Evoluzionismo o non evoluzionismo. Quale evoluzionismo?

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista

 

Pievani: l’evoluzionismo creazionista è una fesseria, non ha niente a che fare con la scienza. Perché? Semplicemente perché, dice questo accademico ozioso e improduttivo, riprendendo una frase di Jacques Monod, “l’universo là fuori è un abisso indifferente alle nostre sorti”. Al che l’ “eretico” Vito Mancuso ha voluto rispondere non solo dando dello “scientista ateo” a Pievani ma anche e soprattutto etichettandolo come “arrogante e aggressivo” e del tutto accecato dai suoi pregiudizi teologici. Ovviamente, non è mancata poi la replica del filosofo della scienza, si fa per dire, che ha voluto ribadire, in polemica con teologi eretici e non, la pretenziosa certezza per cui “il non-senso dell’evoluzione umana” sarebbe “un dato scientifico accertato”.

Ora, prescindendo da questa polemica pure significativa tra due esaltati del pensiero contemporaneo ufficiale, colpisce questa tendenza non già scientifica ma semplicemente “scientista” a contrapporre ad una metafisica finalistica, come quella ritenuta almeno legittima dall’eretico Mancuso, una metafisica del caso, in vero ancora più problematica della prima se fatta derivare da un approccio scientifico in quanto qui, nel sostenere che l’evoluzione sia sempre cieca e le mutazioni siano sempre casuali, si sorvola completamente sulla complicata questione delle probabilità. Sul piano sperimentale, è stato dimostrato che, a parità di condizioni ambientali, si possano avere identiche storie evolutive.

Ma questo non significa allora che l’evoluzione non è sempre e comunque cieca e casuale ma che può talvolta risultare “prevedibile”? E’ proprio vero dunque che le mutazioni sono necessariamente casuali? Quanto meno bisognerebbe avere l’onestà intellettuale di riconoscere la fondatezza di questi rilievi, ma, data la natura superbamente riottosa di interlocutori come epistemologi alla Pievani, storici della scienza come La Vergata o genetisti come Boncinelli, non è il caso di sperarci molto!

Il problema è che l’evoluzione ha più di una dinamica e quindi, per esempio, non esiste solo una linea evolutiva che porti, e in senso necessariamente casuale, dal semplice al complesso, in quanto esistono sin dall’inizio realtà complesse, ma anche una linea evolutiva che porti da un complesso x a formazioni ancor più complesse di quello stesso complesso sulla base di aggiunte evolutive non prevedibili e non sempre conseguibili per via di selezione naturale, la quale non produce semplicemente trasformazioni di tipo evolutivo ma trasformazioni meramente eliminative (M. Pedrazzoli, L’attacco di Pievani a Mancuso, 2014, in “Il Foglio. Info, sito cattolico on line)”.

Non desidero addentrarmi in esempi scientifici, pure numerosi, che stanno a comprovare quanto sopra, perché non sono uno scienziato né stricto sensu lato sensu, né un filosofo o uno storico professionista della scienza, anch’essi peraltro privi di seria e specifica competenza scientifica, come d’altra parte stanno ben a dimostrare le cattedre, filosofiche e non scientifiche, da cui insegnano. Anzi, per dirla tutta, io non sono niente, sono un nulla, anche se un nulla pensante nelle mani di Dio e per conto di Dio. E questo basta per dire cose sufficientemente sensate anche sotto un profilo filosofico-scientifico.

Uno dei massimi esperti mondiali di ingegneria genetica come John C. Sanford, un tempo probabilmente non distante da posizioni come quelle evolutivo-casualistiche di Edoardo Boncinelli ma oggi decisamente favorevole ad ipotesi creazioniste, ritiene che «la scienza fa vedere che in natura opera un processo di perdita continua di informazione genetica, chiamato... “entropia genetica”, che è l’esatto contrario dell’evoluzione biologica. La biologia molecolare e la genetica indicano infatti un quadro “creazionista” della vita, con la comparsa, sin dall’inizio, di forme complesse e “perfette”, le quali poi hanno cominciato a subire una lenta e inesorabile degenerazione» (M. Georgev, Entropia genetica e il mistero del genoma di John C. Sanford, in “Comitato antievoluzionista”, 12 febbraio 2013).

Il libro antievoluzionista di Sanford, forse non ancora noto a Pievani e compagni, «è assolutamente devastante per l’idea stessa di evoluzione biologica, che ne esce a pezzi, relegata nel campo della fantasia: un processo immaginario del quale neanche vale la pena di calcolare la “probabilità”. Se uno dovesse leggere uno e soltanto un libro antievoluzionista, questo libro è Genetic Entropy» (M. Georgev, Entropia genetica..., cit.).

J. C. Sanford, come Antony Flew, era ateo e proprio grazie alla scienza si è ricreduto, pur attraverso un percorso diverso da quello di Flew, e ha pubblicamente affermato che l’evoluzione della specie non è scienza, o almeno non le si può riconoscere un valore scientifico assoluto. Ma se l’evoluzionismo, come anche molti cattolici ritengono, ha invece un qualche fondamento scientifico, il problema non è pur sempre quello di chiedersi quale evoluzionismo rivesta un più alto grado di razionalità e di credibilità scientifica, soprattutto ai fini di una possibile risoluzione del tormentato rapporto tra fede e scienza?