e musa da millenni di immaginari. Nevrotica, intricata, compulsiva e istrionica. Degna di parole, fogli e interi romanzi. Simbolo dell’amore che muove il sole e le altre stelle; simbolo dell’odio che corrode l’affetto materno e la rende un’eterna Medea. Le pagine dei giornali sono impregnate di figure femminili che, in ambiti opposti, diversi ma forse simili, conducono a una riflessione. Donne mantidi, donne misantrope, donne fragili ma manipolatrici, donne libertine e traditrici. Donne che occhieggiano ai modelli letterari. Da Lady Macbeth a Giocasta, da Cassandra ad Agrippina, da Lucia fino a Giulietta, da Lady Chatterley a Violetta. Chi erano le donne di ieri? E come la storia le ha trasformate a tal punto da essere quelle di oggi?» (Le donne oggi. Quel che siamo state non basta?, in “Storia”, rivista on line di storia e informazione, n. 36, dicembre 2010).

 

Agli anni 60 risalgono le lotte femministe per la liberalizzazione sessuale delle donne. A distanza di più di mezzo secolo dall’inizio del processo emancipativo delle donne, quante di esse possono oggi dirsi realmente appagate sia sul piano umano che su quello sessuale? La Novak sostiene che l’essenza della società contemporanea resta maschilista, anche se oggi abbiamo donne di potere come Merkel o May o la regina Elisabetta, donne imprenditrici molto importanti in campo economico, editoriale, cinematografico e pubblicitario, e via dicendo. Peraltro, ad evolversi non sono stati solo i modelli della donna ma anche quelli del potere maschile, nel senso che oggi machismo e segregazione o discriminazione sessuale sono ancora esistenti anche se in forme nuove e diverse da quelle del pur recente passato.

 

Peraltro, il tradizionalismo antagonismo antifemminile dell’uomo si è aggiornato ma non è affatto scomparso. Quindi, la lotta attuale della donna contro la prepotenza maschile a tutti i livelli, se vuole sperare di essere ancora una lotta realistica ed efficace ai fini del raggiungimento di un’effettiva paritarietà tra i due sessi, non può conservare quelle caratteristiche di istintiva e rabbiosa durezza, di astratto ed esasperato rivendicazionismo, che erano appartenute alle lotte femministe della seconda metà del 900, perché oggi il problema non può più essere quello di un radicale affrancamento della donna dalla figura maschile eliminando quest’ultima dalla propria vita personale, e quindi quasi che la donna, nella versione femminista sin troppo “mascolina” e non di rado anche omosessuale, possa essere pienamente libera solo a condizione di non dipendere in niente e per niente, e soprattutto in senso sessuale, dall’uomo.

 

Da questo punto di vista le cose, per certi aspetti, sembrano essere cambiate: nel senso che alcune donne non aspettano più di essere manipolate e condotte dagli uomini in camera da letto, nel luogo cioè in cui si compie massimamente l’atavico destino della natura femminile, quello di essere sottomessa ai piaceri maschili, ma passano anzi al contrattacco, manipolando a loro volta e piegando alle loro voglie spesso “interessate” il cosiddetto, sempre più a torto, sesso forte. Ma può essere questa la via per un’integrale liberazione della donna?

 

Purtroppo, anche a livello parlamentare, che dovrebbe rappresentare uno degli ambiti etico-culturali più qualificati di una nazione, si ha a che fare soprattutto con ex veline o ex pr di certe grandi metropoli, con donne provenienti dalla moda, dai rotocalchi giornalistici e televisivi, o comunque da esperienze di vita ben poco indicative da un punto di vista intellettuale e culturale. Donne più belle, più piacenti, che intelligenti, si può senz’altro dire, e naturalmente protette o “lanciate” da questo o quel potente di turno.

 

Ecco: si è passati dal vecchio femminismo, che riteneva di tutelare la dignità del corpo femminile agitandolo quale strumento esclusivo nelle mani di chi lo possedeva ed esibendolo anche pubblicamente nelle forme più sconce e provocatorie (e svuotandolo quindi di ogni pur pretesa sacralità), ad un più moderno rivendicazionismo femminile che teorizza l’assoluta libertà della donna di fare del proprio corpo e della sua stessa vita quello che vuole ma non per evitare la sua sudditanza al maschio quanto, al contrario, per rendersi ancora più disponibile alle sue voglie sulla base di una sua presunta libera iniziativa! Il corpo è della donna e solo la donna può farne quel che vuole! Questo è lo slogan che ispira attualmente a livello planetario qualunque iniziativa finalizzata a salvaguardare la dignità e la libertà delle donne.

 

Di fatto, però, la donna usa sempre peggio il suo corpo, ne abusa e lo svende spesso senza neppure rendersene conto, lo butta via in modo irresponsabile e tuttavia in modo altrettanto consapevole! Questo tipo di donna è quello che si sta facendo strada sempre più rapidamente nell’odierna mentalità femminile pur incontrando ancora, ma sempre meno frequentemente nello stesso campo maschile, istintive riserve mentali, critiche intrise più di maldicenza e di ipocrita moralismo che non di sano e costruttivo senso morale, accuse malcelate e non sempre disinteressate di sfrontato arrivismo. E cosí accade che la soglia della dignità femminile tenda a spostarsi sempre più in alto: alla donna massmedia, pubblica opinione e giustizia ordinaria riconoscono dignità anche se usa linguaggi sempre più volgari o scurrili di tradizionale appannaggio maschile, anche se veste in modo sempre più esasperatamente attillato persino nei pubblici uffici o nelle scuole di ogni ordine e grado, anche se persino in chiesa tende a scoprire il proprio corpo ben oltre consolidati criteri di decenza accavallando le gambe già abbastanza scoperte in posizione eretta o indossando indumenti fatti apposta per evidenziare o lasciare scoperte parti anatomiche che andrebbero considerate piuttosto intime e tali da non dover essere ostentate o esibite.

 

Questa è la tendenza mentre la stessa Chiesa, temendo di alienarsi il consenso o la simpatia di molte donne, ormai appare sempre più timida nello stigmatizzarne, al cospetto di fedeli e parrocchiani, modelli obiettivamente indecorosi di comportamento persino tra le sue mura. Questa è la tendenza di cui purtroppo la Chiesa cattolica sembra risentire più di quel che le sarebbe consentito dalla sua storia, dalla sua dottrina, dalla sua missione, mentre essa appare molto più brillante ed accattivante nell’assecondare l’umanitarismo più istintivo e scontato delle masse, delle piazze, della grande comunicazione mediatica. E’ una Chiesa che finge di non vedere o decide scientemente di non menzionare criticamente nella loro globalità molte realtà umane intollerabili agli occhi di Dio mentre non esita ad essere concessiva a piene mani su temi cui ovviamente, almeno da un punto di vista teorico e culturale, il nostro mondo non può non schierarsi dalla parte di un disinvolto e indiscriminato umanitarismo:immigrati, diritto al lavoro, pace, giustizia sociale, lotta alla mafia e ai narcotrafficanti, ambiente, parità e uguale dignità tra i sessi, omosessuali.

 

Su queste cose la Chiesa è sempre pronta, è sempre in prima fila a pronunciare parole che non possono non riscuotere l’ammirazione e l’entusiasmo di molti, ma sembra ignorare o trascurare le radici più antiche dei fenomeni spesso aberranti che essa viene pur denunciando. Se si parla contro lo sfruttamento del sesso, del corpo e della persona umana nella sua interezza, senza cogliere le dinamiche di erosione antropologica che, ora nel segno di bieca conservazione sociale, ora nel segno di un equivoco progressismo sociale, vanno intaccando sempre più profondamente la struttura morale e spirituale delle singole individualità, e quasi sottacendo o minimizzando precisi e rigorosi avvertimenti biblico-evangelici, non si può certo essere in grado di adempiere il compito profetico di testimonianza affidato da Cristo alla sua Chiesa.

 

La missione della Chiesa non può ridursi a parole pure importantissime, ma suscettibili di essere usate come semplici slogan, quali misericordia, perdono, comprensione, tenerezza, umiltà. Tutto questo rischia di non avere alcun valore se non viene inscritto in una logica divina di verità, di giustizia, di lotta incessante contro le propensioni terrene alla menzogna e al male, di sottomissione sia pure tormentata alla volontà stessa di Dio. Accanto a quelle parole il buon pastore non dovrebbe mancare di evocare, con pari enfasi religiosa, la giustizia di Dio, il giudizio finale di Dio con il premio del paradiso o la condanna dell’inferno, la collera e il castigo di Dio non solo alla fine dei tempi verso coloro che siano stati portatori o strumenti impenitenti di menzogna e di iniquità ma anche talvolta nella stessa storia umana con avvertimenti e punizioni concreti e significativi pur se finalizzati alla conversione di tante anime traviate.

 

Ed è in questo quadro che anche le donne, per tutto quello che, come sopra detto, rientra nella sfera della loro libertà e responsabilità personali, necessiterebbero non solo di essere sostenute e incoraggiate, apprezzate, valorizzate e lodate, ma anche, e pur sempre con amorevole severità, rimproverate, ammonite, catechizzate meglio di quanto forse non si abbia il coraggio di fare, rendendole ben consapevoli dei delicati compiti e delle grandi responsabilità che il progetto salvifico di Dio assegna anche a loro e non meno che agli uomini. Al contrario, si preferisce tacere o, al più, sfiorare appena certi argomenti, con la conseguenza che generalmente le donne, o almeno un gran numero di donne, non sentono realmente il bisogno di interrogarsi sulle probabili ambiguità della propria libertà, su ipotetici nodi irrisolti della propria vita spirituale, su possibili e silenti contraddizioni annidate nella propria coscienza morale e nei comportamenti giornalieri.

 

E cosí, di rimozione in rimozione, i problemi sono destinati ad ingigantirsi e a concorrere in modo sempre più virulento  all’incancrenimento della vita ecclesiale e comunitaria e degli stessi rapporti interpersonali e sociali. Infatti, venendo spesso meno alla sua funzione profetica ed educativa, la Chiesa lascia campo libero ad un laico pensiero collettivo che viene manifestandosi, come rileva ancora Laura Novak, con «commenti goliardici e boccacceschi, con ammiccamenti e risatine», e questo sia «verticalmente, in tutte le fasce di età», sia «orizzontalmente, lungo tutte le fasce sociali. Dal laureato all’operaio». Per cui, si chiede significativamente Novak, «le donne, quelle vere, casalinghe, lavoratrici, laureate precarie, ricercatrici senza lavoro, madri, mogli, figlie, sorelle dal multiruolo, dove sono? Sono protagoniste in questa società, oppure continuano a essere semplici spettatrici di un mondo che non da spazio alle capacità? Si possono davvero raggiungere, ancora e soprattutto per una donna, degli obiettivi con la disciplina e il rigore del lavoro? E per farlo, quando e perché il corpo di una giovane donna, cosciente delle proprie armi intellettive, ma nel contempo, fiera della sua femminilità, diventa ostacolo o scorciatoia» (cit.)?

 

Sono dunque sempre e soltanto gli uomini a voler manipolare, usare, mercificare, possedere come mero strumento di piacere, le donne, o, ormai, non è altrettanto vero che siano le donne stesse a voler catturare l’interesse del maschio con una massiccia amplificazione delle proprie qualità estetiche e relazionali, con un’arte seduttiva ovviamente non dichiarata ma socialmente sempre più pervasiva e molto più visibile e operativa che nei passati decenni? Tutto questo potrà incrinare l’atavico dominio dell’uomo sulla donna o non finirà per confermarlo e radicalizzarlo? L’uomo contemporaneo il più delle volte non sembra interessato a questa problematica, quali che siano le sue opinioni in merito: se ne sta a guardare.

 

Ma allora è necessario che donne non ancora asservite a questa falsa civiltà dell’immagine prendano l’iniziativa e, con l’auspicabile apporto di uomini ancora non indifferenti alle sorti storiche e religiose del genere umano, si mettano a contrastare intelligentemente, con le armi della ragione e della dialettica pubblica, un fronte femminile-femminista maggioritario che, di conquista in conquista e di rivendicazione in rivendicazione, sembra solo capace di favorire l’affermazione di un’idea di donna libera teoricamente molto diversa da un’immagine di donna licenziosa e libertina ma, nella sua concreta fenomenologia storica, sempre più simile a quella “donna leggera”, eternamente “romantica” anche se intimamente lasciva, puerile e immatura anche se esteriormente controllata, disimpegnata anche se in qualche modo istruita, superficiale anche se professionalmente e socialmente attiva, narcisista anche se apparentemente educata, gentile ed altruista: quella “donna leggera”, per l’appunto, che, per dirla con Simone de Beauvoir (“Quando tutte le donne del mondo”, 1982, dal 2006 pubblicato da Einaudi), è l’esatto contrario di una donna libera

 

 

 

Meccanismi e variabili del comportamento umano

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista

 

Il celebre psicanalista Alfred Adler, in un’opera del 1927 intitolata “La conoscenza dell’uomo nella psicologia individuale” (Newton Compton, Roma, 1994, con trad. di Francesco Parenti), scriveva: «Possiamo già renderci conto che i bambini trattati dalla natura come da una matrigna sono inclini ad assumere verso la vita e gli uomini un atteggiamento diverso da coloro ai quali sono state elargite fin da principio le gioie dell’esistenza. Si può porre come principio che tutti i bambini affetti da inferiorità organica si trovano facilmente impegnati in una lotta colla vita, che li devia verso un soffocamento del loro senso comunitario, cosicché assumono con facilità il comportamento di chi si occupa sempre più di se stesso e dell’impressione che desta nel mondo, che degli interessi degli altri». Questa osservazione, fondata su precisi riscontri empirici, è indubbiamente vera nei limiti in cui essa venga riferita a soggetti infantili affetti da evidenti abnormità fisico-organiche o da altrettanto manifeste disfunzioni cerebrali, mentre potrebbe essere vera ma non è sempre o necessariamente vera per bambini o adolescenti affetti da forme più o meno gravi di disagio psicologico anche se esteriormente normodotati, in quanto anch’essi in vario modo carenti sotto l’aspetto affettivo, relazionale e motivazionale. La tesi di Adler è che, in generale, anche se il riferimento adleriano va principalmente al mondo femminile, più una persona è deprivata in senso cerebrale o fisico o più semplicemente estetico, maggiore sarebbe in essa la spinta a moti di invidia, di rivalità, di competizione.

Il problema è che, come la stessa esperienza storico-empirica insegna, questo ragionamento, pur valido almeno come ipotesi scientifica in relazione all’universo di individui segnati da malformazioni, anomalie, disturbi originatisi su base genetico-ereditaria o dovuti a traumi di diversa natura tra cui quelli familiari e ambientali, sembrerebbe applicabile anche a molteplici casi di individui dotati, come suol dirsi, di sana e robusta costituzione, di non alterata struttura genetica, di apporti educativi ben equilibrati, di risposte affettive più che adeguate.

Questo per dire che l’invidia, la gelosia, la rivalità, la voglia di primeggiare, sono sentimenti più complessi delle spiegazioni “edipiche” e quindi sessuali di un pur grande indagatore dell’inconscio umano come Sigmund Freud o della teoria “compensativa” o “supercompensativa” formulata da Adler, secondo la quale chi, per i motivi più diversi, ha un complesso di inferiorità determinato da specifiche ragioni genetiche o comunque traumatiche e che lo porti a spendere la vita allo scopo di “valere” tra tanti altri individui che siano stati capaci di affermarsi su piani o ambiti dell’esistenza e della vita sociale ritenuti comunemente importanti, appunto per compensare (talvolta persino in forma di “supercompensazioni” a carattere patologico) i complessi di cui soffre, sarebbe indotto a sentimenti di invidia e competizione non già per motivi sessuali ma per una sorta di aggressività del tutto autonoma da ipotetiche pulsioni sessuali e diretta a fini di affermazione personale ora sotto forma di attacco ora anche sotto forma di difesa.

Per semplificare, qui si può dire che anche chi ha avuto tutto dalla vita e ogni genere di sana affettività e di proficuo ed equilibrato esercizio nelle relazioni interpersonali, e inoltre ogni altro appagamento di carattere sessuale, sociale, economico, professionale e culturale, può covare dentro di sé i sentimenti negativi di cui sopra si è detto. Quante persone fisicamente integre o esteticamente aitanti e appariscenti, pur molto ricercate e ammirate dal loro prossimo, si sentono spiritualmente svantaggiate rispetto a individui meno avvenenti ma caratterialmente ben più determinati che tendono a tenere peraltro a debita distanza? Quante persone particolarmente agiate, pur potendosi permettere ogni svago e lusso, avvertono un senso di fastidio e quindi di disprezzo verso persone, non importa se poche, che vivono serenamente la loro esistenza con quel poco che guadagnano o di cui dispongono? Quante persone supertitolate e superpagate, con o senza merito, nei vari campi della cultura, della scienza o della imprenditoria, pur gratificate da frequenti riconoscimenti accademici o istituzionali e da una vita paludata e tutto sommato comoda e divertente, si scoprono non di rado, attraverso intime e nascoste reazioni di stizza e di rabbia e attraverso atteggiamenti sussiegosi e sprezzanti, meno talentuose di colleghi o figure umane e professionali “marginali” o periferiche?

Ma, d’altra parte, non è affatto detto che dietro giudizi severi o dietro comportamenti moralmente intransigenti debbano nascondersi sempre o necessariamente ambigui e malefici meccanismi psichici, carenze affettive o carenza di autostima, o il tentativo di nascondere i propri egoismi, le proprie debolezze o incapacità. Sempre psicanaliticamente, si può sostenere che lo svilire qualcuno abbia una valenza difensiva in quanto si intaccano o si ridimensionano le qualità dell’oggetto invidiate, per cui il distruggere e il deturpare l’altro o le altrui presunte qualità non sarebbero altro che una palese manifestazione di invidia e una (auto)protezione contro la sofferenza scaturiente dal sapere di non poter possedere tali qualità. Certo, è possibile, ma questo assunto non può costituire una verità assoluta e incontrovertibile, bensí solo una verità ipotetica, relativa e comunque sempre bisognosa di essere corroborata da riscontri fattuali oggettivi.

Anche in questo caso è l’esperienza ad insegnare che, nonostante limiti, contraddizioni, anomalie e vulnerabilità di ogni genere, la mente dell’uomo, il suo cuore, il suo stesso inconscio, funzionano o agiscono non già secondo processi perfettamente uniformi, omogenei, prevedibili, ma secondo modalità note in senso generale e tuttavia almeno parzialmente sconosciute e non catalogabili aprioristicamente in o per mezzo di categorie rigide e definitive. Le variabili della vita sono troppe per poter essere tutte egualmente note, sperimentate e teorizzate. L’uomo è davvero “questo sconosciuto”, per riprendere il titolo di un famoso libro di Alexis Carrel, ben al di là di talune veritiere e sensazionali scoperte della psicanalisi contemporanea.

L’uomo resta sconosciuto pur nella sua progressiva e sempre più significativa conoscibilità umana e scientifica, ed esso continuerà sempre a sorprendere nel male e nel bene perché nel suo essere si riflette l’originaria decisione divina di non rendere scontate e completamente prevedibili ma almeno in parte sorprendenti e reversibili sia le sue potenzialità negative e distruttive che le sue potenzialità positive e creative.

In particolare, per l’uomo di fede, in virtù della rivelazione evangelica, è del tutto sostenibile che, se anche per natura un individuo presenti caratteristiche che ne favoriscano molto un comportamento rancoroso, risentito, ostile verso determinati suoi simili, risulti tuttavia possibile per grazia una conversione di tutte le sue inclinazioni negative in qualità morali e spirituali non solo ineccepibili ma perfino preziose ai fini di una vita comunitaria e di uno sviluppo sociale sostenuti non da forme scontate o convenzionali di solidarietà ma da uno spirito attivo e fattivo di vera e combattiva solidarietà.