La maternità divina tra Maria e la Chiesa

Scritto da Francesco di Maria on . Postato in I miei scritti mariani

Quando si dice che la Chiesa è madre, si esprime in vero più un ideale e un auspicio che uno stato di fatto, più una metafora che una verità fattuale. Gesù non ha mai detto che la Chiesa sia madre, così come non ha mai detto che essa sia sposa, anche perché altro è la Gerusalemme di lassù, la Gerusalemme nuova, di cui parla san Paolo e a cui la Chiesa militante ha l’obbligo di conformarsi, sia pure tra cadute, errori e limiti, altro è la Gerusalemme terrena che deve custodire e tramandare la fede originale in Cristo e che da questi ha ricevuto il mandato spirituale di generare, accogliere, curare ed educare i fedeli nella fede e, al tempo stesso, di prepararli e sostenerli nella battaglia contro il maligno ed il male radicato nel mondo. Certo, in questo senso può essere riconosciuta alla Chiesa una duplice dimensione materna e paterna, e non solo materna, a condizione che essa sia riconosciuta su un piano analogico ma non identitario. Questo deve essere ben chiaro, per non rischiare di creare o di perpetuare errori di interpretazione che disattendono la Parola di Dio. A ben vedere, la paternità che può ispirare gli atti, le decisioni, le opere della Chiesa è riferibile unicamente alla persona di Cristo o di Dio in Cristo, così come di maternità si può parlare unicamente in relazione alla persona di Maria di Nazareth, madre reale di Gesù. Questi sono i due paradigmi universali di umanità, spiritualità e fede, cui la Chiesa, non senza fatica ma spesso in modo ammirevole, tenta di richiamarsi coerentemente e rispettosamente nel corso della sua storia. Ciò detto, paternità e maternità, benchè teologicamente e tradizionalmente riconosciuti come titoli spettanti di diritto alla Chiesa terrena e militanti, non possono essere ad essa attribuiti se non abusivamente.

Gesù non ha mai detto né che la Chiesa sia madre, né che la Chiesa sia padre, né che essa sia sposa o maestra, essa è semplicemente, e ciò comporta una enorme responsabilità per tutti i suoi membri, la sua Chiesa fino alla fine dei tempi e per l’eternità. Anzi, ha chiarito in modo inequivocabile la questione: «Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato» (Mt 23, 8-12). Gesù conosceva bene l’umana psicologia e le sue intrinseche tendenze ad autoattribuirsi titoli spirituali formalmente antitetici a qualunque forma di vanità, arroganza e prevaricazione, e tuttavia suscettibili di essere usati per inconfessata vanagloria e non dichiarata immodestia. E avverte dunque l’urgenza di precisare solennemente che, nella sua Chiesa, uno solo sarebbe stato Padre, una sola sarebbe stata Madre (Gv 19, 27). Dalle parole di Cristo si evince che la sua Chiesa, e non eventualmente la Chiesa fantomatica o idealizzata dei suoi interpreti in buona o cattiva fede infedeli, avrebbe dovuto essere una comunità spirituale fondata sulla roccia ovvero su una fede granitica e su uno spirito veritiero e incrollabile di verità. 

Questo non significa, evidentemente, che la Chiesa non debba sforzarsi di essere paterna e materna, purchè essa riconosca di essere solo figlia eccellente di Cristo e sua perenne discepola e testimone. In verità, la maternità della Chiesa è solo quella che, per mezzo di Maria, viene originariamente, costitutivamente e sacramentalmente esercitandosi su di essa in quanto organismo comunitario fondato da Cristo e preposto a conservare, difendere e professare la fede nella integralità dei suoi contenuti, nonché a farne quotidiano strumento di lotta per la realizzazione del Regno di Dio in terra. La Chiesa eredita certamente lo spirito materno di Maria allo stesso modo dello spirito paterno di Cristo, anche se non sempre degnamente e in forme esaltanti, e tale duplice spirito concorre tuttavia a formarne la personalità morale, spirituale e religiosa, nel corrente esercizio della sua attività ministeriale, dottrinaria e pastorale. La Chiesa non è santa per se stessa ma solo per l’azione santificante che vi si compie costantemente per la sottesa opera sovrannaturale di Dio e della Madre celeste.

Sul piano storico, la Chiesa può essere madre dolcissima ma anche autorevole e risoluta, e lo è di certo tutte le volte che il ceto sacerdotale e l’intero popolo di Dio, congiuntamente o distintamente, vengano operando rettamente in conformità ai divini insegnamenti e alle materne ed evangeliche lezioni di fede sempre umilmente impartite da Maria ai servi e agli amici del Figlio divino. Ma può essere anche matrigna, come capita allorchè, pur venerando istituzionalmente Maria, essa contravviene alle sue esortazioni e ai suoi consigli e non esita a trasformare, a diversi livelli, il servizio comunitario in uno strumento di potere, di personale visibilità, di celebrativa autoreferenzialità, e infine di carità senza verità. Mentre scrivo queste righe, ho di fronte a me una Chiesa troppo più spesso abitudinaria e retorica, formalista e conformista, autoritaria e velleitaria, che non capace di annunciare in modo tanto rigoroso quanto sorprendente la Parola di Dio, di usare il linguaggio imprevedibile e profetico dei santi di Dio, di aderire alla volontà divina con autorevole e ispirata fedeltà e con la determinazione spirituale di chi intende vivere e lottare per morire e rivivere in Cristo.

Quando Gesù assegna alla Chiesa il compito di legare e sciogliere, ovvero il potere, nel suo nome, di perdonare o non perdonare i peccati, di dichiarare lecite o illecite determinate proposizioni di fede oppure legittimi o meno determinati giudizi in relazione a particolari questioni morali, senza peraltro concedere che ogni membro della Chiesa, a cominciare da quelli che sono investiti di specifiche funzioni ministeriali, possa esercitare tale potere in senso strettamente soggettivo e discrezionale, assegna un potere reale, un reale potere sacramentale, un potere per esempio non riconosciuto a Maria che partecipa eternamente e perfettamente della luce divina della verità, ma lo assegna non a Madre Chiesa bensì alla Chiesa che è sua figlia e, ad un tempo, è figlia di Maria. Come detto, la Chiesa terrena potrà essere, e sarebbe auspicabile che sempre lo fosse, paterna e materna nell’esercizio della sua funzione magisteriale, spirituale e pastorale, ma se e quando lo è, può esserlo solo per riflesso rispetto alla paternità ontologica di Dio Padre e di Dio trinitario e alla maternità in parte esistenziale e in parte ontologica di Maria, essendo ella madre di Cristo e sposa mistica del Dio uno e trino.

Limitando il ragionamento alla maternità di Maria, scriveva molto bene l’eminente studioso salesiano Domenico Bertetto che la maternità divina di Maria è già, per disposizione divina, una effettiva maternità spirituale verso la Chiesa, misticamente inclusa nel Capo di essa, da Maria generato; lo stesso si deve dire dell’associazione salvifica sul Calvario, a cui Maria è stata da Dio elevata, proprio per essere, in unione subordinata col nuovo Adamo, fonte di perdono, di vita e di salvezza per tutta l’umanità» (Ivi, p. 722). Dopodichè, tuttavia, l’eminente teologo citato, cerca di giustificare la stessa pretesa maternità della Chiesa con argomentazioni a mio avviso più complicate e tortuose che sofisticate e realmente in grado di dimostrare in modo lineare che la maternità reale di Maria e quella supposta della Chiesa possano essere poste sullo stesso piano, tanto che, ad un certo punto, è lo stesso Bertetto a non potersi esimere dal precisare esplicitamente che «siamo … di fronte a due forme distinte di vera maternità spirituale: quella di Maria e quella della Chiesa» (Ivi, p. 723 e p. 725).  

Se la maternità mariana e la maternità ecclesiale sono distinte, è proprio questa distinzione che non può non comportare che la maternità spirituale di Maria sia più vera e reale — in che misura potrà essere stabilito eventualmente solo aposteriori — della maternità spirituale, sussistente certo come principio direttivo più che come dato oggettivo e incontrovertibile, della Chiesa. Incontrovertibile è solo la maternità mariana, cui la Chiesa deve ispirarsi incessantemente per tentare di assolvere i suoi compiti dottrinari, pastorali, spirituali, sacramentali, nel modo più materno possibile, fermo restando che, senza prescindere dalla centralità del principio mariano nella vita della Chiesa, il potere salvifico di annunciare la Parola di Dio e di amministrare i sacramenti è un potere reale detenuto da quest’ultima, perché conferito da Cristo direttamente alla sua Chiesa e tanto più reale quanto più esso venga esercitato da una Chiesa solida, rocciosa nella fede e nella fedeltà a Dio e alla sua santissima Madre, e capace di reagire alle sollecitazioni sempre nuove ed urgenti dello Spirito Santo.

Se Maria è madre della Chiesa, non solo perché madre di Cristo ma anche perché da Cristo esplicitamente nominata tale, non si può dire la stessa cosa per la Chiesa, di cui sia Cristo sia Maria sono anche membri in quanto, rispettivamente, capo e padre fondatore e socia e madre cofondatrice per diritto divino, donde, essendo la Chiesa stessa generata da Dio, sarà corretto affermare in senso proprio non già che i fedeli siano figli di Madre Chiesa, costituita dal ceto ministeriale o sacerdotale in senso stretto e dalla massa popolare, ma che essi siano figli di Dio e della santissima Vergine Maria all’interno di quella comunità mistico-sacramentale che è la Chiesa. Donde l’espressione di origine patristica, successivamente resa più inclusiva, secondo cui «nulla salus extra ecclesiam». Di evangelicamente sicuro c’è che Maria è madre della Chiesa e del genere umano ma non che anche la Chiesa, come pure auspicavano alcuni Padri della Chiesa, sia madre del popolo di Dio, e non perché la Chiesa non sia tenuta a prendersi cura dei fedeli così come una madre si prende cura dei suoi figli, ma semplicemente perché se Maria è Madre riconosciuta da Dio per fede, per sapienza, per carità, per fortezza d’animo e autorevolezza, anche là dove non si tratti solo di coccolare ma anche di istruire, esortare, rimproverare, sollecitare i figli al rispetto della legge di Dio e all’amore per il prossimo bisognoso, la Chiesa non può autoattribuirsi questo titolo specifico di maternità se non per enfatizzare propagandisticamente la funzione salvifica ricevuta in modo inequivocabile da Cristo.

La maternità della Chiesa è possibile, ipotetica e religiosamente auspicabile, ma non conclamata come quella di Maria, anche se non si comprende per quale motivo la Chiesa di Cristo non dovrebbe esercitare con pari impegno e senso di responsabilità un ruolo paterno; è possibile ma non ontologicamente costitutiva del suo essere istituzione storica, per quanto di origine divina, e non realmente riscontrabile nell’intera storia della Chiesa. Dire che la Chiesa è donna, che la Chiesa è madre, non solo non è appropriato ma, poiché affermazioni del genere appartengono organicamente all’era del “politicamente corretto”, non è eccessivo temere che esse possano essere riflesso di un montante populismo anche in ambito religioso. Per questi motivi, non ritengo condivisibile l’equiparazione proposta, sia pure con le migliori intenzioni spirituali, da Bertetto tra maternità di Maria e maternità della Chiesa: «Maria è sempre madre, perché il suo influsso è costantemente diretto alla progressiva formazione ed educazione dei suoi figli, da lei generati alla vita divina, fino a che raggiungano la pienezza dell’età di Cristo, a cui sono destinati, nel conseguimento della vita eterna. Anche la Chiesa è sempre madre, perché la sua azione è costantemente rivolta alla generazione spirituale e alla educazione soprannaturale dei suoi figli, affinchè crescano nella vita spirituale, portando frutti sempre più abbondanti» (Ivi, p. 725). Bertetto riconosce che una differenza importante sussiste nel fatto che la maternità spirituale di Maria è trascendente rispetto alla maternità spirituale della Chiesa, ma la consapevolezza di tale differenza lo porta a parlare di diversità delle due forme di maternità e non anche di una differenza qualitativa, ontologica incolmabile e peraltro sovrannaturalmente necessaria alla Chiesa, costituita non solo dalla gerarchia ma anche dal laicato, per la messa in atto quanto più ineccepibile ed efficace possibile dei suoi obblighi magisteriali e ministeriali, eucaristici e salvifici, anche con l’apporto spirituale, civile e culturale, nient’affatto marginale dei laici.

Bisogna, in sostanza, comprendere che la maternità di Maria è una maternità esemplare, è l’ideale di maternità pienamente realizzato, mentre l’esemplarità della maternità e della paternità ecclesiali, volendo utilizzare questi termini nel senso corrente che assumono nel quadro di pratiche o attività strettamente umane, dipende storicamente dalla capacità umana, dalla capacità della comunità ecclesiale peregrinante nel suo insieme, pur sostenuta dalla grazia divina e dall’azione illuminante e fortificante dello Spirito Santo, di eseguire più o meno fedelmente, più o meno correttamente, i comandi di nostro Signore Gesù Cristo, imparando ad un tempo da Maria i modi migliori in cui sia possibile coltivare esistenzialmente la fede senza venir mai meno al vincolo dell’obbedienza verso Dio uno e trino. Perciò, se la maternità di Maria è maternità in atto, la maternità della Chiesa è maternità in potenza che solo nella Gerusalemme celeste potrà trovare la sua compiuta attuazione. In altri termini, se la maternità ecclesiale si pone come un dover essere, quella mariana si pone come un essere già perfetto e non suscettibile di ulteriore perfezionamento.

Al di là di questo, dovrebbe risultare evangelicamente lampante che la Chiesa non è chiamata da Cristo a fare da madre e da padre, ma solo a servire l’unico Padre e l’unica Madre divinamente riconosciuti nell’assoluta obbedienza alla Parola e alla Volontà di Dio e ad alimentare nella storia dell’umanità la speranza di vita eterna. Nelle vicende prettamente storico-umane continueranno ad esistere padri, madri, maestri e guide, ma in quelle strettamente spirituali e religiose solo uno è e sempre sarà il Padre, la Madre, il Maestro e la Maestra, la guida alla salvezza eterna. Per essere madre, non basta generare i fedeli alla fede per mezzo del battesimo e nutrirli spiritualmente per mezzo dei sacramenti e della Parola di Dio. C’è modo e modo di assolvere la funzione di educare le anime alla fede, di prendersene cura e di proteggerle spiritualmente e sacramentalmente, così come c’è modo e modo di educare i propri figli al vivere civile e al rispetto dei loro simili, oppure di esercitare una determinata attività professionale, o anche di mettersi al servizio di una nobile causa umanitaria. La Chiesa è di origine divina e, per questo, essa assolverà sempre storicamente la sua funzione salvifica nonostante la densa coltre di peccato che anche in essa non mancherà mai di condizionarne o rallentarne i processi di evangelizzazione. Ma che, essendo di origine divina, debba necessariamente, fattualisticamente operare come una madre, può essere supposto ma non provato biblicamente, né adeguatamente suffragato in sede storica.

Oggi sarebbe importante, per la Chiesa, al di là dei corsi propedeutici di catechismo e di rapporti interpersonali formali e frettolosi, non solo verificare pazientemente, e contrariamente a quel che frequentemente accade, con quale preparazione e motivazione psicologiche, con quale affettività, con quale reale grado di interiorizzazione dei diversi contenuti di fede, vengano accostandosi i pre-adolescenti, gli adolescenti, i giovani, gli adulti, i coniugati o i non coniugati, alla fede e ai sacramenti, ma sforzarsi di interagire quanto più spontaneamente possibile con i fedeli per coglierne qualità, attitudini, aspettative, carismi da valorizzare e utilizzare non genericamente e distrattamente ma in modo oculato e conveniente  ai fini dell’organizzazione e dello svolgimento della complessiva vita ecclesiale, in cui i laici cooptati non siano in sede comunitaria solo quelli più simpatici e dinamici, più servizievoli o servili nei confronti del parroco e dei suoi stretti collaboratori, quelli più allineati su idee o approcci di fede largamente condivisi anche se unilaterali.

Il colloquio, il confronto, il rapporto di reciproca conoscenza tra chierici e laici, non dovrebbero risultare, in sostanza, ovvi, scontati, o semplicemente postulati, ma profondamente e serenamente vissuti, alimentati, approfonditi. Solo così la Chiesa potrebbe evitare di esercitare in senso meramente o prevalentemente nominalistico una funzione materna o paterna. La Chiesa deve parlare alle masse ma poi deve essere presente anche nella e per la vita dei singoli individui, occupandosene anche al di fuori della ritualità sacramentale, prendendoli sul serio e non come passivi interlocutori o penitenti in cui, per semplice dovere d’ufficio, si debbano travasare nozioni, concetti, inviti religiosi, peraltro non sempre rispondenti alle loro reali necessità spirituali o ai loro dubbi religiosi: anche perché, non di rado, il prelato o il presbitero muovono, più o meno inavvertitamente, dal preconcetto per cui chi hanno di fronte possa solo attingere alla loro sapienza o saggezza religiosa e non, viceversa, costituire per essi fonte di arricchimento spirituale.

Stare vicino ai singoli senza alcuna brama di popolarità e solo con innata e intensa dolcezza materna: è quello che invece fa sempre Maria, vocazionalmente sollecitata dallo Spirito Santo anche in virtù della eterna missione educativa e protettiva a lei affidata da Cristo a beneficio di tutte le creature. Non si tratta di togliere alla Chiesa titoli che le spettino su base biblico-evangelica, ma, al contrario, di riconoscerle titoli divini che ad essa risultino realmente riconosciuti. E questi titoli sono quelli per cui essa è chiamata a continuare rocciosamente l’opera salvifica di Cristo nella storia del mondo attraverso la proclamazione della Parola di Dio e di Cristo e la predicazione, attraverso i sacramenti istituiti da Gesù, e infine attraverso un continuo, sincero sforzo di conversione personale e comunitaria ai valori perenni del cielo e dello spirito. Papa Pio XI spiegava che due sono i titoli di ordine sovrannaturale conferiti da Dio alla Chiesa: «Il primo sta nella espressa missione ed autorità suprema di magistero datale dal suo Divin Fondatore: “Ogni potere è stato dato a me in cielo e in terra. Andate dunque, ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo; insegnando loro ad osservare tutto quanto v’ho comandato. Ed ecco io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo” (Mat. XXVIII, 18-20). Al quale Magistero è stata da Cristo conferita l’infallibilità insieme col mandato d’insegnare la Sua dottrina; onde la Chiesa “fu costituita dal divino suo Autore colonna e fondamento della verità, affinché insegni agli uomini la fede divina, ne custodisca integro e inviolato il deposito affidatole, e diriga ed informi gli uomini e le loro consociazioni ed azioni ad onestà di costumi ed integrità di vita, a norma della dottrina rivelata” (Pio IX, Ep. Cum non sine, 14 -7-1864). Il secondo titolo è la Maternità soprannaturale onde la Chiesa, Sposa immacolata di Cristo, genera, nutre ed educa le anime nella vita divina della grazia con i suoi Sacramenti e il suo insegnamento. Perciò a buon diritto afferma Sant’Agostino: “Non avrà Dio per padre, chi avrà rifiutato di avere la Chiesa per madre” (De Symb, ad catech., XIII)» (“Divini Illius Magistri”, Lettera Enciclica di Papa Pio XI, Sulla Educazione Cristiana Della Gioventù, 31 dicembre 1929).

Naturalmente, l’infallibilità magisteriale della Chiesa si fonda sul presupposto per cui essa non deroghi mai dalla sua fedeltà a Dio, ovvero dalla rocciosità della sua fede, onde l’implicita esortazione divina per tutti i suoi membri, ministeriali e laici, ad esercitarla non in modo meccanico o abitudinario ma senza darne mai per scontato i significati e il valore. Quanto all’asserita e pretesa Maternità sovrannaturale della Chiesa e al suo rapporto sponsale con Cristo, tale duplice titolo o meglio questa duplice immagine della Chiesa come Madre e come Sposa, si può sostenere in senso simbolico ma non certo in senso reale e sostanziale, si può sostenere come immagine rappresentativa di ciò che la Chiesa è chiamata a fare nel mondo, e quindi della funzione materna che essa dovrebbe esercitare, in materia di fede e sul piano spirituale, per tutti i suoi figli, ma che essa, in quanto amministrata da esseri umani peccatori o soggetti al peccato, non può che esercitare in modo discontinuo e imperfetto pur aiutata dallo Spirito a tendere alla perfezione. In tal senso, pure, si può accettare l’affermazione agostiniana relativa alla inscindibilità tra paternità divina e maternità ecclesiale. Tuttavia, non si comprende perché mai la Chiesa dovrebbe assolvere solo una Maternità sovrannaturale e non anche, e contemporaneamente, una Paternità sovrannaturale, così come non è chiaro, se non in senso metaforico e rappresentativo, la natura sponsale del rapporto tra la Chiesa e il Cristo. Di reale e sostanziale resta, in vero, la maternità sovrannaturale e il rapporto sponsale di Maria con il Dio unitario e trinitario. Maternità sovrannaturale rispetto alla persona storica di Gesù e sponsalità sovrannaturale rispetto a Dio Padre-Figlio e Spirito Santo. Questi sono i dati biblici oggettivi. Il resto è opinabile, santamente opinabile se si vuole, ma pur sempre opinabile: si può dire che il resto faccia parte più della retorica religiosa cattolica che non della logica religiosa cristiana. La Chiesa, si può precisare a scanso di equivoci, ha il compito di essere paterna con la stessa autorevolezza e lo stesso rigore del Cristo e, insieme, ha il compito di essere materna con la stessa capacità di esortare pazientemente ma responsabilmente i figli che caratterizza la figura di Maria di Nazareth.

Si intuisce agevolmente come la Chiesa militante, quantunque sempre sostenuta dallo spirito divino, non possa costituire, in generale, un modello assolutamente ineccepibile di santità, di maternità e paternità spirituali, anche se, in quanto istituzione divina, è destinata a non conoscere ostacoli che possano frapporsi all’esercizio e all’indefinito ampliamento del suo spirito missionario nel mondo. Tuttavia, resta angosciante l’interrogativo espresso da Gesù: «il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18, 8). Come dire: la mia Chiesa riuscirà ancora, sul finire della storia umana, a convertire la mente e il cuore di individui e popoli alla fede nell’opera salvifica del Cristo crocifisso e risorto oppure vorrà o dovrà arrendersi alla progressiva e definitiva scomparsa della fede nella parusìa, nel suo glorioso ritorno per instaurare sulla terra un compiuto e definitivo regno di pace, giustizia e salvezza? In altri termini, alla fine dei tempi a prevalere sarà la fede in Dio oppure essa sarà soppiantata da ideologie prettamente materialistiche ed edonistiche, scientiste e tecnocratiche, al di là delle quali non resti nient’altro che un orizzonte esistenziale di disperazione e morte?

L’umanità resterà senza vino, senza speranza, senza gioia, oppure, se non direttamente una Chiesa ormai declinante, sarà ancora una volta la Madre di Gesù a sussurrare dolcemente alle orecchie o alla coscienza di un “piccolo resto” di persone rimaste sempre fedeli al Figlio divino: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2, 5)? Sì, perché madre non è tanto colei che educhi i figli ad adattarsi passivamente alle circostanze della vita, per la pur comprensibile paura che in caso contrario possano esserne travolti, quanto principalmente colei che li educhi a coniugare la prudenza del vivere con il coraggio di compiere cose buone, giuste e sante. Oggi molti di noi temono in particolare i cambiamenti epocali segnati da fenomeni migratori apparentemente incontrollabili, da guerre sempre più frequenti, intense e feroci, da avvenimenti climatici sotto determinati aspetti abnormi, da rapporti familiari sempre più fragili e precari, da costumi sociali sempre meno morigerati, da forme sempre più diffuse di incomunicabilità relazionale e sociale, da costumi religiosi sempre più intrisi di soggettivismo individualistico, da uno spirito ecclesiale e comunitario sempre più tiepido o distaccato, e da tutto ciò sentono fortemente minacciate la propria identità e la propria fede.

Donde il proliferare di ragionamenti unilaterali, forse seducenti ma anche ambigui e ingannevoli, del tipo: «crescere nella fede, essere fedeli al Vangelo in un mondo che cambia, richiede la capacità di accettare l’instabilità, di “perdere l’equilibrio” per poter andare avanti. La paura del cambiamento assomiglia alla paura di fare il primo passo. Per camminare serve fiducia: nel nostro corpo, nel terreno, nella meta. Allo stesso modo, per affrontare i cambiamenti della vita e della Chiesa serve una profonda fiducia spirituale: fiducia che Dio è presente anche nel caos, che lo Spirito guida la storia, che Cristo è il nostro appoggio sicuro anche quando le certezze umane vacillano. Questa fiducia dinamica è la fede. La fede non elimina l’instabilità, ma la trasforma in progresso. Se la fede è questa fiducia che permette di camminare nell’incertezza, allora la paura paralizzante del cambiamento potrebbe essere un sintomo di una fede debole. Una resistenza ostinata al nuovo può nascondere la difficoltà a credere davvero che Dio è il Signore della storia e agisce anche oggi, in modi che non sempre capiamo» (Frà Maggiorino Stoppa, Maria e il coraggio di camminare: dalla paura alla fede, in sito on line montemesma.it, senza data). Per camminare serve fiducia: sì, ma se lo scenario che ti si spalanca dinanzi è uno scenario di inconfessato dispotismo e gratuita violenza, di diffusa corruzione e macroscopica depravazione, di cinico e crudele sfruttamento del lavoro altrui, di ipocrita moralismo libertario ed egualitario, nel nome della fede non ne deriverebbe la scelta obbligata di interagire con esso ma probabilmente la scelta possibile di non frequentarlo o di ignorarlo del tutto. E’ vero che la fede non elimina l’instabilità, ma l’instabilità non è sempre della stessa natura e, se fosse di natura particolarmente malvagia e perversa, per fede non si potrebbe fare appello che alla giustizia divina. Peraltro, la paura del cambiamento non sempre è sintomo di una fede debole, perché, al contrario, potrebbe essere sintomo di fede saggia e vera, così come la resistenza ostinata al nuovo non è necessariamente sintomatica di fede incerta nel Dio Signore della storia, perché il nuovo non è sinonimo di vero e di bene potendo invece denotare una montante presenza di falsità e iniquità.

E’ vero che Maria avrebbe sempre accettato di vivere nell’instabilità ma sempre ed esclusivamente sulla base della Parola certa di Dio, sempre ed esclusivamente in conformità ai criteri di verità e giustizia insegnati da Cristo e senza aperture di credito verso le logiche accattivanti e coinvolgenti del mondo. Maria ci insegna che, per fede, non è affatto necessario accettare tutte le dinamiche del mondo e della storia, mentre è necessario accettare tutte le scandalose e impopolari scelte di vita cui si venga chiamati dalla volontà imperscrutabile ma sapiente di Dio.