Il relativismo democratico, la fede e la Chiesa

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista

 

Una democrazia non è truffaldina, non è fraudolenta, solo se essa favorisce o si sforza di favorire condizioni generali di vita in virtù delle quali la libertà reale di ciascuna persona sia la condizione necessaria del bene comune per tutti, anche se, come ha spiegato il filosofo Marc Augé, in «un mondo sovraccarico di significati simbolici», ovvero di universi simbolicamente già formati che impongono ai singoli individui «un insieme di relazioni possibili o persino obbligate», appare «evidente che l’idea di libertà individuale non ha senso», in quanto ogni identità individuale può costruirsi solo all’interno di un senso sociale che altro non è se non l’insieme delle relazioni nelle quali e per mezzo delle quali viene costruendosi per l’appunto ogni identità (Democrazia e spirito scientifico. Come si costruisce la democrazia, in “La Repubblica” del 19 settembre 2009). Si può dunque essere individualmente liberi solo all’interno di «relazioni obbligate e comunità subite» (Ivi) ove beninteso queste non abbiano nulla a che fare con un totalitarismo sia pure strisciante che condannerebbe l’uomo singolo non solo ad un isolamento politico (che è naturale si verifichi in una democrazia quando certe istanze ed aspettative individuali risultino minoritarie) ma ad una «estraneazione» della sua vita nel suo insieme. In un sistema totalitario in effetti non ci si contenta solo di isolare l’individuo dalle pubbliche relazioni ma si punta a distruggere la vita privata dell’individuo in modo tale che quest’ultimo viva disperatamente la sua presenza nella società come una sorta di «non appartenenza al mondo», di espulsione dal mondo sociale di cui invece dovrebbe essere e sentirsi parte.    

Per questa ragione, il processo che conduce alla comunità e quindi alla realizzazione del bene comune, che è la sostanza stessa della democrazia, è sempre parziale e mai compiuto o definitivo perché sempre volto ad impedire orizzonti chiusi di senso e forme più o meno stabili e diffuse di estraneazione umana. Il che significa che la democrazia «è sempre da costruire…la sua frontiera è un orizzonte. In democrazia, il rispetto della costituzione esistente e la conservazione dell’ordine stabilito sono soltanto degli imperativi pratici relativi e provvisori, poiché la costituzione cambierà e le norme pure» (Ivi).

E Augè esemplifica significativamente in questi termini: «Pensiamo, per prendere un esempio semplice, vicino e spettacolare, a tutto quanto era vietato o impensabile nei paesi dell’Europa Occidentale appena sessant’anni fa, tanto nell’ambito dei costumi (statuto della donna, divorzio, omosessualità), quanto nella sfera strettamente politica (voto alle donne, maggiore età). Lo spirito democratico, come lo spirito scientifico, non si soddisfa di ciò che è acquisito e sa che la verità è sempre da conquistare, che l’esistenza politica precede sempre la sua essenza. L’idea di progresso, in questa prospettiva, non procede né dall’orgoglio, né dall’ingenuità, ma dalla semplice constatazione dell’insufficienza del presente e delle frontiere che sono ancora da varcare per partire alla ricerca di soluzioni certo ma anche di nuovi problemi da risolvere. Quelli che invocano il progresso non parlano a nome di un sapere preesistente; hanno semplicemente la convinzione, modesta e tenace, che la libertà reale di ciascun individuo umano sia la condizione necessaria del bene comune per tutti. Si ispirano così allo spirito scientifico. Non c’è niente di più modesto dello spirito scientifico: esso non parte mai da una totalità compiuta come quella che sta alla base delle ideologie, ma esplora le frontiere dell’ignoto con l’ambizione di spostarle» (Ivi).

A quali riflessioni ed eventualmente a quali obiezioni può essere indotto un cattolico da una cosí chiara lezione di filosofia etico-politica? Qui il discorso non è semplice perché i cattolici hanno una stessa fede ma non necessariamente la stessa formazione spirituale ed intellettuale. Chi, per esempio, abbia una qualche familiarità con la storia della scienza e della cultura scientifica, o chi ha imparato che un certo relativismo epistemologico può senz’altro concorrere alla costruzione di una razionalità aperta e feconda di risultati che proprio in quanto tale non abdichi o non volti le spalle agli orizzonti di senso della fede religiosa, non si scandalizzerà nel sentir parlare di democrazia come pratica politica e di governo fondata su una concezione relativistica della verità e più esattamente sulla volontà di una maggioranza e quindi su un criterio puramente quantitativo. Certo, la democrazia senza cultura è inesistente, perché altrimenti si potrebbe dire che anche tra cannibali essa è possibile. Ma, in ultima analisi, quale che sia il livello culturale di un popolo democratico, alla fine, per legiferare ed emanare provvedimenti legislativi che valgano per tutti i cittadini, non si può fare altro che contare “le teste”, i voti. Il cattolico raziocinante sa che non si può fare diversamente, che non c’è un’altra strada perseguibile, a meno di non voler fuoriuscire da ciò che storicamente e culturalmente si è convenuto di intendere per democrazia.

Il che non toglie che la democrazia, qualora una consistente parte di popolo e di classe dirigente dovesse allontanarsi o deviare dalla capacità civica ed etico-politica di recepire le istanze più vere urgenti e profonde della società e delle singole persone, possa anche svuotarsi progressivamente di significato e di sano valore emancipativo. Ma, in linea di massima, non c’è democrazia in cui si possa esercitare il potere a prescindere da quei criteri di ricerca, di gradualità, di verifica, di revisione e di continuo approfondimento della validità delle norme approvate e vigenti o da migliorare e approvare, tenendo sempre e inevitabilmente conto di quelli che sono i punti di vista, le posizioni, gli interessi legittimi delle varie forze in campo. Il cattolico come tale potrà dissentire, lottare per dare più forza sociale alle sue idee, fare del suo meglio per contrastare pacificamente quelli che ritiene errori e forme più o meno gravi di devianza morale e civile, assumersi personalmente la responsabilità della disobbedienza civile, ma non potrà non riconoscere che, pur personalmente forte della fede in Cristo e della funzione redentiva di tale fede anche da un punto di vista sociale e politico, la democrazia, nel migliore dei casi, resta pur sempre il regno del relativo e dell’opinabile, di una verità che non è già data ma che si costruisce giorno per giorno, attraverso la discussione, il confronto, lo scontro dialettico, e la decisione finale cui inevitabilmente si giunge con la conta dei favorevoli e dei contrari.           

 La verità, nella politica come nella scienza, dice Augè, “è sempre da conquistare”, non è mai scontata o predeterminabile ma conseguibile solo sulla base di una sensata esperienza empirica che è assolutamente indispensabile a corroborare le nostre convinzioni e le nostre certezze teoriche, ad estenderle e a perfezionarle, e talvolta persino a formarle ex novo. Se si avesse a che fare con persone prevalentemente serie e responsabili, con soggetti e gruppi politici ed istituzionali fondamentalmente capaci integri e laboriosi, questo stesso metodo applicato alla prassi democratica assicurerebbe certamente più vantaggi che svantaggi. In tutti gli altri casi, al cattolico non resta che continuare a pregare e a chiedere al Signore di assisterlo nel suo impegno quotidiano, giacché egli sa di essere tenuto ad annunciare e a testimoniare la sua fede e la verità assoluta in cui crede operando con la massima coerenza possibile ma di non poter e non dover pretendere di imporre ad altri le sue convinzioni religiose come più in generale le sue idee. Non ha fatto forse cosí nostro Signore?

Perciò è certamente vero che, come sostiene il papa, in democrazia non si può vivere solo di progresso tecnologico e scientifico e che, senza svalutarlo, occorre tuttavia “relativizzarlo” come occorre relativizzare tutti i valori terrestri e puramente laici di libertà, eguaglianza e giustizia, perché indubbiamente i «valori intramondani, sganciati dal riferimento all’unico assoluto valore (Dio), perdono il loro significato autentico e, indebitamente assolutizzati, diventano degli idoli, trappole mortali che uccidono la dignità dell’uomo» (E. Dal Covolo, Emmaus e la sfida della ragione ampliata, in “L’Osservatore Romano del 18 aprile 2009), ma a coloro che interpretano in modo riduttivo o unilaterale il pensiero del papa bisogna far osservare che la fede cattolica nell’unico e assoluto Dio della salvezza si esercita correttamente non già ignorando o negando, sottovalutando o disprezzando le realtà finite e appunto relative del mondo e dello stesso mondo democratico, i valori parziali e incompiuti di un’umanità in continuo travaglio spirituale e fatalmente soggetta all’errore e al peccato, le stesse discutibili decisioni di una democrazia perfettibile ma non perfetta, ma chinandosi pazientemente su questo universo etico e valoriale frammentato e caotico per valorizzare tutto ciò che può essere valorizzato, combattendo energicamente contro tutto ciò che possa violare il vero e più profondo senso dei “comandi” di Gesù e quindi i bisogni stessi della nostra esistenza, e cercando infine di salvare insieme a Cristo tutto ciò che possa essere ancora migliorato e utilizzato in funzione della salvezza integrale di ciascun uomo. E naturalmente, come sempre, confidando innanzitutto nell’infinita misericordia di Dio.  

D’altra parte, anche la Chiesa, sotto certi aspetti, vive suo malgrado di relativismo: il relativismo dei diversi modi di sentire e di vivere la fede, di coniugare la fede con la politica, di porsi di fronte alla gerarchia ecclesiastica e alla parola del papa. Nella Chiesa ci sono credenti molto divisi su divorzio e aborto, su eutanasia e omosessualità, su scienza e tecnica, su pacifismo e guerra, sul terreno politico come su quello economico; ci sono credenti favorevoli alla liturgia postconciliare e credenti favorevoli invece alla liturgia preconciliare, e non si contano poi tutte quelle divisioni che esistono a motivo del cosiddetto progressismo e del cosiddetto conservatorismo. Che Dio abbia pietà di noi tutti!

Inoltre, il consenso religioso di cui gode la Chiesa non è sempre e tutto di prima qualità, le stesse motivazioni che sono alla base della fede dei suoi fedeli non sempre risultano completamente ineccepibili e non è del tutto infrequente che parole, dichiarazioni o atti di ecclesiastici e religiosi appaiano meritevoli di una qualche censura. Senza entrare nel merito delle diverse questioni, la realtà della Chiesa è questa. E tale realtà, fatto salvo il valore assoluto della comune professione di fede (più che, come dovrebbe essere, della comune fede tout court), è costituita generalmente da esperienze umane e religiose piuttosto banali o confuse, e da uno spirito di comunione in Cristo che di fatto non sempre è più forte e resistente di qualunque spinta alla divisione e alla discordia. Ma la Chiesa, che per sua natura non è, non può e non deve essere democratica, è proprio sul terreno di una spiritualità cosí articolata e tormentata, cosí differenziata e spesso opacizzata, che è chiamata a seminare la parola eterna del Salvatore, a far sí che l’Assoluto continui a salvare il relativo fino alla fine del mondo.