Difendere la fede, oggi

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista


E’ sempre più difficile impegnarsi, da cattolici, nella difesa della vera fede in Cristo in un tempo in cui niente più della Chiesa appare soggetto alla manipolazione mediatica che, almeno in Italia, ha in larghissima misura un’impostazione laicista e/o anticattolica. Infatti, è una mentalità laicista sempre più ampia e diffusa che pretende di decidere che cosa sia o non sia veramente la Chiesa, che cosa sia o non sia conforme alla fede da essa proclamata e testimoniata e alla dottrina insegnata e trasmessa da Gesù ai suoi apostoli e successori, in base non già a corretti criteri religiosi e evangelici ma a criteri culturali e morali ereditati dalla tradizione moderna. Tale situazione, naturalmente, non può che esercitare dei rilevanti condizionamenti sullo stesso popolo cattolico, la cui coscienza religiosa risulta troppo spesso debole e incerta perché possa evitare di sentirsi disorientata e smarrita talvolta su punti non secondari della fede da essa professata.

Gli stessi ministri cattolici del culto non sempre appaiono capaci di testimoniare al meglio la fede e anzi non di rado essi si rendono responsabili di azioni e vicende scandalose completamente ingiustificabili.

Purtroppo, tutte le volte che la Chiesa, sia pure sotto l’incalzare di contingenze storiche particolarmente stringenti, pensa al reclutamento di preti senza porsi scrupolosamente il problema della qualità umana, culturale e spirituale del reclutamento stesso, ed è quello che è accaduto per esempio tra il secondo novecento e oggi, essa non fa altro che aprire le porte al maligno che punta naturalmente a distruggerla dall’interno con l’aiuto di un mondo esterno intriso di paganesimo. In realtà, in una Chiesa istituzionalmente seria, attenta e qualificata, non potrebbe mai accadere che un prete ignorante e arrogante faccia “carriera” a colpi di servilismo e di raccomandazione o  che un omosessuale non solo acceda al sacerdozio senza render note le sue inclinazioni ma ottenga persino incarichi  prestigiosi di insegnamento presso le pontificie università della Santa Sede, giungendo persino al punto di denunciare la sua Chiesa di chiusura spirituale verso i “diversi” e di omofobia verso tutti coloro che, sacerdoti compresi, non sarebbero liberi di esprimere apertamente la loro affettività e la loro specifica sessualità!

Ma in una Chiesa autorevole non dovrebbe accadere neppure che la sua stessa gerarchia non sappia impedire un lento ma pericoloso adattamento della predicazione evangelica ad un umanitarismo contemporaneo, non di rado falso e sdolcinato, e che il “politicamente corretto” pervada sempre più, sia pure in forme comunicative apparentemente lecite ed efficaci, il vissuto stesso di tante persone “credenti”.

Non si tratta evidentemente di dare manforte a gruppi cattolici intolleranti, fanatici o, come suol dirsi a ragione o a torto, fondamentalisti e retrivi, ma non c’è dubbio che le forme di pensiero cattolico in cui oggi, almeno in Occidente, si vorrebbe veicolare la fede di e in Cristo stanno diventando troppo simili alle forme di un pensiero comune tendenzialmente ipocrita e retorico e legato più a temi generici e “rassicuranti” di solidarietà e giustizia sociale, di perdono e misericordia, di comprensione e dialogo, di pace e pacifica convivenza tra popoli e individui, che non a temi altrettanto evangelici, ma non separabili dai primi, di verità e giustizia divine, di giudizio divino, di punizione e di condanne divine, di intransigenza e coerenza nell’annuncio e nella difesa delle “verità rivelate”, di “conflitto” e “guerra” permanenti anche se incruenti rispetto a istanze ed aspettative terrene contrapposte ai valori e alle aspettative celesti.

In molte pratiche liturgiche, la parola conversione viene spesso usata in un modo cosí generico e ambiguo da non indurre più a riflessioni rigorose o particolarmente sofferte e laceranti, e nell’uso omiletico che se ne fa anche parole come risurrezione e paradiso o vita eterna tendono ormai a sostituire la loro tradizionale funzione veritativa, fondativa ed educativa con una funzione simbolica e consolatoria assolutamente inadeguata ai compiti di testimonianza e di missione che i seguaci di Gesù sarebbero tenuti, ognuno nei limiti delle sue possibilità e capacità, a svolgere. Quanto poi alla condanna eterna che aspetta inesorabilmente empi e malvagi, ipocriti e arrivisti, avidi e dissoluti, peccatori impenitenti e individui del tutto chiusi o indifferenti alla salvezza divina, l’orientamento generale è quello di lasciarla il più possibile sullo sfondo per non turbare troppo il nostro quieto vivere, per non rischiare di spaventare troppo le anime, anche perché il Signore, si dice, nella sua infinita misericordia potrebbe anche decidere di cancellare pene e supplizi a beneficio di tutti.

La misericordia divina, che è indubbiamente il tema più gettonato di questa epoca storica cosí poco intrisa di misericordia e di carità umana, non è più sinonimo del perdono e della compassione di Dio verso chi si riconosca peccatore, debole, limitato, e per l’appunto bisognoso di aiuto al fine di rialzarsi e di vivere quanto più dignitosamente possibile secondo la verità di Dio e non secondo le false o illusorie verità umane, quanto piuttosto di comprensione e di indulgenza divine anche verso coloro che perseverano nell’errore e nel peccato, nell’eresia e nel vizio, con conseguente e spesso deliberato travisamento del significato oggettivo non solo della misericordia divina, che è tale ovviamente solo in riferimento a un Dio Salvatore e Giudice infinitamente giusto, ma della Parola divina complessivamente considerata.

Benché papa Francesco abbia ammonito a non leggere la misericordia divina e umana come semplice “buonismo” o “sentimentalismo”  pseudoumanitario, quella sopra descritta tende, lo si riconosca o no, ad essere l’interpretazione maggioritaria nel mondo cattolico occidentale, e par di capire a volte che il motivo psicologico latente che induce anche molti sacerdoti a optare per un’interpretazione cosí imprecisa o non esaustiva sia da identificare con il loro intimo bisogno inconscio di crearsi un Dio sempre e comunque pronto a perdonare qualunque loro eventuale e reiterata nefandezza, laddove invece la misericordia divina è perfettamente conoscibile solo alla luce di una lettura non preconcetta ma serena ed equilibrata delle Sacre Scritture.

D’altra parte, se l’altro ieri è stato possibile che un teologo di rango (e quindi non un qualsiasi preticello ignorante e presuntuoso), incaricato dalla Santa Sede di insegnare nelle università pontificie e di lavorare in seno alla Congregazione della Dottrina della Fede, non solo potesse dire pubblicamente di essere un omosessuale praticante ma potesse persino scagliarsi contro la Chiesa e la stessa Congregazione sopra citata in quanto ritenute cariche di omofobia e di odio distruttivo verso le persone omosessuali, come ci si potrebbe meravigliare del fatto che ormai tanti presbiteri cattolici di nuova generazione si avventurino nelle loro diocesi e nelle loro parrocchie, su questioni teologiche e pastorali per nulla irrilevanti, a sostenere tesi decisamente opinabili se non addirittura bizzarre o eterodosse e ad autorizzare pratiche al limite dell’indecenza?

Quante volte dai pulpiti si sente dire che Dio non può punire, non può castigare i suoi figli, perché Dio è buono, perché Dio è puro Amore e non può essere infedele alla sua natura? Che, in fondo, l’uomo si può perdere non perché sia Dio a decretare eventualmente la sua condanna ma solo in quanto sia lui stesso a volersi perdere? Che Dio non prende di mira i ricchi come tali ma solo i ricchi che pur accumulando tranquillamente denaro e immani fortune per tutta la vita, non siano spiritualmente distaccati dalla ricchezza? Che ci si può accostare alla mensa eucaristica anche nel caso in cui siano stati contratti gravi peccati pur riservandosi di confessarli successivamente? Che non c’è niente di male nel lasciarsi accompagnare in chiesa da un cane o da un gattino purché essi non diano fastidio? Sono queste le cose che insegna la Bibbia, che possono trarsi dalla tradizione, dal magistero, dalla teologia e dal catechismo cattolici? E, d’altra parte, quanti sacerdoti ormai si preoccupano di ammonire i fedeli a non tenere comportamenti impropri o indecorosi in chiesa come l’accavallare le gambe, il blaterare anche durante le funzioni religiose, il masticare disinvoltamente caramelle o chewing gum, il consentire a gruppi di giovani di suonare musiche del tutto inadatte durante il rito liturgico della Santa Messa, il tollerare una certa trascuratezza o sciatteria nella lettura dei brani scritturali e nei canti liturgici, l’assuefarsi a taluni vezzi personalistici ed esibizionistici verniciati di finta umiltà e mai corretti o rimossi per paura di non perdere delle anime?

Questa è la situazione che personalmente presento a Dio nelle mie preghiere giornaliere non in qualità di “accusatore” di turno ma in qualità di peccatore affranto per le sue colpe e al tempo stesso avvilito da tanta superficialità di giudizio e di fede. E a chi altri potrei gridare il mio sconcerto e il mio dolore se non a Dio, dal momento che non c’è quasi mai nessuno a prendere in seria considerazione rilievi di questo tipo? Mi sento dire che sarei troppo rigido, poco tollerante, poco caritatevole. Né queste critiche mi lasciano freddo e indifferente, perché al contrario mi rattristano e mi feriscono molto, inducendomi a chiedere per l’appunto ardentemente al Signore di illuminarmi e di darmi la forza di fare tutto quello che chi lo ama realmente con tutto il suo cuore e la sua mente è tenuto a fare in questi casi nella e per la sua stessa comunità religiosa.

Pochi mesi prima di morire, e più esattamente l’8 settembre 1977, Paolo VI disse al suo amico filosofo Jean Guitton: «C'è un grande turbamento in questo momento nel mondo della Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Gesù nel Vangelo di san Luca: "Quando il Figlio dell'Uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla Terra?". Capita che escano dei libri in cui la fede è in ritirata su punti importanti, che gli episcopati tacciano, che non si trovino strani questi libri. Questo, secondo me, è strano. Rileggo talvolta il Vangelo della fine dei tempi e constato che in questo momento emergono alcuni segni di questa fine. Siamo prossimi alla fine? Questo non lo sapremo mai. Occorre tenersi sempre pronti, ma tutto può durare ancora molto a lungo. Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all'interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all'interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia». La riflessione di Paolo VI è ancora attualissima e anche il tempo in cui viviamo continua ad essere “un tempo di prova” in cui coloro che, per grazia di Dio, vorranno far parte di quel “piccolo gregge” dovranno imparare ad avere pazienza e a prepararsi a prove ancora più difficili e dolorose (Gc 1, 2-4). Un tempo permesso da Dio affinché chi saprà assumere una posizione di verità di fronte a Lui e alla sua Chiesa possa non solo ottenere il perdono di molti suoi peccati personali ma perseverare proficuamente nel difficile cammino di perfetta santificazione della sua vita.

La vita del cristiano, prima o poi, lo voglia o non lo voglia lui stesso, diventa obiettivamente scomoda, ma se continua ad essere scomoda solo a parole o in senso retorico è una vita di cui il cristiano non ha colto né il senso né la destinazione ultima. A quanti, nel clero come nel laicato, senza sforzarsi di comprendere il senso spirituale delle parole di Cristo, continuano a ripetere stancamente che non bisogna giudicare, è ormai necessario replicare fraternamente ma severamente che non è lecito a nessuno fraintendere sia pure inavvertitamente le parole di Gesù e che ci si assume una tremenda responsabilità nel farne uso soprattutto per evitare che la propria vita abbia a subire scosse troppo traumatiche. Detto questo, è evidente che non bisogna giudicare se il giudicare è frutto di malizia o di cattiveria, di invidia o di gelosia, di pregiudizio o di odio, ma è altrettanto evidente che in tanti altri casi della vita come della storia non solo non si può evitare di giudicare ma il giudicare è assolutamente imprescindibile e doveroso, perché senza giudizio, senza un uso corretto della propria facoltà umana e spirituale di giudicare, non si dà alcuna possibilità di scelta, di orientamento della propria esistenza e, infine, di salvezza eterna.

Anzi, gran parte dell’anarchismo o del confusionarismo teologico e spirituale odierno è dovuto proprio al modo alquanto ambiguo in cui si continua a spiegare e a trasmettere anche in sede pastorale il precetto evangelico del non giudicare, perché alla fine, se ognuno è tenuto a non giudicare in modo assoluto e aprioristico, vuol dire che ognuno di fatto è libero di giudicare come vuole, di vivere e agire come vuole, di percepire Dio stesso come gli pare, di fare del proprio modo di pensare e di comportarsi il principale criterio di vita in rapporto agli altri e all’Altro. La crisi del mondo cattolico è proprio su questo punto: nel non saper dare più giudizi esatti e pertinenti, giudizi davvero capaci non già di tranquillizzare ma di orientare le coscienze chiamate cristianamente non a scansare ogni genere di conflittualità ma a dirimere il più correttamente possibile una conflittualità che è connaturata alla coscienza stessa di ognuno. La crisi del mondo cattolico è continuamente alimentata da tutti quei cristiani per i quali non è necessario dare giudizi, rappresentando anzi la formulazione stessa dei giudizi una sorta di patologia consistente nel mettere in crisi la radicalità e la purezza della fede che verrebbe sporcata dal prendersi cura di circostanze del tutto contingenti: come se la salvezza si potesse ottenere senza sporcarsi le mani proprio con fatti e avvenimenti storici e quindi contingenti!

Quel che molti cattolici non sanno o non vogliono proprio capire è che la Chiesa è inconcepibile senza capacità di giudizio, che la sua stessa maternità spirituale è incomprensibile senza un giudizio preciso ed esaustivo sul concetto stesso di maternità, che essa, come avvertiva papa Benedetto XVI, non può essere ridotta a certe pratiche spirituali individuali e collettive di tipo consolatorio o a determinate emozioni individuali e infine ad una qualche pratica caritativo-sociale. La Chiesa è l’incontro con l’uomo-Dio, con il Verbo divino fattosi carne perché la nostra carne si facesse divina, la Chiesa è la sequela di Cristo, la volontà di cambiamento in Lui e nel suo esigente e intransigente insegnamento, la volontà di comunicare la “vita nuova” a tutti gli uomini per mezzo di una testimonianza corretta e credibile.

Perché la Chiesa sia tutto questo, il fondamento della sua attività apostolica e pastorale, dottrinaria e sacramentale, non può che essere l’amore, la misericordia, nella loro accezione più pura e disinteressata; amore e misericordia che però in senso evangelico, come ha ricordato papa francesco, non consistono solo in opere di misericordia corporale, come il dar da mangiare agli affamati e da bere agli assetati, come il vestire gli ignudi e accogliere i forestieri, come assistere gli ammalati, visitare i carcerati o seppellire i morti, bensí anche in opere di misericordia spirituale, come consigliare i dubbiosi o gli incerti, insegnare agli ignoranti, ammonire o esortare i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese e sopportare pazientemente le persone moleste o sciocche e presuntuose, pregare Dio per i vivi e per i morti, specialmente per quelli che ci procurano o ci procurarono sofferenza. E’ su questa vastissima gamma di operazioni spirituali che si misura davvero la nostra credibilità di cristiani nel mondo di oggi (Papa Francesco, Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, 15 agosto 2015).

Naturalmente non è sufficiente, pur essendo comunque necessario, essere nel giusto a parole, perché è innegabile che, spesso nei modi più impensati e su versanti teologici contrapposti, «tanti sono i nuovi Giuda che adorano e adulano il Signore continuandolo a baciare, pur sapendo di vivere nel peccato e nella falsità più profonda. Ne incontriamo molti in questo periodo…tutti amanti della Chiesa, cosí impegnati a volerla difendere, chi ergendosi a difensore della tradizione e della vera ortodossia e chi implorando clemenza per una legittima apertura verso i vari dispersi da recuperare» (Don Aldo Buonaiuto, I baci di Giuda, in “In Terris” del 5 ottobre 2015). E’ vero: ogni cristiano che si sforzi di essere “attivo” e non “passivo” testimone della sua fede all’interno stesso della Chiesa, è sempre esposto a questo rischio, superabile solo con l'affidarsi all’aiuto divino, e non saranno certo i toni più pacati e più morbidi dei suoi ragionamenti o delle sue critiche a renderlo più immune da ipotetici tradimenti rispetto a chi invece talvolta ritenga di dover usare toni decisamente più duri o accesi per scuotere la coscienza dormiente di qualche fratello o sorella, perché la storia del cristianesimo, a partire dalle prime e più antiche comunità evangeliche, è piena di polemiche e di conflitti non sempre generati da forme di gelosie e rivalità personali ma non di rado anche dal sincero e onesto desiderio di servire santamente la causa di Cristo per mezzo di una testimonianza intellettualmente rigorosa di verità e spiritualmente appassionata di giustizia biblico-evangelica.

Questo non toglie tuttavia che ognuno di noi possa e debba sforzarsi di aderire all’invito di don Aldo Buonaiuto: «Chi dice di amare la Chiesa la smetta di insinuare continuamente, turbando e scandalizzando i piccoli. Coloro che vogliono esprimere le proprie legittime idee lo facciano con rispetto, senza insultare o condannare nessuno. I coming out e le varie commedie dei manipolatori lasciamoli agli ipocriti» (cit.).