Giorgio La Pira, un altro cattolicesimo politico!

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista

 

Quello di La Pira era un punto di vista politico che muoveva “dal basso”, ovvero da quel reale mondo della vita caratterizzato dai bisogni soggettivi, oggettivi e intersoggettivi delle persone: per lui solo il politico che si metta realmente e disinteressatamente al servizio di tali bisogni merita poi di candidarsi a prendere o a mantenere democraticamente lo scettro del potere. Vera vocazione dell’uomo politico non può quindi essere la conquista del potere a fini di puro dominio ma il conseguimento e soprattutto l’uso del potere a fini di totale servizio. Quando, in qualità di sindaco di Firenze, gli capitò di vivere nel 1953 la drammatica esperienza della fabbrica di fibre tessili La Pignone, dinanzi alla prospettiva di un licenziamento in massa dei circa duemila operai che vi lavoravano da 10, 20 o 30 anni, egli reagí veementemente a quella che stava profilandosi come una colossale ed imperdonabile iniquità.

Egli, nel ritenere che la politica nient’altro fosse che “cura della collettività”, non riteneva possibile che un uomo delle istituzioni, specie se animato da una fede cristiana, potesse assistere con le braccia conserte a quella possibile catastrofe sociale. Per questo motivo, egli non solo fece subito sapere alla “controparte” proprietaria della fabbrica e a tutti i gruppi politici di destra e in parte anche democristiani, che la sostenevano a Firenze e fuori di Firenze, che la soluzione di chiusura dell’attività industriale della Pignone, acquistata nel 1946 dalla Snia Viscosa, leader nazionale nella realizzazione di fibre naturali e sintetiche, non era né giusta né legittima, benché fosse verisimile che l’azienda stesse incontrando molte difficoltà a reggere la concorrenza di macchinari e prodotti americani presenti ormai sul mercato italiano nel quadro del piano Marshall e stesse subendo in pari tempo la stretta creditizia praticata dalle banche, ma si schierò anche decisamente, e persino fisicamente, con gli operai partecipando ai loro scioperi che tanta preoccupazione avrebbero suscitato nel governo centrale del Paese oltre che naturalmente nella Confindustria e più in generale in tutto un mondo politico, comprensivo di parte della stessa Democrazia Cristiana, da sempre favorevole al grande padronato industriale e capitalistico nazionale.

Per difendere il posto di lavoro degli operai fiorentini non si diede pensiero di scivolare verso posizioni di illegalità, il che fece infuriare il suo amico Amintore Fanfani che, allora ministro degli interni, gli inviò nel novembre del ’53 una lettera di duro rimprovero e anche di non troppo velato ultimatum consistente nel fatto che avrebbe dovuto rimuoverlo da sindaco qualora le sue iniziative avessero continuato a travalicare i limiti della legge. Ma la risposta di La Pira (27 novembre 1953) fu, in quella circostanza, davvero quella di un politico e di un uomo cosí profondamente e coerentemente integri e “liberi” da non temere affatto di dover rinunciare alla propria carriera politica.

A Fanfani egli allora non risparmiò considerazioni e toni di inusitata franchezza che danno l’idea di quanto elevata fosse la statura umana, morale, culturale, religiosa e politica di Giorgio La Pira. Infatti, al ministro democristiano degli interni che lo aveva invitato a «fare il sindaco secondo le norme che io debbo far rispettare da tutti i sindaci d’Italia», La Pira rispose: «io non sono un sindaco, come non sono stato un deputato o un sottosegretario; non ho mai voluto essere né sindaco, né deputato, né sottosegretario, né ministro (ricordi l'offerta di De Gasperi?) […], ma sono per la grazia del Signore un testimone dell’Evangelo, […] figurati se io posso rinunciare alla verità e alla giustizia per servire alla lettera la legge, e poi: quale legge?».

Già, quale legge? Una legge che, nove volte su dieci, penalizzava i deboli e i poveri e favoriva i potenti e i ricchi? Ma La Pira attaccava frontalmente il governo in carica, alludendo probabilmente anche al governo De Gasperi che qualche anno prima (nel ’51) gli aveva promesso di concedergli dei finanziamenti per la realizzazione di opere sociali di cui la città di Firenze aveva assoluto bisogno disattendendo tuttavia l’impegno assunto: «Non c'è danari: quale formula ipocrita e falsa: non c'è danari per i poveri la formula completa e vera! Siamo un paese povero: altra formula ipocrita: siamo un paese povero pei poveri, è la formula vera! Osservare duemila licenziamenti in atto (e 2000 in potenza) consolandomi con le esigenze della "congiuntura economica" e del non dar "esca ai comunisti"? lo resto stordito quando penso queste cose! Ma come: duemila licenziamenti illegittimi, nulli giuridicamente: una azienda grandissima e famosa illegittimamente chiusa; un colossale arbitrio economico, giuridico, politico, sociale: si grida, si dà l'allarme, si dice che qui la nequizia ha raggiunto il limite dell'intollerabile; che Dio stesso prenderà vendetta di questa iniquità senza nome; ed ecco che un "sindaco" che si preoccupa di queste cose -e di che cosa deve preoccuparsi, solo delle fanfare!- deve vivere (come io vivo da qualche mese) ai margini della legge, denunciato per reati, preparato a varcare (e non retoricamente) la soglia delle carceri» (Lettera ad A. Fanfani, Anarchico a Dio solo soggetto, ore una del 27 novembre 1953). E' forse il caso che chi ritiene che oggi Giorgio La Pira sarebbe un convinto sostenitore dell'europeismo, ci ripensi!

Ma, poco dopo, dalla critica del governo in carica passava a prendere di mira la stessa Democrazia Cristiana, rea di non aver spezzato se non in modo del tutto insufficiente e superficiale i rapporti di continuità con il precedente regime fascista: « in questo nostro paese, dopo 10 anni di "regno" politico all'insegna D.C. siamo al punto di dovere temere (almeno per me) le stesse iniquità che si temevano al tempo del fascismo. Fra i potenti ed i deboli la scelta è pei potenti: fra i pochissimi industriali (una ventina) ed i milioni di lavoratori, la scelta è pei pochissimi industriali; venti uomini ricchi, forse corrotti, comunque corruttori (perché hanno in mano la stampa e se ne servono pei fini di più manifesta ingiustizia) comandano al governo, al Parlamento, al Paese; e riescono sino al punto di incrinare, in qualche modo, una amicizia da Dio stesso misteriosamente saldata!» (ivi).

E, avviandosi a concludere, la carica profetica della sua polemica politica si faceva sempre più incalzante ed incisiva sino ad evidenziarne in modo inequivocabile l’assoluta fedeltà a Cristo e ai princípi evangelici, soprattutto in rapporto ad un mondo politico in cui generalmente si era allergici al comando evangelico del “sí, sí, no, no”: «Quindi caro Amintore: non dirmi: tu sei sindaco etc.: lo non sono "sindaco". Tu sai che ho messo nelle mani del governo il mandato; non voglio esserlo, se esserlo significa dire nero al bianco e bianco al nero. Non dire che bisogna essere prudenti etc.: c'è un momento nella vita in cui gridare è il solo dovere: come S. Giovanni nel deserto! Temere di che? Quando l'umiliazione e l'offesa dei deboli perviene sino al grado al quale è qui pervenuta non resta che lo sdegno, ardito, generoso, fiero per tutelare la personalità umana del debole così offesa e così sprezzata! Mihi fecistis. Il Vangelo ha pagine di incomparabile grandezza in proposito: perché alle beatitudini fanno riscontro le dolorose invettive: vae vobis (guai a voi!). In queste condizioni, vedi, non conviene avere un "sindaco" ribelle come io sono: è per questo che io non ho voluto essere mai membro tesserato del partito: per questo non vorrei mai più essere impegnato in "responsabilità" ufficiali: la mia vocazione è una sola, strutturale, non rinunziabile, non modificabile, che non può essere tradita: essere testimone di Cristo, per povero e infedele che io sia! Queste cose tu le puoi dire a chi è necessario ed utile che le sappia: mi possono arrestare: ma non tradirò mai i poveri, gli indifesi, gli oppressi: non aggiungerò al disprezzo con cui sono trattati dai potenti l'oblio od il disinteresse dei cristiani. Ecco perché fraternamente ti dico: mandatemi via; è meglio per tutti» (ivi).

Anche più tardi, a seguito dell’ennesimo tentativo di condizionarne la libertà di coscienza e d’azione, La Pira, che non avrebbe esitato a rispondere per le rime anche a certe ingenerose critiche dell'interclassista don Sturzo, in una lettera del 1955 inviata alla segreteria nazionale della D.C., continuava a manifestare il suo completo distacco da interessi personali e da interessi di bottega ovvero di partito, ribadendo che «fino a quando mi lasciate a questo posto mi opporrò con energia massima a tutti i soprusi dei ricchi e dei potenti. Non lascerò indifesa la parte debole della città; chiusura di fabbriche, licenziamenti e sfratti troveranno in me una diga non facilmente abbattibile».

La Pira è certamente un modello di cattolicesimo politico alternativo a quasi tutto il panorama politico cattolico che sta a cavallo tra '900 e primo scorcio di questo secolo. Qui mi chiedo solo se un giovane leader politico cattolico come Matteo Renzi, che pure tante speranze ha suscitato e suscita oggi nel popolo italiano, si renda perfettamente conto di chi stia parlando allorché tende a considerare non occasionalmente se stesso come figlio spirituale ed erede politico di quell’umile gigante del cattolicesimo politico e sociale novecentesco italiano che è stato Giorgio La Pira.