Cattolici, svegliamoci! Il gender uccide l'umanità!*

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

«Notizia pessima: e' iniziato l'esame della proposta di legge contro l’omotransfobia alla Commissione Giustizia della Camera dei deputati.

 

Questo significa che potrebbe presto essere approvata una legge che punisce, anche con la reclusione, chi “istiga a

o commette atti di violenza o di discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identita' di genere”.

 

Ora, riguardo agli “atti di violenza”, siamo d'accordo che debbano essere puniti ma ci sono gia' gli strumenti

penali per reagire alla violenza commessa contro chiunque.

 

Il pericolo piu' grave e' il tentativo di criminalizzare - senza definirla - la discriminazione, o anche soltanto l'incitamento

alla discriminazione, fondata sull’orientamento sessuale o l’identita' di genere. Molti dei promotori di questa legge considerano

come istigazione alla discriminazione, ad esempio, sostenere pubblicamente: che i bambini non debbano essere affidati a o

adottati da coppie omosessuali, che l’identita' vera di una persona corrisponde al proprio sesso biologico e non al “genere

percepito”, che non si possano somministrare farmaci “blocca pubertà” a bambini con disforia di genere, che non si debbano

indottrinare i bambini con progetti sull'omotransfobia...

 

Questa proposta di legge rappresenterebbe il trionfo dell’ideologia gender: in pratica, si vuole minacciare con il

carcere (pena fino a sei anni di reclusione) chiunque si oppone al gender».

 

Dunque, fratelli e sorelle in Cristo preparatevi a gridare dappertutto senza esitazione, costi quel che costi, che

la teoria gender non è al servizio della persona e della sua libertà ma contro la persona, contro l’uomo e la

donna, contro i bambini, contro la libertà e la dignità di ogni essere umano, contro l’integrità morale e persino

antropologica dell’umanità. Essa, se trasformata in legge dello Stato, è una delle violazioni più abominevoli e

peccaminose che possano essere compiute contro la legislazione e la volontà di nostro Signore. Preghiamo e

resistiamo, dunque, con atti concreti e coerenti alle forze irrazionali e malefiche che minacciano gravemente il

genere umano.

 

* Il virgolettato è comparso oggi 29 ottobre 2019 sulla rivista on line provita e famiglia di Antonio Brandi. La parte finale, in grassetto, è nostra. 

Non il celibato sacerdotale ma la continenza sacerdotale è dono di Dio

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

Concordo generalmente con quanto vengono scrivendo e testimoniando i fratelli di “Corrispondenza Romana” sulle colonne della loro rivista on line. Ogni tanto, però, il dissenso dalle loro posizioni prende il posto della consonanza, come è giusto che accada anche tra fratelli e sorelle in Cristo, e questo accade anche oggi, a proposito di un articolo firmato da Mauro Faverzani che anticipa alcune dichiarazioni del cardinale Raymond Leo Burke tassativamente contrarie ad un’apertura della Chiesa sulla vexata quaestio del celibato sacerdotale (Cardinale Burke: il celibato è un dono di Dio, in “Corrispondenza Romana” del 25 settembre 2019). Il cardinale non ritiene che questo tema sia suscettibile di sviluppi teologico-magisteriali significativi ed esclude quindi che i sacerdoti cattolici di domani possano essere anche coniugati o che almeno gli uomini già sposati possano essere ordinati, sia pure a determinate condizioni, presbiteri e ministri di Cristo.

Posso senz’altro convenire che coloro che hanno accettato di essere ordinati presbiteri con una libera rinuncia al matrimonio non potrebbero e non dovrebbero ritrattare la loro scelta nel caso in cui dovesse cambiare la disciplina ecclesiastica, giacché non si può continuare ad appartenere integralmente a Cristo Signore venendo meno alla propria coerenza spirituale. Ma, per il resto, ovvero per quanto riguarda i cosiddetti viri probati, uomini sposati teologicamente preparati e spiritualmente integri, comincia ad essere davvero incomprensibile l’ostinata chiusura di gran parte delle gerarchie ecclesiastiche alla eventualità di un’ordinazione sacerdotale, eventualità corrispondente, come molti sanno, ad un’antica prassi del primo, lungo millennio della storia della Chiesa.

Ma, anche al di là di riferimenti storici pure pregnanti e indiscutibili, sono gli stessi testi neotestamentari che legittimano il punto di vista opposto a quello di Burke e compagni. Gesù non parla di celibato, non ne parla se la parola celibe si intende nel suo senso più proprio, che è quello per cui un uomo rinuncia al matrimonio: celibe, infatti, è semplicemente colui che non prende moglie. Ma Gesù non parla dei celibi bensì degli eunuchi, di quelli che decidono per meglio servire il regno dei cieli, non ancora sposati o già sposati che siano, di non fare uso della propria sessualità per accrescere il proprio stato di castità, per evitare complicazioni sentimentali e inevitabili contrattempi familiari, per essere spiritualmente e praticamente più diretti e più liberi nel servizio verso Dio e il prossimo: «Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca» (Mt 19, 12).

Non si tratta di cercare il pelo nell’uovo. Gesù, se avesse inteso dire che i suoi discepoli in senso stretto non dovessero sposarsi, non avrebbe avuto difficoltà ad usare parole ancora più chiare e precise di quelle espresse nel brano citato, ma egli in realtà si esprime diversamente perché non pensa affatto che un uomo già sposato non possa farsi eunuco per il regno dei cieli. Non solo, ma dovrebbe essere per tutti ben significativo il fatto che egli, in primis, affida la Chiesa non già a colui che egli amava ovvero a Giovanni, ma, guarda caso, proprio ad un uomo sposato con figlia come Pietro. Non è un dato che possa passare inosservato: meditiamo, riflettiamo, ragioniamo. D’altra parte, c’è qualche teologo cattolico che, per rintuzzare le argomentazioni che si sta qui adducendo, cita quel passo paolino che recita: «Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso!» (1 Corinzi 7, 32-33).

E’ un ragionamento che Paolo fa legittimamente e con una certa dose di realismo apostolico ad uso dei non sposati, per incoraggiarli a rimanere quanto più disponibili possibile alla volontà del Signore, senza per questo sottintendere che gli uomini sposati siano necessariamente inidonei ad assolvere una funzione apostolica. Tant’è vero che, ben conscio di come evangelicamente una condizione celibataria non fosse per nulla indispensabile alla sequela apostolica di Cristo e di come invece ad una condizione di verginità fosse chiamato anche l’uomo sposato, in un diverso contesto scrive: «bisogna che il vescovo sia irreprensibile, non sposato che una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare,  non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi con ogni dignità,  perché se uno non sa dirigere la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio?  Inoltre non sia un neofita, perché non gli accada di montare in superbia e di cadere nella stessa condanna del diavolo» (1 Tim 3, 1-6).

Dunque, a Paolo come principalmente a Gesù non interessa tanto il celibato in sé quanto la continenza che notoriamente può essere del tutto assente da una vita celibataria mentre può essere presente nella vita matrimoniale, come del resto la storia della Chiesa tante volte si è incaricata e continua ad incaricarsi di dimostrare. Sbaglia Burke nell’identificare il celibato con “la perfetta continenza per il Regno dei Cieli” (parole sue), perché è molto difficile negare, sia sul piano logico-teologico che su quello fattuale, che gli uomini sposati possano essere più continenti e più santi di tanti uomini celibi. Vorremmo forse mettere in dubbio che il primo a saperlo fosse nostro Signore? Semmai, oggi più che mai, ci sarebbe da chiedersi cosa possa celarsi dietro certe scelte celibatarie specialmente quando esse siano funzionali ad una ordinazione presbiterale. Ma, come suole dire Gesù, “chi può capire, capisca”. Non il celibato sacerdotale, come sostiene Burke, ma la continenza sacerdotale è un inestimabile dono di Dio. Mi pare che si tratti di concetti profondamente diversi.

Il cristianesimo originario forse annacquato ma non cancellato

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

Il cristianesimo è una religione che ormai, soprattutto nelle società occidentali ed eccezion fatta per un numero molto esiguo di credenti, non riesce più a governare la morale di quanti pure continuano a professarsi cristiani. Il che significa che esso comincia ad essere storicamente e culturalmente irrilevante se non necessariamente destinato a scomparire, pur nell’unanime ammirazione del mondo per essere sempre lì quale faro di luce e di speranza per tutti i popoli nonostante una storia ultrasecolare che ha segnato via via la morte di ogni altra grande istituzione politica, civile e culturale della civiltà umana. C’è chi, come per esempio Karl Kautsky, ha ritenuto che il cristianesimo quale è venuto affermandosi nel quadro della storia della Chiesa cattolica sia molto diverso e sul piano etico-politico molto più povero del cristianesimo delle origini, predicato da Cristo e dai suoi apostoli, benché il teorico marxista ne abbia individuato le origini non nei miracoli e negli eventi sovrannaturali narrati dai vangeli ma nelle condizioni sociali e nelle attese popolari di liberazione che esistevano nelle diverse fasi storiche dell’impero romano e in particolare nella Palestina dei tempi di Gesù (K. Kautsky, L'origine del cristianesimo, Roma, Samona e Savelli, La nuova sinistra, 1970). 

Solo che in tal modo, a causa di una lettura sostanzialmente storico-materialistica del racconto evangelico e della connessa ipotesi di una calcolata manomissione dei testi evangelici secondo la quale sarebbero stati da essi espunti tutti gli aspetti politicamente più inquietanti e più antitetici ai rigidi e spesso autoritari e repressivi  assetti di potere assunti progressivamente dalla Chiesa nel corso della sua storia, si è finito per mettere in discussione non solo la storicità dei vangeli, in una linea che va da Bruno Bauer a Engels e allo stesso Marx e si estende appunto ai Kautsky e a successivi fronti laicisti del pensiero contemporaneo, ma la stessa specificità religiosa del cristianesimo che non può essere oggettivamente né svuotato della sua inconfondibile spiritualità religiosa, aperta al trascendente e al sovrannaturale, né ridotto a semplice anche se imponente ideologia tra altre ideologie storiche o a messaggio rivoluzionario di tipo politico-sociale, pur restando probabilmente vero che sussista una certa discontinuità, una differenza di sensibilità, una qualche eterogeneità valoriale tra il cristianesimo delle origini e quello storico successivo sino ad arrivare alla sua forma odierna, al di là del fatto che nelle pieghe più nascoste e meno ufficiali della genesi e della costituzione dei testi-documenti evangelici potrebbero celarsi interventi o operazioni indebiti volti a “normalizzarne” e a “spoliticizzarne” taluni dati o passaggi originari e costitutivi forse più “eversivi” della forma in cui a tutt’oggi possono essere letti.

Si può dunque ammettere, come ipotesi di studio, che il messaggio evangelico di Gesù, nonostante l’eccellente opera di interpretazione-selezione compiuta dai Padri della Chiesa (la cosiddetta Tradizione) al fine di stabilire quali testi provenienti dal passato dovessero essere considerati autentici oppure inautentici, possa essere stato talvolta tradito o annacquato dalle alte gerarchie ecclesiastiche nelle varie epoche della storia della Chiesa, e che anche oggi esso venga interpretato, predicato e comunicato ai fedeli e al mondo in termini molto più prudenti e rinunciatari, molto più rassicuranti e conformi-stici, nonostante talune impennate pastorali di taglio apparentemente anticonformistico, di quel che sarebbe necessario fare alla luce del primo, originale e autentico vangelo di Cristo Gesù, ma tale ammissione non implica in alcun modo che il vangelo possa essere mai stato un contenitore ideologico di rabbia umana e sociale, di violenza incipiente sempre pronta ad esplodere in modo devastante e distruttivo contro ogni genere di violenza, di oppressione e di prevaricazione dell’uomo sull’uomo. Non ci sono proprio elementi nei documenti storici di cui disponiamo che autorizzino minimamente a ritenere attendibile una siffatta ipotesi.

Tuttavia, benché storicamente non sia mai possibile tornare indietro per ripetere pedissequamente nel bene o nel male determinate esperienze del passato, se proprio si volesse ripensare e rivivere criticamente e costruttivamente la fede cristiano-cattolica dell’oggi alla luce della fede e della pratica cristiane delle origini, si dovrebbe riflettere innanzitutto sul coraggio intellettuale e morale di molti cristiani di allora nel testimoniare spesso apertamente e a rischio della vita la propria fede in Cristo e nei suoi insegnamenti, così come erano stati trasmessi dalla prima predicazione apostolica, in una società pagana la cui religiosità, per così dire, aveva risvolti “civici” e “politici” o di utilità civile e politico-statuale quasi completa-mente assenti o al più marginali nella religiosità cristiana.

Può anche darsi, come sostiene lo storico americano del cristianesimo primitivo Robert Louis Wilken nel suo libro I Cristiani visti dai Romani (Brescia, Paideia, 2007), che la religione e la cultura cristiane debbano qualcosa, per come sono giunte a noi, anche a intellettuali pagani che avevano posto ai cristiani domande, obiezioni, istanze di non trascurabile importanza (ivi, p. 261, ma degno di considerazione è anche E. R. Dodds, Pagani e cristiani in un'epoca di angoscia, Firenze 1970 e, soprattutto, per quanto riguarda il drammatico epilogo dello scontro tra pagani e cristiani, Il conflitto tra paganesimo e cristianesimo nel secolo IV, Torino, Einaudi 1968, un volume collettaneo curato da Arnaldo Momigliano), e che, reciprocamente, gli intellettuali cristiani, nel difendere la propria fede e nel rivendicarne l’assoluta novità e originalità rispetto a qualsiasi altra forma di religiosità esistita o esistente, abbiano aperto nuove prospettive o nuovi orizzonti spirituali alla cultura greco-romana e alle tradizioni intellettuali e religiose del mondo antico (ivi).

Ma, in definitiva, il merito storico e culturale della vittoria, perché alla fine di vittoria si trattò, conquistata dal mondo cristiano-cattolico rispetto alla cultura pagana alla fine di una drammatica battaglia che, anche sul piano teologico e culturale, sarebbe divampata e si sarebbe consumata tra il primo e il quarto secolo dopo Cristo, non può che essere riconosciuto a quegli intrepidi e fedeli seguaci di Cristo che, preservando la purezza della sua predicazione e della predicazione apostolica anche e innanzitutto dai molteplici e reiterati tentativi settari di adulterarne il significato e lo spirito, sarebbero stati capaci di dimostrare evidentemente la superiorità intellettuale e spirituale  della verità rivelata su tutte le altre verità  del mondo, ivi comprese quelle presunte di altre forme di religiosità, aggregando altresì attorno ad essa, in modo sempre più stabile, masse via via crescenti di popolo.

Ora, se il problema per il nostro tempo è quello di stabilire in che modo sia possibile mantenere i contatti con il cristiane-simo delle origini o ricucire con esso un rapporto che tende talvolta ad usurarsi o a strapparsi, bisogna distinguere: una cosa è l’istanza di un ideale ritorno alla fede delle origini, e quindi alla prima fede apostolica e alla religiosità delle prime comunità cristiane, sul piano teologico, esegetico, catechetico, e in questo senso probabilmente se ne sa o meglio se ne può sapere anche di più rispetto a quel che potette essere acquisito dai nostri progenitori correligionari, che apprendevano l’essenziale della Parola di Dio e del messaggio evangelico per via esclusivamente orale e in modo talvolta disorganico o non sistematico, senza disporre di tutte le fonti di informazione, istruzione e formazione di cui è invece possibile usufruire oggi; altra cosa, e anzi profondamente diversa, è tale istanza intesa però nel senso del modo di percepire, di sentire, di mettere in pratica la fede, ovvero tutto ciò che si riferisce più all’ortoprassi che all’ortodossia della fede stessa, e da questo punto di vista, il più decisivo ai fini della esemplarità della vita spirituale e religiosa, persino i cristiani più consapevoli, responsabili e integri della civiltà contemporanea rischiano continuamente di sfigurare al confronto con molte delle generazioni di cristiani che vissero nei primi secoli dell’era cristiana.

Fu per la particolare purezza e intensità della loro fede e delle loro convinzioni religiose, per la incondizionata fedeltà al loro Dio e ai suoi santi precetti, per il grande amore verso la loro Chiesa, per la straordinaria volontà e capacità di condivisione sia nell’ambito delle cose e delle necessità materiali che in quello delle cose e delle necessità spirituali, per l’uso sincero e corretto e quasi mai strumentale, malizioso o mistificatorio che venivano facendo della Parola di Dio e delle Scritture, fu per tutto questo che quelle generazioni riuscirono a sgretolare un impero apparentemente invincibile, quantunque attanagliato da crisi periodiche sempre più profonde e corrosive, a resistere alle invasioni barbariche e a gettare persino le fondamenta di un nuovo mondo e di una nuova civiltà. Il “piccolo resto” biblico-evangelico sarebbe diventato comunità, assemblea di popolo, popolo di Dio realmente e coralmente partecipe di quell’inedito e non più impersonale senso del sacro che il Cristo aveva introdotto nella storia degli uomini per mezzo del principio spirituale e sacramentale della duplice comunione con Dio e il prossimo.

Non ci fu bisogno, in quel tempo così lontano dal nostro, di grandi figure di monaci, di profeti, di teologi, di pastori di anime, che tuttavia ci furono e fecero encomiabilmente la loro parte, per essere vigili nella preghiera e nella pratica del bene, per avere presente e chiaro il senso del peccato, per cogliere il significato effettivo di certe pratiche penitenziali, per discernere rettamente tra bene e male o tra giusto e ingiusto, per saper riconoscere le realtà aberranti del mondo e per distinguerle dalle cose sante insegnate da Cristo e dai suoi più degni testimoni.

Non ce ne fu bisogno perché allora le cose principali della fede e della dottrina cristiana erano oggetto, pur nella semplicità dei modi, di larga condivisione ecclesiale, di fresca e spontanea intuizione popolare prima che di raffinate analisi teologiche, di ascolto e meditazione collettivi piuttosto che di riservate dispute o incontri teologici: non pochi dogmi di fede, scaturiti dalle accese e spesso drammatiche controversie dei primi  secoli di storia cristiana, non sarebbero stati mai acquisiti stabilmente dalla Chiesa, specialmente nei primi secoli della storia cristiana, senza il sostegno determinante e spesso tumultuoso di vere e proprie moltitudini di fedeli, e non sono mancati casi in cui certe conquiste teologiche sarebbero state conseguite addirittura in contrasto con le posizioni di uomini di Chiesa e teologi: si pensi, per esempio, ai ricorrenti dibattiti sul ruolo teologico da riconoscere alla madre di Gesù e a quel culto mariano voluto storicamente, sia pure sotto il decisivo influsso dello Spirito Santo, molto più da masse di fedeli che non dai rappresentanti della Chiesa istituzionale e gerarchica, oppure a tanti processi di canonizzazione richiesti, ottenuti e portati favorevolmente a compimento a furor di popolo.

Nella storia della Chiesa, in effetti, ha sempre giocato e continua a giocare, sia pure in forme oggi meno appariscenti e clamorose di ieri, un ruolo importantissimo il cosiddetto sensus fidei, nella sua duplice articolazione teologica di sensus fidei fidelis (ovvero quello dei singoli battezzati) e di sensus fidei fidelium (quello cioè della Chiesa nella sua globalità comunitaria ed ecclesiale). Il sensus fidei, sempre animato e sollecitato dallo Spirito Santo e radicato non immediatamente nella riflessione dogmatica e teologica ma più originariamente e profondamente in un’esperienza più immediata e diretta del sacro e in un’intelligenza intuitiva di verità di fede non ancora acquisite o consolidate (intuitiva e quindi non ancora mediata per l’appunto sul piano logico-concettuale e teologico-sistematico), è un mezzo o un tramite di fondamentale importanza per lo stesso magistero della Chiesa e per la teologia, e non è un caso che questa importanza per la vita stessa della Chiesa sia stata sottolineata tra il 2011 e il 2014 da una Commissione teologica internazionale, presieduta dal card. Gerhard L. Müller prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, che tra l’altro scriveva: «L’importanza del sensus fidei nella vita della Chiesa è stata fortemente sottolineata dal concilio Vaticano II. Respingendo la distorta rappresentazione di una gerarchia attiva e di un laicato passivo, e in particolare la nozione di una rigorosa separazione fra Chiesa docente (Ecclesia docens) e Chiesa discente (Ecclesia discens), il Concilio ha insegnato che tutti i battezzati partecipano secondo il modo che è loro proprio alle tre funzioni di Cristo profeta, sacerdote e re. Ha in particolare insegnato che Cristo esercita la funzione profetica non soltanto per mezzo della gerarchia, ma anche attraverso il laicato».

Ecco, oggi bisognerebbe ricordarsene più spesso, nel senso che sia i chierici sia i laici dovrebbero esserne più consapevoli, magari recependo in modo più attivo e corale di quanto non avvenga e con maggiore passione esistenziale e spirituale le continue e urgenti sollecitazioni dello Spirito Santo. Per una maggiore gloria di Dio e per una più sicura salvezza degli uomini.

Non inducere nos in tentationem: è giusto così!

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

E’ Dio stesso, lo Spirito Santo a indurre Gesù in tentazione, a spingerlo verso la tentazione, a portarlo nel bel mezzo della tentazione diabolica. A dirlo concordemente sono i vangeli di Marco 1, 12-13, di Matteo 4, 1 e di Luca 4, 1. Gesù sapeva che, dopo essersi battezzato nel fiume Giordano, la volontà del Padre suo prevedeva che egli si sottoponesse a tutta una serie di tentazioni sataniche o, che è lo stesso, di prove (perché la tentazione altro non è se non una prova), affinchè fosse capace di cementare la sua unione con Dio, e più esattamente si esercitasse a far convergere perfettamente la sua natura umana con la sua natura divina. Questo episodio evangelico, ma la Bibbia è piena di episodi in cui Dio induce in tentazione e sottopone alla prova i suoi figli migliori, è emblematico per noi cristiani e cattolici: per servire Dio, per appartenere a Dio, per essere di Dio, nel caso di Gesù per essere realmente figlio unigenito di Dio, non possiamo evitare di essere sottoposti alle tentazioni del mondo, perché solo chi impara a resistere alle tentazioni sataniche del mondo, può meritare agli occhi di Dio di far parte dei “figli della luce”.

Senza tentazione la nostra libertà non può esplicarsi o manifestarsi e realizzarsi al meglio o nella pienezza delle sue potenzialità, là dove Dio esige che le sue creature aderiscano alla sua volontà e alla sua legislazione per mezzo della loro incondizionata libertà. Per farcelo comprendere, ha voluto che fosse addirittura non una creatura ma il suo stesso riflesso, la sua stessa increata e semplicemente generata proiezione ontologica, ovvero il suo Messia, a darcene un esempio eclatante e definitivo.

Naturalmente, il Signore, che conosce bene le nostre debolezze e le nostre inclinazioni al male, pur richiedendo una graduale ma sempre più decisa e risoluta purificazione dai nostri peccati, non ci lascia soli nelle e con le nostre quotidiane tentazioni che non potremmo mai affrontare con le nostre sole forze, ma ci elargisce quella grazia e quello spirito fortificante che possano sorreggerci nella nostra lotta contro il male, di cui il maligno è parte integrante, pur senza compromettere la nostra libertà e quindi la nostra libera e incondizionata volontà di non soggiacere passivamente a tutto ciò che rientra nel nostro orizzonte egocentrico, come pulsioni, passioni, tendenze psicologiche e caratteriali, sentimenti e ambizioni più o meno incontrollati e contrastanti con i princìpi e i precetti divini.

A Dio ci si avvicina, in altri termini, lottando contro ciò che è male, non disconoscendolo o razionalizzandolo ma affrontandolo concretamente come ostacolo oggettivo alla nostra santificazione e alla nostra eterna salvezza in Dio stesso. Ma anche l’uomo è o deve essere consapevole dei suoi limiti, della sua incapacità a vincere contro le forze sataniche e contro le forze irrazionali e puramente emotive che agiscono nella vita e in noi stessi, per cui, al fine di poter combattere validamente e con concrete possibilità di successo contro di esse, non una volta ma sempre, non può fare a meno di rivolgersi al Signore con la preghiera che Gesù per primo avrebbe rivolto al Padre: “Non indurci in tentazione, ma liberaci dal male”, in greco, che riproduce fedelmente il testo in aramaico, “kài mè eisenènkes hemàs eìs peirasmòn”, ovvero non spingerci, non portarci proprio dentro la tentazione che è più forte di noi, che è più potente della nostra debole volontà; noi questo lo riconosciamo, senza di te siamo solo alla mercè del peccato, del vizio, della perversione, di ogni possibile iniquità: dunque non indurci a fronteggiare situazioni che ci vedrebbero irrimediabilmente perdenti ma aiutaci tu a resistere, a non essere troppo succubi delle tentazioni della nostra vita, del nostro stesso io, non permettere che veniamo schiacciati dai peccati, ma dacci la forza di reagire, di lottare, di conformare quanto più possibile la nostra volontà alla tua volontà divina di Padre che ci ama fino al punto di volerci rendere immortali come se stesso.

Insomma, Signore e Padre, non sollecitarci ad orientare la nostra esistenza verso prove troppo difficili per le nostre possibilità spirituali: non indurci a desiderare né potere, né ricchezza, né celebrità, né sesso, né ammirazione, e non indurci ad innamorarci di noi stessi, anche se fossimo giusti, misericordiosi, santi, perché in tutti questi ambiti e casi saremmo e spesso siamo degli sconfitti.

Non fare che noi, non tenendo a bada il nostro amor proprio, il nostro orgoglio, la nostra superbia, la nostra stessa possibile “superiorità spirituale”, finiamo poi per dover affrontare prove troppo pesanti e per dover pagare lo scotto di nostre deteriori abitudini di vita o di nostre improvvide scelte. No, Padre, tu che ci conosci intimamente, e sai quel che possiamo o non possiamo fare, non muovere i nostri pensieri e i nostri atti in funzione di circostanze, di eventi, che probabilmente non potremmo sopportare e di cui non potremmo né sapremmo farci carico, ma liberaci dal male, da tutto ciò che potrebbe condannarci al peccato, alla colpa, alla dannazione eterna.

Cosa c’è di sbagliato in questo passo del “Pater Noster”, cosa c’è di sbagliato nella traduzione dei nostri avveduti e saggi antenati? La traduzione è assolutamente valida, sensata e soprattutto fedele alle parole di Cristo, che poco prima di morire, nel Getsemani, avrebbe ripetuto lo stesso concetto anche se con parole diverse: “Padre, non la mia volontà sia fatta, ma la tua”. Come dire: Padre, non indurmi ancora una volta, dopo le tentazioni del deserto, alla tentazione di soccombere al mio desiderio di non morire e di continuare a vivere, anche perché sai bene che non è giusto che tuo figlio debba morire e morire in questo modo, cioè sulla croce, ma, ti prego, liberami da questa tentazione e dal male che incombe più che mai in questo momento sulla mia persona.

Papa Francesco, non c’è nulla da cambiare! C’è invece ancora molto da capire, da sentire, da soffrire, da pregare, perché ognuno di noi non si illuda, in nessun caso e quale che sia il ruolo assolto nella Chiesa come nella vita, di essere un “prediletto” di Dio. E tu, Dio mio, non indurmi nella tentazione di credere che adesso io abbia compiuto un nobile atto in tua difesa e in difesa del tuo popolo, ma liberami da questa tentazione infliggendomi un cammino penitenziale che non mi privi della possibilità di vivere per sempre con te e per te.          

 

Il giusto secondo lo spirito

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

In materia di conoscenza o di cultura è possibile distinguere, sia pur semplificando, tra tre categorie di persone: quelle che non sanno di non sapere, quelle che sanno di non sapere e quelle che sanno o presumono di sapere. Chi non sa di non sapere è colui che non è abbastanza cosciente, in buona o cattiva fede, di avere dei limiti e quindi della precarietà o dell’inadeguatezza delle sue conoscenze; chi sa o presume di sapere è colui che, nell’ambito del suo mestiere o della sua professione e delle sue “competenze”, ritenga di essere sostanzialmente ineguagliabile o insuperabile, pur non dichiarandolo per falsa modestia, almeno rispetto a quanti non svolgono formalmente la sua stessa attività professionale o specialistica; e infine chi sa di non sapere è colui che ammette umilmente la sua ignoranza in campi conoscitivi di cui ha poca o nessuna esperienza pur essendo desideroso di capire e di apprendere oppure colui che, pur sapendo alcune o molte cose e conoscendole in profondità, comprende che sa ancora e saprà sempre troppo poco rispetto alla totalità non solo del sapere possibile ma anche dello stesso sapere già prodotto o acquisito nella storia della cultura.

La coscienza della propria “ignoranza” può essere più o meno ampia, profonda o, per usare il termine cusaniano, “dotta”, ed è anche in relazione ad essa che si può intendere correttamente il concetto evangelico di “piccoli” o di “semplici” ovvero di quelle persone che, quale che sia il loro grado di conoscenza e la loro condizione culturale, si sentono intimamente sempre “poveri” non solo rispetto a Dio ma anche rispetto a quanti potrebbero essere dotati più di lui, si sentono limitati e soprattutto bisognosi di una luce superiore a quella che può offrire non solo la propria intelligenza personale ma anche la conoscenza intellettiva e razionale in genere dell’uomo, di una luce derivante innanzitutto dall’interiore accettazione della rivelazione. Naturalmente, le categorie di cui sopra non vanno intese in senso statico ma in senso dialettico, ovvero nei termini della possibilità che si possa anche gradualmente e inavvertitamente passare dall’una all’altra di esse, per cui non c’è essere umano cui sia preclusa in modo definitivo la possibilità stessa di accedere al novero dei “piccoli” e dei “semplici” di cui parla Gesù. Il problema è quindi pratico ben più che teorico e, di conseguenza, i nostri giudizi sugli altri, posto che presuppongano un severo e puntuale esame del nostro io personale, potranno avere nel migliore dei casi un valore non certo assoluto ma relativo.

Piccolezza e semplicità, però, da un punto di vista religioso e cristiano sono anche un “dono” che possono ottenere esclusivamente coloro che avvertono davvero e non in modo velleitario o ipocrita la propria sostanziale insufficienza, pur se talvolta pienamente o lucidamente consapevoli di aver ricevuto la grazia divina di una sapienza particolarmente illuminata e profonda e destinata a rimanere “nascosta” ai “dotti” e ai “sapienti” del mondo.

Non solo insignificanti figure di un’apparente o presunta spiritualità, ma persino teologi oltremodo preparati e attenti possono correre il rischio di aderire o appartenere alla mentalità di quest’ultimi. Molti di noi neppure sospettano quanto sia facile appartenere alla folta e variegata schiera degli “stolti”, secondo l’accezione biblico-evangelica, e restare distanti dal dono della sapienza intesa ad un tempo come virtù naturale e come dono dello Spirito Santo.

Non è semplice pensare secondo il Logos divino che coincide con uno “spirito di verità” e uno “spirito d’amore”, né sono certi ruoli spirituali ufficiali e certe cariche ecclesiastiche riconosciute a poter garantire un rapporto di particolare familiarità con esso o a scongiurare il pericolo di quella ignoranza colpevole e non “dotta” che è la “durezza di cuore”. La stoltezza è un grave “vizio” che, al di là dei ruoli professionali scientifici o religiosi ricoperti e degli stessi livelli intellettivi di ciascuno, può colpire chiunque non si eserciti continuamente nella difficilissima arte chenotica dell’abbassamento personale che non ha nulla a che vedere con forme più o meno furbe e nascoste di falsa modestia o di umiltà simulata quanto piuttosto con una reale e sincera percezione dei propri limiti effettivi e della disponibilità altrettanto genuina ad imparare da soggetti per grazia di Dio obiettivamente più dotati anche se anonimi ora sotto un determinato e specifico profilo conoscitivo, ora sotto un profilo etico-comportamentale, ora infine sotto un più ampio profilo spirituale.

Non solo. Chi detiene uno speciale “dono” o “carisma” divino, non si pone il problema di dover apparire umile ma è o resta umile proprio in quanto lo eserciti con determinazione seppure possa essere ostacolato dalla malizia e dalla perfidia degli uomini e si trovi a dover subire e affrontare molteplici e difficoltose contrarietà. Qualunque cosa accada, e sia pure con la dovuta prudenza, egli sa che deve onorare il carisma ricevuto attraverso un’instancabile e appassionata testimonianza di fede nella verità, nell’amore e nella giustizia di Dio stesso. 

Si può possedere un’intelligenza sopraffina ed essere grandi intellettuali, scienziati, artisti, senza possedere quell’apertura spirituale che consenta di accogliere consapevolmente e responsabilmente i carismi divini: si può essere “stolti” ed “empi” pur essendo dotati di straordinarie qualità di indagine, di analisi e di sintesi, mentre paradossalmente si può essere sapienti o più sapienti in senso spirituale nonostante un’ipotetica esiguità di conoscenze e di mezzi logici, concettuali e dialettici, a condizione però che ad un’oggettiva condizione di arretratezza culturale non risulti abbinato il tarlo della presunzione, dell’arroganza e della vanagloria. Spesso i sapienti del mondo non si avvedono di quanto i loro ragionamenti siano complicati, tortuosi, distorti, di quanto i loro discorsi siano insensati e pretenziosi, né appaiono coscienti di tutte le falsità e le iniquità che il loro pensiero viene producendo e pronunciando, anche se da questo non si deve dedurre che i più, quelli che non sanno o che sanno meno, siano necessariamente migliori sul piano spirituale e religioso, essendo essi esposti, non meno dei primi, a quelli che si suole definire come vizi capitali.

Dev’essere anzi ben chiaro che, al di là delle forme in cui può manifestarsi una tortuosità di pensiero e una povertà spirituale, anche gli incolti, gli ignoranti intesi nel senso più deteriore del termine, gli analfabeti e gli analfabeti di ritorno, i rozzi di spirito, possono correre gli stessi rischi e risultare affetti da quella caecitas mentis che è una forma di cecità di gran lunga peggiore della stessa cecità fisica, perché, mentre i ciechi in senso fisico non possono vedere ma desiderano vedere, i ciechi in senso mentale e spirituale non possono vedere semplicemente perché non desiderano vedere

La partita resta aperta tra chi sa e chi non sa, tra chi sa di più e chi sa di meno, ammesso che esista un criterio univoco e oggettivo per stabilire se chi sa di più comprenda (nel senso etimologico di cum-prehendere, prendere nel suo insieme, cogliere qualcosa o la realtà nella sua pienezza o essenza) non già le cose celesti alle quali può non “credere”, ove non sia capace di accogliere il dono della fede, ma le stesse cose terrene o mondane di cui quotidianamente si occupa, in un modo più proficuo rispetto a chi sa di meno, all’incolto o all’inesperto.

Il giusto, sia pure in senso relativo, colui cioè che si sforza di applicare la sapienza divina alla propria vita e ai rapporti interpersonali, e di testimoniare onestamente, malgrado errori e cadute morali e spirituali da cui non è certo indenne, la sua fede nella verità e nella giustizia, lo si può trovare sia nella famiglia delle persone “colte” che in quella delle persone “incolte”, nel senso che sarà sempre pronto ad imparare senza sussiego il vero e il bene anche dagli incolti oppure sentirà il bisogno vitale di apprendere ciò che non conosce o non ha ancora sperimentato moralmente da uomini saggi e virtuosi. Il giusto, che non pretende mai di essere tale, è severo in quanto testimone intransigente del vero e di valori spirituali imperituri ma è anche comprensivo e amorevole verso i miti e gli umili di cuore; resiste ai superbi e ai prepotenti non tanto per odio o avversione personale quanto per un’inderogabile esigenza spirituale di fedeltà a Dio e alle sue leggi; si assume la responsabilità di apparire intrattabile e insopportabile pur di non venir meno ai suoi doveri e di non compromettersi con logiche meschine di questo mondo.

E’ ovvio che una figura del genere sia destinata a suscitare negli altri, almeno nell’immediato, più antipatia e avversione che apprezzamento e stima. Come recita il libro della Sapienza: “È diventato per noi una condanna dei nostri pensieri;  ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita non è come quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade. Siamo stati considerati da lui moneta falsa, e si tiene lontano dalle nostre vie come da cose impure. Proclama beata la sorte finale dei giusti e si vanta di avere Dio per padre. Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine” (Sap 2, 14-17). Sono parole riferite profeticamente al giusto per antonomasia che è Cristo, ma esse sono applicabili a tutti coloro che, sia pure imperfettamente e con l’aiuto determinante dello Spirito Santo, cercano di seguirne le orme.

Il giusto, peraltro, non è un eroe; anzi spesso è un uomo debole e inerme, un uomo che ha paura di tutti e non ha paura di nessuno, perché confida in Dio sempre e comunque. Può sembrare un folle e uno stolto per il suo radicale anticonformismo non di maniera anche se è lucidissimo e ben presente a se stesso. E’ agevole, per la sua ostinazione a non voler venire a patti con nessuno, appiccicargli addosso etichette di imbecillità, stupidità, idiozia, demenza e via dicendo, benché appaia sempre in grado di replicare con puntualità e precisione a tutte le critiche ed obiezioni. In un solo caso preferisce tacere: quando la malafede di avversari e accusatori è reiterata e del tutto sorda alle sue risposte o motivazioni, a prescindere dalla qualità o dal valore veritativo che queste contengono.   

Alla mentalità puramente o essenzialmente pragmatica di questo mondo il giusto, costantemente orientato verso un ordine sovrannaturale e santo di valori piuttosto che verso il prendersi affannosamente cura della realtà empirica ed immediata e di un connesso e specifico contesto sociale, appare necessariamente un individuo asociale e fondamentalmente avulso dalle normali occupazioni terrene, e non è infrequente il caso in cui molti individui “normali” di questo mondo lo giudichino pazzo semplicemente perché egli in realtà rileva e denuncia la profonda stoltezza del loro pensare e del loro vivere.

Perciò, la persona tendenzialmente saggia, e in particolare il cristiano, è sempre alle prese con un ineliminabile dilemma: se e come essere “sapiente secondo lo spirito”, dal momento che la sua più grande tentazione è quella di essere “sapiente secondo la carne”. Perché, come è noto, soltanto i giusti secondo lo spirito «splenderanno come il sole nel regno del Padre loro» (Mt 13, 43).