Maria o del credente "perduto"

Scritto da Lucia Evano on . Postato in Articoli e studi

 

A Maria l’angelo aveva annunciato che avrebbe concepito e generato il Figlio di Dio il cui regno non avrebbe mai avuto fine. Enorme privilegio, certo, ma niente di più. Ella pensava che il suo compito sarebbe consistito in questo: far nascere il Cristo, farlo crescere bene, con un’alimentazione e un’istruzione adeguate, e metterlo nella condizione di svolgere e attuare la sua missione. Ma non poteva sapere che l’assolvimento di questo compito avrebbe oltremodo complicato la sua vita: con un parto a dir poco avventuroso, con una fuga pericolosissima dalla propria terra verso l’Egitto, con un esilio durato più di un decennio in mezzo a difficoltà e privazioni di ogni genere e mitigato solo dal sostegno vigoroso di Giuseppe chiamato da Dio a proteggere la propria sposa e il Creatore-bambino messo al mondo da quest’ultima, e poi ancora con talune apparenti incomprensioni intervenute successivamente tra lei e il figlio e con la solitudine devastante che dovette sperimentare ai piedi del Calvario.

Maria ebbe l’inimmaginabile gioia di essere stata inequivocabilmente prescelta da Dio, ma non ebbe grandi gioie e soddisfazioni terrene. Credette in Dio, fece la sua volontà e gli obbedì, senza sapere quale sarebbe stato il prezzo della sua fede. La grazia divina non le risparmiò né incomprensione, né calunnia, né disprezzo, né incapacità personale di comprendere chiaramente gli avvenimenti della sua esistenza. Lei aveva detto di sí ad un Dio che non le avrebbe fatto sapere più niente dei modi in cui avrebbe inteso attuare il suo piano salvifico e del tragico destino che avrebbe atteso quel bambino che pure le aveva consentito di portare in grembo per opera dello Spirito Santo. Ebbe il grande merito di rendersi pronta a collaborare con Dio ma non sarebbe stata gratificata, vita natural durante, dall’assenza di dubbi e di tormenti quotidiani. Amò incondizionatamente il suo Signore, ma questo non la mise al riparo da momenti non occasionali di delusione e di amarezza. Insomma, lei aveva consentito a Dio di entrare in quel modo nella sua vita e Dio non aveva per niente edulcorato il suo vissuto, né le avrebbe concesso di arrivare da sola, nonostante il suo rapporto di particolare familiarità con lui, a conoscere tutto del figlio suo divino.

Di quel figlio, infatti, avrebbe dovuto apprendere qualcosa di importantissimo dai pastori poveri ed emarginati di Betlemme, stupendosi insieme ad altri che proprio essi fossero stati scelti da Dio per annunciare a tutto il popolo d’Israele la nascita del Salvatore;  e poi da Simeone ed Anna nel tempio, e infine dallo stesso ruvido trattamento cui sarebbe stata talvolta sottoposta da quel Figlio di cui pure riteneva a giusta ragione di aver acquisito un’intima e approfondita conoscenza. In realtà, anche per Maria, persino per Maria, Dio fu oggetto di continua ed inesausta ricerca. Il fatto è che Maria aveva promesso ubbidienza a Dio, aveva effettivamente collaborato con lui, né si sarebbe mai tirata indietro nonostante tutte le avversità. E, per tutto questo, Dio l’aveva amata di un amore speciale, di un amore che l’avrebbe spinta a “perdersi” in lui e per lui.

E questa è la lezione: che chi crede come Maria o chi cerca di credere come lei deve sapere di essere “perduto”, di non poter più assecondare la propria volontà ma quella di Dio, sebbene i suoi limiti e i suoi difetti possano continuare a condizionarne in parte i pensieri e la condotta. Chi coltiva la sua fede ispirandosi a Maria deve sapere di essere “perduto” perché Dio, pur senza mai negargli la sua assistenza, non lo lascia più in pace ma gli dà la sua pace, e quindi il suo spirito di verità e di amore che lo sollecita ad impegnarsi ininterrottamente e a fare sempre meglio, a testimoniare senza tregua la sua fede in mezzo a difficoltà apparentemente insormontabili e ad incomprensioni traumatiche. L’uomo, la donna che si perdono per l’intensità e la genuinità della loro fede in Dio riusciranno sempre a percepire nitidamente la presenza spirituale del loro Signore nella propria vita ma questo non varrà a semplificare loro le cose, perché anzi non di rado verranno sperimentando anche l’assordante “silenzio di Dio”. Quanto più forte o evidente sarà il manifestarsi di Dio alla loro coscienza, tanto maggiore sarà in essi la spinta divina al combattimento spirituale e al martirio (martirio che altro non è, anche etimologicamente, se non la testimonianza coerente resa sino all’estremo sacrificio di sé), anche se sarà fatta sempre salva la loro libertà di assecondare o meno le richieste divine.

Dio sarà sempre vicino al suo chiamato, ma non nel modo in cui quest’ultimo se lo vorrebbe sentire vicino. Parlerà sempre al suo chiamato, ma questi non potrà pretendere di sentire direttamente la sua voce e le sue indicazioni che dovrà invece sforzarsi di cogliere attraverso la voce e le indicazioni ordinarie di talune persone e di particolari circostanze che attraverseranno la sua quotidiana esperienza di vita. Il cammino del chiamato sarà gioioso in Cristo ma non di rado pieno di stenti e di insidie, di sofferenza e di agonia per amore di Cristo. Dio instaurerà un rapporto di grande familiarità con quanti egli venga insistentemente chiamando a servirlo con tutte le proprie forze, e tuttavia i suoi piani non potranno mai interamente coincidere con le loro umane aspettative.

Dio continuerà ad essere il vicino e il lontano, il buon samaritano che si prende cura di chi è ferito a morte e il Kirios, il Signore che nessuno, per quanto prescelto e particolarmente amato da lui, può pretendere di avere a portata di mano. Cristo stesso, che ebbe il Padre sempre presso di sé, ne dovette altresí umanamente sperimentare  l’assenza temporanea e devastante, inabissandosi nel totale annichilimento della sua natura divina e nella morte. Perduta com’era per amore del suo Dio, Maria non avrebbe esitato ad immolare se stessa a favore di disegni divini misteriosi anche se inequivocabilmente salvifici. Ognuno di noi quanto più si sentirà amato da Dio tanto più si consideri un credente perduto, perduto per sempre nelle sue braccia amorevoli e misericordiose.