Basta Socci, nel tuo interesse!

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Adesso è venuto il momento di dire chiaro e tondo al giornalista cattolico Antonio Socci: falla finita, non renderti grottesco oltre che degno di biasimo, con questa crociata ad oltranza a favore di Benedetto XVI e a danno di papa Francesco. Sono anni che il mondo cattolico è costretto a sentire sempre lo stesso disco: la vera dottrina, la vera Chiesa sono quelle del primo, mentre con il secondo è iniziato un periodo di apostasia di cui non si intravede ancora la fine! Pensi che il Signore non conosca la storia, gli avvenimenti, gli errori, i misfatti o i crimini della sua Chiesa? Pensi che il tuo apporto ipercritico e ossessivo alla causa della purezza della fede in Cristo sia proprio indispensabile al popolo cattolico e alla sua capacità di giudizio e di orientamento? Pensi che le tue analisi, i tuoi rilievi e le tue critiche siano sempre giusti ed opportuni? Non temi, tra non poche cose esatte che vieni evidenziando per volontà dello Spirito Santo, di andare sovente ben oltre il seminato e di contribuire a complicare ulteriormente, piuttosto che a pacificare, una situazione ecclesiale che va facendosi sempre più esplosiva e foriera di pericolosi sviluppi?

Intendiamoci: non è che il pontificato attuale non si presti a critiche e censure comprensibili e doverose sotto l’aspetto teologico-dogmatico e, in parte, anche sotto l’aspetto pastorale. Anche questo sito, sia pure con mezzi esegetici forse non particolarmente affinati ed autorevoli, non ha mancato e non manca talvolta di esprimere le sue riserve e persino il suo malumore su talune affermazioni o considerazioni bergogliane non del tutto prive di avventatezza e ambiguità. E ogni cristiano, più o meno colto e preparato che sia, non deve mai essere indifferente ai discorsi del papa, ma deve esserne sempre responsabilmente partecipe, sia per seguirne le preziose indicazioni nella vita di tutti i giorni sia anche, eventualmente, per adoperarsi in forme e modi adeguati, e quindi soprattutto in spirito di carità, a correggerne errori, eccessi o storture.

E invece qui si ha a che fare con un giornalista e con un membro della Chiesa che, dall’alto della sua fama professionale (se meritata o no lo giudicherà il Signore), non fa altro che dare picconate violente e scomposte a papa Francesco e al suo pontificato, pur precisando, a mò di foglia di fico, di pregare continuamente per lui e affinchè venga illuminato dallo Spirito Santo. Ma, soprattutto, egli sferra le sue terribili bordate non, come si potrebbe pensare, in modo disinteressato e per esclusivo amore della verità, ma nel nome e per conto del precedente pontificato di Benedetto XVI, che Socci continua ad osannare da quando decise di uscire di scena almeno come pontefice regnante. E’ da allora che non si stanca di ripetere, alla luce di cavilli molto sottili e tendenziosi del diritto canonico, che il vero papa sarebbe ancora Benedetto e che il papa in carica sarebbe sostanzialmente un usurpatore oltre che un deturpatore della fede cattolica.

Nel suo ultimo articolo, infatti, ripropone per l’ennesima volta l’argomentazione che conferirebbe legittimità alla tesi dei «due papi legittimi viventi», sostenuta dal cardinale Gerhard Müller, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, che ha dato seguito a precedenti osservazioni quali quelle fatte dal canonista Stefano Violi, secondo il quale la famosa dichiarazione di rinuncia al papato per motivi di salute in realtà non dovrebbe essere intesa come rinuncia al papato, al munus in sé, ovvero al triplice potere o facoltà di santificazione (munus sacerdotalis o munus liturgicum), di predicazione e insegnamento (munus propheticum o munus docendi) e di governo pastorale (munus regalis o munus regendi), ma solo come rinuncia al “ministerium” o meglio come rinuncia “all’esercizio attivo del ministero”.

Anche l’ex segretario di Benedetto, mons. Georg Gaenswein ha messo del suo in questa curiosa querelle interpretativa concludendo che «dunque non vi sarebbero due papi, ma de facto un ministero allargato con un membro attivo (Francesco) e un membro contemplativo (Benedetto)». Per ciò stesso, secondo questo alto ma ambiguo prelato, bisognerebbe continuare a chiamare Benedetto con l’appellativo “Santità”, anche perché quest’ultimo significativamente non si è ritirato in un isolato monastero o in un lontano eremo ma all’interno del Vaticano, appunto per sottolineare la sua volontà di fare solo un passo di lato ma non di abbandonare completamente il suo magistero pontificio.

Naturalmente, queste argomentazioni, queste sottigliezze, questi sofismi giuridico-canonici sono talmente arzigogolati e faziosi che nessuna persona di buon senso può essere disposta a prenderli minimamente in considerazione, anche perché un papa non può intendere le sue dimissioni a modo suo e soprattutto non può pretendere che, una volta dimessosi, egli possa continuare in qualche modo e per qualche motivo del tutto soggettivo ad esercitare la sua funzione pontificia. Non esistono un esercizio attivo e un esercizio passivo del ministero: esiste solo l’esercizio del ministero, punto e basta. E non esiste la possibilità per un papa di rimanere papa anche se, per qualunque motivo, non se la sente più di rimanere sulla cattedra di Pietro. Chiaro?

Pertanto, è da rilevare che Benedetto non solo non può e non deve essere più chiamato “Santità” o “papa emerito” perché di papa ce n’è sempre uno e solo uno (posto che questi appellativi abbiano un qualche fondamento di legittimità non già nella tradizione non sempre lineare e coerente della Chiesa ma nella più antica tradizione evangelica e nella prassi della Chiesa delle origini), ma egli, nel dimettersi, non ha compiuto oggettivamente un semplice “passo di lato” quanto un formale e definitivo atto di rinuncia al pontificato, tornando ad essere un semplice vescovo tra altri vescovi e niente di più e ponendosi nel contempo in uno stato di subordinazione e obbedienza rispetto al suo successore. Il fatto che non si sia allontanato da Roma e dal Vaticano è una sua decisione molto soggettiva e discutibile (difficile leggerla come una manifestazione di cristiana umiltà e altrettanto difficile biasimare quanti l'abbiano censurata) che peraltro papa Francesco, per quanto teologicamente meno ferrato di Benedetto, avrebbe potuto anche non consentirgli.

Piaccia o non piaccia, le cose stanno cosí, per cui chi, come Antonio Socci, continua a cavalcare strumentalmente le non serene e non autorizzate sortite polemiche di taluni prelati e cardinali, che si comportano non come responsabili uomini di Chiesa ma come fans sfegatati del vescovo Joseph Ratzinger in funzione antiBergoglio, non contribuisce affatto a salvaguardare la purezza della dottrina e della fede cattoliche dalle degenerazioni ipotetiche o reali cui avrebbe dato luogo l’attuale pontefice, ma semplicemente a fomentare odio, discordia e contrapposizioni radicali che, al momento, non hanno ancora ragione di esistere, anche perché se il problema è solo quello di scegliere tra Benedetto XVI e Francesco, dubito che l’uno o l’altro potrebbero impersonare un modello indefettibile  e insuperabile di  ministerialità pontificia e di fedeltà apostolica. Anche i papi, un giorno, dovranno render conto del loro operato al Signore. I papi, anzi, più di chiunque altro.

Socci, piuttosto, si sforzi di essere meno esagitato e fazioso di quanto già non stia a dimostrare il suo sguardo perennemente spiritato, di rendere meno arroventato quel suo anticomunismo viscerale, cosí preconcetto e aprioristico, cosí banale e grossolano, da precludersi la possibilità di apprezzare la mirabile opera dello Spirito Santo persino in certe forme particolarmente irreligiose e dissacranti del pensiero contemporaneo; di non accogliere in blocco tutte le credenze della credulità o della stessa religiosità popolare (su Medjugorje, per esempio, i dubbi o lo scetticismo di Francesco sono più che fondati, perché negarlo), di smetterla con quella sua fastidiosissima e ignobile concezione conservatrice e spesso reazionaria della politica per cui i Bush e i Trump sarebbero da scegliere sempre e comunque rispetto a chiunque altro.

Basta Socci, su molte cose hai ragione ma non è necessario che ogni tua critica debba trasformarsi in una infuocata requisitoria contro papa Francesco, anche perché non è detto che i tuoi limiti siano inferiori a quelli del papa argentino.  Basta, l’intelligenza non ti manca, ma cerca di usarla meglio e di renderla funzionale ad una fede possibilmente più proficua di quella, pure sperabilmente sincera, che ti caratterizza. Te lo scrivo da fratello a fratello.