Penuria cattolica di competenza filosofica?

Scritto da Francesco Almonte. Postato in Contributi e testimonianze

 

Mi chiedo, un po’ sconcertato, se L’Osservatore Romano, per trattare un tema eminentemente filosofico quale il rapporto tra coscienza e verità, in occasione dell’uscita di un recente libro di papa Benedetto XVI (L’elogio della coscienza. La Verità interroga il cuore, Siena, Cantagalli, 2009), non potesse avvalersi di una collaborazione più qualificata di quella di Lucetta Scaraffia (In un libro di Benedetto XVI, Coscienza e verità, 14 giugno 2009), che è una professoressa universitaria di storia e non risulta essere anche studiosa o specialista di problematiche filosofiche, cosí come docente universitario di storia contemporanea è suo marito, il professor Ernesto Galli della Loggia, da cui ella, almeno per quanto riguarda l’articolo in parola, non penso abbia potuto trarre aiuti significativi. Non che si abbia il culto della specializzazione a tutti i costi: nelle università italiane (e anche in quelle cattoliche) si aggirano storici assolutamente privi di competenza specialistica e non specialistica e di capacità didattiche quanto meno accettabili, cosí come anche filosofi che, a voler capire quello che scrivono e dicono, ci si ammala. Ma un po’ di decoro, un po’ di pudore i responsabili dell’importante organo cattolico di stampa avrebbero potuto e dovuto avere!

Capisco che la Scaraffia è una convertita che parla sempre molto bene del papa e che probabilmente, anche per questo, gode di particolare simpatie nelle alte sfere vaticane. Anch’io sono un convertito e ho insegnato filosofia nei licei per oltre trent’anni scrivendo libri niente male: se aveste chiamato me, cari fratelli del Vaticano, a scrivere su quel tema, vi assicuro che avreste pubblicato un articolo di gran lunga migliore di quello della povera Scaraffia, che ha parlato di coscienza e di verità come se avesse una lunga e profonda dimestichezza con questi termini. Anzi, scusate per il lapsus, il mio articolo non lo avreste pubblicato, semplicemente perché privo di quella palmare e avvilente cortigianeria usata da Scaraffia verso le cose dette dal papa, che, in verità, se sono come vengono da lei riportate, non possono che lasciare piuttosto sgomenti. Ma il cattolico è uno che la verità la deve dire sempre o qualche volta ha facoltà di dire sciocchezze? Perché, mi spiace ma bisogna dirlo, in questo articolo sciocchezze si dicono e non altro.

Ma come si può affermare, quanto alla capacità di comprendere i problemi del nostro tempo: «possiamo dire senza timore di esagerare che nessuno l'ha fatto con l'acutezza e la profondità di Benedetto XVI. Al punto che i suoi scritti dedicati alla lettura critica del presente sono ormai considerati dei classici che possono - e dovrebbero - interessare quanti vogliano capire meglio l'epoca in cui vivono, e non solo i cattolici». Il papa indubbiamente svolge un ruolo importante anche nel contesto culturale del nostro tempo. Ma quello che qui manca, oggettivamente, è il senso del limite, della misura, e alla fine inevitabilmente il senso della realtà e della verità delle cose. Qui si parla del papa con la stessa mentalità di un barone universitario che parla bene del proprio allievo, anche se limitato, solo per assicurargli una certa visibilità accademica. E’ vero che il pensiero filosofico in genere e non da oggi è in evidente declino, ma è possibile che a certi nostri fratelli cattolici non venga mai il dubbio che diversi autorevoli filosofi nazionali e internazionali non interloquiscano quasi mai con il pontefice solo per una forma di rispetto umano, non potendo fare a meno di notare le sue evidenti carenze filosofiche? Cosa dovrebbero dirgli: guarda che Francesco Bacone non è, come tu hai scritto, il campione di un modello scientifico privo di tensione religiosa e di finalità etico-caritative; guarda che il pensiero di Marx, nonostante certi tuoi apprezzamenti, è un po’ più complesso di quello che pensi.

Il papa è un teologo, non un filosofo, non uno scienziato stricto sensu. Certe questioni specifiche sarebbe bene lasciarle a chi, pur commettendo errori, vi si è dedicato con passione e rigore per tutta la vita. Ed è per questo che, qualche volta, certi illustri accademici (che, anche se atei, nel loro campo sono e restano illustri accademici) reagiscono polemicamente. La verità è questa e la verità è anche che il papa, sul piano filosofico e storico-filosofico e non solo, in più di un’occasione, ha commesso degli errori palesi (che qui non indico ma che sarebbe sempre possibile indicare). Non che egli non possa e non debba cimentarsi anche in sede filosofica, ma nessuno più del papa, se proprio sente di farlo, deve farlo con particolare tatto e con incontestabile umiltà: il papa non c’è per parlare al mondo di filosofia e per fare continue lezioni accademiche su questo o quell’aspetto del sapere e dell’etica, delle scienze fisiche o dell’economia; il papa c’è per annunciare e reiterare sic et simpliciter il messaggio di Cristo che è essenzialmente un messaggio di salvezza. Egli ha il compito di preservare la fede dagli errori e dalle eresie sempre ricorrenti del mondo (e, se si vuole, anche del mondo filosofico), ma non può pretendere o sperare di conquistare uomini e donne alla fede in Cristo prevalentemente attraverso una ragione logica, discorsiva, teoretica, analitica, anche ammettendo che ne faccia sempre un uso completamente corretto e ineccepibile.

 Gesù stesso sapeva che, se proprio uno non vuole credere, non c’è ragione che possa costringerlo a credere: egli disse una volta che ci sono persino quelli che, se anche vedessero resuscitare i morti, non crederebbero. E resta, d’altra parte, molto saggio il detto pascaliano: che, cioè, in relazione alla fede in Dio, c’è troppo per negare ma troppo poco per affermare. Il Signore ci dà abbastanza, anzi ci dà moltissimo per credere in lui (perché ci ha dato se stesso sulla croce per salvarci), ma non ha mai preteso di cambiare le menti e i cuori a colpi di sciabolate filosofiche e teologiche. Tant’è vero che, dopo aver tanto insegnato, ha ancora a che fare non già con un non credente comune ma con un suo apostolo, con l’incredulità di un suo apostolo che diceva “non crederò se non vedrò e non metterò le mie mani nel suo costato”. Per credere in Dio non basta la ratio: è importante, ma non basta, perché ci vuole la sua amicizia che talvolta è negata anche ai sapienti che parlano apparentemente tanto bene di lui. 

Il papa non è una star della cultura, lo disse lui stesso una volta, ma è il rappresentante di Cristo in terra che non può non preoccuparsi di fare un uso parco e attento delle parole che proferisce, che sebbene vecchio e forse malato si vorrebbe forse ancor più capace di parole e gesti di speranza, di conforto, di consolazione, di condivisione in mezzo ai tanti oppressi e ai tanti disperati del mondo.

Carissimo e amatissimo fratello Benedetto, se sbaglio perdonami ma la mia coscienza di fratello in Cristo adesso mi dice che forse anche tu devi essere trattato con quella parresia con cui si trattavano e amavano i primi cristiani. La sorella che ti ha recensito ha scritto anche che «tutti gli scritti ruotano intorno a due questioni intimamente legate:  la coscienza e la verità, entrambe cancellate dalla cultura contemporanea, che le sostituisce con la soggettività e il relativismo, pensando di garantire in questo modo la libertà individuale, unico vero feticcio moderno». La coscienza e la verità sono state entrambe cancellate dalla cultura contemporanea. Ma di quale cultura contemporanea parla Scaraffia: di quella degli ultimi cinque minuti della storia del mondo? Coscienza e verità sarebbero state sostituite da soggettività e relativismo? Ma la coscienza non è pur sempre “soggettiva” e l’essere umano che va alla ricerca della verità non è pur sempre un essere “relativo”, debole, limitato. E, quando per grazia, viene concesso a qualcuno di trovarla la verità in Cristo, il problema è quello di protestare contro le conoscenze e i valori etici pur sempre relativi del mondo e della storia, o non è piuttosto quello di continuare a cercare e a seguire il Signore-Verità assoluta della nostra vita per capire sempre meglio come affrontare le molteplici e inevitabili relatività dell’esistenza, come integrare e salvare in Cristo e con Cristo realtà parziali e più o meno imperfette di conoscenza e di vita? Quella assoluta verità che è Cristo non si deve essere troppo sicuri di averla capita una volta per sempre, anche se il credente ha l’obbligo di proclamare che essa è l’unica e assoluta verità da cui tutte le altre verità relative della vita e del sapere possono e devono prendere luce.  

Insieme alla necessaria perentorietà dell’annuncio non si potrebbe evitare di entrare ogni giorno in polemica con questo e con quello e con questo o quel capitolo della cultura contemporanea? Nella tanto deprecata cultura contemporanea ci sono tante cose belle ed utili che possono essere messe senz’altro al servizio, senza strumentalizzazioni di sorta, del regno di Dio. Chi ha studiato per conoscerla, che sia o non sia credente, lo sa molto bene. Ma purtroppo la nostra articolista è ancora là implacabile che, dopo aver presupposto che autorità sia uguale a verità (e ovviamente non sempre è vero), che libertà sia uguale a soggettività (e non si capisce come possa sussistere una libertà che non sia anche soggettiva) e che la soggettività porti necessariamente non alla verità ma all’errore (e che cosa invece, senza soggettività, garantirebbe sicuramente la verità contro l’errore?), dichiara in termini molto confusi e totalmente privi di consequenzialità logica (e che per motivi di brevità non commenterò ulteriormente): «In una cultura che tende a contrapporre una "morale della coscienza" a una "morale dell'autorità", slegando il problema della coscienza da quello della verità, l'unica garanzia di libertà appare essere la giustificazione della soggettività, mentre l'autorità sembra "restringere, minacciare o addirittura negare tale libertà". Qui tocchiamo il punto veramente critico della modernità:  "L'idea della verità è stata nella pratica eliminata e sostituita con quella di progresso" che però, in apparenza esaltato, viene invece privato di ogni direzione. In un mondo senza punti fissi di riferimento, senza verità, non ci sono più direzioni». 

Ora, è di questa superficialità argomentativa, di questa sciattezza speculativa (lascio da parte altre possibili forme di povertà su cui solo Dio può giudicare), di questa clamorosa mancanza di rispetto per la verità, che ha bisogno la fede cattolica e il nostro stesso papa? Certo che, come si legge nell’articolo, la “voce della coscienza” si è molto attenuata, anche se essa a dire il vero non coincide necessariamente con “la voce della verità”, ma questo fenomeno non è affatto nuovo, non è affatto caratteristico della “modernità”, come vorrebbe l’autrice dell’articolo, è un fenomeno vecchio quanto il mondo e basta leggere san Paolo per rendersene conto, per rendersi conto anche che ad essere colpiti da questa sorta di infermità spirituale sono per primi gli stessi cristiani, i sostenitori di una visione “forte” della verità, e non gli altri, non i pagani, non i laici, non coloro insomma che di solito sono sostenitori di una concezione relativistica e debole della verità stessa. Bisognerebbe essere più seri e capire che non è che oggi il più delle volte si lasci la via che conduce alla verità e al bene perché sarebbe più facile e più comodo, ma semplicemente perché persino il credente più convinto dal punto di vista dottrinario e teologico può essere vittima, senza la continua grazia santificante dello Spirito, dell’errore e del peccato. La questione non è tanto teorica ma pratica, non è tanto di pensare bene ma di vivere bene, di desiderare la compagnia di Cristo perché sia lui a fare di noi quel che vuole e non noi a fare di lui, magari con tanta magniloquenza, un semplice strumento di gratificazione personale. E’ chiaro?

E cosí anche su un’altra affermazione, questa volta di natura politica (sí perché l’articolista segue sempre acriticamente la trama concettuale e argomentativa del papa), e cioè che sia condivisibile «il timore che la nozione moderna di democrazia non sappia emanciparsi dall'opzione relativista, in un mondo in cui il relativismo appare come l'unica garanzia della libertà», è difficile astenersi dal porre una domanda: quale sarebbe, di grazia, l’altra opzione possibile oltre quella relativista? Può darsi che ci sia un’opzione migliore, ma diciamo quale potrebbe essere e poi ne riparliamo. Altrimenti ci riempiamo solo la bocca di chiacchiere e di complimenti fasulli che non possono rendere onore né allo spirito cristiano di verità, né a persone serie e ragionevoli.