Laici nella fede

Scritto da Angela Iazzolino. Postato in Contributi e testimonianze

 

Laicità non è un termine che implichi, contrariamente a quanto spesso si tende a credere o a far credere, un’opposizione all’uomo di fede, al credente, al religioso o al praticante, ma semplicemente la capacità di distinguere «ciò che è oggetto di dimostrazione razionale da ciò che è oggetto di fede, a prescindere dall’adesione o meno ad essa», di «articolare le proprie idee secondo principi logici non condizio­nati da alcuna fede né ideologia; mettere in discussione pure le proprie certezze; sceve­rare l’autentico sentimento dalle incontrol­late reazioni emotive, ancor più nefaste dei dogmatismi» (C. Magris, Norberto Bobbio: il maestro laico che manca all’Italia, in “Il Corriere della Sera” del 13 settembre 2009). Purtroppo, oggi «viviamo in una temperie culturale assai poco laica, funestata dai fondamentali­sti religiosi come da quelli aggressivamen­te atei, entrambi capaci di ragionare solo con le viscere e con slogan orecchiati» (Ivi). Faccio mia questa importante avvertenza metodologica di Magris e condivido parzialmente il concetto per cui una distinzione e una discriminazione di principio tra umanesimo laico ed umanesimo cristiano non ha molto senso e tende anzi a creare un’inutile e improduttiva contrapposizione tra il credente che vive di fede e il non credente che vive di un’etica che lo induce a compiere tuttavia opere di giustizia, solidarietà e condivisione (M. Mariotti, Umanesimo cristiano e umanesimo laico, nel sito “Il Dialogo”, 31 ottobre 2009, di cui non è però condivisibile né la preconcetta avversione verso Benedetto XVI né la riduzione della fede evangelica a prassi etico-sociale).

E’ vero che la sostanza della fede in Dio è il concreto amore per il prossimo e che il credente deve dunque interrogarsi costantemente su quel che esige praticamente la sua fede, ed è altrettanto vero che il non credente il quale operi concretamente sul piano umano ed etico cercando di compiere fruttuose opere di giustizia, di solidarietà e condivisione, merita rispetto e apprezzamento, anche perché è biblicamente doveroso quel discernimento che conduce a capire in che modo e in che senso opera lo Spirito Santo tra gli uomini, ma è altrettanto vero che la fede in Dio non può essere risolta completamente in prassi etico-sociale e che l’etica puramente laica del non credente non è sufficiente alla sua salvezza e alla creazione di un’umanità realmente compiuta e realizzata, per cui sotto questo aspetto non è affatto irrilevante «la divisione fra credenti e laici o atei» (come sostiene invece il su citato Mariotti). 

Ciò detto, anche il credente deve sforzarsi di esaminare e vivere con spirito o metodo “laico” la propria fede religiosa e tanto più rigorosamente quanto più sincero e ardente sia il modo in cui la coltivi, per evitare che la ricerca della verità e il perseguimento di ciò che è giusto non vengano ostacolati e funestati da un modo aggressivo, viscerale o puramente emotivo di ragionare e di testimoniare eventualmente anche la propria fede. In sostanza, il credente dev’essere non solo un portatore e un testimone laico della fede ma, quale che sia il suo stato di vita e la sua condizione culturale, un laico nella fede. Naturalmente, ciò non significa che il credente possa essere dialogante sui princípi stessi o sui dogmi della sua fede, ma che possa e debba essere, se non dialogante, quanto meno aperto e duttile su tutto il resto pur muovendo da una intransigente e coerente difesa di essi e da una lucida capacità argomentativa.   

Ma tale precisazione comporta che il cristiano non debba rinunciare a ragionare criticamente non solo, per cosí dire, extra moenia ma anche intra moenia, ovvero non solo con i laici non credenti ma con gli stessi credenti e con la Chiesa tout court, sia pure riservandosi di non venir mai meno all’obbligo ecclesiale dell’“obbedienza” persino nei casi più dubbi e controversi. Alcuni di questi casi dubbi e controversi sono, per esempio, quelli relativi all’annosa questione del celibato ecclesiastico, che è stata rinfocolata dalla recentissima decisione pontificia di accogliere i fratelli anglicani nella Chiesa cattolica, con la concessione a tutti i preti anglicani sposati con figli di poter essere nuovamente ordinati e confermati sacerdoti attraverso il rito cattolico, al complicatissimo rapporto con lo stato di Israele e al rapporto con gli Stati in particolare su questioni di giustizia sociale.

Dinanzi a tante critiche che si sono levate all’interno dello stesso mondo cattolico, la Chiesa ha precisato che la sua decisione di accogliere gli anglicani tradizionalisti non è di natura politica ma ecumenica ed è finalizzata a quella unità dei cristiani che rimane pur sempre obiettivo primario della sua missione pastorale nel mondo. Ma se i preti sposati anglicani vengono ammessi al sacerdozio cattolico, ciò non sovverte di fatto il principio, sancito dal diritto canonico, dell’obbligatorietà del celibato ecclesiastico? La Chiesa risponde che si tratta pur sempre di un’“eccezione” e che inoltre l’ammissione degli anglicani all’ordine presbiterale cattolico avverrà non indiscriminatamente ma “caso per caso” vagliando quindi attentamente la posizione di ogni singolo richiedente. Ora, senza entrare in annose polemiche di carattere storico-religioso, che pure hanno la loro ragion d’essere, viene spontaneo domandarsi per quale motivo questa “eccezione” non dovrebbe essere fatta valere anche verso quegli uomini anziani e sposati con o senza figli, di dichiarata e comprovata fede cattolica, che intendano chiedere alla Chiesa di poter essere ordinati presbiteri o sacerdoti; per quale motivo anche in questo caso non si dovrebbe vagliare attentamente “caso per caso”, magari anche da parte di una commissione ecclesiastica istituita ad hoc, la posizione di ogni candidato e decidere circa la opportunità o meno di procedere all’ordinazione presbiterale o sacerdotale. Francamente, non si capisce l’ostinata opposizione della Chiesa ad aprire un varco anche per il fronte cattolico “interno”. E un modo laico di riflettere sulla propria fede esige che proprio il papa si faccia carico responsabilmente e coraggiosamente di questa questione dando risposte chiare, documentate e convincenti, anche per dimostrare in modo incontrovertibile che le sue decisioni non sono prese per ragioni di calcolo o di semplice convenienza ma per ragioni di natura eminentemente spirituale, pastorale ed ecclesiale.

Lo stesso ragionamento vale per l’altra questione cui ci si riferiva: il rapporto con Israele. Sta accadendo proprio in questi giorni che le autorità israeliane reiterino il loro consueto ostruzionismo nei confronti di quei sacerdoti cattolici che devono recarsi ed operare periodicamente e per un tempo prolungato in terra santa sollevando difficoltà circa la concessione dei visti di cui quest’ultimi hanno bisogno, e l’agenzia cattolica AsiaNews informa che “le autorità ecclesiastiche sono preoccupate e (per ora) timorose di alzare la voce per paura delle conseguenze”. La Chiesa è preoccupata e timorosa della reazione di Israele? Ma allora dove sono i progressi nel dialogo con Israele? Ma allora quale rispetto ha mai Israele per la missione evangelizzatrice della Chiesa cattolica, quali propositi di vera pacificazione nutre non solo nei confronti dei palestinesi, che continua ad opprimere e umiliare in molti modi, ma anche verso i suoi “fratelli minori”?

Non certo per orgoglio, ma per dignità e rispetto di se stessa in Cristo, la Chiesa cattolica non può patire permanentemente il sottile ma oltraggioso e disonesto ricatto degli israeliani che non dimenticano neppure per un istante di essere stati surclassati storicamente dai cattolici nella loro veste e funzione di popolo di Dio: state buoni, non vi agitate contro di noi, sembrano dire, perché in caso contrario potrete rinunciare per sempre alle vostre speranze di ottenere da noi concreti benefici in Palestina e in tutte quelle situazioni del mondo in cui l’appoggio ebraico può essere prezioso o determinante. La Chiesa deve agire con prudenza cercando di perseguire intelligentemente il bene della propria comunità e della universale comunità umana in tutto il mondo, ma ciò non può significare né sudditanza né resa spirituale all’odierno dominio politico-militare ebraico. Il testimone di Cristo è umile ma non è suddito di nessuno, al di fuori di Cristo, e non si arrende ad alcun potere mondano anche quando debba drammaticamente subirlo.

Da fonte cattolica si viene a sapere che il segretario dell’Onu ha ribadito recentemente che «la comunità internazionale non riconosce l’annessione israeliana di Gerusalemme est», di cui i palestinesi vorrebbero fare la capitale del loro futuro Stato autonomo (L. M. Possati, Ban Ki-moon chiede che si raggiunga al più presto un accordo sullo status della città. Gerusalemme simbolo di pace per tutti, in “Zenit” del 31 ottobre 2009). Purtroppo, Israele continua a fare orecchio da mercante, giacché cadono sistematicamente nel vuoto i continui appelli che la comunità internazionale gli rivolge  affinché vengano fermati gli insediamenti e abbiano a cessare le sue provocazioni e le sue iniziative unilaterali (tra cui anche i posti di blocco, le barriere e limitazioni repressive di ogni genere) con le quali gli israeliani manifestano il loro disprezzo non solo verso il popolo palestinese ma verso le stesse potenze occidentali che sotto sotto sarebbero a loro dire colpevoli di continuare a dimenticare o a rimuovere inconsciamente la tragedia dell’olocausto ebraico. Ma per quanto tempo ancora l’olocausto ebraico potrà o dovrà essere usato da Israele per coprire i suoi crimini e la sua malvagità? Per quanto tempo ancora la Chiesa potrà o dovrà attendere prima di ammonire apertis verbis, e senza più inutili accorgimenti diplomatici, il popolo israeliano a non dilazionare ulteriormente la sua conversione a Cristo e a voler far parte del nuovo e grande popolo di Dio?

E cosí, anche per ciò che concerne la posizione che la Chiesa deve tenere nei confronti degli Stati in rapporto alla questione sociale, è giusto non confondere il ruolo della Chiesa con quello dello Stato e non identificarlo con determinati programmi politici, giacché in realtà il suo ruolo è spirituale e in quanto tale metapolitico (Discorso di papa Benedetto XVI al nuovo ambasciatore di Panama, in “Petrus” del 31 ottobre 2009). Ma, per dire la verità, proprio per questo non sembra poi spiritualmente sufficiente pensare che ciò debba implicare una semplice (e seppur reiterata) esortazione apostolica a «lavorare per una maggiore uguaglianza sociale, economica e culturale, superando gli interessi egoistici, rafforzando le istituzioni democratiche», sia pure al fine di favorire «lo sviluppo di una società giusta e fraterna, in cui nessuno sia dimenticato o condannato alla violenza e alla emarginazione»(Ivi). Pur nel rispetto reciproco dei propri ambiti di competenza e di influenza, che è ciò che il papa ha definito “sana laicità”, la Chiesa non può correre il rischio di assolvere o avallare di fatto l’operato degli Stati limitandosi a denunciare solo retoricamente le iniquità e le molteplici forme di corruzione presenti in ognuno di essi, senza chiamare esattamente per nome le cose e senza appassionarsi coraggiosamente nella denuncia e nella difesa nette, specifiche ed inequivocabili dei diritti negati dei poveri e degli oppressi, degli sfruttati e dei disoccupati, dei deboli e degli emarginati di qualsiasi specie. Non è che la Chiesa non si appassioni e non corra sovente il rischio dell’impopolarità a motivo della sua fede in Cristo, ma occorrerebbe che nelle questioni che riguardano il concreto stato di vita (e quindi anche economico, anche sociale e talvolta anche politico) delle persone e delle masse mettesse la stessa passione che caratterizza non di rado il suo impegno a favore degli immigrati, della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, della vita dal concepimento sino alla morte naturale e protetta da ogni pratica eutanasica: perché, è bene dirlo con chiarezza, nel nome di Cristo la vita va difesa tutta e sempre, e non a pezzi e magari secondo le convenienze del momento.

Questo è ciò che intendo per laicità nella fede, per quello spirito di responsabile e lucida libertà e non di paura o di cieca sottomissione che la fede in Cristo dovrebbe continuamente alimentare in tutti coloro che credono in lui.