L’immigrato secondo la Bibbia

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista

 

 

La storia dell’umanità è anche storia di immigrazioni, nella duplice forma di immigrazioni di massa, che si hanno quando a spostarsi sono interi popoli o diverse migliaia di individui, e di immigrazioni cosiddette di infiltrazione, che consistono in migrazioni numericamente più contenute o di scarsa entità. La Bibbia, in cui figurano le cause più ricorrenti dell’immigrazione, come le carestie e le guerre, la persecuzione o un grave pericolo che metta a repentaglio la vita di una comunità o di determinate persone (si pensi a Mosé che deve fuggire dall’Egitto dopo aver ucciso un soldato del Faraone o la stessa Famiglia di Gesù che in Egitto deve fuggire a causa dell’infanticidio voluto da Erode), si sofferma in particolare sul processo migratorio che vede il popolo di Israele costretto dalla carestia a recarsi in Egitto, dove, dopo un periodo di pacifica permanenza, si trova condannato a vivere in una condizione di dura schiavitù.

Forse nessun altro popolo più di Israele ha conosciuto ad oggi la realtà dell’immigrazione, giacché l’antico “popolo di Dio”, si può dire, è stato sempre soggetto storicamente a processi migratori di non lieve entità: prima, per l’appunto, con la migrazione in Egitto, poi con il grande esodo dall’Egitto, quindi con l’esilio o la deportazione in Babilonia, infine con la diaspora sotto l’impero romano e nei secoli successivi in diverse parti del mondo sia pure in forme meno cruente, ad eccezione del periodo nazista.

Anche per questo, ben si comprende perché nei testi biblici siano frequenti e premurosi le raccomandazioni, i consigli, i precetti a favore degli immigrati, degli stranieri, dei forestieri. Valga qui una citazione per tutte: “Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto” (Es 22, 20). Questo comando, ovviamente, riguarda bene gli stessi cristiani, cui Gesù fece ben comprendere come la loro vera patria non sia una determinata patria terrena ma sia quella celeste, per cui, dovunque si trovino a vivere, non solo non possono considerarsi in assoluto padroni o proprietari di alcunché ma sono tenuti ad essere amorevoli ed ospitali, sia pure nei limiti delle proprie umane possibilità, verso chiunque si trovi in uno stato di reale e grave necessità, qual è in particolare lo stato del migrante. In quest’ottica, il fuggiasco, il migrante, il perseguitato, l’esule, gode di una particolare benevolenza divina, rappresentando esso, tra le possibili figure umane, quella di chi è privo di tutto, di ogni sicurezza, di ogni stabilità, di ogni proprietà, di ogni serena affettività.

Quanto più il cristiano si adopera affinché lo staniero diventi o si senta uno di casa, uno di famiglia, tanto più gradita a Dio è la sua opera di carità e di accoglienza. Ma naturalmente qui non bisogna banalizzare il discorso sino a trasformare l’etica evangelica dell’amore e dell’accoglienza fraterna in una sorta di moralistica e ricattatoria retorica della misericordia evangelica: perché è vero che bisogna essere sempre aperti all’altro, e tanto più aperti quanto più l’altro sia “diverso” da noi e di noi più bisognoso d’amore e di assistenza, ma è altrettanto vero che la carità cristiana non può essere esercitata in modo indiscriminato e quindi indipendentemente dal fatto che l’altro, il diverso, lo straniero, al di là delle usanze culturali cui sia stato abituato, possa risultare più o meno sordo, chiuso o indifferente a determinati princípi universali di umanità e di convivenza.

La regola fissata dal Vangelo non è che le opere di carità e i comportamenti caritatevoli siano coronati necessariamente dal successo o meglio da forme terrene di successo o dalla riconoscenza di quanti abbiano a beneficiarne, anche perché, come tutti sanno, la vita e l’opera terrene di Cristo stesso, benché sommamente caritatevoli, sono state un fallimento clamoroso e culminato nella più infame delle morti; ma è piuttosto quella per cui la carità, pur esercitata sempre e comunque, non collida mai e in nessun caso con la verità e la giustizia di Dio. Questo significa anche che, per carità, devo accogliere, sfamare e dissetare, vestire e assistere l’immigrato, secondo i mezzi che possiedo e compatibilmente con le più stringenti necessità della comunità di cui faccio parte, ma al tempo stesso che non ho l’obbligo di difenderlo ove le sue richieste diventino obiettivamente pretenziose o irrealistiche, né di avallarne o giustificarne atti gratuiti di violenza per quanto talvolta dettati da una sorta di disperazione esistenziale, né di indulgere a comportamenti scorretti e gravemente incivili o addirittura a pratiche delittuose cui egli dovesse mostrarsi dedito.

Le leggi morali più elementari come le fondamentali leggi di uno Stato, purché non antitetiche alle leggi di Dio, vanno rispettate tanto dai residenti quanto dagli immigrati e, sebbene anche verso residenti e immigrati che sbagliano o delinquono il cristiano debba continuare ad essere comprensivo e caritatevole, la sua bontà e la sua mitezza non possono andare a detrimento di quello spirito di verità e di quel senso di giustizia senza cui non è possibile alcuna forma di convivenza umana e civile, alcuna relazione sociale ed interpersonale.

Non è un caso che Gesù distingua la sfera d’influenza di Cesare ovvero dello Stato dalla sfera d’influenza di Dio e della Chiesa, fermo restando che non c’è ambito di cose umane che si sottragga al supremo governo di Dio. E’ il Signore che ha assegnato allo Stato e ai suoi apparati legislativi e repressivi la funzione di regolamentare la vita sociale nell’insieme delle sue articolazioni, di reprimere il crimine e di comminare pene ai trasgressori, di stabilire norme di comportamento individuale e collettivo che valgano a tutelare la libertà e la sicurezza dei singoli e dei loro beni e al tempo stesso a salvaguardare l’identità di un dato popolo o di una data comunità nazionale. Ed è il Signore che, non in conflitto con i poteri dello Stato ma nel rispetto sia pure non idolatrico di tali poteri, ha promulgato l’universale legge dell’amore gratuito consistente nel farsi prossimi a fratelli e sorelle particolarmente bisognosi di aiuto e di conforto, ivi compresi quei fratelli e sorelle che rischiano oggi di morire nel mare che attraversano al fine di poter riorganizzare la propria vita in luoghi più pacifici e sicuri di quelli che hanno abbandonato.

A meno che non sia più che palese l’atteggiamento ostile di uno Stato verso i migranti che chiedono asilo, il cristiano e la stessa Chiesa gerarchica devono attenersi alle misure di sicurezza predisposte da questo o quello Stato per garantire la sicurezza e l’incolumità delle popolazioni e dei territori su cui si esercita per l’appunto il potere statuale. Il cristiano e la Chiesa dovranno certo continuare ad essere intrepidi testimoni di carità persino nelle situazioni più difficili e drammatiche, badando bene tuttavia a non far degenerare il loro spirito d’amore in demagogico ribellismo umanitario e in una sorta di fanatico ed esibito moralismo, molto più utile ad ottenere consenso e successo mediatici che non a testimoniare il vero annuncio evangelico.

Una cosa è la carità evangelica, altra cosa è la sua degenerazione o la sua caricatura. I migranti non sono tutti virtuosi, spesso sono anche viziosi e inclini a pratiche illecite oltre che umanamente e politicamente eversive e destabilizzanti. Non bisogna parlarne come se fossero tutti creature innocenti e incapaci di arrecare del male al loro prossimo. E, poiché l’amore cristiano non è né un amore ingenuo né un amore semplicemente istintivo, ma un amore consapevole realistico e responsabile seppur generoso, occorre evitare che esso collida aprioristicamente con elementari criteri di buon senso, di cautela e di prudenza sociale e, al tempo stesso, con accorte politiche statuali di regolamentazione o contenimento dei flussi migratori quali sono quelle che si affidano al diritto inteso come mediazione della giustizia, e persino della benevolenza o solidarietà sociale e del perdono individuale o collettivo, e all’uso coattivo della forza al fine di dirimere forme latenti o manifeste di conflittualità sempre presenti nella società e ancor più radicali allorché ci si trovi ad affrontare in essa il problema della cosiddetta integrazione degli immigrati.

Queste sono le coordinate generali che, lungi dall’essere contestate dalla Parola di Dio, ne costituiscono lo strutturale e sostanzialmente invariabile sostrato storico in cui o su cui si tratta di gettare quel prezioso seme di amore totale e incondizionato che è essenziale strumento di costituzione e di crescita del Regno di Dio nel complesso e spesso inestricabile groviglio degli accadimenti umani. I poveri, e quindi in particolare orfani, vedove, stranieri, oppressi e affamati o assetati di giustizia e di pace, devono essere amati con particolare trasporto perché nel cuore stesso di Dio essi occupano un posto privilegiato, ma questo non significa che, per essere a tutti i costi vicini ad alcuni disperati della terra, si debba poi rischiare di compromettere direttamente o indirettamente le già precarie condizioni di vita di molti altri che, pur senza essere immigrati, siano ancora privi di casa e di lavoro, di una famiglia e di un’assistenza sociale e sanitaria adeguata alle loro necessità primarie.

E’ inutile e fuorviante disquisire sul concetto evangelico di “prossimo” per sostenere che quei poveri che sono per l’appunto i migranti sarebbero di certo più radicalmente “prossimo” rispetto ad altre figure di “poveri”, perché, in realtà, il “prossimo” è semplicemente chiunque, qui e ora, abbia realmente bisogno di me, della mia umanità, del mio soccorso, della mia vicinanza materiale e spirituale, sia pure nei limiti delle mie risorse umane e dei miei mezzi economici nonché delle mie stesse capacità di valutare caso per caso il da farsi.

I comandamenti valgono per tutti, ivi compresi i migranti, anche se quelli che possono hanno l’obbligo di prodigarsi a favore di quelli che non possono o possono meno. E, nel perimetro dei comandamenti divini, anche le leggi dello Stato, la cui autorità è anch’essa d’origine divina, devono essere rispettate da migranti e non migranti, senza che nessun “prossimo” sofferente abbia a patire troppo a causa di politiche troppo unilaterali e sbilanciate che finiscano per aggravare alla lunga situazioni sociali già incandescenti all’interno dei cosiddetti Stati civili e democratici. Emblematica in tal senso era la stessa legislazione di Israele che risentiva chiaramente della cultura religiosa ebraica e prevedeva un insieme di norme in parte comuni a residenti e forestieri (forestieri stabilmente residenti o semplicemente di passaggio), in parte specifiche per gli stranieri.

Per tale legislazione era importante non tanto che lo straniero condividesse la fede ebraica e le relative usanze religiose quanto che fossero da esso rispettate, ma va sottolineato come essa contenesse veri e propri precetti di tipo solidaristico [nel settore della mietitura (Dt 24, 19), della bacchiatura (Dt 24, 20), della vendemmia (in diversi versetti del Levitico e del Deuteronomio),  e quindi in relazione alla produzione del grano, delle olive e dell’uva e del vino], che dovevano consentire allo straniero, non meno che ai gruppi meno abbienti della società, non di vivere di stentata elemosina ma di sopravvivere e vivere in forme quanto meno accettabili e dignitose di esistenza.

Il Levitico non lascia dubbi circa la forza con cui nel popolo ebraico veniva sentito il precetto relativo al dovere di accogliere fraternamente lo straniero nelle proprie mura: “Quando un forestiero dimorerà presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete.  Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l'amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d'Egitto” (Lev 19, 33-34) e il Deuteronomio (24, 14-15) ribadisce una precisa esigenza di giustizia e di non discriminazione economica: “Non defrauderai il salariato povero e bisognoso, sia egli uno dei tuoi fratelli o uno dei forestieri che stanno nella tua terra, nelle tue città. Gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole, perché egli è povero e a quello aspira. Cosí egli non griderà contro di te al Signore e tu non sarai in peccato”.

In altri termini, il massimo rispetto possibile era previsto verso i migranti di quel tempo, che d’altra parte, se colti in flagranza di reato o comunque colpevoli di qualche delitto, dovevano essere giudicati ed eventualmente puniti o sanzionati dai tribunali esattamente come gli israeliti. La legislazione ebraica rispecchiava determinate condizioni storiche ed è inevitabile che ogni tempo come ogni popolo abbia storicamente la sua particolare e specifica legislazione, pur nella ipotesi che essa risulti ispirata religiosamente. Ma, per noi cristiani e laici del terzo millennio, quei princípi legislativi ebraici conservano una universalità difficilmente disconoscibile e un’utilità sociale per nulla anacronistica.

Indubbiamente, non si tratta solo di riconoscere mentalmente o teoricamente l’altro, il diverso, ma, come dice il filosofo Lévinas, si tratta biblicamente ed evangelicamente di condividere con l’altro e il diverso le cose, i soldi, le case, ovvero di esigere pane e giustizia, dove però, per l’appunto, ognuno abbia privatamente, da solo o insieme ad altri, piena facoltà di offrire con spirito evangelico tutto il pane e la giustizia che vuole, ma dove al tempo stesso pubblicamente la politica e lo Stato non possano non farsi carico di problematiche più generali quali quelle relative allo stato materiale e morale di vita dei cittadini residenti, alla tutela della loro dignità e dei loro beni specie se scarsi, a misure repressive necessarie a garantire o a ripristinare l’ordine pubblico. Entrambi questi aspetti devono essere presenti nel cristiano che desideri, senza ipocrisia ma anche senza forme populistiche e demagogiche di religiosità, ottemperare non ideologicamente ma costruttivamente al comandamento di un disinteressato amore reciproco.

I migranti, è sempre giusto ricordarlo, se da una parte, almeno inizialmente, devono essere aiutati al di là dei loro modesti o inesistenti mezzi di sostentamento, dall’altra non hanno solo diritti ma anche doveri; ad essi spetta certamente la nostra fraterna accoglienza ma su di essi incombe anche l’obbligo di rispettare le leggi e i costumi dello Stato cui approdano, nonché quello di non perdere di vista le necessità complessive del popolo da cui ricevono ospitalità. Inoltre, e non è secondario, l’ospitalità e l’assistenza loro offerta non esime i cristiani dal predicare loro senza arroganza il vangelo, quale che sia la loro fede religiosa, con relativo invito a convertirsi a Cristo. Non solo i cristiani, che dovranno rendere conto solo a Dio e a nessun altro del modo in cui avranno amato il loro “prossimo”, sono tenuti a trasformare ogni giorno mente e cuore per la chiamata sempre nuova di Cristo, ma tutti indistintamente sono chiamati a convertire la propria vita a Cristo, giacché questi si è immolato su una croce per salvare e liberare eternamente tutte le persone, le razze e i popoli del mondo. Ricordiamocene un po’ più spesso!

Anzi, è opportuno citare ancora una volta per chiarire in modo definitivo e inequivocabile che l’amore per gli immigrati, ieri come oggi, non può appartenere, nel nome di Gesù, alla categoria del mellifluo o del “politicamente corretto” e insomma a nulla che possa avere a che fare con lo sciatto e decadente conformismo di questo mondo: “tu non farai alleanza con loro e con i loro dèi;  essi non abiteranno più nella tua terra, altrimenti ti farebbero peccare contro di me, perché tu serviresti i loro dèi e ciò diventerebbe una trappola per te”, ammonisce Esodo 23, 33. E poi: “Non ti prostrerai davanti ai loro dei e non li servirai; tu non ti comporterai secondo le loro opere, ma dovrai demolire e dovrai frantumare le loro stele” (Es 23, 24-25).

Sono avvertimenti e imperativi, come si sa, ben presenti anche nel vangelo e in tutto il Nuovo Testamento, per cui il rapporto con i migranti di ieri come di oggi, sia pure in un contesto economico-politico e culturale radicalmente diverso da quello tendenzialmente comunitario dell’epoca ebraico-cristiana,  non è e non può essere, in senso biblico-evangelico, del tutto pacifico e tollerante, perché al contrario esso risulta talvolta, e significativamente, anche mosso e conflittuale. Chi può intendere, intenda!