I cristiani e il Corano

Scritto da Matteo Simoni. Postato in Contributi e testimonianze

 

E’ certamente vero che spesso la religione musulmana e i precetti coranici vengono resi oggetto di volgare e malvagia strumentalizzazione. E’ altresí vero che tale consapevolezza, lungi dall’inibirla, rilanci piuttosto la proposta di un’indagine quanto più possibile scevra da pregiudizi e di carattere puramente “teologico” che sia volta a restituire al Corano il suo originario significato. Che poi, come sostiene l’intellettuale ebraico Giacomo Korn, uno studio siffatto possa anche favorire la comprensione e il riavvicinamento tra islamismo e cristianesimo, non sembra altrettanto pacifico o scontato. Perché? Lo spiega, suo malgrado, lo stesso Korn, il quale, sottovalutando evidentemente quel che egli stesso rileva, scrive: «L’Islam è una religione che fonda la sua essenza su un monoteismo assoluto. Ne consegue, ovviamente, che agli “occhi” di questa fede la figura di Gesù venga spogliata di quella divinità che è, invece, costitutiva della Religione cristiana. Per l’Islam, affiancare ad Allah, Uno e Unico, qualsivoglia essere “mortale” è assimilabile ad una bestemmia» (I cristiani visti dal Corano, WordPress.com, 2007, Internet).

E’ piuttosto chiaro che la pesantezza di questa constatazione, contrariamente a quanto ritiene lo studioso ebreo, non può essere affatto mitigata dal fatto che Gesù e sua madre Maria nel Corano sarebbero destinatari di altissima considerazione, intanto perché, soprattutto per quanto riguarda Gesù, gli apprezzamenti religiosi sono abbastanza relativi anzi decisamente aleatori: se si pensa di apprezzare il Cristo togliendogli la sua divinità e negando la sua resurrezione si è o sciocchi o provocatori; e, in secondo luogo, perché da parte islamica si avalla il dubbio che il monoteismo cristiano sia un monoteismo all’acqua di rose, poiché non si comprende che la dinamica trinitaria di Dio, lungi dall’essere lesiva della sua unicità, ne arricchisce invece il significato e il valore mostrandone la più intima e profonda articolazione.

Il problema di fondo è che gli islamici, nell’ostentare la loro ammirazione per Gesù, pretenderebbero di veder riconosciuta dai cristiani la cosiddetta “terza rivelazione”, la rivelazione che Dio avrebbe fatto di sé a Maometto dopo essersi rivelato a Mosè prima e a Gesù successivamente. Essi, in altri termini, pretenderebbero di essere depositari della verità divina esattamente come lo sono, in una diversa forma, i cristiani. Il che, per quest’ultimi, è comprensibilmente inaccettabile, giacché essi ritengono blasfemo ridurre Gesù ad un profeta o ad un messaggero che avrebbe preceduto Maometto. Per i cristiani, Gesù è il Dio di Maometto non «il Messaggero che lo ha preceduto», Gesù non è uno che annuncia semplicemente ma, a differenza di Maometto, uno che salva, anzi egli è il Salvatore come il Padre, insieme al Padre e nel nome del Padre. Questo è il discrimine che rende praticamente improponibile, su base teologica, il cosiddetto dialogo tra islamici e cristiani.

Per i cristiani l’Islam, proprio in quanto si richiama a Gesù, senza riconoscerne la divinità (e quindi senza cogliere l’essenziale della sua santissima persona), era e resta una pericolosa eresia che, usando strumentalmente le sacre scritture ebraiche e cristiane, veicola in realtà pericolose ambizioni di potere terreno, anche se molti fedeli islamici possano esserne inconsapevoli e coltivare dunque il loro credo in perfetta buona fede. D’altra parte i cristiani sono ben memori dell’avvertimento di Gesù circa i falsi profeti che sarebbero periodicamente comparsi nella storia dell’umanità all’interno e all’esterno della sua Chiesa. Ma l’obbligo di testimoniare sempre e comunque la divinità del Cristo e la sua presenza redentiva nella vita delle persone e dei popoli non preclude ai cristiani la possibilità di dialogare con i fratelli islamici su temi etici, civili, umanitari, economici e politici. Su questo terreno veramente il dialogo, più che possibile, sarebbe doveroso, perché, là dove le fedi sono diverse o conflittuali, non è detto che non ci si possa e debba tuttavia impegnare con intelligenza e onestà per rimuovere gli ostacoli che si frappongono ad una ordinata e pacifica convivenza civile.

Anche qui non bisogna peccare di falsità, non bisogna far credere all’altro di rispettarlo sul piano religioso solo per poter meglio perseguire interessi pur legittimi ma di altra natura, tra i quali per esempio quello di instaurare sempre migliori rapporti di buon vicinato. I rapporti di buon vicinato, le relazioni amichevoli possono e devono essere ricercati semplicemente in quanto siamo uomini e non necessariamente in quanto credenti diversamente orientati nella fede; non è né necessario né giusto che conditio sine qua non (la quale, a dire il vero, è spesso anche una condizione sottilmente ricattatoria) della loro perseguibilità sia il rispetto tattico o il do ut des anche sul piano religioso e spirituale, sia in sostanza quella domanda di reciproco riconoscimento che in realtà spesso nasconde sentimenti di debolezza e di paura o di presunzione e di arroganza spirituale e teologica, quella ricerca essenzialmente psicologica di un riconoscimento esterno alla nostra comunità di appartenenza il quale ci legittimi come soggetti religiosi agli occhi del mondo anche se a muovere certe richieste ed aspettative è probabilmente la vanità e nient’altro che la vanità. Il credente cristiano deve rispettare umanamente anche chi è molto lontano da lui sotto il profilo religioso, ma sarebbe disonesto dare ad intendere che sostanzialmente la propria e l’altrui fede abbiano pari dignità. La fede in Cristo ha una dignità di gran lunga maggiore della fede in Maometto e negarlo o tacerlo significherebbe per un cristiano non onorare e non testimoniare coerentemente Gesù e la sua opera di salvezza.

I cristiani non sono accomunati agli islamici dalla fede nell’unico Dio, perché in realtà quell’unico Dio che gli uni e gli altri dicono di adorare non è lo stesso Dio per entrambi. I cristiani sanno bene infatti che Dio può conoscersi solo se si crede e si vive in Cristo, in colui che è pietra dello scandalo e contemporaneamente pietra miliare di salvezza lungo tutta la storia dell’umanità e che il loro compito principale è proprio quello di diffondere in tutto il mondo la conoscenza e la presenza salvifica di Cristo Gesù. Non è oltranzismo, è solo la serena consapevolezza dei doveri che la fede cristiana viene direttamente implicando. E questo a prescindere da un esame analitico del Corano e dei suoi riferimenti ai cristiani.