Maria uguale a tutte le creature ma da tutte diversa
Non so se o fino a che punto si possa sostenere che il modo in cui Dio ha agito con Maria rifletta sostanzialmente il modo divino di agire con ogni creatura sin dall’eternità, nel senso che il Signore ad ogni sua creatura chiederebbe di accogliere e svolgere un determinato compito, con un quoziente variabile di difficoltà, e soprattutto di confidare, pur cosciente delle sue deboli forze, nel suo aiuto per poterlo assolvere interamente. Che ogni creatura sia nella mente e nel cuore di Dio, è certamente vero, come è vero che con ognuna di esse egli instauri un rapporto speciale, per le modalità della chiamata e la natura dei relativi scopi, mentre ovviamente non è affatto scontato che ad ogni chiamata divina segua una risposta puntuale e determinata come quella data da Maria di Nazaret. Ognuno è chiamato da Dio a determinati compiti ma ognuno risponde alla sua chiamata in modi e con effetti diversi, non di rado persino antitetici. Se non fosse così sarebbe ancor più difficile di quanto già sia teologicamente comprendere il senso della convergenza tra la libertà di Dio e la libertà della creatura.
Cristo è l’Uomo-Dio, Maria è la figlia prediletta di Dio, e ogni essere umano, pur essendo qualcosa di unico agli occhi di Dio, riceve una missione particolare non equiparabile alle missioni ricevute da altri anche se, nel disegno salvifico, tutte indistintamente utili o necessarie. In tal senso, se Cristo è l’unico e vero salvatore del mondo, Maria è l’esempio più eclatante di come si possa e si debba credere in Dio e nella sua Parola, è la più esemplare via della fede nel suo Figlio divino, è il modello più elevato e umanamente più inimitabile di fedeltà alla divina volontà. Più inimitabile non perché ad un essere umano non sia virtualmente possibile, per grazia di Dio, essere fedele a quest’ultimo come lo è stata Maria, ma semplicemente perché nessuna creatura è stata e sarà mai abitata da Dio nello stesso modo in cui ciò è accaduto per Maria. Tutti sono chiamati a credere e a vivere in Dio, ma non tutti sono capaci di credere e vivere in lui con la stessa intensità, con identica coerenza, continuità e fedeltà. Questa annotazione, tuttavia, non mira a rispolverare la vecchia credenza in una sorta di contabilità o di gerarchia divina dei meriti spirituali di ogni singola creatura, non perché la salvezza si consegua, come spesso erroneamente si tende a ripetere, per effetto di una misericordia divina del tutto indifferente agli sforzi delle singole creature di compiacere al Signore, di acquisire ai suoi occhi determinati meriti, a cominciare da quello di non andarne eventualmente fieri, quanto piuttosto a sottolineare che l’amore di Dio può riversarsi copiosamente tanto su chi abbia conseguito meriti spirituali conclamati quanto su chi non abbia conseguito alcun merito ad eccezione, come nel caso del buon ladrone, della disadorna ma accorata richiesta rivolta a Gesù, in punto di morte, di ricordarsi di lui in paradiso.
Tuttavia, non è saggio, né umanamente né religiosamente, alimentare la stucchevole retorica di una santità che sarebbe uguale per tutti gli uomini e le donne di buona volontà: può darsi che il Signore, accogliendo in cielo persino chi abbia fatto esercizio indiscriminato di violenza nel corso della vita terrena, non tenga conto delle oggettive differenze morali e spirituali che lo separano da chi invece si sia sempre prodigato in opere di carità e giustizia, di generosità e pacificazione, ma è altrettanto certo che nel suo regno non avrà mai luogo un livellamento di tutte le forme e i gradi di santità conseguiti dai risorti. Ciò detto, e conseguentemente, non vi è dubbio che Maria resti termine imprescindibile di riferimento per la possibile realizzazione radicale e integrale di tutte le vocazioni personali e di ognuna di esse singolarmente considerata. Guardare a Maria con sempre rinnovato impegno spirituale, significa affidarsi a lei per il perseguimento del più alto grado possibile di santità e di vicinanza a Dio. Che il Signore non faccia differenze tra tutti i suoi figli, tra poveri e ricchi, tra umili e potenti, tra semplici e colti, tra giusti e ingiusti, è ben noto, ma troppo spesso si sorvola sul fatto che il suo giudizio viene esercitandosi sui modi concreti e sui fini reali in cui e per cui ognuno, nei limiti della sua condizione e delle sue possibilità esistenziali, e spesso anche nel non ostentato silenzio della propria coscienza, venga spendendo la propria vita.
Tutti, sollecitati dallo Spirito Santo, saranno liberi di dire: ecco, siamo i servi del Signore, ma, nel migliore dei casi, non tutti riusciranno ad esserlo o ad esserlo nello stesso modo, anche perché Maria, nel pronunciare quella celebre frase, conosceva bene, senza falsa modestia, i suoi limiti, la sua insignificanza, e pensava dunque di poter servire Dio solo nella misura in cui la grazia divina le avesse consentito di sopperire alle sue carenze e alle sue fragili forze. La santità di Maria sarebbe cresciuta, sino a diventare umanamente incommensurabile, in modo inversamente proporzionale alla sua consapevolezza di non poter mai corrispondere in modo adeguato alla chiamata e alla volontà del suo unico Dio. Maria sarebbe diventata regina, per volontà di Dio, non tanto per aver sempre cercato di eseguirne al meglio i precetti, gli ordini, i disegni, ma principalmente per non essersi mai opposta alle sue aspettative, per avergli permesso di buon grado, anche se talvolta tra indicibili sofferenze, di operare in lei o attraverso di lei.
Maria non si sarebbe limitata a cooperare con Dio nella sua opera redentiva su questa terra, ma, quel che non avrebbe mai immaginato di poter fare ancora vivente quaggiù, avrebbe continuato ad essere stretta collaboratrice di Dio anche al di là della morte aiutando le anime a cercarlo, a servirlo, ad implorarlo di concedere loro la vita eterna. Come sarebbe possibile ottenere tali privilegi se non, e ben al di là di indubbi ed elevati meriti creaturali riconosciuti da Dio, per mezzo di un suo straordinario atto viscerale d’amore? Maria, che aveva detto di sì a Dio sulla terra, continua anche in cielo a cooperare alla volontà del Dio uno e trino di salvare quanti siano ancora pellegrini sulla terra e desiderino di rigenerarsi spiritualmente rinascendo a vita divina. Ora, si comprende come vivere con Maria nel cuore non possa in alcun caso significare vivere come Maria, allo stesso modo di come, su un piano ancora diverso, ispirarsi o conformarsi alla vita del Cristo non potrà mai significare vivere, soffrire, sperare, pregare esattamente come Cristo: gli esseri umani sono uguali e diversi tanto su un piano naturale, biologico, antropologico e culturale, quanto su un piano metastorico, spirituale e sovrannaturale. Essi hanno il medesimo destino terreno e ultraterreno ma un destino che viene declinandosi in tante forme diverse quanti sono gli individui chiamati a condividerlo, perché la salvezza è una per tutti ma molteplici e non di rado particolarmente originali sono i modi di conseguirla o conquistarla, e, come nella Chiesa militante, anche nella Chiesa trionfante, nessuna esperienza salvifica, nessun percorso o itinerario terreno di salvezza, andrà perso o dimenticato, ma ogni singola storia di salvezza verrà salvata, custodita e gloriosamente trasfigurata come segno eternamente celebrativo dell’onnipotenza divina. Se tutte le creature, compresa Maria, sono uguali per diversi aspetti e hanno in comune diverse esperienze, sul piano esistenziale, spirituale e religioso, è vero anche il contrario: che non una sola creatura, a ben vedere, sia non già somigliante ma perfettamente identica alle altre, e non si dà salvezza comunitaria in cui le diverse salvezze personali possano annullarsi essendo vero piuttosto che tanto più solida e sicura potrà risultare la salvezza comunitaria quanto più significative, profonde, travagliate, intense e vivaci, saranno state le esperienze salvifiche personali, a cominciare ovviamente da quella dell’Uomo-Dio e della Madre di Dio, che l’avranno alimentata, potenziata, nobilitata.
Ogni persona creata da Dio costituisce una singolarità irripetibile ma una singolarità unica che per esprimersi, per vivere, per realizzarsi, ha costitutivamente bisogno di vivere con e per gli altri vivendo interiormente di Dio. La salvezza di ogni singolarità dipende soggettivamente dai modi interni in cui ogni individuo si dispone ad entrare in relazione con gli altri e con Dio, anche ove la relazione sia vissuta negativamente in entrambi i casi o in uno dei due casi, ma dipende oggettivamente, in misura preponderante, dalla grazia, dalla misericordia e dalla giustizia divine, che non operano mai in modo disgiunto. Cristo è unico per la sua natura umana e divina, ma, proprio per questo, condivide perfettamente tanto la volontà di Dio quanto le sofferenze, le necessità, l’anelito del genere umano a ricongiungersi con il suo Creatore. E’ unica anche Maria come madre di Dio, come Immacolata Concezione, come corredentrice, come madre della Chiesa e dell’umanità, ma è unica pur sempre in quanto creatura che, come tale, ha in comune con tutte le altre creature o con molte di esse il senso dell’appartenenza ad una stessa famiglia, la percezione del dolore, il bisogno di amore e di carità, il destino della morte e la fede in un Dio giusto e misericordioso.
Ma, più in generale, al di là di gerarchie di merito che possono sussistere nella loro oggettività e insindacabilità solo nell’imperscrutabile giudizio di Dio, non di una sola creatura umana si può dire che sia totalmente o perfettamente uguale ad un’altra. Gli esseri umani sono uguali e diversi: nel loro essere uguali percepiscono la diversità altrui, nella loro diversità si percepiscono uguale agli altri. Anche nell’ordine sovrannaturale, la grazia divina si estende su tutti indistintamente distribuendo doni, capacità, carismi in modo differenziato ma non arbitrario o iniquo, perché tutti e ognuno possano cooperare, non solo nei limiti delle proprie naturali attitudini ideative e operative ma anche nell’adesione alla specifica “chiamata” divina e quindi nella concreta e responsabile accettazione ed estrinsecazione della propria vocazione spirituale e religiosa. Tutti e ognuno sono invitati o sollecitati da Dio a rispondere alle sue chiamate vocazionali, perché tutti e ognuno sono chiamati a partecipare, in modi uguali e diversi, attraverso esperienze e percorsi in parte uguali e in parte diversi, all’opera di salvezza personale e comunitaria, incardinata nell’insegnamento e nel sacrificio universale di Cristo, e alla costruzione del Regno di Dio sulla terra.
Che qualcuno possa essere più intelligente di un altro o di altri in un determinato ambito lavorativo o professionale, più sensibile moralmente di tanti o più caritatevole dei più, più dedito della massa allo studio e alla meditazione delle Sacre Scritture, a Dio può interessare solo nella misura in cui quella speciale intelligenza, quella particolare sensibilità morale e spirituale, quella spiccata applicazione nella comprensione e nell’approfondimento della Parola di Dio, siano riconosciute come doni divini unicamente funzionali alla osservanza e alla celebrazione della stessa volontà di Dio e al progresso materiale e civile, etico-intellettuale e spirituale, religioso nel significato più alto del termine, del genere umano, non certo alla celebrazione più o meno mascherata del proprio ego. In realtà, al Signore interessa molto di più che qualcuno, avendo ricevuto poco, abbia prodotto molto non già nella logica produttivistica ed efficientistica del mondo ma nella logica evangelica del puro donarsi e del profitto spirituale, piuttosto che qualcuno che abbia ricevuto molto, ne faccia un uso inopportuno, improprio, improvvido o, comunque, dotato di scarso valore spirituale.
Naturalmente, anche coloro che di ciò siano consapevoli, devono poi guardarsi dalla tentazione di utilizzare più o meno inconsciamente in senso propagandistico, ipocrita o strumentale, i precetti evangelici, spesso al fine di disconoscere, con malcelato orgoglio, i meriti e le capacità altrui. Il vangelo è semplice per i semplici di spirito, ma per coloro che intendano servirsene a non dichiarati scopi prettamente polemici e unilateralmente immanentistici o disgustosamente edonistici, esso è in realtà una miniera di trappole argomentative e dimostrative nella quale sarebbe preferibile non avventurarsi. E i semplici di spirito hanno la loro avanguardia evangelica in Maria di Nazareth, così simile a tutte le altre donne e a tutte le altre madri nella gioia e soprattutto nel dolore, un dolore che, in vero, viene rappresentato, celebrato, esaltato, sottolineato molto più spesso e con accentuato e non molto ragionevole compiacimento religioso, rispetto alla sua gioia, alle sue tante gioie: dell’annunciazione angelica, delle nozze con Giuseppe, della nascita di un figlio e del Figlio di Dio, di una vita terrena trascorsa quasi sempre con Cristo, con il Messia venuto dal Cielo ad annunciare la salvezza del mondo e ad operare innumerevoli prodigi d’amore per corpi e anime sofferenti. E come tacere della gioia incontenibile, seppur pregustata durante gli annunci profetici del suo Maestro, della risurrezione di Cristo?
Non si intende qui minimamente sottovalutare o ridimensionare gli aspetti e i momenti dolorosi, drammatici, tragici, dell’esperienza terrena di Maria, in quanto la passione e la morte di Cristo, che ne costituiscono un dato di fatto inoppugnabile nella parte conclusiva, sono tuttavia presenti, intuiti, presentiti, nel corso di tutta una vita trascorsa intimamente con Gesù e sempre a contatto con i suoi pensieri, i suoi stati d’animo, le sue frasi ricche di logos ma anche di pathos, le sue misteriose e profetiche anticipazioni sul suo stesso destino terreno. E’ ben noto, che nostro Signore è venuto a salvarci espiando i nostri peccati con la sua vita e riconciliando l’umanità con il Padre suo per mezzo del suo sacrificio di sangue. Tuttavia, dai dati biblico-evangelici non si evince che il dolore che scandisce l’esistenza terrena di Maria, sia anche solo occasionalmente ostentato, esibito, partecipato, ma risulta, al contrario, sempre molto contenuto, riservato, confinato in spazi emotivi esclusivamente privati. Il dolore di Maria è un dolore discreto, silenzioso, che parla di attesa: l’attesa della risurrezione, del glorioso ritorno al Padre, dell’eterna beatitudine. E’ un dolore sempre compensato dalla certezza soggettiva della veridicità e dell’affidabilità delle parole e delle promesse di Dio, della speranza di nuova ed eterna vita che esse suscitano ed alimentano, della gioia profonda che non può che albergare nel cuore umano, nonostante le dolorose vicissitudini della vita presente. E’ un dolore reale e profondo, per determinati aspetti incommensurabile, ma costantemente immerso in un sotteso e permanente sentimento di febbrile e gioiosa attesa, di fiduciosa compartecipazione alla gloriosa opera salvifica di Dio.
Maria piange, ma non in senso doloristico, non per disperazione ma semplicemente perché il male offende, il male defrauda, il male separa, il male uccide, perché a contatto del male non può esservi gioia ma tristezza, amarezza, dolore; non per disperazione ma per semplice umanità di fronte al vuoto devastante che, in molteplici forme e gradi, il male produce. Al riguardo sono state scritte parole molto sagge e appropriate: «Sta di fatto che nei Vangeli, nonostante l’apparente terribile profezia di Simeone che preannuncia una spada che trafiggerà l’anima di Maria (Lc 2,35), la Madre risplende piena di grazia, colma di Spirito. È certo il dolore della morte del figlio, ma la spada è esattamente la Parola di Dio che proprio mentre il dolore uccide, chiede di sperare contro ogni speranza. Il dolore che trafigge nell’ora della morte, è pure un pungolo che invita Maria a ricordarsi di quel magnifico cantico di lode di cui Lei stessa è autrice» (Don Stefano Manfredi, La gioia di Maria … con tutto il rispetto per le (sue) lacrime, in sito on line “Ottogiorni.it”, 31 maggio 2021), Maria piange a causa dei nostri peccati, delle nostre spesso deliberate inadempienze, della perversa attitudine umana a confondere o a scambiare il falso con il vero e il male con il bene, ma sa che l’attiva, operosa e dolorosa presenza del Figlio di Dio nella storia, per quanto avversata e misconosciuta, porta salvezza e beatitudine eterne a tutti coloro che ne facciano proprio il messaggio e non si adattino o non si arrendano a meri e propagandati simulacri mondani di verità e umanità, di moralità e felicità.
Quella Maria che è sempre così apprensiva per la sorte terrena del Figlio, è la stessa Maria che porta in grembo il gioioso annuncio evangelico alla cugina Elisabetta, è la stessa Maria che non si sarebbe mai stancata di testimoniare pubblicamente la sua incrollabile fede nel salvatore del mondo, e che attraverso i secoli continua a portare a noi tutti un vangelo non certo di morte ma di vita, non certo di lutto ma di festa. Vangelo non è rendere Maria simile a noi, pensando che abbia le nostre stesse paure umorali, le nostre stesse fragilità emotive, e subisca le sventure e i lutti del mondo come eventi irreparabili e definitivi. Maria è una donna sofferente, duramente provata, ma piena di forza morale e affettiva, piena di energia spirituale che lei attinge al potente e inesauribile accumulatore della fede in Cristo, per cui è sempre pronta a portare conforto e coraggio agli altri, a muoversi missionaria verso il mondo dei deboli e degli oppressi, degli umili e degli emarginati, dei giusti e dei perseguitati, sempre pronta ad andare verso coloro che sono disposti a lasciarsi avvicinare, raggiungere da lei, a giusta ragione convinti che ella, che a Cana aveva fatto notare al Figlio l’ammanco di vino dicendo ai servi di obbedire a qualunque ordine quest’ultimo avesse loro impartito, sia portatrice di Spirito Santo, di grazia, di gioia e di pace.
Il vangelo che porta e annuncia Maria è quello del Figlio, è dunque un invito a convertirsi interiormente, a vedere e a sentire le cose, la vita, in una diversa prospettiva, senza naturalmente dimenticare la condizione reale della propria esistenza: in questo senso, il vangelo mariano è anche un invito «ad asciugare le lacrime, a non piangere più», a confidare fermamente in colui che, risorgendo, ha eliminato la morte per sempre (Ivi). Ecco: è principalmente la prospettiva in cui Maria pensa, riflette, prega e loda Dio, opera e ama il prossimo, che la differenzia profondamente da tutte le altre creature. Si dirà che la sua prospettiva di fede sia in fondo comune a tante altre creature, per cui anche da questo punto di vista la sua esistenza potrebbe considerarsi simile o uguale a quella di tanti altri esseri umani. Certo questo sarebbe il più grande desiderio di Dio: che tutte le sue creature si ispirassero così radicalmente a Maria da replicarne all’infinito il comportamento spirituale, l’intimo atteggiamento di fede, il riservato agire in spirito di carità. E non sono in grado di sostenere o di negare che qualcuno, qualche santo o santa noti o sconosciuti, possa esserci riuscito o potrà riuscirci nel corso della storia umana. Ma quello che di certo appare innegabile è che nessuno, per esclusiva volontà o grazia divina, possa essersi lasciato invadere da un amore così totalizzante per l’Altro, per quel Dio sconosciuto ma da Maria percepito sin da bambina con gli organi sia sensoriali sia spirituali come un Dio personale di verità e amore, da affidarsi poi a questo Dio senza riserve, in modo incondizionato persino nei momenti più dolorosi e tragici dell’esistenza. Maria intuisce anche prima di concepire il Cristo nel suo grembo e nel suo cuore che Dio non è solo mistero, ineffabilità, imperscrutabilità, numinosità, ma è anche profonda e non banale umanità, ineguagliabile disponibilità a farsi cercare e conoscere dalle sue creature, a stare in mezzo a loro per fortificare, abbellire, illuminare sempre di più le loro esistenze, e persino a donare se stesso, come successivamente la Santa Vergine avrebbe potuto e dovuto constatare, per strapparle alla morte.
E’ per questa straripante sensibilità profetica, per questa istintiva e potente percezione della realtà o meglio della presenza divina, per il suo spiccato senso di una divina trascendenza che non si contrapponga all’umana immanenza ma ad essa si offra come quel che le manca per divenire vita in pienezza e non più soggetta alla morte, che il suo personalissimo Dio l’avrebbe scelta quale figlia prediletta tra tutte le donne e degna di procurare una natura umana integrale al Figlio unigenito. Ella si sarebbe completamente persa nell’amore di Dio, nel suo amore verso Dio e di Dio verso di lei, specialmente attraverso l’esperienza di madre del Cristo, un’esperienza unica e irripetibile attraverso cui ci si può umanizzare compiutamente sino a poter somigliare in modo sorprendente a Dio stesso. Chi accoglie smisuratamente Dio nella sua vita come potrebbe non essere accolto smisuratamente da Dio nel suo cuore e nella sua mente?
Per tutto questo, Maria è creatura come me, come noi, e al tempo stesso molto diversa da me e da noi, perché resterà per sempre molto diverso il suo modo di credere e di amare Dio, il suo modo di relazionarsi e offrirsi al prossimo. Ed è sterile e anche sciocca polemica quella di marca femminista per cui ella sarebbe “irraggiungibile” perché tale l’avrebbe voluta rendere, rispetto a tutte le altre donne, il potere maschile. Come dissuadere tante donne del XXI secolo dal ritenere che ella sia stata “donna come tutte noi”, “donna tra donne”, già per il semplice motivo che, a prescindere da Maria, anche le altre donne non sono affatto simili o uguali ma anche differenti le une dalle altre? Non si comprende perché tante donne e uomini avvertano il bisogno irresistibile di utilizzare figure e vicende della storia biblica solo o prevalentemente per giustificare i propri limiti, le proprie ambiguità, le proprie abitudini di vita o i propri vizi. Né Cristo, né Maria possono essere utilizzati per i parassiti della vita e dello spirito, perché la ragion d’essere di entrambi è nel proporsi quali modelli viventi di fedeltà a Dio e di continua conversione spirituale.
Assurde non sono, come taluni affermano, le presunte “elucubrazioni” dogmatiche della Chiesa (Immacolata Concezione, Eucaristia, Trinità e via dicendo), ma tutte quelle argomentazioni che, pur centrate su figure di storia sacra, vengono adoperate in modo unilaterale, tendenzioso, equivoco, al di fuori del loro reale contesto di riferimento, allo scopo di snaturare, di svilire, di dissacrare il fondamento religioso degli articoli principali della nostra fede. Per i retti credenti in Cristo, sono normali gli uomini e le donne che vedono scandita la loro vita terrena dal puntuale riconoscersi figli e figlie di Dio, fratelli e sorelle, sposi e spose, padri e madri di famiglie eterosessuali possibilmente benedette da Dio e dalla Chiesa, serve e servitori della Parola di Dio. Tutto il resto è anomalia, abnormità, colpa, peccato, anche se proprio dal peccato Cristo è venuto a salvarci, e non il peccato in quanto tale quanto l’umana, ostinata, recidiva volontà umana a permanervi, impedisce il conseguimento della salvezza. Questo è l’essenziale. Che poi anche all’interno della comunità ecclesiale figure, realtà o eventi religiosi possano essere usati in modo ipocrita o strumentale, per discriminare o disconoscere le diversità del mondo e della famiglia umana, è certo possibile ma non giustificabile né per via di ragione, né, tanto meno, per via di fede. I laici rivendicano giustamente il riconoscimento delle diversità all’interno di un genere umano in cui tutti manifestamente sono uguali e diversi, ma allora perché agitarsi e scalmanarsi quando si venga parlando del rapporto tra Gesù e Maria da un lato e gli esseri umani dall’altro in termini di uguaglianza ma anche di diversità?
Perché si ritiene del tutto normale tutelare e valorizzare, anche se non sempre in modi legittimi, le diversità umane, etniche, culturali e religiose, mentre suscita non di rado grande irritazione ricordare e sottolineare che, al di là della divina figura del Cristo, anche la figura interamente creaturale di Maria di Nazaret abbia, rispetto a tutte le altre creature, il duplice crisma dell’uguaglianza e della diversità? Noi, biblicamente parlando, siamo chiamati ad umanizzarci solo divinizzandoci in conformità alla Parola di Dio e agli insegnamenti evangelici. Pensare che una vera umanizzazione comporti un appiattimento degli stili di vita creaturali su modelli di pensiero o di comportamento già dati o prevalenti in determinate epoche storico-culturali, per cui al limite ognuno e ogni popolo siano perfettamente liberi di pensare e agire a loro piacimento, per i credenti, e più segnatamente per i cattolici, significa pensare esattamente il contrario di quel che una ragionevole, virtuosa e santa umanizzazione richiede: il non conformarsi alle realtà imperfette e provvisorie del mondo, agli abbaglianti e ingannevoli valori di ordini sociali e culturali costituiti, a generici e falsi ideali proclamati da sussiegose ed ipocrite strutture istituzionali di sapere e di potere, per elevarsi piuttosto verso una faticosa ma nobile ricerca della verità e della libertà in Cristo, verso un graduale e inesauribile perfezionamento morale e spirituale quale quello appreso e additato da Maria come prima discepola e apostola di Cristo.
Se gli esseri umani fossero solo uguali tra loro, la loro uguaglianza sarebbe statica, non suscettibile di progresso intellettuale, morale e spirituale, mentre se fossero solo diversi non potrebbero né comunicare, né vivere insieme, né costruire una casa comune e funzionale ai bisogni di tutti e di ciascuno. Maria era diversa ma la sua diversità non sarebbe stata una comune diversità come quella di tutte le altre creature di Dio ma una diversità speciale, unica, irripetibile, perché rigorosamente ed esclusivamente funzionale all’opera salvifica di Dio. Siamo uguali perché apparteniamo tutti alla vita, donde la necessaria relazionalità interindividuale o interpersonale, anche se non sempre collaborativa ma contrastata, che corrisponde ad una precisa e ineliminabile necessità esistenziale. Ma siamo anche diversi perché diverso, e solo apparentemente simile o uniforme, è il rapporto che ognuno di noi ha con il mondo e con gli altri, con il mondo e con Dio. D’altra parte, diversità non significa dover fare necessariamente cose spettacolari o affascinanti: quella di Maria fu una diversità unica semplicemente perché ella avrebbe saputo e voluto accompagnare Dio a morire come un semplice uomo per acquisire poi, a sua insaputa, la funzione di accompagnare tutte le creature a morire e a risorgere come il loro unico Dio.
