La migrazione di massa e il "grande rischio" per l'Europa*

Scritto da Cardinale Robert Sarah. Postato in Compagni di viaggio, articoli e studi

Il cardinal Robert Sarah, roccioso difensore dell’ortodossia cattolica, ha preso posizione anche sullo spinoso tema dell’immigrazione rilasciando al giornale cattolico “In Terris” la seguente intervista.

Il suo pensiero si potrebbe sintetizzare in poche frasi: niente frontiere aperte in modo indiscriminato, niente sostegno a chi alimenta con soldi e assistenza logistica flussi migratori incontrollabili, niente esegesi biblica dell’immigrazione. Il porporato guineano, infatti, spiega: “Meglio aiutare le persone a realizzarsi nelle loro culture piuttosto che incoraggiarle a venire in un’Europa in piena decadenza. È una falsa esegesi quella che utilizza la Parola di Dio per valorizzare la migrazione. Dio non ha mai voluto questi strappi”. Nell’intervista, Sarah parla della Polonia, dove afferma di essere stato in visita: “Essa - la sua riflessione - è libera di dire all’Europa che ciascuno è stato creato da Dio per essere messo in un ben preciso posto, con la sua cultura, le sue tradizioni e la sua storia. Questa volontà attuale di globalizzare il mondo sopprimendo le nazioni, le specificità, è pura follia”. Il cardinale non lesina poi critiche all’Unione europea. “Voi siete anzitutto polacchi, cattolici, e solo successivamente europei. Voi - il suo invito - non dovete sacrificare queste due prime identità sull’altare dell’Europatecnocratica e senza patria”. E poi il siluro: “La Commissione di Bruxelles non pensa che alla costruzione di un libero mercato al servizio delle grandi potenze finanziarie. L’Unione europea non protegge più i popoli, protegge le banche”. Si potrebbe interpretare quello di Sarah come un controcanto rispetto a quanto intonato da altri esponenti ecclesiastici. “Tutti i migranti che arrivano in Europa vengono stipati, senza lavoro, senza dignità… È questo ciò che vuole la Chiesa?”, si chiede il prefetto. Che aggiunge: “La Chiesa non può collaborare con la nuova forma di schiavismo che è diventata la migrazione di massa. Se l’Occidente continua per questa via funesta esiste un grande rischio – a causa della denatalità – che esso scompaia, invaso dagli stranieri, come Roma fu invasa dai barbari. Parlo da africano. Il mio paese è in maggioranza musulmano. Credo di sapere di cosa parlo”.


Il magistero dei pontefici e l'appello dei vescovi africani

L’atteggiamento del card. Sarah ricalca un passo del messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale del rifugiato del 2013. Ecco la celebre citazione di Ratzinger: “Nel contesto socio-politico attuale (…), prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra”. Linea di continuità con quanto il suo predecessore, San Giovanni Paolo IIaffermava al Congresso mondiale delle migrazioni nel 1998, ossia che “diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all’emigrazione”. Poi Benedetto XVI, in un altro passaggio del suo messaggio del 2013, avvertiva che “non possiamo dimenticare la questione dell’immigrazione irregolare, tema tanto più scottante nei casi in cui essa si configura come traffico e sfruttamento di persone, con maggior rischio per donne e bambini”. Sembra di rileggere il card. Sarah, quando nella sopracitata intervista definisce la migrazione di massa “nuova forma di schiavismo”. Concetto che si presenta anche nel messaggio dei vescovi delle conferenze nazionali e interterritoriali dell’Africa occidentale al termine della Terza Assemblea Plenaria che si è tenuta a metà maggio in Burkina Faso. I presuli si rivolgono ai giovani dei loro Paesi così: “Certo, comprendiamo la vostra sete di felicità e di benessere che i vostri Paesi non vi offrono. Disoccupazione, miseria, povertà rimangono mali che umiliano. Tuttavia, non dovete sacrificare la vostra vita lungo strade pericolose e destinazioni incerte. Non lasciatevi ingannare dalle false promesse che vi porteranno alla schiavitù e ad un futuro illusorio! Con il duro lavoro e la perseveranza potrete avere successo in Africa e, cosa più importante, rendere questo continente una terra prospera”. Ed ecco Papa Francesco: "Senza integrazione meglio non accogliere: accogliere lo straniero è un principio morale. Ma non si tratta di accogliere 'alla belle étoile', no, ma un accogliere ragionevole". Perciò occorre parlare "della prudenza dei popoli sul numero o sulle possibilità: un popolo che può accogliere ma non ha possibilità di integrare, meglio non accolga. Lì c’è il problema della prudenza. E credo che proprio questa sia la nota dolente del dialogo oggi nell’Unione Europea".

* Intervista tratta da "In Terris" del 3 giugno 2019

 

 

Sacramenti sempre più nel mirino della giurisprudenza*

Scritto da Mauro Faverzani. Postato in Compagni di viaggio, articoli e studi

 

I Sacramenti appaiono sempre più, a livello internazionale, nel mirino della giurisprudenza. Così, mentre nel mondo – in Sri Lanka, India, Cina, Siria ed in molte altre regioni… – proseguono le persecuzioni di sangue contro i cristiani, altrove l’inquietante ondata di laicismo giacobino, rivestito di più o meno nobili pretesti, non conosce a sua volta tregua e procede a colpi di codicilli.

La Camera dei Deputati cilena ha, ad esempio, approvato un disegno di legge, che pretende di obbligare i sacerdoti a violare il segreto della Confessione in caso di abuso sessuale. Secondo la Conferenza episcopale, tale norma rappresenta un passo «molto grave», un’autentica minaccia per la libertà religiosa e crea un’oggettiva e «seria difficoltà» dal punto di vista del diritto canonico.

Il disegno di legge venne presentato nel maggio dello scorso anno dall’on. Raul Soto, peraltro un cristiano-democratico, è stato approvato lo scorso ottobre dalla Commissione costituzionale, la Camera bassa lo ha a sua volta recepito ed ora, per diventare operativo, deve attendere il “sì” anche da parte del Senato: qualora giungesse, verrebbe modificato l’art. 175 del Codice di Procedura Penale e verrebbe pertanto ampliato lo spettro di coloro che vengono obbligati a denunciare reati commessi contro minori e adulti in condizioni fisiche o mentali tali da richiedere particolare attenzione per le loro condizioni fisiche o psichiche.

Tale obbligo, che riguarda già i dirigenti degli istituti scolastici, le forze dell’ordine, le capitanerie di porto ed i comandanti delle navi, verrebbe esteso ora anche alle «autorità ecclesiastiche di qualsiasi confessione religiosa, tanto di diritto pubblico quanto di diritto privato, ed, in generale, ai Vescovi, ai pastori, ai ministri di culto, ai diaconi, ai sacerdoti, ai religiosi ed a chiunque altro» sia responsabile «di una Congregazione» o di gruppi, così come ai vertici di associazioni, fondazioni o sigle di carattere culturale, giovanile, educativo, sportivo o di altra natura.

In particolare, il canone 983 del Codice di Diritto Canonico cozza contro tale norma, perché così recita: «§1. Il sigillo sacramentale è inviolabile; pertanto, non è assolutamente lecito al confessore tradire anche solo in parte il penitente con parole o in qualunque altro modo e per qualsiasi causa. §2. All’obbligo di osservare il segreto sono tenuti anche l’interprete, se c’è, e tutti gli altri ai quali in qualunque modo sia giunta notizia dei peccati della Confessione».

In caso di infrazione, il canone 1388 specifica: «§1. Il confessore che violi direttamente il sigillo sacramentale incorre nella scomunica latae sententiaeriservata alla Sede Apostolica; chi poi lo fa solo indirettamente sia punito proporzionalmente alla gravità del delitto».

Un altro fronte ostile è stato aperto in Olanda, dove le Sinistre, gli ambientalisti ed i liberali pretendono un inasprimento della sanzione per chiunque contragga matrimonio religioso prima di quello civile. In merito è stato presentato l’ennesimo disegno di legge che prevede per i trasgressori una multa di 4 mila euro o, in alternativa, una condanna a sei mesi di carcere.

La norma amplia quanto già previsto dall’art. 68 del Codice civile olandese, estendendone gli effetti anche sugli sposi e sui loro testimoni; il provvedimento, per il quale i nubendi devono essere entrambi maggiorenni, verrebbe introdotto per evitare abusi nella comunità islamica, quali poligamia, nozze forzate o con minorenni, per cui dovrebbe essere approvato da un’ampia maggioranza parlamentare, senza incontrare ostacoli.

I conti tuttavia non tornano… Anche in Italia poligamia, nozze forzate o con minorenni sono sempre state vietate e contrastate efficacemente. Sono bastate le leggi concordatarie per questo. Non solo: di per sé anteporre il matrimonio civile a quello religioso non basta a scongiurare illeciti, poiché quel che poi accada in una moschea o in un centro culturale islamico, del fatto che cioè vi si celebrino o meno altre, nuove unioni, non è detto che all’esterno si abbia notizia.

Quel che è certo è che tale mossa crea viceversa seri problemi di carattere morale in casa cattolica (e non solo), tali da costringere quanti desiderino aderire in pieno alla Dottrina ad organizzare le proprie nozze in modo tale che cerimonia civile e religiosa differiscano solo di qualche ora. Diversamente potrebbe facilmente insorgere col tempo la falsa convinzione che sia sufficiente, per dirsi sposati, esserlo di fronte allo Stato, rinunciando al Sacramento o rinviandolo sine die¸ specie in un contesto di lassismo spirituale quale l’attuale.

Dopo divorzio, aborto, fecondazione assistita, eutanasia, si registra insomma una tendenza a modificare sempre più la giurisprudenza, nelle piccole come nelle grandi cose, in senso sempre più o contrario alla fede cattolica (come in Cile) oppure penalizzante (come in Olanda), dove – si badi – ad esser messi in discussione sono due Sacramenti. Il che è francamente inquietante.

* Pubblicato in "Corrispondenza romana" dell'1 maggio 2019

Il manifesto della fede del cardinale Gerhard Müller*

Scritto da Gerhard Müller. Postato in Compagni di viaggio, articoli e studi

«Non sia turbato il vostro cuore!» (Gv 14,1). E’ con questo versetto del Vangelo che si apre il “Manifesto della Fede” del cardinale Gerhard Cardinale Müller, diffuso domenica 10 febbraio in sette lingue.

Ciò che ha spinto il cardinale a offrire una testimonianza pubblica della Verità cattolica è stata la richiesta di «molti vescovi, sacerdoti, religiosi e laici della Chiesa cattolica», preoccupati per la «sempre più diffusa confusione nell’insegnamento della fede». «È compito proprio dei pastori» – afferma il cardinale – «guidare gli uomini loro affidati sulla via della salvezza, e ciò può avvenire solamente se tale via è conosciuta e se loro per primi la percorrono. A proposito ammoniva l’Apostolo: «A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto» (1 Cor 15,3)».

In un momento in cui «molti cristiani non conoscono più nemmeno i fondamenti della fede, con un pericolo crescente di non trovare più il cammino che porta alla vita eterna», il cardinale Müller ritiene che la fonte più sicura di orientamento sia il Catechismo della Chiesa Cattolica, «scritto allo scopo di rafforzare i fratelli e le sorelle nella fede, una fede messa duramente alla prova dalla “dittatura del relativismo”».

I riferimenti al Catechismo costituiscono il filo conduttore del Manifesto, che si apre con una confessione di fede nella Santissima Trinità, «epitome della fede di tutti i cristiani», che «segna una differenza fondamentale nella fede in Dio e nell’immagine dell’uomo rispetto alle altre religioni». Il cardinale professa quindi la fede nella Chiesa, la cui autorità, «si estende a tutti gli elementi di dottrina, ivi compresa la morale, senza i quali le verità salvifiche della fede non possono essere custodite, esposte o osservate».

«La Chiesa non è un’associazione creata dall’uomo, la cui struttura può essere modificata dai suoi membri a proprio piacimento: essa è di origine divina» ed è ancora valido «l’ammonimento dell’Apostolo secondo cui maledetto è chiunque proclami un altro Vangelo, “anche noi stessi, oppure un angelo dal cielo”» (Gal 1,8). Compito del Magistero della Chiesa nei riguardi del popolo di Dio è quello di «salvaguardarlo dalle deviazioni e dai cedimenti» affinché possa «professare senza errore l’autentica fede». Questo è particolarmente vero per quanto riguarda i sette sacramenti. «Per questo la Sacra Scrittura ammonisce riguardo alle condizioni per ricevere la santa Comunione: «chiunque mangia il pane o beve il calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole del corpo e del sangue del Signore» (1 Cor 11, 27)». «Dalla logica interna del sacramento si capisce che i divorziati risposati civilmente, il cui matrimonio sacramentale davanti a Dio è ancora valido, come anche tutti quei cristiani che non sono in piena comunione con la fede cattolica e pure tutti coloro che non sono debitamente disposti, non ricevano la santa Eucaristia fruttuosamente, perché in tal modo essa non li conduce alla salvezza. Metterlo in evidenza corrisponde a un’opera di misericordia spirituale.»

L’osservanza della legge morale è necessaria a tutte le persone di buona volontà per conseguire la salvezza eterna. «Infatti colui che muore in peccato mortale senza pentimento rimarrà per sempre separato da Dio. Ciò comporta delle conseguenze pratiche nella vita dei cristiani, tra le quali è opportuno richiamare quelle oggi più frequentemente trascurate». Seguono a questo punto una serie di richiami ai numeri del catechismo che ricordano il Magistero della Chiesa in tema di difesa della vita e condanna dell’omosessualità e di altri peccati (cfr 2270-2283; 2350-2381).

Il cardinale ricorda quindi il giudizio personale che segue la morte, con «la terribile possibilità che una persona, fino alla fine, resti in contraddizione con Dio: rifiutando definitivamente il Suo amore, essa si dannerà immediatamente per sempre. L’eternità della punizione dell’inferno è una realtà terribile, che – secondo la testimonianza della Sacra Scrittura – riguarda tutti coloro che muoiono in stato di peccato mortale». «Tacere su queste e altre verità di fede oppure insegnare il contrario è il peggiore inganno contro cui il Catechismo ammonisce vigorosamente».

Il Manifesto si chiude con un appello a ricordare «queste verità fondamentali aggrappandoci a ciò che noi stessi abbiamo ricevuto (…) L’avvertimento che Paolo, l’apostolo di Gesù Cristo, da al suo collaboratore e successore Timoteo è rivolto in modo particolare a noi, vescovi e sacerdoti. Egli scriveva: «Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole. Tu però vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero» (2 Tm 4,1-5)».

Il Manifesto dopo la firma del cardinale Müller, reca un’aggiunta significativa: Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede dal 2012-2017.

 

*Pubblicato su www.corrispondenzaromana.it in data 09 febbraio 2019 

 

 

 

Pensiero natalizio per Fogli Mariani

Scritto da Francesco Lena. Postato in Compagni di viaggio, articoli e studi

 

Anche quest’anno con entusiasmo si festeggia il magnifico Natale,

ci porta sempre fiocchi di neve e quella luce che aiuta ad aprirsi ai bisogni del mondo attuale.

Lo splendore di Gesù Bambino indica la via dei princìpi universali da realizzare,

da costruire in una pace che unisce, che semina non odio e rancore ma rispetto, condivisione e amore.

Ci sentiamo mossi a un Natale creativo con la mente per meglio praticare i valori del cuore,

quelli che creano profonde armonie nella solidarietà e nella fraternità;

mossi a un Natale propositivo, guardando l’alba con gli occhi dei bambini per scoprire nuovi e speciali colori,

mossi a un Natale sereno, per portare con dolcezza un conforto alle persone più deboli e inferme,

agli ammalati, ai vecchi e ai bambini, per donare loro una sorridente carezza

più preziosa di qualunque tesoro.

Vogliamo aprirci a un Natale umano, perchè i diritti degli uomini siano quelli di un grande mondo multicolore,

 a un Natale rispettoso di normali e diversi, di dinamiche ambientali e  naturali,

a un Natale di coscienza, superando indifferenza e cinismo per soccorrere i fratelli in mare,

anch'essi da amare, anch'essi da salvare col vangelo sul cuore.

E infine a un Natale di speranza, per tutti coloro ancora a corto di una distribuzione di beni

fatta con passione e di nuovo e sempre per amore.

 

 

Padre nostro vecchio e nuovo. Intervista di Aldo Maria Valli a mons. Nicola Bux*

Scritto da Aldo Maria Valli, Nicola Bux. Postato in Compagni di viaggio, articoli e studi

«E non ci indurre in tentazione» oppure «e non ci abbandonare alla tentazione»?

Fra tanti motivi di divisione già esistenti, ora i cattolici italiani ne hanno un altro, che riguarda addirittura la preghiera insegnata da Gesù. Ma perché si è voluto cambiare? Che cosa ha spinto i vescovi a questa decisione? E ora che succederà?

Ne parliamo con monsignor Nicola Bux, liturgista, già consultore dell’Ufficio delle celebrazioni liturgiche di Benedetto XVI, consultore della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti e docente di Liturgia orientale e Teologia sacramentaria nella Facoltà teologica pugliese.

 

Monsignore, come giudica il cambio introdotto dalla Cei?

Mons. Bux – È noto che san Francesco era desideroso di far conoscere Gesù a quanti più possibile; così diceva a frate Leone che la letizia perfetta non è nella carità, nella povertà e in tante altre cose che pure il frate gli andava elencando. No, la letizia perfetta era lì dove, bussando alla porta per comunicare il Vangelo, non avessero ricevuto risposta, e ancor di più se, aprendosi la porta, avessero ricevuto rifiuto e bastonate. Il Santo intendeva insegnare proprio la possibilità di passare attraverso la prova, perché è il Signore che lo permette per suo amore. Tutto questo a causa del nome di Gesù e del Vangelo. Evitare la prova significa vanificare la Croce; già Pietro voleva evitare a Cristo la Croce, ma sappiamo che Gesù gli disse che era una tentazione satanica.

Sebbene il cambiamento fosse stato introdotto nel lezionario, in questi giorni di discussione sul Padre nostro molti si domandano se la Chiesa, per duemila anni, non si sia sbagliata nell’«obbedire al comando del Salvatore» e se sia stata «conforme al suo divino insegnamento». Se proprio si riteneva incomprensibile la frase in questione, non bastava spiegarla nella catechesi? L’altro interrogativo che ci si pone è se questo cambiamento non sia la premessa di altri, miranti a cambiare la Preghiera Eucaristica, in specie la formula consacratoria. Ciò premesso, l’osservazione che fa il cristiano orientale e chi sta all’esterno della Chiesa è: perché cambiare proprio la Preghiera che ha insegnato il Signore, e che costituisce la formula base della preghiera cristiana? Così facendo, quanti l’hanno imparata da piccoli al catechismo o da adulti, al momento della conversione, e che non praticano ordinariamente, rimarranno fuori dal «nuovo corso»: in Italia si stima circa il 70 per cento. Si potrà ancora dire di non avere escluso nessuno e di essere stati «pastoralmente» accorti?

 

A suo giudizio qual è la traduzione più corretta del passo in questione?

Mons. Bux – Diversi esperti sono intervenuti, basta andare sul web, per spiegare l’interpretazione corretta del «non ci indurre in tentazione», in base ai testi originali aramaico, greco e latino. La più convincente sembra proprio quella tradizionale, perché san Girolamo ha intenso tradurre col verbo latino inducere (che significa introdurre, sinteticamente indurre) la possibilità che il Signore ci sottoponga alla temptatio, al test per provare se siamo fedeli, alla prova. È noto che la Sacra Scrittura, innumerevoli volte, spiega che Dio introduce o sottopone alla prova quelli che ama; come nel caso di Giona. Gesù del resto ha parlato del «segno di Giona», ossia la prova attraverso cui sarebbe passato egli stesso e quanti altri avessero voluto seguirlo: la passione e la morte, «primo tempo» del mistero pasquale. E il «secondo tempo», la risurrezione, dipende dal primo. Nel Getsemani Gesù ha chiesto al Padre di allontanare «il calice»: la terribile prova della Croce. Dunque, per verificare che siamo fedeli alla sua Alleanza,  non si può chiedere a Dio di «non abbandonarci alla tentazione», ma di non introdurci nella prova e di liberarci dal maligno. La nuova traduzione appare invece in contrasto col comportamento del Signore, come ci è stato rivelato nell’Antico e specialmente nel Nuovo Testamento.

 

Secondo lei perché si è voluto cambiare?

Mons. Bux – Si deve tener presente che dalla pubblicazione della terza editio typica latina del Missale Romanum nel 2002 la Cei doveva dar seguito agli adattamenti in essa avvenuti. Tuttavia, non era certo tenuta a questi cambiamenti così importanti. Ma l’ideologia del cambiamento, non disgiunta dall’idea che il Messale non sia norma, ma canovaccio da interpretare e modificare (come sosteneva il liturgista trentino monsignor Rogger, cosa insegnata pure negli istituti liturgici) ha fatto il resto. In tal modo la regula fidei, che la Preghiera del Signore massimamente racchiude, finisce per piegarsi alla concezione buonista di Dio, diffusa oggi tra i cattolici. A suo tempo, i protestanti tedeschi non condivisero la proposta dei vescovi della Conferenza episcopale della Germania, di introdurre tale cambiamento, e questi non lo fecero. Gli ortodossi che sono in Italia, per esempio i romeni, hanno conservato «e non ci indurre in tentazione». La smania di cambiamento è espressione del «cambio di paradigma» o «rivoluzione culturale» che si vuole fare nella Chiesa odierna, come si deduce anche dall’ultima intervista del cardinale Bassetti. La Chiesa non è considerata come la Sposa di Cristo, da preservare e trasmettere alle nuove generazioni, ma come qualcosa da manipolare a nostro piacimento.

 

E ora che cosa succederà concretamente?

Mons. Bux – È tutto da vedere. Negli ultimi decenni postconciliari, come appena detto, fra i sacerdoti ha preso piede l’idea che i testi del Messale, e liturgici in genere, non siano normativi. Così si assiste a Messe nelle quali i canti del Gloria e del Sanctus modificano il testo per esigenze melodiche, invece di piegare la melodia alle esigenze del testo, come la grande musica sacra ha sempre fatto. Poi si è cercato di modificare, nella formula consacratoria, il «pro multis» in «per tutti». Il cambiamento della traduzione del Pater noster va incontro a quelli che si sono fatti un’idea per la quale il Dio rivelato da Gesù Cristo non è giudice e remuneratore delle opere buone e cattive compiute dall’uomo; ma certamente non è questa la concezione della Tradizione apostolica e patristica trasmessa dalla Chiesa cattolica, che dice: se da Dio abbiamo avuto il bene, dobbiamo accettare anche il male. Dunque, con questa traduzione, si approfondisce la divisione nella Chiesa.

 

Lei dirà la preghiera secondo la nuova formula o come in passato?

Mons. Bux – Un mantra spesso ripetuto è che bisogna tener conto delle esigenze pastorali. Ma un pastore vero dovrebbe domandarsi: è «pastorale» ignorare le perplessità e le critiche di tanti fedeli? Li bollerà sbrigativamente come tradizionalisti? Un pastore potrebbe ignorare pure una sola pecora del suo gregge? Il cardinale Bassetti ha detto tra l’altro che si può sempre continuare a recitare il Pater noster in latino. È noto del resto che il Messale tradotto in varie lingue, quindi anche quello italiano, riporta in sequenza al testo italiano del Pater noster quello latino. Dovrebbe essere così anche nel nuovo. Papa Paolo VI aveva auspicato che in tutti i Messali, nelle lingue correnti, fosse riportato a fronte il testo in latino, al fine di preservare il termine di paragone permanente fra la lingua della Chiesa e le lingue soggette a continua evoluzione.

 

Chi continuerà a dire «e non ci indurre in tentazione» sarà considerato fuori dalla comunione?

Mons. Bux – Tenendo conto dei tanti adattamenti oggi consentiti o apportati arbitrariamente, in particolar modo alle preghiere, oltre che ai riti, nessuno potrebbe considerare fuori dalla Chiesa chi continuerà a recitare il Pater noster nella versione in cui l’ha appreso da piccolo e che la Chiesa ha usato per secoli. Ciò che era sacro resta sacro, diceva Paolo VI, e non può essere all’improvviso proibito, ha aggiunto Benedetto XVI. Non ha forse ribadito più volte papa Francesco che bisogna costruire ponti e non muri? Porremo un altro impedimento all’unità dei cristiani, a cominciare in casa cattolica? D’altronde, per recitare la preghiera del Padre nostro con gli ortodossi, con la formula tradizionale che loro hanno conservato, almeno per motivi ecumenici, non dovremmo cambiarla.

* Titolo originale: Padre nostro vecchio e nuovo. «Quel “non abbandonarci alla tentazione” è un cedimento al buonismo dilagante nella Chiesa. La vecchia traduzione resta la migliore. Parla monsignor Nicola Bux, pubblicato in "Duc in altum", il 4 dicembre 2018