Sacramenti sempre più nel mirino della giurisprudenza*

Scritto da Mauro Faverzani. Postato in Compagni di viaggio, articoli e studi

 

I Sacramenti appaiono sempre più, a livello internazionale, nel mirino della giurisprudenza. Così, mentre nel mondo – in Sri Lanka, India, Cina, Siria ed in molte altre regioni… – proseguono le persecuzioni di sangue contro i cristiani, altrove l’inquietante ondata di laicismo giacobino, rivestito di più o meno nobili pretesti, non conosce a sua volta tregua e procede a colpi di codicilli.

La Camera dei Deputati cilena ha, ad esempio, approvato un disegno di legge, che pretende di obbligare i sacerdoti a violare il segreto della Confessione in caso di abuso sessuale. Secondo la Conferenza episcopale, tale norma rappresenta un passo «molto grave», un’autentica minaccia per la libertà religiosa e crea un’oggettiva e «seria difficoltà» dal punto di vista del diritto canonico.

Il disegno di legge venne presentato nel maggio dello scorso anno dall’on. Raul Soto, peraltro un cristiano-democratico, è stato approvato lo scorso ottobre dalla Commissione costituzionale, la Camera bassa lo ha a sua volta recepito ed ora, per diventare operativo, deve attendere il “sì” anche da parte del Senato: qualora giungesse, verrebbe modificato l’art. 175 del Codice di Procedura Penale e verrebbe pertanto ampliato lo spettro di coloro che vengono obbligati a denunciare reati commessi contro minori e adulti in condizioni fisiche o mentali tali da richiedere particolare attenzione per le loro condizioni fisiche o psichiche.

Tale obbligo, che riguarda già i dirigenti degli istituti scolastici, le forze dell’ordine, le capitanerie di porto ed i comandanti delle navi, verrebbe esteso ora anche alle «autorità ecclesiastiche di qualsiasi confessione religiosa, tanto di diritto pubblico quanto di diritto privato, ed, in generale, ai Vescovi, ai pastori, ai ministri di culto, ai diaconi, ai sacerdoti, ai religiosi ed a chiunque altro» sia responsabile «di una Congregazione» o di gruppi, così come ai vertici di associazioni, fondazioni o sigle di carattere culturale, giovanile, educativo, sportivo o di altra natura.

In particolare, il canone 983 del Codice di Diritto Canonico cozza contro tale norma, perché così recita: «§1. Il sigillo sacramentale è inviolabile; pertanto, non è assolutamente lecito al confessore tradire anche solo in parte il penitente con parole o in qualunque altro modo e per qualsiasi causa. §2. All’obbligo di osservare il segreto sono tenuti anche l’interprete, se c’è, e tutti gli altri ai quali in qualunque modo sia giunta notizia dei peccati della Confessione».

In caso di infrazione, il canone 1388 specifica: «§1. Il confessore che violi direttamente il sigillo sacramentale incorre nella scomunica latae sententiaeriservata alla Sede Apostolica; chi poi lo fa solo indirettamente sia punito proporzionalmente alla gravità del delitto».

Un altro fronte ostile è stato aperto in Olanda, dove le Sinistre, gli ambientalisti ed i liberali pretendono un inasprimento della sanzione per chiunque contragga matrimonio religioso prima di quello civile. In merito è stato presentato l’ennesimo disegno di legge che prevede per i trasgressori una multa di 4 mila euro o, in alternativa, una condanna a sei mesi di carcere.

La norma amplia quanto già previsto dall’art. 68 del Codice civile olandese, estendendone gli effetti anche sugli sposi e sui loro testimoni; il provvedimento, per il quale i nubendi devono essere entrambi maggiorenni, verrebbe introdotto per evitare abusi nella comunità islamica, quali poligamia, nozze forzate o con minorenni, per cui dovrebbe essere approvato da un’ampia maggioranza parlamentare, senza incontrare ostacoli.

I conti tuttavia non tornano… Anche in Italia poligamia, nozze forzate o con minorenni sono sempre state vietate e contrastate efficacemente. Sono bastate le leggi concordatarie per questo. Non solo: di per sé anteporre il matrimonio civile a quello religioso non basta a scongiurare illeciti, poiché quel che poi accada in una moschea o in un centro culturale islamico, del fatto che cioè vi si celebrino o meno altre, nuove unioni, non è detto che all’esterno si abbia notizia.

Quel che è certo è che tale mossa crea viceversa seri problemi di carattere morale in casa cattolica (e non solo), tali da costringere quanti desiderino aderire in pieno alla Dottrina ad organizzare le proprie nozze in modo tale che cerimonia civile e religiosa differiscano solo di qualche ora. Diversamente potrebbe facilmente insorgere col tempo la falsa convinzione che sia sufficiente, per dirsi sposati, esserlo di fronte allo Stato, rinunciando al Sacramento o rinviandolo sine die¸ specie in un contesto di lassismo spirituale quale l’attuale.

Dopo divorzio, aborto, fecondazione assistita, eutanasia, si registra insomma una tendenza a modificare sempre più la giurisprudenza, nelle piccole come nelle grandi cose, in senso sempre più o contrario alla fede cattolica (come in Cile) oppure penalizzante (come in Olanda), dove – si badi – ad esser messi in discussione sono due Sacramenti. Il che è francamente inquietante.

* Pubblicato in "Corrispondenza romana" dell'1 maggio 2019

Il manifesto della fede del cardinale Gerhard Müller*

Scritto da Gerhard Müller. Postato in Compagni di viaggio, articoli e studi

«Non sia turbato il vostro cuore!» (Gv 14,1). E’ con questo versetto del Vangelo che si apre il “Manifesto della Fede” del cardinale Gerhard Cardinale Müller, diffuso domenica 10 febbraio in sette lingue.

Ciò che ha spinto il cardinale a offrire una testimonianza pubblica della Verità cattolica è stata la richiesta di «molti vescovi, sacerdoti, religiosi e laici della Chiesa cattolica», preoccupati per la «sempre più diffusa confusione nell’insegnamento della fede». «È compito proprio dei pastori» – afferma il cardinale – «guidare gli uomini loro affidati sulla via della salvezza, e ciò può avvenire solamente se tale via è conosciuta e se loro per primi la percorrono. A proposito ammoniva l’Apostolo: «A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto» (1 Cor 15,3)».

In un momento in cui «molti cristiani non conoscono più nemmeno i fondamenti della fede, con un pericolo crescente di non trovare più il cammino che porta alla vita eterna», il cardinale Müller ritiene che la fonte più sicura di orientamento sia il Catechismo della Chiesa Cattolica, «scritto allo scopo di rafforzare i fratelli e le sorelle nella fede, una fede messa duramente alla prova dalla “dittatura del relativismo”».

I riferimenti al Catechismo costituiscono il filo conduttore del Manifesto, che si apre con una confessione di fede nella Santissima Trinità, «epitome della fede di tutti i cristiani», che «segna una differenza fondamentale nella fede in Dio e nell’immagine dell’uomo rispetto alle altre religioni». Il cardinale professa quindi la fede nella Chiesa, la cui autorità, «si estende a tutti gli elementi di dottrina, ivi compresa la morale, senza i quali le verità salvifiche della fede non possono essere custodite, esposte o osservate».

«La Chiesa non è un’associazione creata dall’uomo, la cui struttura può essere modificata dai suoi membri a proprio piacimento: essa è di origine divina» ed è ancora valido «l’ammonimento dell’Apostolo secondo cui maledetto è chiunque proclami un altro Vangelo, “anche noi stessi, oppure un angelo dal cielo”» (Gal 1,8). Compito del Magistero della Chiesa nei riguardi del popolo di Dio è quello di «salvaguardarlo dalle deviazioni e dai cedimenti» affinché possa «professare senza errore l’autentica fede». Questo è particolarmente vero per quanto riguarda i sette sacramenti. «Per questo la Sacra Scrittura ammonisce riguardo alle condizioni per ricevere la santa Comunione: «chiunque mangia il pane o beve il calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole del corpo e del sangue del Signore» (1 Cor 11, 27)». «Dalla logica interna del sacramento si capisce che i divorziati risposati civilmente, il cui matrimonio sacramentale davanti a Dio è ancora valido, come anche tutti quei cristiani che non sono in piena comunione con la fede cattolica e pure tutti coloro che non sono debitamente disposti, non ricevano la santa Eucaristia fruttuosamente, perché in tal modo essa non li conduce alla salvezza. Metterlo in evidenza corrisponde a un’opera di misericordia spirituale.»

L’osservanza della legge morale è necessaria a tutte le persone di buona volontà per conseguire la salvezza eterna. «Infatti colui che muore in peccato mortale senza pentimento rimarrà per sempre separato da Dio. Ciò comporta delle conseguenze pratiche nella vita dei cristiani, tra le quali è opportuno richiamare quelle oggi più frequentemente trascurate». Seguono a questo punto una serie di richiami ai numeri del catechismo che ricordano il Magistero della Chiesa in tema di difesa della vita e condanna dell’omosessualità e di altri peccati (cfr 2270-2283; 2350-2381).

Il cardinale ricorda quindi il giudizio personale che segue la morte, con «la terribile possibilità che una persona, fino alla fine, resti in contraddizione con Dio: rifiutando definitivamente il Suo amore, essa si dannerà immediatamente per sempre. L’eternità della punizione dell’inferno è una realtà terribile, che – secondo la testimonianza della Sacra Scrittura – riguarda tutti coloro che muoiono in stato di peccato mortale». «Tacere su queste e altre verità di fede oppure insegnare il contrario è il peggiore inganno contro cui il Catechismo ammonisce vigorosamente».

Il Manifesto si chiude con un appello a ricordare «queste verità fondamentali aggrappandoci a ciò che noi stessi abbiamo ricevuto (…) L’avvertimento che Paolo, l’apostolo di Gesù Cristo, da al suo collaboratore e successore Timoteo è rivolto in modo particolare a noi, vescovi e sacerdoti. Egli scriveva: «Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole. Tu però vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero» (2 Tm 4,1-5)».

Il Manifesto dopo la firma del cardinale Müller, reca un’aggiunta significativa: Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede dal 2012-2017.

 

*Pubblicato su www.corrispondenzaromana.it in data 09 febbraio 2019 

 

 

 

Pensiero natalizio per Fogli Mariani

Scritto da Francesco Lena. Postato in Compagni di viaggio, articoli e studi

 

Anche quest’anno con entusiasmo si festeggia il magnifico Natale,

ci porta sempre fiocchi di neve e quella luce che aiuta ad aprirsi ai bisogni del mondo attuale.

Lo splendore di Gesù Bambino indica la via dei princìpi universali da realizzare,

da costruire in una pace che unisce, che semina non odio e rancore ma rispetto, condivisione e amore.

Ci sentiamo mossi a un Natale creativo con la mente per meglio praticare i valori del cuore,

quelli che creano profonde armonie nella solidarietà e nella fraternità;

mossi a un Natale propositivo, guardando l’alba con gli occhi dei bambini per scoprire nuovi e speciali colori,

mossi a un Natale sereno, per portare con dolcezza un conforto alle persone più deboli e inferme,

agli ammalati, ai vecchi e ai bambini, per donare loro una sorridente carezza

più preziosa di qualunque tesoro.

Vogliamo aprirci a un Natale umano, perchè i diritti degli uomini siano quelli di un grande mondo multicolore,

 a un Natale rispettoso di normali e diversi, di dinamiche ambientali e  naturali,

a un Natale di coscienza, superando indifferenza e cinismo per soccorrere i fratelli in mare,

anch'essi da amare, anch'essi da salvare col vangelo sul cuore.

E infine a un Natale di speranza, per tutti coloro ancora a corto di una distribuzione di beni

fatta con passione e di nuovo e sempre per amore.

 

 

Padre nostro vecchio e nuovo. Intervista di Aldo Maria Valli a mons. Nicola Bux*

Scritto da Aldo Maria Valli, Nicola Bux. Postato in Compagni di viaggio, articoli e studi

«E non ci indurre in tentazione» oppure «e non ci abbandonare alla tentazione»?

Fra tanti motivi di divisione già esistenti, ora i cattolici italiani ne hanno un altro, che riguarda addirittura la preghiera insegnata da Gesù. Ma perché si è voluto cambiare? Che cosa ha spinto i vescovi a questa decisione? E ora che succederà?

Ne parliamo con monsignor Nicola Bux, liturgista, già consultore dell’Ufficio delle celebrazioni liturgiche di Benedetto XVI, consultore della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti e docente di Liturgia orientale e Teologia sacramentaria nella Facoltà teologica pugliese.

 

Monsignore, come giudica il cambio introdotto dalla Cei?

Mons. Bux – È noto che san Francesco era desideroso di far conoscere Gesù a quanti più possibile; così diceva a frate Leone che la letizia perfetta non è nella carità, nella povertà e in tante altre cose che pure il frate gli andava elencando. No, la letizia perfetta era lì dove, bussando alla porta per comunicare il Vangelo, non avessero ricevuto risposta, e ancor di più se, aprendosi la porta, avessero ricevuto rifiuto e bastonate. Il Santo intendeva insegnare proprio la possibilità di passare attraverso la prova, perché è il Signore che lo permette per suo amore. Tutto questo a causa del nome di Gesù e del Vangelo. Evitare la prova significa vanificare la Croce; già Pietro voleva evitare a Cristo la Croce, ma sappiamo che Gesù gli disse che era una tentazione satanica.

Sebbene il cambiamento fosse stato introdotto nel lezionario, in questi giorni di discussione sul Padre nostro molti si domandano se la Chiesa, per duemila anni, non si sia sbagliata nell’«obbedire al comando del Salvatore» e se sia stata «conforme al suo divino insegnamento». Se proprio si riteneva incomprensibile la frase in questione, non bastava spiegarla nella catechesi? L’altro interrogativo che ci si pone è se questo cambiamento non sia la premessa di altri, miranti a cambiare la Preghiera Eucaristica, in specie la formula consacratoria. Ciò premesso, l’osservazione che fa il cristiano orientale e chi sta all’esterno della Chiesa è: perché cambiare proprio la Preghiera che ha insegnato il Signore, e che costituisce la formula base della preghiera cristiana? Così facendo, quanti l’hanno imparata da piccoli al catechismo o da adulti, al momento della conversione, e che non praticano ordinariamente, rimarranno fuori dal «nuovo corso»: in Italia si stima circa il 70 per cento. Si potrà ancora dire di non avere escluso nessuno e di essere stati «pastoralmente» accorti?

 

A suo giudizio qual è la traduzione più corretta del passo in questione?

Mons. Bux – Diversi esperti sono intervenuti, basta andare sul web, per spiegare l’interpretazione corretta del «non ci indurre in tentazione», in base ai testi originali aramaico, greco e latino. La più convincente sembra proprio quella tradizionale, perché san Girolamo ha intenso tradurre col verbo latino inducere (che significa introdurre, sinteticamente indurre) la possibilità che il Signore ci sottoponga alla temptatio, al test per provare se siamo fedeli, alla prova. È noto che la Sacra Scrittura, innumerevoli volte, spiega che Dio introduce o sottopone alla prova quelli che ama; come nel caso di Giona. Gesù del resto ha parlato del «segno di Giona», ossia la prova attraverso cui sarebbe passato egli stesso e quanti altri avessero voluto seguirlo: la passione e la morte, «primo tempo» del mistero pasquale. E il «secondo tempo», la risurrezione, dipende dal primo. Nel Getsemani Gesù ha chiesto al Padre di allontanare «il calice»: la terribile prova della Croce. Dunque, per verificare che siamo fedeli alla sua Alleanza,  non si può chiedere a Dio di «non abbandonarci alla tentazione», ma di non introdurci nella prova e di liberarci dal maligno. La nuova traduzione appare invece in contrasto col comportamento del Signore, come ci è stato rivelato nell’Antico e specialmente nel Nuovo Testamento.

 

Secondo lei perché si è voluto cambiare?

Mons. Bux – Si deve tener presente che dalla pubblicazione della terza editio typica latina del Missale Romanum nel 2002 la Cei doveva dar seguito agli adattamenti in essa avvenuti. Tuttavia, non era certo tenuta a questi cambiamenti così importanti. Ma l’ideologia del cambiamento, non disgiunta dall’idea che il Messale non sia norma, ma canovaccio da interpretare e modificare (come sosteneva il liturgista trentino monsignor Rogger, cosa insegnata pure negli istituti liturgici) ha fatto il resto. In tal modo la regula fidei, che la Preghiera del Signore massimamente racchiude, finisce per piegarsi alla concezione buonista di Dio, diffusa oggi tra i cattolici. A suo tempo, i protestanti tedeschi non condivisero la proposta dei vescovi della Conferenza episcopale della Germania, di introdurre tale cambiamento, e questi non lo fecero. Gli ortodossi che sono in Italia, per esempio i romeni, hanno conservato «e non ci indurre in tentazione». La smania di cambiamento è espressione del «cambio di paradigma» o «rivoluzione culturale» che si vuole fare nella Chiesa odierna, come si deduce anche dall’ultima intervista del cardinale Bassetti. La Chiesa non è considerata come la Sposa di Cristo, da preservare e trasmettere alle nuove generazioni, ma come qualcosa da manipolare a nostro piacimento.

 

E ora che cosa succederà concretamente?

Mons. Bux – È tutto da vedere. Negli ultimi decenni postconciliari, come appena detto, fra i sacerdoti ha preso piede l’idea che i testi del Messale, e liturgici in genere, non siano normativi. Così si assiste a Messe nelle quali i canti del Gloria e del Sanctus modificano il testo per esigenze melodiche, invece di piegare la melodia alle esigenze del testo, come la grande musica sacra ha sempre fatto. Poi si è cercato di modificare, nella formula consacratoria, il «pro multis» in «per tutti». Il cambiamento della traduzione del Pater noster va incontro a quelli che si sono fatti un’idea per la quale il Dio rivelato da Gesù Cristo non è giudice e remuneratore delle opere buone e cattive compiute dall’uomo; ma certamente non è questa la concezione della Tradizione apostolica e patristica trasmessa dalla Chiesa cattolica, che dice: se da Dio abbiamo avuto il bene, dobbiamo accettare anche il male. Dunque, con questa traduzione, si approfondisce la divisione nella Chiesa.

 

Lei dirà la preghiera secondo la nuova formula o come in passato?

Mons. Bux – Un mantra spesso ripetuto è che bisogna tener conto delle esigenze pastorali. Ma un pastore vero dovrebbe domandarsi: è «pastorale» ignorare le perplessità e le critiche di tanti fedeli? Li bollerà sbrigativamente come tradizionalisti? Un pastore potrebbe ignorare pure una sola pecora del suo gregge? Il cardinale Bassetti ha detto tra l’altro che si può sempre continuare a recitare il Pater noster in latino. È noto del resto che il Messale tradotto in varie lingue, quindi anche quello italiano, riporta in sequenza al testo italiano del Pater noster quello latino. Dovrebbe essere così anche nel nuovo. Papa Paolo VI aveva auspicato che in tutti i Messali, nelle lingue correnti, fosse riportato a fronte il testo in latino, al fine di preservare il termine di paragone permanente fra la lingua della Chiesa e le lingue soggette a continua evoluzione.

 

Chi continuerà a dire «e non ci indurre in tentazione» sarà considerato fuori dalla comunione?

Mons. Bux – Tenendo conto dei tanti adattamenti oggi consentiti o apportati arbitrariamente, in particolar modo alle preghiere, oltre che ai riti, nessuno potrebbe considerare fuori dalla Chiesa chi continuerà a recitare il Pater noster nella versione in cui l’ha appreso da piccolo e che la Chiesa ha usato per secoli. Ciò che era sacro resta sacro, diceva Paolo VI, e non può essere all’improvviso proibito, ha aggiunto Benedetto XVI. Non ha forse ribadito più volte papa Francesco che bisogna costruire ponti e non muri? Porremo un altro impedimento all’unità dei cristiani, a cominciare in casa cattolica? D’altronde, per recitare la preghiera del Padre nostro con gli ortodossi, con la formula tradizionale che loro hanno conservato, almeno per motivi ecumenici, non dovremmo cambiarla.

* Titolo originale: Padre nostro vecchio e nuovo. «Quel “non abbandonarci alla tentazione” è un cedimento al buonismo dilagante nella Chiesa. La vecchia traduzione resta la migliore. Parla monsignor Nicola Bux, pubblicato in "Duc in altum", il 4 dicembre 2018

Chi è il cattivo pastore?*

Scritto da Diego Fares. Postato in Compagni di viaggio, articoli e studi

 

Le caratteristiche e le immagini bibliche proposte da Papa Francesco

Il pastore che vende

l’eredità ricevuta gratuitamente

L’allora padre Jorge Mario Bergoglio aveva scritto un saggio dal titolo «Il cattivo superiore e la sua immagine». Si riferiva, ovviamente, al superiore all’interno della Compagnia di Gesù che ha una precisa missione pastorale. Colpisce che in quello scritto egli non abbia utilizzato l’immagine del mercenario che Gesù stesso contrappone al buon pastore, ma abbia assunto quella di colui che «vende l’eredità ricevuta gratuitamente».

La vendita dell’eredità è sempre una «svendita». Per questo, coloro che vendono l’eredità vengono definiti «guide cieche». Alla radice di tale profanazione, che è sempre un pessimo affare, c’è la loro cecità, la loro mancanza di discernimento, il non riconoscere il Figlio di Dio venuto nella carne. Bergoglio la contestualizza nella cornice della Lettera agli Ebrei, che afferma: «Di quanto peggiore castigo pensate che sarà giudicato meritevole chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell’alleanza, dal quale è stato santificato, e avrà disprezzato lo Spirito della grazia?» (Eb 10,29)3.

La vendita dell’eredità non tocca soltanto la relazione tra il pastore e il Signore, ma si ripercuote a danno di tutto il popolo di Dio. Perciò Bergoglio dice che, per Gesù, la guida cieca è «chi non custodisce il suo popolo lealmente».

Pastori con l’odore delle pecore e venditori dell’eredità ricevuta gratuitamente sono due immagini forti per caratterizzare, rispettivamente, la figura del buon pastore e quella del cattivo pastore. L’immagine olfattiva, dell’odore delle pecore, e l’immagine economica di chi svende un’eredità che non è sua ma di tutto il popolo, si incidono a fuoco nella memoria meglio di tanti concetti morali o definizioni astratte.

Al di là delle considerazioni più romantiche, la figura di Giuda, il cattivo apostolo, è rimasta legata al fatto di avere svenduto il suo amico e Signore per trenta monete d’argento. Sullo sfondo c’è l’immagine dei vignaioli omicidi, e risuona la frase funesta che essi, «visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”» (Mt 21,38).

La trilogia sull’immagine del superiore

Ricostruendo la storia di quegli anni, possiamo affermare che l’articolo intitolato «Il cattivo superiore e la sua immagine» si completa con altri due: «Il superiore locale» e gli «Esercizi per superiori», in cui Bergoglio parla dell’«immagine del superiore ideale». Si tratta, quindi, di una piccola trilogia in cui egli riflette da superiore sui superiori. Esattamente come oggi, da vescovo di Roma, riflette sui vescovi.

Per Bergoglio-Francesco, il superiore e pastore è un uomo ad aedificationem. Edificare implica, oltre che la costruzione della Chiesa con pietre vive, anche la capacità di condannare: «Sant’Ignazio c’insegna che edificare comporta la capacità di condannare».

Tale capacità è stata ed è un tratto distintivo di Bergoglio-Francesco. I suoi «no» sono chiari: «La cosa non va». La sua prima omelia programmatica sul trinomio camminare-edificare-confessare era incentrata sulla condanna di ciò che «non va». In essa Bergoglio diceva: «Camminare: la nostra vita è un cammino e quando ci fermiamo, la cosa non va». «Se non confessiamo Gesù Cristo, la cosa non va». Senza la croce «non siamo discepoli del Signore: siamo mondani».

Lo stesso accade con i suoi «non si può»: «Non si può conoscere veramente come pastori il proprio gregge, camminare davanti, in mezzo e dietro ad esso, curarlo con l’insegnamento, l’amministrazione dei sacramenti e la testimonianza di vita, se non si rimane in diocesi». «Non si può narrare Gesù in maniera lagnosa». «La missione che la Chiesa oggi vi affida — e sempre vi ha affidato — richiede questo sguardo che abbracci la totalità. E questo non si può realizzare isolatamente, bensì solo in comunione».

In una cultura come la nostra, aperta alla pluralità delle interpretazioni, per farsi capire non basta affermare il bene: è necessario esplicitare ciò che, in quanto cattivo, si contrappone completamente a quel bene. Più ancora, è decisivo che la condanna sia concreta. Non basta condannare il male nel suo stadio finale, con una formulazione che finisce con il rimanere astratta. Ed è importante anche stare attenti al momento e ai limiti di ogni condanna. Ne troviamo un’indicazione nella parabola del grano e della zizzania, dove il padrone affronta il problema con cautela e ferma i servi che vorrebbero estirpare subito la zizzania.

Francesco possiede questo dono di saper porre un limite temporale alla condanna: «Questo, adesso, no», o: «Per adesso, no». Non si tratta di condanne dogmatiche e assolute: sono condanne chiare e forti, ma umili: «Così no, per ora no...», oppure: «Adesso sì». «Nella vita e nell’amore il “no” è al servizio del “sì” [...]. I princìpi negativi aiutano la vita a non mutarsi in morte, ma la vita avanza e matura non a forza di “no” moltiplicati, bensì tramite la gradualità di molti “sì”».

Non si riesce ad affermare e a realizzare il bene finché non si condanna il male contrario, ma questa condanna, umanamente, non può mai estirpare totalmente il male, cosa che soltanto Dio farà a tempo debito. Umanamente la discrezione consiste nel neutralizzare il male, in modo che la grazia possa seguire il suo corso. L’idea di «neutralizzare» il male senza pretendere di «estirparlo» radicalmente fa parte della pedagogia discreta di Francesco e della sua capacità di condanna, che si dimostra efficace nel momento in cui si elimina ciò che impedisce allo Spirito di guidare la Chiesa.

Le caratteristiche del cattivo superiore

Dopo aver presentato una «ricca tipologia biblica su come i tratti di maternità e paternità di un superiore religioso influiscano riguardo all’accogliere, custodire attentamente e trasmettere con fecondità l’eredità ricevuta», Bergoglio individua tre caratteristiche del superiore che «vende l’eredità». La prima è quella di essere «pigro», e segno distintivo ne è «la cattiva stanchezza». La seconda è che «egli perde la memoria», e segno caratteristico ne è «la noia esistenziale». La terza caratteristica è propria del superiore che è «carente di pietas», e segno distintivo ne è «uno spirito lamentoso».

Poiché le apparenze ingannano — in quanto coloro che «vendono l’eredità» a volte passano per giusti, come nel caso di Anania e Saffira, mentre quelli che non la negoziano vengono umiliati e tacciati di essere malfattori, come nel caso della casta Susanna —, Bergoglio dà come criterio sicuro quello della croce. Se c’è di mezzo la croce del Signore, si può «fiutare» la presenza di un buon superiore; quando invece compare il «negoziare» e il voler fare bella figura, è probabile che si abbia a che fare con un cattivo superiore.

La domanda chiave che ogni superiore deve porsi riguarda le proprie sofferenze e tristezze, per capire di che segno sono. «Lo spogliano sempre più di se stesso e lo avvicinano a Cristo crocifisso? Allora sono di Dio, sono la forgia della passione. Alimentano in lui qualche risentimento? Gli propongono ambizioni future a compensazione di insuccessi precedenti? Allora sono del cattivo spirito, forgiano fariseismo nella sua anima, lo portano alla sterilità e lo trasformano in un asino: Homo cum in honore sit, quasi asinus». Il criterio delle umiliazioni — sopportate o desiderate per amore di Gesù — è il criterio fondamentale di Ignazio, ed è stato ed è il criterio fondamentale di Francesco.

Bergoglio offre un ultimo approfondimento in chiave di paradosso, giocando sulla differenza che intercorre tra «non vedere» ed «essere cieco». «Se un superiore accoglie l’eredità ricevuta e vuole trasmetterla fedelmente, non può fare altro che accettare di “non vedere” la pienezza di quell’eredità. Perché la legge della fedeltà a qualsiasi eredità consiste nel “consegnarla” e nel rinunciare a goderne la pienezza». È la morte del testatore che permette di rendere effettiva la trasmissione dell’eredità. Questo «non vedere» è il contrario del «negoziare», che rende cieco chi non vuole trasmettere l’eredità, ma piuttosto godersela. Le immagini bibliche che ispirano Bergoglio, e che si contrappongono totalmente a quelle scelte per illustrare che cosa sia un cattivo superiore, sono quelle di Abramo e degli anziani Simeone e Anna: persone che «hanno il coraggio di salutare la promessa da lontano» ed esultano nella speranza (cfr. Gv 8,56).

Completamente agli antipodi di queste immagini sono quelle che Bergoglio sceglie per illustrare che cos’è un cattivo superiore: l’immagine di Sansone, annoiato dalla vita e irretito dalla sensualità, che perde la forza e cade nelle mani dei nemici che lo accecano, sicché deve ricorrere a una sciagura per riparare in qualche modo al male arrecato; l’immagine di Esaù, vagabondo e lamentoso, che vende la primogenitura per un piatto di lenticchie; e quella di Anania e Saffira, che ingannano e si fanno passare per devoti, mentre sono calcolatori e meschini.

Bergoglio contempla i personaggi biblici e ne attualizza gli atteggiamenti, traducendoli in immagini odierne, in cose che vediamo quotidianamente. La contemplazione viene orientata al discernimento pratico, con un desiderio pressante di incidere realmente sulla vita. La «caricatura» che viene fatta del cattivo superiore opera a favore della verità: permette di neutralizzare il potere del cattivo spirito, che si basa soprattutto sul suo nascondimento, sul non farsi notare finché non si sia insediato.

Nel Vangelo vediamo come l’ironia di Gesù nei confronti del fariseo Nicodemo operi un effetto positivo nel suo cuore; e invece come in altri farisei, che non vogliono convertirsi, abbia l’effetto opposto: il loro cuore si indurisce ancora di più. Ma questo non è ciò che accade abitualmente nel nostro mondo, dove gli amici vengono sempre lodati e i nemici sempre condannati. Non è facile riconoscere che colui che ci dice una dura verità su un nostro peccato lo fa con il desiderio di aiutarci. E tuttavia nel Vangelo le beatitudini sono sempre accompagnate dai «guai a voi!» con cui il Signore condanna i potenti cattivi, con la stessa forza e volontà di salvare con cui elogia e benedice coloro che praticano il bene.

Il cattivo superiore e il cattivo vescovo

Dobbiamo innanzitutto chiarire che non tutte le immagini del cattivo superiore sono applicabili tali e quali al cattivo vescovo. Amplificare alcune immagini di cattivi vescovi, mettendole in forma caricaturale, come a volte fanno i media, può essere non soltanto distruttivo, ma anche distrattivo. Non sempre chi ha una faccia seria o è accusato di qualcosa è uno che vende l’eredità ricevuta. Come fa notare Bergoglio, «il giusto sembra cattivo (le circostanze lo collocano lì) per difendere la sua appartenenza all’eredità che non vuole vendere. L’ingiusto, come Anania e Saffira, vende qualsiasi cosa gli serva a presentarsi da buono».

Ricordiamo che in Bergoglio-Francesco è sempre presente l’esperienza degli Esercizi Spirituali (ES) e, nel parlare delle tentazioni, egli segue quello che Ignazio descrive nella «meditazione sulle due bandiere», cioè i «tre gradini»: tentazione di cupidigia delle ricchezze, del vano onore del mondo e della superbia (cfr. ES 142). Nel discernimento di Bergoglio-Francesco, la mancanza di povertà si suole concretizzare nello scansare il lavoro; la vanità, nella mondanità spirituale; la superbia, nell’assenza di pietas.

Nella valutazione dei «profili» dobbiamo tener presente che, per Francesco, «il profilo di un vescovo non è la somma algebrica delle sue virtù. [...] Tutte queste imprescindibili doti devono essere tuttavia una declinazione della centrale testimonianza del Risorto, subordinate a questo impegno prioritario. È lo Spirito del Risorto che fa i suoi testimoni, che integra ed eleva le qualità e i valori edificando il vescovo». Pertanto, l’«eredità ricevuta gratuitamente» è quella di essere «testimoni di Cristo risorto». Questa è l’eredità che non si può vendere; e nemmeno la si può lasciare svalutare o affittare o ipotecare.

Ma, all’inizio del suo pontificato, Francesco ha tracciato un profilo del cattivo vescovo, a cui egli fa sempre riferimento, e nel quale si possono riconoscere le caratteristiche di chi vende l’eredità per scansare il lavoro (psicologia da «prìncipi»), per mondanità spirituale (ricerca dell’episcopato) o per mancanza di pietà (non essere «sposi della Chiesa»).

Ci concentreremo ora su questa tentazione centrale — quella di vendere l’eredità ricevuta gratuitamente — e cercheremo di rimarcarne alcuni punti negli scritti di Francesco ai vescovi, in cui sono presenti, come una sorta di struttura fondamentale, le tre realtà essenziali che fanno di un vescovo una persona che «vende l’eredità».

Il vescovo distante dai suoi sacerdoti e dal popolo fedele

Nel caso del cattivo vescovo, Francesco fustiga la pigrizia pastorale, quando questi fa sì che si svalutino il tesoro e la ricchezza più grandi dell’eredità ricevuta, che per lui consistono nel popolo fedele e nei suoi sacerdoti.

A questo riguardo, Francesco ha esortato i vescovi messicani a non lasciare che si perda l’eredità della religiosità popolare, custodendola invece con un lavoro costante. Ma se in un vescovo c’è un aspetto caratteristico di tale tentazione, esso è la distanza: «È necessario per i nostri pastori superare la tentazione della distanza, e lascio ad ognuno di voi di fare la lista delle distanze che possono esistere».

Ogni volta che ne ha l’occasione, Francesco fa ricorso a una specie di rappresentazione del vescovo distante, che non risponde alle chiamate telefoniche dei suoi preti: «Io ho sentito — non so se è vero, ma l’ho sentito tante volte nella mia vita — da preti, quando davo Esercizi a preti: “Mah! Ho chiamato il vescovo, e il segretario mi dice che non ha tempo per ricevermi”. E così per mesi e mesi e mesi. Non so se è vero. Ma se un prete chiama il vescovo, lo stesso giorno, o almeno il giorno seguente, dovrebbe telefonare: “Ho sentito, cosa vuoi? Adesso non posso riceverti, ma vediamo di cercare insieme la data”. Che senta che il padre risponde, per favore. Al contrario, il prete può pensare: “Ma a costui non importa; costui non è padre, è capo di un ufficio!”. Pensate bene a questo. Sarebbe un bel proposito questo: davanti a una chiamata di un prete, se non posso rispondere questo giorno, almeno risponderò il giorno seguente. E poi vedere quando è possibile incontrarlo. Essere in continua vicinanza, in contatto continuo con loro».

Anche la gente ha bisogno di sentire vicino il proprio pastore: «La presenza! La chiede il popolo stesso, che vuole vedere il proprio vescovo camminare con lui, essere vicino a lui. Ne ha bisogno per vivere e per respirare!»; oppure: «Al gregge serve trovare spazio nel cuore del pastore».

Ci sono molte maniere per frapporre distanza, e una sola per ridurla: la cordialità che si esercita verso il proprio gregge giorno dopo giorno, in particolare con le persone più problematiche e bisognose.

La distanza non è soltanto affettiva. C’è una distanza peggiore, che consiste nel rendere inaccessibili la Parola di Dio e i sacramenti. Perciò Francesco esorta i vescovi a essere «kerigmatici». Il kerigma è sempre annuncio che «il Regno è vicino».

La distanza è una categoria spaziale e, poiché il tempo è superiore allo spazio, la virtù che supera queste cattive distanze è la pazienza. Essa è il segno concreto del vescovo che sa trovare la distanza giusta in ogni momento, perché scommette sul tempo, perché è capace di iniziare, sostenere e accompagnare processi di crescita nella vita spirituale.

Per sottolineare l’importanza della pazienza, Francesco ricorda: «Dicono che il cardinale Siri soleva ripetere: “Cinque sono le virtù di un vescovo: prima la pazienza, seconda la pazienza, terza la pazienza, quarta la pazienza e ultima la pazienza con coloro che ci invitano ad avere pazienza”».

La pazienza di cui parla Francesco è eminentemente dinamica. Si tratta di «entrare in pazienza» davanti a Dio: «Il vescovo dev’essere capace di “entrare in pazienza” davanti a Dio, guardando e lasciandosi guardare, cercando e lasciandosi cercare, trovando e lasciandosi trovare pazientemente davanti al Signore».

La stessa pazienza serve per pregare e per portare avanti l’apostolato: «E questo vale anche per la pazienza apostolica: la medesima hypomonè che il vescovo deve esercitare nella predicazione della Parola (cfr. 2 Cor 6,4) la deve avere nella sua preghiera».

Con questa pazienza si fa fronte alla tentazione della «frenesia dell’efficienza», propria del mondo attuale, che è una forma di pigrizia, perché in virtù di essa si privilegia l’agire materiale, secondo il ritmo frenetico del denaro, ma si perde il ritmo umano, di cui le persone hanno bisogno per crescere e per vivere.

Il vescovo che non ha il coraggio di discernere per il bene del suo popolo

La seconda caratteristica del vescovo che «vende l’eredità» è quella di aver perduto la memoria dell’eredità ricevuta, e ciò lo priva del coraggio di discernere. Egli dubita, cavilla, rinvia o non vede ciò che conduce al bene e ciò che conduce al male nella vita del suo popolo. E questo ha a che fare con la vanità, con il guardare a se stessi, invece di guardare al bene e al male degli altri che richiedono un intervento.

Negli scritti di Francesco possiamo vedere un segno della mancanza di tale memoria nell’immagine del vescovo «personaggio». Il Papa lo tratteggia in un testo breve, ma molto energico, rivolto ai nuovi vescovi: «Tanti oggi si mascherano e si nascondono. Amano costruire personaggi e inventare profili. [...] Non sopportano il brivido di sapersi conosciuti da Qualcuno che è più grande e non disprezza il nostro poco, è più Santo e non rinfaccia la nostra debolezza, è buono davvero e non si scandalizza delle nostre piaghe. Non sia così per voi: lasciate che tale brivido vi percorra, non rimuovetelo né silenziatelo». Poi afferma: «Il mondo è stanco di incantatori bugiardi. E mi permetto di dire: di preti “alla moda” o di vescovi “alla moda”. La gente “fiuta” — il popolo di Dio ha il fiuto di Dio —, la gente “fiuta” e si allontana quando riconosce i narcisisti, i manipolatori, i difensori delle cause proprie, i banditori di vane crociate».

Costruire «personaggi» e inventare «profili» è vanità superficiale e, più in profondità, è assenza di memoria. La memoria è «collirio che purifica gli occhi dei pastori» e dà loro quel «senso “deuteronomico” della vita» come storia di salvezza, liberandoli dalla «malattia dell’“alzheimer spirituale”».

L’immagine utilizzata da Bergoglio è quella dell’«asino». Quando ad ambire a onori mondani è un vescovo, egli si rende ridicolo, come diceva san Giovanni XXIII: «Si rischia di volgere al ridicolo una missione santa». Francesco aggiunge: «È una parola forte questa del ridicolo, ma è vera: cedere allo spirito mondano espone soprattutto noi pastori al ridicolo».

Questa assenza di discernimento nel vescovo si nota nella sua incapacità di «vegliare per il gregge», che invece è la caratteristica propria del buon pastore. L’immagine di san Giuseppe che veglia, perfino nei sogni, su Maria e Gesù, è l’immagine-antidoto contro ogni tentazione di vendere l’eredità ricevuta gratuitamente. In questo caso la vendita avviene sotto forma di una specie di affitto: si affitta il terreno sacro del Regno ogni volta che non si discerne e si permette che i suoi spazi vengano usati o come musei o come laboratori per esperimenti alla moda. Il problema sta nel fatto che, poiché la memoria delle promesse del Regno non è viva e fresca, non vengono neppure avvertiti chiaramente i beni veri o i nemici veri, e questo va a detrimento della capacità di discernere.

Nella sua prima omelia come Papa, Francesco ha ricordato la tentazione contro il discernimento avuta da Pietro: «Lo stesso Pietro che ha confessato Gesù Cristo, gli dice: Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivo. Io ti seguo, ma non parliamo di Croce. Questo non c’entra. Ti seguo con altre possibilità, senza la Croce. Quando camminiamo senza la Croce, quando edifichiamo senza la Croce e quando confessiamo un Cristo senza Croce, non siamo discepoli del Signore: siamo mondani, siamo vescovi, preti, cardinali, papi, ma non discepoli del Signore».

Pietro fa esperienza personale del potere delle chiavi, cioè del potere di discernimento che apre la strada al bene e la chiude al male. E poiché lascia che il Signore discerna i pensieri del suo cuore, egli poi può a sua volta discernere i pensieri degli altri. Ci sono altri poteri, per così dire, più «stabili» che il Signore ha messo nelle mani dei suoi pastori. I sacramenti operano ex opere operato, sono di per sé efficaci. Le formulazioni «astratte» della verità possono durare per intere epoche, sebbene, quando cambiano i paradigmi culturali, sia necessario rielaborarle e precisarne l’espressione affinché siano comprensibili e vivibili. Il discernimento degli spiriti, invece, riguarda il momento puntuale. E richiede il coraggio di entrare nei tempi del Signore, con le loro lotte e le loro fluttuazioni, finché ciò che egli vuole dirci e farci scegliere non si mostra chiaramente e riceve conferma da parte sua, una volta che noi abbiamo operato la scelta.

Il vescovo da circoli chiusi senza spirito sinodale

La terza caratteristica del cattivo superiore è quella di essere una persona a cui manca la pietas. Nel caso del cattivo vescovo, questa mancanza si può nascondere dietro l’atteggiamento di esagerare la pietà su alcuni punti e nello stesso tempo trascurarla in altri. Come chi è molto pio nei confronti dell’Eucaristia e poi è impaziente e poco delicato nel rapporto con gli impiegati o con i poveri. O chi difende come un gladiatore un aspetto della dottrina o della morale e ne perde di vista altri.

Riguardo alle malattie della Curia, Francesco ha messo in risalto il sintomo di tale tentazione, parlando delle «mormorazioni» e di coloro che formano «circoli chiusi». Nei vescovi un simile modo di agire è sintomo di qualcosa di più grave: la mancanza di spirito sinodale. È una tentazione contro lo Spirito Santo, che è Colui che fa procedere tutti insieme, uniti tra loro e con il capo. La si può scorgere soprattutto in quanti, per esempio, non si sentono di parlare apertamente nei Sinodi, sebbene il Papa li inviti a parlare senza remore; essi però poi non esitano a parlare in piccoli gruppi o nei corridoi.

La tentazione contro lo spirito sinodale non è necessariamente un rifiuto esplicito. Lo «scandalo più grande» è costituito da una «povertà di comunione». Afferma Francesco: «Ne siamo convinti: la mancanza o comunque la povertà di comunione costituisce lo scandalo più grande, l’eresia che deturpa il volto del Signore e dilania la sua Chiesa. Nulla giustifica la divisione: meglio cedere, meglio rinunciare — disposti a volte anche a portare su di sé la prova di un’ingiustizia — piuttosto che lacerare la tunica e scandalizzare il popolo santo di Dio». A una grazia fondamentale come la sinodalità accade quello che accade all’amore: risente più dei piccoli affronti o delle piccole distanze che di una grande battaglia franca e aperta.

Francesco mette in luce anche una serie di tentazioni che possono sembrare banali, ma che nell’insieme sanno più di corruzione che di singoli peccati, perché «sfigurano lo spirito sinodale»: «la gestione personalistica del tempo»; «le chiacchiere»; «le mezze verità che diventano bugie»; «la litania delle lamentele che tradisce intime delusioni»; «la durezza di chi giudica senza coinvolgersi e il lassismo di quanti accondiscendono senza farsi carico dell’altro».

Il Papa ci ricorda che «il Sinodo è uno spazio protetto ove la Chiesa sperimenta l’azione dello Spirito Santo». Perciò la tentazione del cattivo vescovo contro il camminare insieme è un modo di non lasciare spazio allo Spirito, alla presenza di Dio in noi, come invece sa fare la gente semplice.

La tentazione del cattivo vescovo contro la sinodalità consiste anche nel non lasciare spazio al popolo fedele di Dio. Così Francesco, riferendosi al Concilio, dice: «“Questo Collegio, in quanto composto da molti, esprime la varietà e universalità del Popolo di Dio”. Nella Chiesa la varietà, che è una grande ricchezza, si fonde sempre nell’armonia dell’unità, come un grande mosaico in cui tutte le tessere concorrono a formare l’unico grande disegno di Dio. E questo deve spingere a superare sempre ogni conflitto che ferisce il corpo della Chiesa. Uniti nelle differenze: non c’è un’altra strada cattolica per unirci. Questo è lo spirito cattolico, lo spirito cristiano: unirsi nelle differenze. Questa è la strada di Gesù! Il pallio, se è segno della comunione con il vescovo di Roma, con la Chiesa universale, con il Sinodo dei vescovi, è anche un impegno per ciascuno di voi ad essere strumenti di comunione».

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Ci sono molti modi per riconoscere se un vescovo possiede i tratti essenziali che lo devono caratterizzare: un uomo ad aedificationem, fecondo nella sua paternità spirituale nei confronti del popolo fedele di Dio a lui affidato; capace di lasciare, come Davide, «l’eredità di quarant’anni di governo per il suo popolo e il popolo consolidato, forte»; un uomo coerente, con una pietà non fittizia, come l’anziano Eleazaro, che sa morire lasciando una «eredità nobile» ai giovani del suo popolo; un uomo memore della storia di salvezza, che ha il coraggio di discernere per il bene del suo popolo nei crocevia ambigui della storia e non cede alla tentazione della «mondanità spirituale».

Papa Francesco ci mostra ogni giorno che la «vicinanza con tutti» non è questione di maggiore o minore simpatia personale: è, invece, un «lavoro». È un «non schivare il lavoro», proprio del pastore che esercita la misericordia e il discernimento nella vicinanza cordiale, nella pastorale concreta, nell’uscire verso tutte le periferie geografiche ed esistenziali. Francesco ci fa capire che il discernimento non è un’attività elitaria e pericolosa, nel senso che lo si potrebbe usare per mettere in dubbio verità già consacrate, ma è un lavoro: quello di coinvolgersi nella vita concreta della gente, mettendosi personalmente in discussione, senza nascondersi dietro formulazioni astratte, ogni volta che sono in gioco, drammaticamente, il bene e il male delle persone.

Con il suo paziente amore per la diversità, papa Francesco ci attesta che anche la sinodalità è un lavoro: quello di fare un cammino con tutti, uniti nelle differenze, affinché lo Spirito possa operare nella vita multiforme e poliedrica della Chiesa.

Con la sua preghiera, Francesco esorta tutti i vescovi a «non essere ciechi», ma persone che desiderano consegnare integra l’eredità gratuitamente ricevuta e che sanno «salutare le promesse da lontano». Un vescovo, «per forgiare questa mediazione del “non vedere” e smettere di “essere cieco”, deve recarsi al tempio con frequenza, mettersi alla presenza incoraggiante di Dio, dedicarsi alla preghiera fiduciosa. Là, nel tempio, plasmerà la sua pietas, perché guarderà “alla roccia da cui è stato tagliato, alla cava da cui è stato estratto” (Is 51,1); contemplerà “Abramo, suo padre, e Sara che l’ha partorito” (Is 51,2) e, facendosi carico di questa identità, che è l’eredità ricevuta per sé, la donerà paternamente a coloro che la porteranno avanti, e gioirà nel sognare questa pienezza che adesso accetta di “non vedere” e, contemplandola da lontano, esulterà e sarà pieno di gioia (cfr Gv 8,56)».

 

* Saggio pubblicato in L'Osservatore Romano del 4 settembre 2017. Qui sono state omesse le note di cui lo scritto è corredato nella fonte originale