Maria e la fede come attenzione spirituale

Scritto da Francesco di Maria on . Postato in I miei scritti mariani

Dio è onnipotente e, proprio per questo, ha la congenita facoltà di essere forte o di essere debole, di essere potente o di essere impotente. Dio è onnipotente in quanto costitutivamente padrone di ogni forma possibile e reale di scibile e in quanto insuperabilmente giusto e misericordioso. Dio è onnipotente perché di volta in volta, nella storia eterna delle vicende celesti e in quella transitoria delle vicende umane, dispone dell’infallibile potere di valutare rettamente se, e in che misura, debba esercitare o rinunciare ad esercitare la sua forza o la sua incontenibile potenza, oppure debba manifestare la sua compassione per la debolezza e la fragilità delle creature sino al punto di trasformare se stesso in essere debole, fragile e impotente. Dio è onnipotente perché il suo infinito spirito di giustizia e misericordia lo rende invincibile tra tutti i suoi oppositori e dominatore assoluto su tutti gli spiriti irreversibilmente ribelli dell’universo e unico salvatore di tutti gli esseri creati che a lui e al suo redentivo Logos si affidino per sopravvivere alla morte del peccato e della carne.

Il Dio amore, il Dio della mitezza e della compassione non è affatto in contraddizione con il Dio del giudizio, della condanna e del castigo, essendo l’amore senza giudizio pura e ondivaga emotività, senza condanna sterile e insulso sentimentalismo, senza castigo mera e non vincolante opzione esistenziale. La logica divina dell’amore è una logica rigorosa, pur se non priva di interna e relativa flessibilità, e molto diversa da tante logiche umanitarie che vengono spacciate per manifestazioni dell’amore divino. Chi crede in Dio, non può pensare di amare l’uomo, i simili, il prossimo, senza amare l’amore normativo di Dio. L’attenzione per gli altri, per i bisognosi e i sofferenti, non può prescindere dalla consapevole e vigile attenzione per le leggi di Dio.  Simone Weil considerava Maria di Nazareth come eccellente modello di attenzione spirituale e religiosa, di accettazione della divina volontà e della sofferenza non per costrizione ma per amore.

Maria incarna perfettamente l’attenzione del cuore e della mente, quell’attenzione che apre sia il cuore che la mente a dimensioni non ovvie, non scontate, non date, dell’esistenza, traducendosi sostanzialmente in una disposizione interiore di apertura e accoglienza verso l’Altro e gli altri. Per Simone Weil, intrepida protagonista di una breve ma intensa esperienza umana di sofferenza e d’amore, Maria non era semplicemente una figura religiosa, ma un esempio paradigmatico di come l’attenzione spirituale, che è attenzione dell’intelletto oltre che della sensibilità affettiva e morale, implicando l’accettazione del volere divino e del dolore per amore, sia in realtà un potente strumento di trasformazione della vita in esercizio salvifico di perfezionamento spirituale e di servizio altruistico. L’attenzione non è strettamente necessaria per vivere in senso generico, ma è assolutamente necessaria se il problema non è il vivere naturale, il vivere d’istinto o di abitudine, il vivere consuetudinario o irriflesso, ma il modo di vivere, il come vivere, la ragione per cui possa essere preferibile orientare la propria vita secondo determinati criteri o gusti piuttosto che secondo altri. Senza attenzione ci si adatta passivamente alla vita, a tutto quello che la vita, il reale, il mondo, la storia, proiettano sul nostro spazio visivo-oculare come sul nostro spazio percettivo-esistenziale, ci si lascia modellare meccanicamente dalle forme non necessariamente migliori ma emergenti, nel fluire del tempo, del vedere, del pensare e del sentire. Attivando, invece, la nostra facoltà attenzionale, la vita e il mondo cominciano ad assumere colori e significati che la coscienza ingenua non poteva percepire e, tanto meno, elaborare criticamente.

Maria non si lascia solo raggiungere da ciò che la circonda, dall’oggettualità esterna e dall’altrui corporeità con l’oralità e la gestualità che le sono proprie, non si lascia solo lambire meccanicamente la mente da cose ed esseri da essa indipendenti, ma predispone anche ed esercita le sue facoltà percettive, intellettive, affettive e morali, in funzione di una ricezione-comprensione quanto più precisa e circoscritta possibile della datità che, di volta in volta, il suo sguardo interiore, di natura teorica e pratica, compare nell’orizzonte della sua complessiva esperienza di vita. Le cose del mondo hanno, infatti, un loro linguaggio oggettivo ma, quale che sia, esso va pur sempre interpretato o decodificato. Le cose sono là, i rapporti umani sono là, nella loro oggettiva datità, ma è solo la dinamica attenzionale o intenzionale dell’individuo che, interrogandosi a più riprese e in modi sempre diversi su tale datità, può riuscire a coglierne i possibili significati, le differenti implicazioni, le non uniformi tonalità. La coscienza di Maria, sin dall’infanzia, è religiosa solo nel senso che non riceve semplicemente dall’ambiente esterno, dal contesto storico-sociale, religioso e culturale in cui vive, i contenuti del suo modo di pensare e di vedere il mondo e di interagire con gli altri, i contenuti della sua stessa fede, ma re-agisce a tutti i condizionamenti, le sollecitazioni, gli eventi che gravitano attorno alla sua persona, con domande, riflessioni, approfondimenti, in funzione di un quadro conoscitivo sempre più ampio e articolato e di una vita pratica, morale e spirituale, sempre più ricca di significato e di valore.

Posto che non si dia forma di vita umana che non muova da determinati presupposti interiorizzati o non si sviluppi sulla base di essi, lo stesso presupposto della vita e della fede mariane, ovvero l’esistenza di un Dio onnipotente, infinitamente giusto e misericordioso, non è un presupposto semplicemente attinto da una tradizione, da una educazione, da una formazione religiosa, e poi collocato staticamente in un angolo della coscienza nella certezza di potervi ricorrere efficacemente in tutte le difficoltà e i momenti critici dell’esistenza. Il Dio di Maria ha certo una sua precisa identità ontologica e una sua talvolta inaccessibile volontà, ma tale identità e volontà sovrannaturali non sono mai compiutamente definibili, costringendo piuttosto il credente o la credente a farne oggetto di continua ricerca e inesausto approfondimento. Il Dio di Maria è un Dio trasmesso nella sinagoga, nella scuola religiosa, ma poi vissuto principalmente nella sua propria intimità, nel flusso cognitivo, affettivo, esistenziale della sua coscienza, sempre attivamente impegnata a dare senso alle cose e, in particolare, a conferire un senso sempre inedito e arricchente alla identità e alla volontà stessa di Dio, anche quando questi venga inequivocabilmente rivelandosi storicamente per ridurre le distanze, scaturite dal peccato originale, tra la sua regalità creatrice e le sue creature.

Cos’altro significano quei celebri versetti, secondo cui Maria «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2, 19), se non che, soprattutto ma non solo di fronte a fatti straordinari dell’esistenza, ella non si mostri solo stupita e gioiosa, ma intenta a riflettere sul loro significato più profondo e a custodire, cioè a conservarlo e a proteggerlo da valutazioni superficiali o inesatte in relazione alla sua vita personale e alla storia del mondo. Maria, precisa l’evangelista, meditava quelle cose prodigiose «nel suo cuore»: questo non significa che la riflessione di Maria fosse di natura prevalentemente emotiva o sentimentale ma che, al contrario, fosse espressione di un grande sforzo intellettuale, certo non privo di partecipazione emotiva ma volto a cogliere, anche su un piano possibilmente logico e razionale, i segnali sovrannaturali di quegli eventi, il senso soteriologico ed escatologico di quegli accadimenti. D’altra parte, nella cultura biblica il cuore non equivale unicamente alla sfera emozionale, ma sta a denotare il centro della persona nella sua interezza e quindi anche nella sua funzione intellettiva oltre che volitiva e decisionale.

La fede di Maria non è una fede ingenua, una fede acquisita e coltivata solo per educazione familiare o per consuetudine comunitaria, una fede chiusa in se stessa e indifferente alle vicende, ai drammi o ad eventi inattesi e particolarmente festosi, ma una fede non schematica, anche se fedele alla migliore tradizione dei Padri, una fede intraprendente, audace, che non esita a fare di Dio la cosa meno fantasiosa, meno immaginaria e più reale e concreta del mondo. Questa fede è una fede combattiva, militante, al servizio della giustizia e dell’amore divini persino nella più ordinaria quotidianità, ed è fortemente contestativa nei confronti di quanti pensano di usare sapientemente la ragione per diffidare del senso del sacro e disprezzare coloro che lo coltivino invece con precisa cognizione di causa. Questa fede non è ingiuntiva perché non pretende che debba essere accolta, ma non è neppure remissiva nel senso che non si tira indietro al cospetto di chi pretenda che di essa si renda pubblicamente conto. E’ una fede attenta e, per usare il lessico fenomenologico, è una fede intenzionale: tanto sul piano discorsivo quanto sul piano pratico-pragmatico e relazionale. Quindi, è una fede in virtù della quale la realtà non è solo accettata o subìta nel suo darsi così e così ma è anche indagata, esaminata, scrutata con spirito critico al fine di coglierne possibilità inespresse e ulteriori o alternativi orizzonti di senso; ma è, al tempo stesso, persino una fede che, per sua intrinseca necessità spirituale, si interroga sui suoi stessi contenuti biblico-evangelici per verificare ogni volta se, ai significati ad essi già attribuiti sul piano esegetico ed ermeneutico, non sia possibile aggiungerne di nuovi e di ugualmente importanti. La fede è una interlocuzione continua con le Sacre Scritture e, insieme, con lo Spirito vivificatore di Dio.

Quando l’angelo le appare e le annuncia la volontà di Dio, Maria resta certamente stupìta, emotivamente turbata, perché un angelo divino non appare tutti i giorni a chiunque, e, nel sentirsi personalmente destinataria di un messaggio celeste, ella non può non sentirsi umanamente coinvolta in quel particolare momento, ma Maria non si scompone, non è sconvolta, non teme di essere vittima di un’allucinazione, di uno stato di eccessivo affaticamento psichico e mentale, perché, sin da bambina, ha acquisito la convinzione che Dio può anche apparire e parlare sensorialmente con le sue creature, che Dio può operare sensibilmente in modi prodigiosi anche nell’ambito dell’esperienza terrena. Che è poi quello che conferma e ribadisce l’arcangelo Gabriele con le celebri parole: «Nulla è impossibile a Dio». Maria ha sempre percepito la sua fede come apertura spirituale, come apertura del cuore e della mente a possibilità altre dalle possibilità ordinarie della vita terrena, a possibilità ritenute persino impossibili secondo canoni convenzionali di conoscenza.

E’ proprio questa sua radicale e permanente interiorizzazione del Dio vivente, della sua onnipotenza, del suo inesauribile spirito di giustizia e di misericordia, che poi avrebbe predisposto solidamente la giovinetta di Nazareth all’accettazione incondizionata ma non rassegnata di tutte le prove dolorose cui si sarebbe trovata sottoposta la sua esistenza. Tante volte si sarebbe chiesta, in modo umanamente comprensibile e non senza profonda amarezza, anche perché non lei ma suo figlio dovesse soffrire tanto, fino a patire l’ignominioso supplizio di croce, per poter ottenere la salvezza dell’umanità, ma questo non l’avrebbe mai distolta dall’assecondare la imperscrutabile volontà del suo Dio. Il suo Dio: non un Dio totalmente misterioso e inaccessibile, ma anche un Dio personale, sempre in ascolto dei lamenti, delle suppliche, delle implorazioni delle sue creature più sensibili e fedeli, non lontano da esse ma vicino o in mezzo ad esse, un Dio capace di un amore viscerale e talmente inaudito da offrire il Figlio unigenito per l’eterna salvezza degli uomini. L’amore divino è per tutte le creature indistintamente, ma si manifesta in modo particolare, non di rado in forma persino sensibile, alle creature che, consciamente o inconsciamente, credono in una realtà trascendente e sono sinceramente impegnate nella ricerca della verità anche oltre le apparenze della vita mondana, aprendosi fattualmente o virtualmente alla presenza di Dio nella propria vita.   

Questo Dio, così umano ma mai troppo umano, che sempre per primo si dirige verso le creature, si offre loro con tutta la sua sapienza, la sua carità, la sua infinita e santificante energia creatrice e trasformatrice, aspettando con molta pazienza che anch’esse orientino la loro coscienza e la loro volontà verso la sua pur impercettibile e silenziosa presenza; questo Dio è il Dio teneramente pensato, sentito e vissuto da Maria anche prima di ricevere l’annuncio angelico, è il Dio che l’avrebbe accompagnata per tutta la vita chiamandola al suo servizio e al servizio del suo Cristo. Una volta Maria temette che quest’ultimo, ancora dodicenne, potesse essersi smarrito, per responsabilità propria e di Giuseppe, e quando lo ritrova non si trattiene dal muovergli un rimprovero: perché ci hai procurato questo spavento? Noi, angosciati, ti cercavamo. E Gesù contraccambia il rimprovero: ma perché mi cercavate? Avete forse dimenticato che devo occuparmi delle cose del mio Padre celeste? Maria ha talmente interiorizzato il Cristo sul piano intellettivo e affettivo da non riuscire ad immaginare di poter vivere senza di lui, senza la sua costante presenza fisica, e Gesù non può esimersi dal precisare che tutta quella preoccupazione genitoriale è ingiustificata, dal momento che, come Maria e Giuseppe avrebbero dovuto ricordare, Dio si dà come dono alle creature che ama e non come oggetto di possesso e di possesso esclusivo. E’ tuttavia comprensibile il comportamento di Maria: in fin dei conti Dio è a lei che ha affidato il Figlio unigenito e come avrebbe potuto onorare la volontà divina senza prendersi attentamente e doviziosamente cura di quel Figlio? D’altra parte, non è certo insensibile alla rimostranza della Madre, ma coglie l’occasione per ricordare persino a colei che ha dato alla luce del mondo il Figlio di Dio che l’obbedienza alla volontà paterna è prioritaria rispetto ad obblighi affettivi e morali di natura terrena.

In realtà, una ottimale o emblematica dialettica spirituale tra la creatura e Dio dovrebbe ricalcare proprio questo episodio evangelico: da una parte, la creatura che si sente così dipendente da Dio e così legata affettivamente alla sua persona, da impegnarsi a fare sempre del proprio meglio per non perderla mai di vista o non perdere mai il contatto con essa, non senza però rischiare di strafare e di dimenticare che Dio, pur essendo sempre con noi, non può tuttavia soddisfare qualunque nostra aspettativa di natura emotiva; dall’altra, Dio, che si dona amorevolmente alla creatura, fino ad immolare la propria vita per essa, non intende privarla dell’esperienza della solitudine, perché è nella solitudine che, pur in compagnia di altri, può rinnovarsi autenticamente il bisogno e la ricerca dell’Altro. Nel momento in cui ci si sente creaturalmente dipendenti da Dio e condizionati da una realtà che ha anch’essa la sua origine in Dio, si viene a stabilire non solo tra me e Dio ma anche tra me e le cose e tra me e gli altri un rapporto regolamentato da una maggiore o minore attenzione soggettiva, si può anche dire da una maggiore o minore in-tenzionalità intercorrente tra il soggetto e l’oggetto, tra la persona e la realtà, tra la persona e gli altri che sono parte integrante della mia realtà.

Ma se il proprio vissuto venga invece implicando il non sentirsi dipendenti da alcunchè e semplice parte casuale di un tutto indeterminato e indeterminabile, anche il rapporto tra me e le cose e tra me e gli altri è destinato a mutare di significato e intensità: di significato, in quanto tale rapporto si scarica della sua dimensione trascendente e spiritualmente imperativa che non può non incidere sul particolare configurarsi della razionalità umana, della moralità soggettiva e dell’etica pubblica, dell’atteggiamento relazionale rispetto a cose, fatti, individui; di intensità, in quanto la coscienza non si sente gravata da una responsabilità di fronte a Dio e alle sue leggi eterne e immodificabili ma da una responsabilità da esercitare solo in relazione a cose e ad uomini secondo criteri di maggiore flessibilità intellettuale, etica e spirituale. La soggettività di Maria non è una soggettività non credente, semplicemente perché l’attenzione della sua spiritualità la porta a percepire che, dietro ogni singola esistenza, di esseri viventi o non viventi, deve esserci un’origine, un principio, un codice eidetico di natura divina, e che  ogni singola esistenza, pur soggetta alla morte, contiene un destino di eternità. Ma la religiosità di Maria è una religiosità laica, non sacerdotale, non ministeriale, non sacramentale in senso istituzionale, pur avendo ella probabilmente frequentato una scuola di studi biblici, è una credente laica che individua l’essenza della fede esclusivamente in un ascolto attento e inesauribile della Parola di Dio con gli occhi della vista, del cuore e della mente costantemente puntati sui fatti reali della quotidianità come sui grandi avvenimenti o sugli eventi straordinari del mondo e della storia.

Sotto il familiare magistero di Gesù avrebbe appreso che sacerdote di Dio non è necessariamente chiunque indossi i sacri paramenti sacerdotali o assolva una funzione riconosciuta di maestro o padre spirituale, ma chiunque, sia pure nei limiti delle sue possibilità, sia capace di seguire fedelmente, sino alla croce, il Cristo, proclamandone e reiterandone, con pensieri e opere, la missione salvifica nel mondo. Ma la fede attenta di Maria si caratterizza anche e principalmente per la capacità della coscienza che ne è mossa di distinguere, scegliere, selezionare, nell’orizzonte oggettuale intenzionato, tra ciò che è verosimile e ciò che è veritiero, tra ciò che è utile e ciò che è necessario, tra ciò che è legale e ciò che è giusto, tra ciò che è funzionale ad una vita mortale e ciò che è funzionale ad una vita immortale anche se provvisoriamente interrotta da una morte biologica. Si tratta, infatti, non solo di ascoltare, ma di come ascoltare, non solo di vedere ma di come vedere, tenendo peraltro presente che l’ascoltare è diverso dal sentire e il vedere è diverso dal guardare, così come il rigoroso pensare è diverso dal parlare o dal semplice argomentare e il credere in Dio è pur sempre diverso dal ritenere di credere in Dio.

 L’attenzione non decide sul fatto che questa o quell’altra cosa possano essere, ma sul come, sul modo in cui questa o quell’altra cosa sono, o sono di più o di meno, o sono dotati di maggiore o minore valore conoscitivo, morale, estetico. A seconda di come si sente o si percepisce un suono, quel suono sarà captato, sarà ascoltato in modo più o meno chiaro, e a quel suono potrà essere attribuito un significato e un valore maggiori o minori, soggettivamente più o meno coinvolgenti o attraenti; a seconda di come si guarda alla trascendenza, essa sarà vista, percepita e pensata in un modo più o meno esaustivo, più o meno dotata di senso, più o meno determinante per il proprio agire pratico. La realtà, in sostanza, pur essendo là nella sua oggettiva datità, non è, fenomenologicamente o eideticamente, come viene riportata, ricostruita, raffigurata, da altri o da altro indipendentemente dall’attività intenzionale della mia coscienza, ma, alla fine, è pur sempre come la percepisce, la sperimenta, sia pure attraverso le molteplici mediazioni del senso comune o del dotto giudizio, il mio io critico-fenomenologico: «Un ascolto e una visione di seconda mano — cresciuti a dismisura nella nostra epoca dell’ascolto e della visione a distanza grazie alla radio, al telefono e al televisore, fino a raggiungere proporzioni gigantesche, ulteriormente potenziate da amplificatori di suoni ed altri ausili visivi —», già da Platone erano considerati «in contrasto con le ‘cose stesse’ che si possono cogliere soltanto con le orecchie e gli occhi dello spirito», (B. Waldenfels, Soglie d’attenzione. Itinerari dei sensi, Frankfurt, 2003, p. 11), cioè per mezzo dell’attenzione, massima o minima che sia, delle facoltà intellettive, volitive, spirituali dell’io intenzionante.

Ora, è evidente che una siffatta logica teoretica con connessa terminologia fenomenologica è del tutto estranea al contesto storico-culturale e religioso in cui venne formandosi Maria, ma qui è stata evocata e utilizzata nella convinzione che una sensibilità umana e un’intellettualità così poco complicate ma per niente ingenue e, per contro, così profonde e originali, come quelle della fanciulla nazarena, possano ben appartenere anche a moderni approcci filosofici al mondo-della-vita come quello di indirizzo fenomenologico inaugurato da Edmund Husserl nel primo novecento. Si vuole dire che la mentalità di Maria non è così datata storicamente da poter appartenere solo al suo tempo, ma è, al contrario, una mentalità eminentemente religiosa così libera e anticonformista da rivelarsi sempre attuale attraverso i secoli o, per meglio dire, sempre attualmente inattuale, provocatoria e destabilizzante, profeticamente organica ad un Dio che ancora oggi è esattamente quello che era nella sua epoca. Maria non crede perché dà per scontato l’esistenza e l’amore di Dio, non crede in base alle immagini correnti di Dio, non crede solo in ossequio alla tradizione religiosa, né viene aiutata a credere dalle pratiche religiose della società giudaica, in quanto ella osserva, fa esperienza di diverse forme di religiosità o di irreligiosità, riflette con il prezioso apporto della sapienza biblica, e poi giudica, sceglie, seleziona, tutto quel che occorre al credente per munirsi di una fede retta, legittima, quanto più esemplare possibile, in relazione agli uomini e a Dio, e ad un Dio lungamente visitato e rivisitato negli anni dell’apprendimento biblico, nei suoi pensieri e nei suoi sogni, nelle sue azioni e nei suoi giochi.

L’attenzione mariana non solo amplia l’esperienza e la stessa esperienza religiosa, ma le potenzia, scopre cioè in esse potenzialità nascoste che una fede disattenta o poco attenta, una fede epidermica o puramente esteriore, non potrebbe scorgere; e le potenzia senza intralciare la libera e autonoma attività della ragione umana, di cui la fede è del resto un’articolazione funzionale, ma rendendosi così propedeuticamente preziosa per un ispirato uso critico della stessa razionalità umana. L’attenzione si nutre di una sorta di diffidenza istintiva per ciò che è noto, familiare, consueto, rassicurante, e insieme di una speciale tensione verso il nuovo, l’inedito, l’inatteso, che, ogni volta che emergono nelle forme più impensate, non possono che rinfocolare le energie inesauribili e mai definitive di una fede integralmente vissuta. Anche per questo Maria non ha paura di essere additata come una poco di buono quando è in attesa di Gesù, di lasciare la sua casa e la sua terra alla volta dell’Egitto per sottrarre suo figlio alla malvagità di Erode, di affrontare il parto in una grotta umida e inospitale, di rischiare di morire con e per Cristo, di essere insultata e vilipesa mentre lo accompagna nell’ascesa al Calvario. Si offende, forse, marginalmente quando Gesù sembra disconoscerla pubblicamente nel momento in cui ella vorrebbe persuaderlo a rientrare a casa a causa delle calunnie di quanti lo ritengono “fuori di senno” e acconsente con un iniziale velo di nostalgia alla volontà del Figlio che, moribondo, la nomina Madre della Chiesa e del genere umano, ma Maria accoglie ogni prova come una prova di Dio, non quindi come una prova inutile, superflua, di cui umanamente si potrebbe voler fare volentieri a meno, ma come una prova dell’Eterno Padre, che chiede ad una semplice e umile creatura di collaborare nientemeno ai suoi disegni salvifici. Sono prove spesso dolorose, quasi disumane, ma la fede attenta di Maria non si lascia scoraggiare o deprimere, perché sa che, qualunque cosa accada, Dio è già pronto a proteggerla, a difenderla, a salvarla.

Maria è già pronta a morire, pur temendo umanamente la morte, perché sa che il suo Signore è Signore della vita come della morte, è dominatore sulla morte e creatore di nuova vita anche al di là della morte. Ma in lei l’attesa del mondo che verrà non funge da oppiaceo rispetto alle sofferenze, alle amarezze, alle contrarietà e ai drammi della vita presente: non si tratta di dover soffrire ora per poter gioire domani, secondo un rapporto di meccanica o fatalistica causalità, perché non è detto che qualunque forma o realtà di sofferenza terrena sia destinata a tramutarsi necessariamente in una gioia celeste, così come non è detto che una vita gaudiosa, tranquilla, spensierata su questa terra, debba trovare il suo ineluttabile contrappasso nei tormenti dell’eternità. Il problema è perché si soffre, in che modo, per quali ragioni e con quale spirito gli esseri umani soffrono, al di là di quella sofferenza costitutiva dell’umana esistenza dovuta in senso biblico all’originario allontanamento dell’uomo da Dio ovvero da uno stato di perfetta felicità, oppure, in senso antropologico e psicoanalitico, al fatto che l’uomo è un soggetto strutturalmente e indefinitamente desiderante al di là dei bisogni primari che, in misura maggiore o minore, riesce a soddisfare. Qual è l’atteggiamento mentale e spirituale delle creature rispetto alla sofferenza, al dolore, alla noia o alla mancanza di felicità, al di là del rifiuto istintivo cui ogni individuo non può sottrarsi?

E’ l’atteggiamento di chi, come Maria, non enfatizza tale problematica pure molto importante su un piano filosofico e teologico, limitandosi a considerarla come un dato di fatto della condizione terrestre dell’uomo, confidando unicamente nelle articolate risposte sapienziali date al riguardo da Dio e dal suo Messia, e partecipando attivamente al sacrificio del Figlio, oppure  è l’atteggiamento di quanti, identificando la fede con il sacrificio della ragione, preferiscono barcamenarsi alla meno peggio in quella esistenziale “selva oscura” da dove si potrà uscire solo con una morte definitiva? E’ l’atteggiamento di chi, come Maria, trova in una fede non “irriflessa” ma “attenta” e “selettiva”, la via maestra della ragione umana, oppure l’atteggiamento di chi, come tanti maestri del “pensiero unico” anche di matrice religiosa, non esitano a cancellare dal proprio cuore, nel nome di una vera razionalità pensante, persino la speranza dell’unica possibilità di senso che, nel segno della croce nobilitata da Cristo, potrebbe derivare per una vita, questa vita, altrimenti priva di senso?