Cristiani e islamici secondo padre Samir

Scritto da Luisa Cafieri. Postato in Contributi e testimonianze

 

Sembrano ragionevoli e sono invece sconcertanti alcune recenti considerazioni che un padre gesuita di origine egiziana ed islamologo di fama internazionale come Samir Khalil Samir è venuto facendo sul rapporto tra fede cattolica e fede islamica. Secondo lui, nella Chiesa e nell’Islam vi sarebbero alcuni problemi analoghi. Uno sarebbe quello per cui nell’una e nell’altro «non riusciamo sempre e facilmente a trasmettere la fede alla nuova generazione e alle generazioni a venire. L'interrogativo che ci poniamo è: in che modo dobbiamo ripensare la fede per i giovani ma anche nelle parrocchie o nelle moschee, nei discorsi che i religiosi rivolgono ai loro fedeli?» (Il posto dell’Islam nel piano di salvezza? Rimettere Dio al centro, Intervista di Mirko Testa a padre Samir Khalil Samir, in “Zenit” del 23 giugno 2010).    

Cosí l’idea sarebbe quella di confrontare esperienza cristiana, esperienza musulmana sunnita ed esperienza musulmana sciita, per «raccogliere magari anche solo le difficoltà comuni e cercare insieme una risposta ad esse» (Ivi). Non nego che certe analisi comparative possano interessare legittimamente allo studioso, ma è difficile capire perché il cristiano in quanto tale dovrebbe ritenerle necessarie per sé, per la sua fede, per le sue opere. Il cristiano crede che Gesù il Cristo è il Figlio di Dio, è appunto il Cristo di Dio, e che la salvezza è conseguibile unicamente in Cristo: per lui l’essenziale è e deve essere questo, e lo specifico oggetto della sua testimonianza dev’essere questo e non altro. Il cristiano vive in mezzo a non cristiani con i quali è tenuto ad avere rapporti di umanità, di amicizia, di cordialità, di collaborazione, nel nome e solo nel nome della sua fede: dinanzi all’erronea fede altrui egli non può comportarsi certo in modo intollerante ma non può fingere di rispettare oltre gli uomini con i quali viene in contatto anche le loro idee religiose e il loro comportamento quando la sua retta coscienza cristiana lo metta bene in condizione di capire che quelle idee sono erronee e che determinati comportamenti sono disdicevoli o iniqui.

E’ auspicabile, dice padre Samir, che i cristiani non se ne vadano dal Medio Oriente, perché questo sarebbe «una perdita per la cristianità», e anche perché, se i musulmani restano senza i cristiani, «mancherà un elemento di stimolo che è rappresentato proprio da quell’elemento di diversità che i cristiani possono apportare» (Ivi). E’ bene che la fede islamica resti stimolata da un elemento di diversità, ma sarebbe più corretto dire da un elemento di verità più che di semplice diversità, affinché essa possa essere più consapevole del suo vero significato e del suo reale valore e che la fede cristiana ritenga utile per se stessa le sollecitazioni islamiche cui viene sottoposta. Come dire: se i cristiani chiedono ai musulmani perché essi considerano Maometto un profeta che avrebbe ricevuto senza mediazione alcuna la parola di Dio ponendolo in sostanza al posto o più in alto di Gesù, anche i musulmani possono chiedere ai cristiani perché essi parlano di Dio come “uno e trino”. Ora, con tutto il rispetto possibile per le fedi altrui e per questo accattivante ragionamento del padre gesuita in parola, è del tutto fuorviante considerare come dotate di un medesimo valore critico e per cosí dire maieutico l’obiezione islamica e quella cristiana.

A prescindere dal fatto che, se i cristiani se ne andassero dal Medio Oriente perché costretti, questo sarebbe in senso spirituale una perdita non già solo o tanto per i cristiani quanto soprattutto per l’umanità intera, non si può non osservare che l’islamico non ha alcun argomento minimamente fondato in sede storica e in sede logica da opporre all’obiezione cristiana, mentre il cristiano può ben rispondere che Dio è uno e trino non solo perché questo concetto, pur denotando comunque un mistero insondabile nella sua realtà più profonda, disegna una struttura intimamente e affettivamente identitaria e al tempo stesso relazionale della divinità e rende quindi ragione del Dio-Amore, del Dio-carità, del Dio-misericordia e giustizia, nel quale i cristiani ripongono la propria fede mentre è decisamente più distante dalla sensibilità islamica in generale, ma anche e innanzitutto perché è Gesù stesso che ci parla di un Dio-Padre, di un Dio-Figlio e di un Dio-Spirito Santo, ovvero dello stesso e unico Dio che ontologicamente e storicamente viene articolandosi in questa dinamica di persone uguali e distinte che sono legate l’una alle altre da un amore indissolubile ed eterno.  

Certo, resta condivisibile la preoccupazione del padre gesuita: senza i cristiani i musulmani non rischiano di compromettere una loro auspicabile evoluzione spirituale e religiosa? Solo che, non per presunzione ma per puro spirito di verità, non può valere il contrario: senza l’Islam i cristiani non restano orfani di una concreta possibilità di essere quel che ancora non sono? No, non restano orfani di nulla, perché per i cristiani ogni concreta possibilità di progresso è già compresa nella parola e nell’opera di nostro Signore Gesù Cristo, dei suoi fedeli apostoli e di tutti i suoi migliori testimoni. D’altra parte la fede cristiana ha conosciuto una storia diversa da quella con cui ha avuto a che fare la fede islamica, una storia che interagendo con essa, sia pure molto più spesso per contrasto che non per subitanea o immediata concordanza, ha contribuito a farne emergere in modo sempre più chiaro nei secoli la forza veritativa, la forza di coinvolgimento spirituale, la capacità non solo di recepire ma anche di stimolare i processi storico-culturali per favorirne non la chiusura ma una continua apertura.

La fede cristiana, nonostante tutti i suoi limiti e i suoi abbrutimenti, nonostante i suoi timori e tutte le sue sospettose e non sempre giustificate chiusure nei confronti del “nuovo”, non si è mai completamente sottratta ad un confronto con il mondo, con la cultura laica, con la modernità, con la scienza, con l’affermarsi dei diritti umani: pur prendendo tempo ogni volta per riflettere sul da farsi, ha sempre cercato, non solo evidentemente attraverso la Chiesa istituzionale ma attraverso tutte le componenti ecclesiali, di capire, di analizzare, di discernere, di valorizzare, di “salvare” tutte quelle realtà umane e culturali effettivamente “salvabili” alla luce del Vangelo. Per questo, ancora oggi appare chiaro come né la Chiesa può fare a meno del mondo che è chiamata a “salvare”, né il mondo, nonostante tante polemiche ed invettive che potrebbero indurre a pensare il contrario o proprio a causa di esse, può fare a meno della Chiesa e di una Chiesa che, pur povera talvolta di mezzi intellettuali adeguati, continua a tenere alta la memoria inattuale di Cristo crocifisso e Salvatore nel quadro di un’attualità storica sempre più convulsa e insensata.

L’Islam invece ha avuto una storia ben diversa: non che non abbia anch’esso percepito la forza del sapere critico, della scienza, della tecnica e delle arti in genere, ma nei confronti di tutto ciò il suo atteggiamento è sempre stato fondamentalmente di svalutazione aprioristica giungendo cosí a pretendere una subordinazione di tipo quasi ontologico di tutte le pratiche storico-umane, ivi compresa la politica, alle sue direttive teologiche e teocratiche. Non è che l’Islam non abbia mai conosciuto momenti di apertura “illuministica”, rileva Samir, ma questi momenti dopo l’XI secolo si sono scontrati con una fortissima reazione religiosa islamistica la quale, rendendo irrilevante la filosofia e la critica religiosa storica, sarebbe venuta producendo il progressivo e definitivo esaurimento delle spinte “illuministiche” (Ivi).   Tuttavia, pur con questi limiti, «l'Islam è servito a riaffermare la fede in un solo Dio, la chiamata a dedicarci completamente a lui, a modificare la nostra vita per adorarlo. Si è trattata di una reazione sana, nel prolungamento della tradizione biblica ebraica e cristiana», anche se poi questa “reazione sana” ha coinciso con la negazione della duplice natura umana e divina di Cristo, della unicità e trinità di Dio, della morte reale di Cristo e del valore salvifico di tale morte (Ivi). Sicché alla fine non appare chiarissimo il senso del discorso del padre gesuita che si sforza di riconoscere meriti storici dell’Islam nel momento stesso in cui in pratica non riesce a trattenersi dal bollarlo come  movimento eretico che punta di fatto a distorcere il senso più vitale della fede cristiana. 

Per cui anche le sue ultime considerazioni non possono apparire particolarmente significative ai fini di una possibile riscoperta della fede cristiana nella coscienza contemporanea, neppure se o quando si sia disposti ad apprezzare l’intenzione ultima di Samir che è quella di favorire un vero dialogo tra cristiani e islamici: «Noi siamo interrogati ogni giorno dai musulmani sulla nostra fede e questo ci porta a ripensarla continuamente in funzione dell'Islam. Ringrazio i musulmani per le loro critiche, purché le facciano come riflessione e non come polemica. Lo stesso direi per le domande dei cristiani. La nostra vocazione, di noi cristiani d’Oriente, è quella di vivere insieme ai musulmani, ci piaccia o no. E’ una missione! E' difficile, ma dobbiamo vivere insieme. Per questo direi che tocca al musulmano difendere la presenza cristiana e al cristiano difendere la presenza musulmana. Non tocca infatti ad ognuno di noi difenderci, perché altrimenti si arriva allo scontro» (Ivi). E’ sufficiente qui osservare che il tanto temuto “scontro” c’è già stato diverse volte storicamente e ci sarà finché Dio non lo ritenga utile o necessario all’avvento del suo Regno.