Il cristianesimo originario forse annacquato ma non cancellato

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

Il cristianesimo è una religione che ormai, soprattutto nelle società occidentali ed eccezion fatta per un numero molto esiguo di credenti, non riesce più a governare la morale di quanti pure continuano a professarsi cristiani. Il che significa che esso comincia ad essere storicamente e culturalmente irrilevante se non necessariamente destinato a scomparire, pur nell’unanime ammirazione del mondo per essere sempre lì quale faro di luce e di speranza per tutti i popoli nonostante una storia ultrasecolare che ha segnato via via la morte di ogni altra grande istituzione politica, civile e culturale della civiltà umana. C’è chi, come per esempio Karl Kautsky, ha ritenuto che il cristianesimo quale è venuto affermandosi nel quadro della storia della Chiesa cattolica sia molto diverso e sul piano etico-politico molto più povero del cristianesimo delle origini, predicato da Cristo e dai suoi apostoli, benché il teorico marxista ne abbia individuato le origini non nei miracoli e negli eventi sovrannaturali narrati dai vangeli ma nelle condizioni sociali e nelle attese popolari di liberazione che esistevano nelle diverse fasi storiche dell’impero romano e in particolare nella Palestina dei tempi di Gesù (K. Kautsky, L'origine del cristianesimo, Roma, Samona e Savelli, La nuova sinistra, 1970). 

Solo che in tal modo, a causa di una lettura sostanzialmente storico-materialistica del racconto evangelico e della connessa ipotesi di una calcolata manomissione dei testi evangelici secondo la quale sarebbero stati da essi espunti tutti gli aspetti politicamente più inquietanti e più antitetici ai rigidi e spesso autoritari e repressivi  assetti di potere assunti progressivamente dalla Chiesa nel corso della sua storia, si è finito per mettere in discussione non solo la storicità dei vangeli, in una linea che va da Bruno Bauer a Engels e allo stesso Marx e si estende appunto ai Kautsky e a successivi fronti laicisti del pensiero contemporaneo, ma la stessa specificità religiosa del cristianesimo che non può essere oggettivamente né svuotato della sua inconfondibile spiritualità religiosa, aperta al trascendente e al sovrannaturale, né ridotto a semplice anche se imponente ideologia tra altre ideologie storiche o a messaggio rivoluzionario di tipo politico-sociale, pur restando probabilmente vero che sussista una certa discontinuità, una differenza di sensibilità, una qualche eterogeneità valoriale tra il cristianesimo delle origini e quello storico successivo sino ad arrivare alla sua forma odierna, al di là del fatto che nelle pieghe più nascoste e meno ufficiali della genesi e della costituzione dei testi-documenti evangelici potrebbero celarsi interventi o operazioni indebiti volti a “normalizzarne” e a “spoliticizzarne” taluni dati o passaggi originari e costitutivi forse più “eversivi” della forma in cui a tutt’oggi possono essere letti.

Si può dunque ammettere, come ipotesi di studio, che il messaggio evangelico di Gesù, nonostante l’eccellente opera di interpretazione-selezione compiuta dai Padri della Chiesa (la cosiddetta Tradizione) al fine di stabilire quali testi provenienti dal passato dovessero essere considerati autentici oppure inautentici, possa essere stato talvolta tradito o annacquato dalle alte gerarchie ecclesiastiche nelle varie epoche della storia della Chiesa, e che anche oggi esso venga interpretato, predicato e comunicato ai fedeli e al mondo in termini molto più prudenti e rinunciatari, molto più rassicuranti e conformi-stici, nonostante talune impennate pastorali di taglio apparentemente anticonformistico, di quel che sarebbe necessario fare alla luce del primo, originale e autentico vangelo di Cristo Gesù, ma tale ammissione non implica in alcun modo che il vangelo possa essere mai stato un contenitore ideologico di rabbia umana e sociale, di violenza incipiente sempre pronta ad esplodere in modo devastante e distruttivo contro ogni genere di violenza, di oppressione e di prevaricazione dell’uomo sull’uomo. Non ci sono proprio elementi nei documenti storici di cui disponiamo che autorizzino minimamente a ritenere attendibile una siffatta ipotesi.

Tuttavia, benché storicamente non sia mai possibile tornare indietro per ripetere pedissequamente nel bene o nel male determinate esperienze del passato, se proprio si volesse ripensare e rivivere criticamente e costruttivamente la fede cristiano-cattolica dell’oggi alla luce della fede e della pratica cristiane delle origini, si dovrebbe riflettere innanzitutto sul coraggio intellettuale e morale di molti cristiani di allora nel testimoniare spesso apertamente e a rischio della vita la propria fede in Cristo e nei suoi insegnamenti, così come erano stati trasmessi dalla prima predicazione apostolica, in una società pagana la cui religiosità, per così dire, aveva risvolti “civici” e “politici” o di utilità civile e politico-statuale quasi completa-mente assenti o al più marginali nella religiosità cristiana.

Può anche darsi, come sostiene lo storico americano del cristianesimo primitivo Robert Louis Wilken nel suo libro I Cristiani visti dai Romani (Brescia, Paideia, 2007), che la religione e la cultura cristiane debbano qualcosa, per come sono giunte a noi, anche a intellettuali pagani che avevano posto ai cristiani domande, obiezioni, istanze di non trascurabile importanza (ivi, p. 261, ma degno di considerazione è anche E. R. Dodds, Pagani e cristiani in un'epoca di angoscia, Firenze 1970 e, soprattutto, per quanto riguarda il drammatico epilogo dello scontro tra pagani e cristiani, Il conflitto tra paganesimo e cristianesimo nel secolo IV, Torino, Einaudi 1968, un volume collettaneo curato da Arnaldo Momigliano), e che, reciprocamente, gli intellettuali cristiani, nel difendere la propria fede e nel rivendicarne l’assoluta novità e originalità rispetto a qualsiasi altra forma di religiosità esistita o esistente, abbiano aperto nuove prospettive o nuovi orizzonti spirituali alla cultura greco-romana e alle tradizioni intellettuali e religiose del mondo antico (ivi).

Ma, in definitiva, il merito storico e culturale della vittoria, perché alla fine di vittoria si trattò, conquistata dal mondo cristiano-cattolico rispetto alla cultura pagana alla fine di una drammatica battaglia che, anche sul piano teologico e culturale, sarebbe divampata e si sarebbe consumata tra il primo e il quarto secolo dopo Cristo, non può che essere riconosciuto a quegli intrepidi e fedeli seguaci di Cristo che, preservando la purezza della sua predicazione e della predicazione apostolica anche e innanzitutto dai molteplici e reiterati tentativi settari di adulterarne il significato e lo spirito, sarebbero stati capaci di dimostrare evidentemente la superiorità intellettuale e spirituale  della verità rivelata su tutte le altre verità  del mondo, ivi comprese quelle presunte di altre forme di religiosità, aggregando altresì attorno ad essa, in modo sempre più stabile, masse via via crescenti di popolo.

Ora, se il problema per il nostro tempo è quello di stabilire in che modo sia possibile mantenere i contatti con il cristiane-simo delle origini o ricucire con esso un rapporto che tende talvolta ad usurarsi o a strapparsi, bisogna distinguere: una cosa è l’istanza di un ideale ritorno alla fede delle origini, e quindi alla prima fede apostolica e alla religiosità delle prime comunità cristiane, sul piano teologico, esegetico, catechetico, e in questo senso probabilmente se ne sa o meglio se ne può sapere anche di più rispetto a quel che potette essere acquisito dai nostri progenitori correligionari, che apprendevano l’essenziale della Parola di Dio e del messaggio evangelico per via esclusivamente orale e in modo talvolta disorganico o non sistematico, senza disporre di tutte le fonti di informazione, istruzione e formazione di cui è invece possibile usufruire oggi; altra cosa, e anzi profondamente diversa, è tale istanza intesa però nel senso del modo di percepire, di sentire, di mettere in pratica la fede, ovvero tutto ciò che si riferisce più all’ortoprassi che all’ortodossia della fede stessa, e da questo punto di vista, il più decisivo ai fini della esemplarità della vita spirituale e religiosa, persino i cristiani più consapevoli, responsabili e integri della civiltà contemporanea rischiano continuamente di sfigurare al confronto con molte delle generazioni di cristiani che vissero nei primi secoli dell’era cristiana.

Fu per la particolare purezza e intensità della loro fede e delle loro convinzioni religiose, per la incondizionata fedeltà al loro Dio e ai suoi santi precetti, per il grande amore verso la loro Chiesa, per la straordinaria volontà e capacità di condivisione sia nell’ambito delle cose e delle necessità materiali che in quello delle cose e delle necessità spirituali, per l’uso sincero e corretto e quasi mai strumentale, malizioso o mistificatorio che venivano facendo della Parola di Dio e delle Scritture, fu per tutto questo che quelle generazioni riuscirono a sgretolare un impero apparentemente invincibile, quantunque attanagliato da crisi periodiche sempre più profonde e corrosive, a resistere alle invasioni barbariche e a gettare persino le fondamenta di un nuovo mondo e di una nuova civiltà. Il “piccolo resto” biblico-evangelico sarebbe diventato comunità, assemblea di popolo, popolo di Dio realmente e coralmente partecipe di quell’inedito e non più impersonale senso del sacro che il Cristo aveva introdotto nella storia degli uomini per mezzo del principio spirituale e sacramentale della duplice comunione con Dio e il prossimo.

Non ci fu bisogno, in quel tempo così lontano dal nostro, di grandi figure di monaci, di profeti, di teologi, di pastori di anime, che tuttavia ci furono e fecero encomiabilmente la loro parte, per essere vigili nella preghiera e nella pratica del bene, per avere presente e chiaro il senso del peccato, per cogliere il significato effettivo di certe pratiche penitenziali, per discernere rettamente tra bene e male o tra giusto e ingiusto, per saper riconoscere le realtà aberranti del mondo e per distinguerle dalle cose sante insegnate da Cristo e dai suoi più degni testimoni.

Non ce ne fu bisogno perché allora le cose principali della fede e della dottrina cristiana erano oggetto, pur nella semplicità dei modi, di larga condivisione ecclesiale, di fresca e spontanea intuizione popolare prima che di raffinate analisi teologiche, di ascolto e meditazione collettivi piuttosto che di riservate dispute o incontri teologici: non pochi dogmi di fede, scaturiti dalle accese e spesso drammatiche controversie dei primi  secoli di storia cristiana, non sarebbero stati mai acquisiti stabilmente dalla Chiesa, specialmente nei primi secoli della storia cristiana, senza il sostegno determinante e spesso tumultuoso di vere e proprie moltitudini di fedeli, e non sono mancati casi in cui certe conquiste teologiche sarebbero state conseguite addirittura in contrasto con le posizioni di uomini di Chiesa e teologi: si pensi, per esempio, ai ricorrenti dibattiti sul ruolo teologico da riconoscere alla madre di Gesù e a quel culto mariano voluto storicamente, sia pure sotto il decisivo influsso dello Spirito Santo, molto più da masse di fedeli che non dai rappresentanti della Chiesa istituzionale e gerarchica, oppure a tanti processi di canonizzazione richiesti, ottenuti e portati favorevolmente a compimento a furor di popolo.

Nella storia della Chiesa, in effetti, ha sempre giocato e continua a giocare, sia pure in forme oggi meno appariscenti e clamorose di ieri, un ruolo importantissimo il cosiddetto sensus fidei, nella sua duplice articolazione teologica di sensus fidei fidelis (ovvero quello dei singoli battezzati) e di sensus fidei fidelium (quello cioè della Chiesa nella sua globalità comunitaria ed ecclesiale). Il sensus fidei, sempre animato e sollecitato dallo Spirito Santo e radicato non immediatamente nella riflessione dogmatica e teologica ma più originariamente e profondamente in un’esperienza più immediata e diretta del sacro e in un’intelligenza intuitiva di verità di fede non ancora acquisite o consolidate (intuitiva e quindi non ancora mediata per l’appunto sul piano logico-concettuale e teologico-sistematico), è un mezzo o un tramite di fondamentale importanza per lo stesso magistero della Chiesa e per la teologia, e non è un caso che questa importanza per la vita stessa della Chiesa sia stata sottolineata tra il 2011 e il 2014 da una Commissione teologica internazionale, presieduta dal card. Gerhard L. Müller prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, che tra l’altro scriveva: «L’importanza del sensus fidei nella vita della Chiesa è stata fortemente sottolineata dal concilio Vaticano II. Respingendo la distorta rappresentazione di una gerarchia attiva e di un laicato passivo, e in particolare la nozione di una rigorosa separazione fra Chiesa docente (Ecclesia docens) e Chiesa discente (Ecclesia discens), il Concilio ha insegnato che tutti i battezzati partecipano secondo il modo che è loro proprio alle tre funzioni di Cristo profeta, sacerdote e re. Ha in particolare insegnato che Cristo esercita la funzione profetica non soltanto per mezzo della gerarchia, ma anche attraverso il laicato».

Ecco, oggi bisognerebbe ricordarsene più spesso, nel senso che sia i chierici sia i laici dovrebbero esserne più consapevoli, magari recependo in modo più attivo e corale di quanto non avvenga e con maggiore passione esistenziale e spirituale le continue e urgenti sollecitazioni dello Spirito Santo. Per una maggiore gloria di Dio e per una più sicura salvezza degli uomini.

Non inducere nos in tentationem: è giusto così!

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

E’ Dio stesso, lo Spirito Santo a indurre Gesù in tentazione, a spingerlo verso la tentazione, a portarlo nel bel mezzo della tentazione diabolica. A dirlo concordemente sono i vangeli di Marco 1, 12-13, di Matteo 4, 1 e di Luca 4, 1. Gesù sapeva che, dopo essersi battezzato nel fiume Giordano, la volontà del Padre suo prevedeva che egli si sottoponesse a tutta una serie di tentazioni sataniche o, che è lo stesso, di prove (perché la tentazione altro non è se non una prova), affinchè fosse capace di cementare la sua unione con Dio, e più esattamente si esercitasse a far convergere perfettamente la sua natura umana con la sua natura divina. Questo episodio evangelico, ma la Bibbia è piena di episodi in cui Dio induce in tentazione e sottopone alla prova i suoi figli migliori, è emblematico per noi cristiani e cattolici: per servire Dio, per appartenere a Dio, per essere di Dio, nel caso di Gesù per essere realmente figlio unigenito di Dio, non possiamo evitare di essere sottoposti alle tentazioni del mondo, perché solo chi impara a resistere alle tentazioni sataniche del mondo, può meritare agli occhi di Dio di far parte dei “figli della luce”.

Senza tentazione la nostra libertà non può esplicarsi o manifestarsi e realizzarsi al meglio o nella pienezza delle sue potenzialità, là dove Dio esige che le sue creature aderiscano alla sua volontà e alla sua legislazione per mezzo della loro incondizionata libertà. Per farcelo comprendere, ha voluto che fosse addirittura non una creatura ma il suo stesso riflesso, la sua stessa increata e semplicemente generata proiezione ontologica, ovvero il suo Messia, a darcene un esempio eclatante e definitivo.

Naturalmente, il Signore, che conosce bene le nostre debolezze e le nostre inclinazioni al male, pur richiedendo una graduale ma sempre più decisa e risoluta purificazione dai nostri peccati, non ci lascia soli nelle e con le nostre quotidiane tentazioni che non potremmo mai affrontare con le nostre sole forze, ma ci elargisce quella grazia e quello spirito fortificante che possano sorreggerci nella nostra lotta contro il male, di cui il maligno è parte integrante, pur senza compromettere la nostra libertà e quindi la nostra libera e incondizionata volontà di non soggiacere passivamente a tutto ciò che rientra nel nostro orizzonte egocentrico, come pulsioni, passioni, tendenze psicologiche e caratteriali, sentimenti e ambizioni più o meno incontrollati e contrastanti con i princìpi e i precetti divini.

A Dio ci si avvicina, in altri termini, lottando contro ciò che è male, non disconoscendolo o razionalizzandolo ma affrontandolo concretamente come ostacolo oggettivo alla nostra santificazione e alla nostra eterna salvezza in Dio stesso. Ma anche l’uomo è o deve essere consapevole dei suoi limiti, della sua incapacità a vincere contro le forze sataniche e contro le forze irrazionali e puramente emotive che agiscono nella vita e in noi stessi, per cui, al fine di poter combattere validamente e con concrete possibilità di successo contro di esse, non una volta ma sempre, non può fare a meno di rivolgersi al Signore con la preghiera che Gesù per primo avrebbe rivolto al Padre: “Non indurci in tentazione, ma liberaci dal male”, in greco, che riproduce fedelmente il testo in aramaico, “kài mè eisenènkes hemàs eìs peirasmòn”, ovvero non spingerci, non portarci proprio dentro la tentazione che è più forte di noi, che è più potente della nostra debole volontà; noi questo lo riconosciamo, senza di te siamo solo alla mercè del peccato, del vizio, della perversione, di ogni possibile iniquità: dunque non indurci a fronteggiare situazioni che ci vedrebbero irrimediabilmente perdenti ma aiutaci tu a resistere, a non essere troppo succubi delle tentazioni della nostra vita, del nostro stesso io, non permettere che veniamo schiacciati dai peccati, ma dacci la forza di reagire, di lottare, di conformare quanto più possibile la nostra volontà alla tua volontà divina di Padre che ci ama fino al punto di volerci rendere immortali come se stesso.

Insomma, Signore e Padre, non sollecitarci ad orientare la nostra esistenza verso prove troppo difficili per le nostre possibilità spirituali: non indurci a desiderare né potere, né ricchezza, né celebrità, né sesso, né ammirazione, e non indurci ad innamorarci di noi stessi, anche se fossimo giusti, misericordiosi, santi, perché in tutti questi ambiti e casi saremmo e spesso siamo degli sconfitti.

Non fare che noi, non tenendo a bada il nostro amor proprio, il nostro orgoglio, la nostra superbia, la nostra stessa possibile “superiorità spirituale”, finiamo poi per dover affrontare prove troppo pesanti e per dover pagare lo scotto di nostre deteriori abitudini di vita o di nostre improvvide scelte. No, Padre, tu che ci conosci intimamente, e sai quel che possiamo o non possiamo fare, non muovere i nostri pensieri e i nostri atti in funzione di circostanze, di eventi, che probabilmente non potremmo sopportare e di cui non potremmo né sapremmo farci carico, ma liberaci dal male, da tutto ciò che potrebbe condannarci al peccato, alla colpa, alla dannazione eterna.

Cosa c’è di sbagliato in questo passo del “Pater Noster”, cosa c’è di sbagliato nella traduzione dei nostri avveduti e saggi antenati? La traduzione è assolutamente valida, sensata e soprattutto fedele alle parole di Cristo, che poco prima di morire, nel Getsemani, avrebbe ripetuto lo stesso concetto anche se con parole diverse: “Padre, non la mia volontà sia fatta, ma la tua”. Come dire: Padre, non indurmi ancora una volta, dopo le tentazioni del deserto, alla tentazione di soccombere al mio desiderio di non morire e di continuare a vivere, anche perché sai bene che non è giusto che tuo figlio debba morire e morire in questo modo, cioè sulla croce, ma, ti prego, liberami da questa tentazione e dal male che incombe più che mai in questo momento sulla mia persona.

Papa Francesco, non c’è nulla da cambiare! C’è invece ancora molto da capire, da sentire, da soffrire, da pregare, perché ognuno di noi non si illuda, in nessun caso e quale che sia il ruolo assolto nella Chiesa come nella vita, di essere un “prediletto” di Dio. E tu, Dio mio, non indurmi nella tentazione di credere che adesso io abbia compiuto un nobile atto in tua difesa e in difesa del tuo popolo, ma liberami da questa tentazione infliggendomi un cammino penitenziale che non mi privi della possibilità di vivere per sempre con te e per te.          

 

Il giusto secondo lo spirito

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

In materia di conoscenza o di cultura è possibile distinguere, sia pur semplificando, tra tre categorie di persone: quelle che non sanno di non sapere, quelle che sanno di non sapere e quelle che sanno o presumono di sapere. Chi non sa di non sapere è colui che non è abbastanza cosciente, in buona o cattiva fede, di avere dei limiti e quindi della precarietà o dell’inadeguatezza delle sue conoscenze; chi sa o presume di sapere è colui che, nell’ambito del suo mestiere o della sua professione e delle sue “competenze”, ritenga di essere sostanzialmente ineguagliabile o insuperabile, pur non dichiarandolo per falsa modestia, almeno rispetto a quanti non svolgono formalmente la sua stessa attività professionale o specialistica; e infine chi sa di non sapere è colui che ammette umilmente la sua ignoranza in campi conoscitivi di cui ha poca o nessuna esperienza pur essendo desideroso di capire e di apprendere oppure colui che, pur sapendo alcune o molte cose e conoscendole in profondità, comprende che sa ancora e saprà sempre troppo poco rispetto alla totalità non solo del sapere possibile ma anche dello stesso sapere già prodotto o acquisito nella storia della cultura.

La coscienza della propria “ignoranza” può essere più o meno ampia, profonda o, per usare il termine cusaniano, “dotta”, ed è anche in relazione ad essa che si può intendere correttamente il concetto evangelico di “piccoli” o di “semplici” ovvero di quelle persone che, quale che sia il loro grado di conoscenza e la loro condizione culturale, si sentono intimamente sempre “poveri” non solo rispetto a Dio ma anche rispetto a quanti potrebbero essere dotati più di lui, si sentono limitati e soprattutto bisognosi di una luce superiore a quella che può offrire non solo la propria intelligenza personale ma anche la conoscenza intellettiva e razionale in genere dell’uomo, di una luce derivante innanzitutto dall’interiore accettazione della rivelazione. Naturalmente, le categorie di cui sopra non vanno intese in senso statico ma in senso dialettico, ovvero nei termini della possibilità che si possa anche gradualmente e inavvertitamente passare dall’una all’altra di esse, per cui non c’è essere umano cui sia preclusa in modo definitivo la possibilità stessa di accedere al novero dei “piccoli” e dei “semplici” di cui parla Gesù. Il problema è quindi pratico ben più che teorico e, di conseguenza, i nostri giudizi sugli altri, posto che presuppongano un severo e puntuale esame del nostro io personale, potranno avere nel migliore dei casi un valore non certo assoluto ma relativo.

Piccolezza e semplicità, però, da un punto di vista religioso e cristiano sono anche un “dono” che possono ottenere esclusivamente coloro che avvertono davvero e non in modo velleitario o ipocrita la propria sostanziale insufficienza, pur se talvolta pienamente o lucidamente consapevoli di aver ricevuto la grazia divina di una sapienza particolarmente illuminata e profonda e destinata a rimanere “nascosta” ai “dotti” e ai “sapienti” del mondo.

Non solo insignificanti figure di un’apparente o presunta spiritualità, ma persino teologi oltremodo preparati e attenti possono correre il rischio di aderire o appartenere alla mentalità di quest’ultimi. Molti di noi neppure sospettano quanto sia facile appartenere alla folta e variegata schiera degli “stolti”, secondo l’accezione biblico-evangelica, e restare distanti dal dono della sapienza intesa ad un tempo come virtù naturale e come dono dello Spirito Santo.

Non è semplice pensare secondo il Logos divino che coincide con uno “spirito di verità” e uno “spirito d’amore”, né sono certi ruoli spirituali ufficiali e certe cariche ecclesiastiche riconosciute a poter garantire un rapporto di particolare familiarità con esso o a scongiurare il pericolo di quella ignoranza colpevole e non “dotta” che è la “durezza di cuore”. La stoltezza è un grave “vizio” che, al di là dei ruoli professionali scientifici o religiosi ricoperti e degli stessi livelli intellettivi di ciascuno, può colpire chiunque non si eserciti continuamente nella difficilissima arte chenotica dell’abbassamento personale che non ha nulla a che vedere con forme più o meno furbe e nascoste di falsa modestia o di umiltà simulata quanto piuttosto con una reale e sincera percezione dei propri limiti effettivi e della disponibilità altrettanto genuina ad imparare da soggetti per grazia di Dio obiettivamente più dotati anche se anonimi ora sotto un determinato e specifico profilo conoscitivo, ora sotto un profilo etico-comportamentale, ora infine sotto un più ampio profilo spirituale.

Non solo. Chi detiene uno speciale “dono” o “carisma” divino, non si pone il problema di dover apparire umile ma è o resta umile proprio in quanto lo eserciti con determinazione seppure possa essere ostacolato dalla malizia e dalla perfidia degli uomini e si trovi a dover subire e affrontare molteplici e difficoltose contrarietà. Qualunque cosa accada, e sia pure con la dovuta prudenza, egli sa che deve onorare il carisma ricevuto attraverso un’instancabile e appassionata testimonianza di fede nella verità, nell’amore e nella giustizia di Dio stesso. 

Si può possedere un’intelligenza sopraffina ed essere grandi intellettuali, scienziati, artisti, senza possedere quell’apertura spirituale che consenta di accogliere consapevolmente e responsabilmente i carismi divini: si può essere “stolti” ed “empi” pur essendo dotati di straordinarie qualità di indagine, di analisi e di sintesi, mentre paradossalmente si può essere sapienti o più sapienti in senso spirituale nonostante un’ipotetica esiguità di conoscenze e di mezzi logici, concettuali e dialettici, a condizione però che ad un’oggettiva condizione di arretratezza culturale non risulti abbinato il tarlo della presunzione, dell’arroganza e della vanagloria. Spesso i sapienti del mondo non si avvedono di quanto i loro ragionamenti siano complicati, tortuosi, distorti, di quanto i loro discorsi siano insensati e pretenziosi, né appaiono coscienti di tutte le falsità e le iniquità che il loro pensiero viene producendo e pronunciando, anche se da questo non si deve dedurre che i più, quelli che non sanno o che sanno meno, siano necessariamente migliori sul piano spirituale e religioso, essendo essi esposti, non meno dei primi, a quelli che si suole definire come vizi capitali.

Dev’essere anzi ben chiaro che, al di là delle forme in cui può manifestarsi una tortuosità di pensiero e una povertà spirituale, anche gli incolti, gli ignoranti intesi nel senso più deteriore del termine, gli analfabeti e gli analfabeti di ritorno, i rozzi di spirito, possono correre gli stessi rischi e risultare affetti da quella caecitas mentis che è una forma di cecità di gran lunga peggiore della stessa cecità fisica, perché, mentre i ciechi in senso fisico non possono vedere ma desiderano vedere, i ciechi in senso mentale e spirituale non possono vedere semplicemente perché non desiderano vedere

La partita resta aperta tra chi sa e chi non sa, tra chi sa di più e chi sa di meno, ammesso che esista un criterio univoco e oggettivo per stabilire se chi sa di più comprenda (nel senso etimologico di cum-prehendere, prendere nel suo insieme, cogliere qualcosa o la realtà nella sua pienezza o essenza) non già le cose celesti alle quali può non “credere”, ove non sia capace di accogliere il dono della fede, ma le stesse cose terrene o mondane di cui quotidianamente si occupa, in un modo più proficuo rispetto a chi sa di meno, all’incolto o all’inesperto.

Il giusto, sia pure in senso relativo, colui cioè che si sforza di applicare la sapienza divina alla propria vita e ai rapporti interpersonali, e di testimoniare onestamente, malgrado errori e cadute morali e spirituali da cui non è certo indenne, la sua fede nella verità e nella giustizia, lo si può trovare sia nella famiglia delle persone “colte” che in quella delle persone “incolte”, nel senso che sarà sempre pronto ad imparare senza sussiego il vero e il bene anche dagli incolti oppure sentirà il bisogno vitale di apprendere ciò che non conosce o non ha ancora sperimentato moralmente da uomini saggi e virtuosi. Il giusto, che non pretende mai di essere tale, è severo in quanto testimone intransigente del vero e di valori spirituali imperituri ma è anche comprensivo e amorevole verso i miti e gli umili di cuore; resiste ai superbi e ai prepotenti non tanto per odio o avversione personale quanto per un’inderogabile esigenza spirituale di fedeltà a Dio e alle sue leggi; si assume la responsabilità di apparire intrattabile e insopportabile pur di non venir meno ai suoi doveri e di non compromettersi con logiche meschine di questo mondo.

E’ ovvio che una figura del genere sia destinata a suscitare negli altri, almeno nell’immediato, più antipatia e avversione che apprezzamento e stima. Come recita il libro della Sapienza: “È diventato per noi una condanna dei nostri pensieri;  ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita non è come quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade. Siamo stati considerati da lui moneta falsa, e si tiene lontano dalle nostre vie come da cose impure. Proclama beata la sorte finale dei giusti e si vanta di avere Dio per padre. Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine” (Sap 2, 14-17). Sono parole riferite profeticamente al giusto per antonomasia che è Cristo, ma esse sono applicabili a tutti coloro che, sia pure imperfettamente e con l’aiuto determinante dello Spirito Santo, cercano di seguirne le orme.

Il giusto, peraltro, non è un eroe; anzi spesso è un uomo debole e inerme, un uomo che ha paura di tutti e non ha paura di nessuno, perché confida in Dio sempre e comunque. Può sembrare un folle e uno stolto per il suo radicale anticonformismo non di maniera anche se è lucidissimo e ben presente a se stesso. E’ agevole, per la sua ostinazione a non voler venire a patti con nessuno, appiccicargli addosso etichette di imbecillità, stupidità, idiozia, demenza e via dicendo, benché appaia sempre in grado di replicare con puntualità e precisione a tutte le critiche ed obiezioni. In un solo caso preferisce tacere: quando la malafede di avversari e accusatori è reiterata e del tutto sorda alle sue risposte o motivazioni, a prescindere dalla qualità o dal valore veritativo che queste contengono.   

Alla mentalità puramente o essenzialmente pragmatica di questo mondo il giusto, costantemente orientato verso un ordine sovrannaturale e santo di valori piuttosto che verso il prendersi affannosamente cura della realtà empirica ed immediata e di un connesso e specifico contesto sociale, appare necessariamente un individuo asociale e fondamentalmente avulso dalle normali occupazioni terrene, e non è infrequente il caso in cui molti individui “normali” di questo mondo lo giudichino pazzo semplicemente perché egli in realtà rileva e denuncia la profonda stoltezza del loro pensare e del loro vivere.

Perciò, la persona tendenzialmente saggia, e in particolare il cristiano, è sempre alle prese con un ineliminabile dilemma: se e come essere “sapiente secondo lo spirito”, dal momento che la sua più grande tentazione è quella di essere “sapiente secondo la carne”. Perché, come è noto, soltanto i giusti secondo lo spirito «splenderanno come il sole nel regno del Padre loro» (Mt 13, 43).

Il mistero dell'onnipotenza divina

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

I nomi biblici di Dio che si ritrovano in lingua ebraica sono numerosi: Altissimo, Signore, Signore Dio, Signore di tutte le cose o Signore dominatore, Signore degli eserciti e delle schiere celesti, Re dei Re, Unto o Messia o Figlio di Dio. Ora, se anche, come sostiene molto velleitariamente qualche sedicente biblista, nella Bibbia ebraica non fosse rinvenibile in senso letterale la parola onnipotente, è del tutto evidente e intuitivo che i nomi suddetti implichino concettualmente il nome dei nomi divini che è, in modo inequivocabile, quello relativo alla onnipotenza di Dio. La Signoria di Dio è una Signoria ontologica, assoluta e invincibile, e tale Signoria non può che rinviare logicamente alla Onnipotenza, alla Omniscienza, e alla Onnipresenza di Dio stesso. San Girolano, al quale il mondo cristiano deve la prodigiosa e ispirata opera di traduzione della Parola di Dio dall’ebraico e in parte dal greco in lingua latina, nel definire Dio come l’Onnipotente non ha commesso dunque alcun errore di traduzione ma ha correttamente sintetizzato tutti i nomi e gli attributi divini sopra ricordati con la e nella parola Onnipotente.

Eppure, tra alcuni sedicenti biblisti cattolici, esiste la tendenza a ritenere arbitrario il concetto di Dio onnipotente, tranne che nel caso in cui si voglia sostenere l’onnipotenza dell’amore divino, non anche della giustizia divina ma solo della misericordia divina. Siamo alle solite! Dio è Amore, è Misericordia, è Perdono, è Carità, e via dicendo! E’ tutto ciò che può rassicurare, che può indurre a pensare che da lui ci si possa aspettare solo comprensione, giustificazione, tolleranza, pace. Dio è tutto, tranne che Giustizia, Giudizio, Intransigenza, Punizione, Condanna, Potenza vera e propria e dunque potenza anche nel senso che possa distruggere, annientare o annichilire.

Ma l’Onnipotenza biblica di Dio è in realtà una Onnipotenza non in senso parziale, non in senso riduttivo, ma in senso lato, in senso pieno, in senso poliedrico, in senso totale: per amore Dio può tutto, tutto ciò che all’amore sia riconducibile, ma, per questa stessa ragione, Egli non permette il trionfo definitivo del peccato sulla grazia, del falso sul vero, del male sul bene, dell’egoismo sull’altruismo, del malvagio e dell’empio sul giusto, né è incapace di distinguere tra le colpe e i meriti degli esseri umani e tra la pena inevitabilmente connessa alle prime e il premio concesso per i secondi. Dio è onnipotente persino nel senso che, per amore, può limitare il suo potere distruttivo e condannare se stesso alla impotenza più clamorosa come è quella di finire appeso su una croce. Dio è onnipotente infine proprio nel senso che a lui “nulla sia impossibile”. Nulla: è chiaro? Come si fa a dubitare dell’onnipotenza divina, non solo come amore e come servizio, ma anche come potere e come dominio, dinanzi alla Risurrezione di Cristo? Quale esempio più eclatante del potere divino di sconfiggere la morte e di donare vita per l’eternità?

L’onnipotenza è una prerogativa centrale della divinità, è una condizione costitutiva dell’essere divino, un elemento imprescindibile della stessa fede in Dio, perché fino a che punto ci si potrebbe sentire motivati a credere in un Dio che non fosse in cielo, in terra e in ogni luogo, in un Dio che non fosse totalmente padrone di tutto lo scibile reale e virtuale e di ogni segreto racchiuso nella mente e nel cuore di ogni creatura, e in un Dio cui fosse preclusa la possibilità di fare qualunque cosa e di compiere prodigi elettrizzanti ma anche terribili e spaventosi tra gli uomini? La sua onnipotenza non impedisce certo che egli desideri di essere amato più che temuto, di essere lodato e glorificato per la sua illimitata bontà più che per il suo infinito potere, ma questo non toglie che Dio, in quanto tale, sia pur sempre e comunque onnipotente. Né in virtù di tale onnipotenza la sapienza e la giustizia di Dio, del Signore, dell’Altissimo, del Santo dei santi, possono mai rischiare di andare a scapito della sua umanità e della sua misericordia, anche se le modalità in cui questi termini e queste qualità della realtà divina vengono articolandosi e reciprocamente richiamandosi o implicandosi restano in gran parte un mistero per gli uomini.

Ma, ci si chiede spesso, come spiegare l’onnipotenza divina col fatto che il mondo sia sempre pieno di avvenimenti terribili e disumani e di disgrazie che sembrano colpire gli uomini a casaccio e in modo indiscriminato, ovvero indipendentemente dal fatto che siano o non siano persone integre o almeno dotate di buona volontà agli occhi di Dio? La logica, una certa logica, sembrerebbe non lasciare scampo, perché se Dio è onnipotente allora non sarebbe buono (in quanto indifferente alle cose di questo mondo), mentre se è buono allora non sarebbe onnipotente in quanto non già indifferente al male che colpisce persone “innocenti” ma in quanto incapace di intervenire a difesa di quest’ultime.

Ora, francamente, dopo più di duemila anni di cristianesimo, domande di questo tipo, per quanto talvolta umanamente comprensibili, devono essere ormai considerate come manifestazioni di ignoranza biblico-evangelica e di un infantilismo spirituale che non di rado tende ad annidarsi persino in spiriti religiosi particolarmente colti o eruditi. Non che i dubbi siano estranei alla fede, perché questa si nutre anche di momenti di incertezza, di oscurità, di disorientamento, e di domande angosciose rivolte a Dio stesso; il male nel mondo è un mistero che incomberà sempre sulla storia dell’umanità e delle singole anime, ma il credente dispone di un racconto biblico che, essendo o dovendo essere parte integrante della sua fede, non può non aiutarlo a comprendere che, a causa del peccato originale, alla storia del mondo fu inflitta una ferita destinata a condizionare e a destabilizzare non poco la vita terrena dell’umanità nel suo insieme, e che lo stesso destino individuale di ognuno di noi non può non risentire, in un modo o nell’altro, di quel vulnus originario.

Non si tratta, beninteso, di semplificare una problematica esistenziale che è e resta in sé profondamente drammatica, ma una fede matura non può non essere consapevole che, per quanto la vita umana sia per molti aspetti avvolta nel mistero, una risposta importante e decisiva alle nostre perplessità e ai nostri più inquietanti interrogativi è stata già data da Dio in persona, da Dio fattosi persona storica e uomo tra uomini, da Dio-Cristo che, nell’imminenza della morte, si rivolge al Padre e gli dice angosciato: “perché io, io che sono il tuo figlio unigenito, io che tu hai inviato nel mondo per salvarlo attraverso la mia santità, la mia innocenza immacolata, il mio amore smisurato?”. Perché io, è la domanda di Cristo prima che la domanda di ognuno di noi o di molti di noi. E la risposta è ancora Gesù a darla senza arzigogolare: “liberami, Padre, da questo supplizio, ma in ogni caso la tua volontà sia fatta e non la mia”. Le cose stanno così, per la fede devono bastare ed è inutile e improduttivo voler andare oltre.

Quel che conta invece è, sia pure nel quadro di un travaglio spirituale che finirà con la nostra morte, la certezza dell’onnipotenza divina, che si esprime sia nell’amore, nella misericordia, nel perdono, nella remunerazione, sia anche nella giustizia, nel giudizio, nella condanna, nell’elargizione di un premio o di una pena per l’eternità. In particolare, è da tenere presente che Gesù è la potenza invincibile di Dio, che Egli opera potenti prodigi in favore dei suoi figli, che la sua potenza è eterna ed essa è la cifra più rappresentativa della sua Signoria, che egli tornerà con grande e incontenibile potenza e sarà glorificato insieme ai beati per l’eternità. Dio deve essere accettato per come è e non per come si vorrebbe che fosse; non è sui nostri schemi mentali, sui nostri desideri, sui nostri capricci che l’identità divina deve potersi modellare ma, al contrario, siamo noi, con le nostre miserie e le nostre inclinazioni peccaminose, che abbiamo il compito umano e spirituale di trasformare la nostra vita e di convertirla continuamente alla vera identità divina cui si può accedere solo attraverso un ascolto sereno e uno studio non preconcetto della Parola di Dio quale viene dipanandosi nei diversi contesti della narrazione biblico-evangelica.

Sarà allora sufficiente leggersi con attenzione la storia di Davide o di Salomone per comprendere come Dio non possa essere rappresentato univocamente e riduttivamente, ovvero né come un Dio sempre buono né come un Dio puramente vendicativo o punitivo, e come Egli, benché sempre amorevolmente e particolarmente vicino ai suoi figli migliori, non esiti tuttavia a mostrarsi intransigente e severo verso quest’ultimi allorché essi abbandonino la via dell’integrità e della fedeltà al Signore per intraprendere una via di corruzione e di immoralità.  

Onnipotenza divina significa che Dio ha la facoltà di fare sempre e comunque quello che vuole, anche ben al di là dei criteri ordinari di bene e di male e delle più ragionevoli aspettative umane. Significa in particolare che Dio perdona sempre ma non ha alcun obbligo di perdonare, che si prende amorevolmente cura delle sue creature pur lasciandole libere di restargli fedele oppure di incamminarsi su una via di perdizione. Dio onnipotente è un Dio perfettamente giusto ed è quindi un Dio tanto misericordioso verso coloro che ne riconoscono l’onnipotenza quanto implacabile e duro verso coloro che, dandone o proponendone anche false rappresentazioni, finiscano per trasgredire stabilmente i suoi precetti e per sottrarsi fino alla fine alla sua volontà.

L’Onnipotenza di Dio Padre non è solo un’onnipotenza “di amore, di perdono e di vita” ma è anche un’onnipotenza di giustizia e di giudizio, di condanna e di morte, perché altrimenti si verrebbe ad esaltare l’onnipotenza spirituale di Dio ma anche a negarne l’onnipotenza materiale (un potere distruttivo, un potere di castigare, di condannare alla morte eterna). Dio può usare la forza come e quando vuole perché non c’è nulla e nessuno che glielo possa impedire. Questo insegna la storia di Dio: basti qui pensare alla tragica fine decretata da Dio per città corrotte e immonde come Sodoma e Gomorra. Un giorno il peccato dilagante sulla terra sarà di nuovo distrutto dall’onnipotenza divina per mezzo di fuoco e fiamme mandate dal Cielo. Nell’Apocalisse giovanneo ricorrono immagini profetiche e terribili: «vidi nel cielo un altro segno, grande e meraviglioso: sette angeli che avevano sette flagelli; gli ultimi, poiché con essi è compiuta l'ira di Dio» (Ap 15, 1); ma soprattutto: «Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava si chiamava Fedele e Veritiero: egli giudica e combatte con giustizia. I suoi occhi sono come una fiamma di fuoco, ha sul suo capo molti diademi; porta scritto un nome che nessuno conosce all'infuori di lui. È avvolto in un mantello intriso di sangue e il suo nome è: il Verbo di Dio. Gli eserciti del cielo lo seguono su cavalli bianchi, vestiti di lino bianco e puro. Dalla bocca gli esce una spada affilata, per colpire con essa le nazioni. Egli le governerà con scettro di ferro e pigerà nel tino il vino dell'ira furiosa di Dio, l'Onnipotente. Sul mantello e sul femore porta scritto un nome: Re dei re e Signore dei signori. Vidi poi un angelo, in piedi di fronte al sole, nell'alto del cielo, e gridava a gran voce a tutti gli uccelli che volano: ”Venite, radunatevi al grande banchetto di Dio. Mangiate le carni dei re, le carni dei comandanti, le carni degli eroi, le carni dei cavalli e dei cavalieri e le carni di tutti gli uomini, liberi e schiavi, piccoli e grandi”» (Ap 19, 11-18). Chi vuole capire, non può non capire!

Negare l’onnipotenza di Dio anche solo sminuendone o ridimensionandone l’entità o la portata effettiva significa negare l’essenza stessa di Dio e quindi inventare un semplice e volgare simulacro di divinità; significa altresì bestemmiare contro lo Spirito Santo, che per l’appunto si manifesta con amore ma anche con impeto, con forza e suprema autorità. Cosí Dio Padre onnipotente da una parte agisce con amore dando la vita eterna a tutti coloro che lo riconoscono con coerenza di figli peccatori e tuttavia a lui fedeli, dall’altra agisce con forza verso tutti coloro che, odiandone il Verbo e opponendosi alla sua volontà, diventano meritevoli di essere annientati e ricondotti al nulla originario da cui furono creati. Ma, per quanto completamente destituito di fondamento biblico e teologico e persino antitetico al semplice buon senso, il punto di vista di quei “teologi” che puntano a spogliare Dio della sua onnipotenza tende ad allargare oggi il suo raggio di influenza, anche perché poderosamente sostenuto e veicolato dalla grancassa mediatica, e a far breccia nel cuore di molti “semplici” che avrebbero invece molte buone ragioni per confidare non solo in un Dio misericordioso ma anche in un Dio potente, più potente di qualunque altro potente terreno, e quindi onnipotente.

Al cospetto di cosí diffusa arroganza esegetica, che è l’altra faccia di una vera e propria volontà di potenza e affermazione personali, ci si sente cadere talvolta le braccia, perché non sembrano sussistere evidenze capaci di indurre tanti atei travestiti da preti e da ministri di Dio ad un serio e profondo ripensamento: non l’evidenza per cui la creazione e la preservazione di essa sono già una chiara prova dell’onnipotenza divina; non l’evidenza per cui anche tante grandi potenze terrene, per quanto apparentemente solide e invincibili, hanno pur sempre vita effimera e destinate a dissolversi nel nulla al pari di qualsiasi altra realtà storico-temporale; non infine l’evidenza biblico-scritturale, che dovrebbe essere ben nota ai teorici dell’”impotenza” assoluta di Dio, del potere illimitato di Dio rispetto a Satana, ai suoi angeli maligni e ai suoi seguaci terreni (è noto che Satana può tentare Giobbe solo entro certi limiti appunto perché trattenuto dal superiore potere divino, e che, d’altra parte lo stesso Gesù ricorda a Pilato che non avrebbe alcuna autorità su di lui se non gli fosse permesso da Dio Padre onnipotente). Ma come si fa a dubitare dell’onnipotenza divina dinanzi ad un fatto così sensazionale quale la Risurrezione? Risposta di scribi e farisei cattolici: la Risurrezione non è un fatto storico, comprovabile empiricamente, ma solo un dato di fede, cioè il risultato di quanto vollero credere i discepoli di Gesù allorché non ne trovarono il corpo nel sepolcro! Siamo arrivati a questo punto di idiozia! E che resta allora della fede in Cristo, nella sua prodigiosa opera salvifica, se si giunge a dubitare della veridicità storica del racconto evangelico, in particolare proprio per quanto concerne la Risurrezione? E, di conseguenza, perché dovremmo credere in un Dio non più onnipotente?

  

Basta Socci, nel tuo interesse!

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Adesso è venuto il momento di dire chiaro e tondo al giornalista cattolico Antonio Socci: falla finita, non renderti grottesco oltre che degno di biasimo, con questa crociata ad oltranza a favore di Benedetto XVI e a danno di papa Francesco. Sono anni che il mondo cattolico è costretto a sentire sempre lo stesso disco: la vera dottrina, la vera Chiesa sono quelle del primo, mentre con il secondo è iniziato un periodo di apostasia di cui non si intravede ancora la fine! Pensi che il Signore non conosca la storia, gli avvenimenti, gli errori, i misfatti o i crimini della sua Chiesa? Pensi che il tuo apporto ipercritico e ossessivo alla causa della purezza della fede in Cristo sia proprio indispensabile al popolo cattolico e alla sua capacità di giudizio e di orientamento? Pensi che le tue analisi, i tuoi rilievi e le tue critiche siano sempre giusti ed opportuni? Non temi, tra non poche cose esatte che vieni evidenziando per volontà dello Spirito Santo, di andare sovente ben oltre il seminato e di contribuire a complicare ulteriormente, piuttosto che a pacificare, una situazione ecclesiale che va facendosi sempre più esplosiva e foriera di pericolosi sviluppi?

Intendiamoci: non è che il pontificato attuale non si presti a critiche e censure comprensibili e doverose sotto l’aspetto teologico-dogmatico e, in parte, anche sotto l’aspetto pastorale. Anche questo sito, sia pure con mezzi esegetici forse non particolarmente affinati ed autorevoli, non ha mancato e non manca talvolta di esprimere le sue riserve e persino il suo malumore su talune affermazioni o considerazioni bergogliane non del tutto prive di avventatezza e ambiguità. E ogni cristiano, più o meno colto e preparato che sia, non deve mai essere indifferente ai discorsi del papa, ma deve esserne sempre responsabilmente partecipe, sia per seguirne le preziose indicazioni nella vita di tutti i giorni sia anche, eventualmente, per adoperarsi in forme e modi adeguati, e quindi soprattutto in spirito di carità, a correggerne errori, eccessi o storture.

E invece qui si ha a che fare con un giornalista e con un membro della Chiesa che, dall’alto della sua fama professionale (se meritata o no lo giudicherà il Signore), non fa altro che dare picconate violente e scomposte a papa Francesco e al suo pontificato, pur precisando, a mò di foglia di fico, di pregare continuamente per lui e affinchè venga illuminato dallo Spirito Santo. Ma, soprattutto, egli sferra le sue terribili bordate non, come si potrebbe pensare, in modo disinteressato e per esclusivo amore della verità, ma nel nome e per conto del precedente pontificato di Benedetto XVI, che Socci continua ad osannare da quando decise di uscire di scena almeno come pontefice regnante. E’ da allora che non si stanca di ripetere, alla luce di cavilli molto sottili e tendenziosi del diritto canonico, che il vero papa sarebbe ancora Benedetto e che il papa in carica sarebbe sostanzialmente un usurpatore oltre che un deturpatore della fede cattolica.

Nel suo ultimo articolo, infatti, ripropone per l’ennesima volta l’argomentazione che conferirebbe legittimità alla tesi dei «due papi legittimi viventi», sostenuta dal cardinale Gerhard Müller, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, che ha dato seguito a precedenti osservazioni quali quelle fatte dal canonista Stefano Violi, secondo il quale la famosa dichiarazione di rinuncia al papato per motivi di salute in realtà non dovrebbe essere intesa come rinuncia al papato, al munus in sé, ovvero al triplice potere o facoltà di santificazione (munus sacerdotalis o munus liturgicum), di predicazione e insegnamento (munus propheticum o munus docendi) e di governo pastorale (munus regalis o munus regendi), ma solo come rinuncia al “ministerium” o meglio come rinuncia “all’esercizio attivo del ministero”.

Anche l’ex segretario di Benedetto, mons. Georg Gaenswein ha messo del suo in questa curiosa querelle interpretativa concludendo che «dunque non vi sarebbero due papi, ma de facto un ministero allargato con un membro attivo (Francesco) e un membro contemplativo (Benedetto)». Per ciò stesso, secondo questo alto ma ambiguo prelato, bisognerebbe continuare a chiamare Benedetto con l’appellativo “Santità”, anche perché quest’ultimo significativamente non si è ritirato in un isolato monastero o in un lontano eremo ma all’interno del Vaticano, appunto per sottolineare la sua volontà di fare solo un passo di lato ma non di abbandonare completamente il suo magistero pontificio.

Naturalmente, queste argomentazioni, queste sottigliezze, questi sofismi giuridico-canonici sono talmente arzigogolati e faziosi che nessuna persona di buon senso può essere disposta a prenderli minimamente in considerazione, anche perché un papa non può intendere le sue dimissioni a modo suo e soprattutto non può pretendere che, una volta dimessosi, egli possa continuare in qualche modo e per qualche motivo del tutto soggettivo ad esercitare la sua funzione pontificia. Non esistono un esercizio attivo e un esercizio passivo del ministero: esiste solo l’esercizio del ministero, punto e basta. E non esiste la possibilità per un papa di rimanere papa anche se, per qualunque motivo, non se la sente più di rimanere sulla cattedra di Pietro. Chiaro?

Pertanto, è da rilevare che Benedetto non solo non può e non deve essere più chiamato “Santità” o “papa emerito” perché di papa ce n’è sempre uno e solo uno (posto che questi appellativi abbiano un qualche fondamento di legittimità non già nella tradizione non sempre lineare e coerente della Chiesa ma nella più antica tradizione evangelica e nella prassi della Chiesa delle origini), ma egli, nel dimettersi, non ha compiuto oggettivamente un semplice “passo di lato” quanto un formale e definitivo atto di rinuncia al pontificato, tornando ad essere un semplice vescovo tra altri vescovi e niente di più e ponendosi nel contempo in uno stato di subordinazione e obbedienza rispetto al suo successore. Il fatto che non si sia allontanato da Roma e dal Vaticano è una sua decisione molto soggettiva e discutibile (difficile leggerla come una manifestazione di cristiana umiltà e altrettanto difficile biasimare quanti l'abbiano censurata) che peraltro papa Francesco, per quanto teologicamente meno ferrato di Benedetto, avrebbe potuto anche non consentirgli.

Piaccia o non piaccia, le cose stanno cosí, per cui chi, come Antonio Socci, continua a cavalcare strumentalmente le non serene e non autorizzate sortite polemiche di taluni prelati e cardinali, che si comportano non come responsabili uomini di Chiesa ma come fans sfegatati del vescovo Joseph Ratzinger in funzione antiBergoglio, non contribuisce affatto a salvaguardare la purezza della dottrina e della fede cattoliche dalle degenerazioni ipotetiche o reali cui avrebbe dato luogo l’attuale pontefice, ma semplicemente a fomentare odio, discordia e contrapposizioni radicali che, al momento, non hanno ancora ragione di esistere, anche perché se il problema è solo quello di scegliere tra Benedetto XVI e Francesco, dubito che l’uno o l’altro potrebbero impersonare un modello indefettibile  e insuperabile di  ministerialità pontificia e di fedeltà apostolica. Anche i papi, un giorno, dovranno render conto del loro operato al Signore. I papi, anzi, più di chiunque altro.

Socci, piuttosto, si sforzi di essere meno esagitato e fazioso di quanto già non stia a dimostrare il suo sguardo perennemente spiritato, di rendere meno arroventato quel suo anticomunismo viscerale, cosí preconcetto e aprioristico, cosí banale e grossolano, da precludersi la possibilità di apprezzare la mirabile opera dello Spirito Santo persino in certe forme particolarmente irreligiose e dissacranti del pensiero contemporaneo; di non accogliere in blocco tutte le credenze della credulità o della stessa religiosità popolare (su Medjugorje, per esempio, i dubbi o lo scetticismo di Francesco sono più che fondati, perché negarlo), di smetterla con quella sua fastidiosissima e ignobile concezione conservatrice e spesso reazionaria della politica per cui i Bush e i Trump sarebbero da scegliere sempre e comunque rispetto a chiunque altro.

Basta Socci, su molte cose hai ragione ma non è necessario che ogni tua critica debba trasformarsi in una infuocata requisitoria contro papa Francesco, anche perché non è detto che i tuoi limiti siano inferiori a quelli del papa argentino.  Basta, l’intelligenza non ti manca, ma cerca di usarla meglio e di renderla funzionale ad una fede possibilmente più proficua di quella, pure sperabilmente sincera, che ti caratterizza. Te lo scrivo da fratello a fratello.