Sei sicuro Israele di essere in pace con il Signore tuo Dio?

Scritto da Celestino Pacifico. Postato in Contributi e testimonianze

 

Noto intellettuale ebreo israeliano, Jeff Halper è uno dei più eminenti attivisti israeliani per la pace e i diritti civili e sincero e onesto difensore del diritto dei palestinesi ad esistere come popolo e come Stato. Per le sue posizioni estremamente critiche verso i governi israeliani è stato arrestato numerose volte ma continua ad opporsi coraggiosamente alla demolizione delle case palestinesi e ad offrire, con le persone-membri di un’importante Associazione pro-Palestina da lui stesso fondata nel 1997, un consistente supporto anche economico per la loro ricostruzione. Purtroppo, dice Halper in un’intervista rilasciata recentemente [Jeff Halper in Gaza: "We are the oppressors" Rami Almeghari, The Electronic Intifada, 1 September 2008 e poi: I palestinesi, un popolo di troppo, a cura di Lorenzo Galbiati (autore, via e-mail, di un’intervista ad Halper dalla quale qui si cita), traduzione di Daniela Filippin, 17 settembre 2009], il sionismo nato come movimento nazionale del popolo ebraico alla fine della seconda guerra mondiale con l’obiettivo di affermare concretamente il diritto di Israele all’autodeterminazione e a costituirsi in Stato indipendente e sovrano nella terra dei suoi lontanissimi padri, alla lunga ha prodotto frutti avvelenati. Presto esso, non essendo capace di convivere in pace con i popoli indigeni e anzi sempre più determinato nel rivendicare il territorio palestinese come di sua esclusiva proprietà, si sarebbe trasformato in vero e proprio movimento coloniale impegnato in un’opera di progressiva ed indebita appropriazione delle terre e dei beni dei palestinesi nei confronti dei quali fu posto in essere un programma sistematicamente repressivo avente come scopo ultimo, manu militari, il loro totale annientamento civile.

Halper ha una forte consapevolezza della sua identità di ebreo, non già in senso religioso ma in senso morale e culturale, e non accetta che in Europa stia passando l’equazione antisionismo uguale antisemitismo né che dietro l’antisionismo si nasconda in realtà l’odierna forma dell’antisemitismo, anche se non ignora che l’antisemitismo, vero o presunto che sia, viene abilmente sfruttato dai governi israeliani «per mettere a tacere qualsiasi critica contro Israele e le sue politiche» (Ivi), il che naturalmente è politicamente “disonesto” e «pericoloso per tutti gli ebrei del mondo» (Ivi).  L’intellettuale ebreo israeliano non ha dubbi: «da ogni punto di vista, storicamente, culturalmente, politicamente ed economicamente, i palestinesi sono stati definiti un’umanità di troppo, superflua. Non resta loro che fare da popolazione di “stoccaggio”, condizione che la preoccupata comunità internazionale continua a permettere ad Israele di attuare» (Ivi). Ma, poiché lo “stoccaggio” o apartheid, l’accantonamento e l’inutilizzazione deliberati e pianificati (e mantenuti con un controllo capillarmente dittatoriale e coattivo) di una elevatissima quantità di merce-lavoro, è un fenomeno globale, che riguarda cioè tutto il mondo, «ciò che sta accadendo ai palestinesi dovrebbe essere affare di tutti», giacché potrebbe ben «costituire una forma di crimine contro l’umanità completamente nuovo, e come tale essere soggetto a una giurisdizione universale delle corti del mondo come qualsiasi altra palese violazione dei diritti umani» (Ivi).

E, per affondare il dito nella piaga, Halper aggiunge che la pulizia etnica attuata da Israele contro i palestinesi non avviene solo a Gerusalemme est «ma anche nel resto dei territori occupati e in tutto lo stesso Israele» (Ivi). Ed entrando in dettagli semplicemente raccapriccianti precisa: «l’anno scorso il governo israeliano ha distrutto tre volte più case dentro Israele, appartenenti a cittadini israeliani che naturalmente erano tutti palestinesi o beduini, rispetto al numero che ha distrutto nei territori occupati….Dal 1967 Israele ha distrutto più di 24000 case palestinesi, praticamente tutte senza motivo o con giustificazioni legate alla “sicurezza”, oltre ad aver dato decine di migliaia di ordini di demolizione, che possono essere messi in atto in qualsiasi momento» (Ivi).

Ecco: quando si dice che Israele è democratico ed è un paese in cui la legge è uguale per tutti bisogna pensare a queste cose, al fatto che i suoi cittadini non sono evidentemente tutti uguali davanti alla legge ma solo quelli di razza ebraica. Né si può pensare che sia solo la politica israeliana e non anche la società israeliana a macchiarsi di efferatezze e crimini. I crimini di guerra, la volontà deliberata di colpire la popolazione e le strutture civili a Gaza, solo per limitarci agli avvenimenti più recenti, non pesano soltanto sulla coscienza dei governanti ma su quella della stragrande maggioranza dei cittadini israeliani, ivi compresi quegli intellettuali come Grossmann o Oz che all’estero fanno sfoggio di sensibilità, di impegno civile e di “pacifismo” con i loro libri e nelle loro applaudite conferenze e che in realtà in patria accettano supinamente tutte le decisioni governative. L’analisi di Halper è fredda e disincantata: fin quando in Israele tutto andrà bene come in questo momento e l’economia resterà piuttosto florida, nessun israeliano «vuole sapere nulla degli arabi» (Ivi). Il pubblico israeliano non si muoverà mai spontaneamente verso la pace: al momento non ne sente affatto il bisogno e sin quando la comunità internazionale non vorrà o non saprà imporre a Israele una linea politica realmente diversa, sarà vano sperare in una sorta di cambiamento automatico della situazione.

Cosa ne sarà dunque della tanto ventilata soluzione di uno Stato palestinese? Per Halper ciò è molto difficile che avvenga anche a causa della divisione di intenti esistente tra le forze politiche israeliane, a meno che la comunità internazionale non forzi energicamente Israele al fine di concordare una vera e duratura soluzione di pace. Se Stati Uniti, ONU, Unione Europea e comunità internazionale nella sua interezza dovessero dare agli israeliani concrete e particolareggiate garanzie per la loro sicurezza e altrettanto concreti incentivi economici in cambio della loro rinuncia ai territori palestinesi occupati, forse la prospettiva potrebbe mutare e il popolo israeliano potrebbe sentirsi realmente soddisfatto. Però si deve anche constatare che, nel frattempo, la rappresentanza politica palestinese appare come demotivata ed inefficace soprattutto nelle sedi della politica internazionale ed è in sostanza come se «la leadership palestinese si fosse quasi ritirata dal gioco politico» (Ivi). E questo ovviamente non può che rendere ancora più lento e difficile il processo di pace. Resta solo Hamas con la sua volontà e capacità di resistere moralmente e politicamente ad Israele, di opporsi fermamente all’idea israeliana dell’apartheid, di rappresentare degnamente l’integrità e la fierezza del popolo palestinese. Indipendentemente dalla sua ideologia religiosa e dal suo programma politico, che possono essere ritenuti criticabili sotto diversi aspetti, Hamas, in questo suo ruolo di intrepido e indomito difensore della patria palestinese, dovrebbe essere quanto meno ammirato ed ammesso ad un tavolo di trattative benché non riconosca ufficialmente, per ovvi motivi, lo Stato di Israele. In fin dei conti, la pace si fa, ammesso che si voglia veramente fare, con i nemici e il nemico di Israele si chiama per l’appunto Hamas.

Queste le parole, questo il giudizio di un onesto laico israeliano su Israele. Le parole e il giudizio di un vero uomo religioso israeliano di questo tempo potrebbero invece somigliare molto ad una severa ammonizione profetica veterotestamentaria: «Ascolta Israele: sei sicuro di avere obbedito alla voce del Signore, tuo Dio? Se non sei sicuro, trattieniti dal compiere ancora iniquità sugli inermi e sui disperati, e invoca il perdono divino prima che il Signore degli eserciti che ti salvò dalla potente mano del faraone riservi anche a te i tormenti e le orribili umiliazioni previste in particolare da Deuteronomio 28, 20-30».