Israele, preparati all'incontro con il tuo Dio

Scritto da Andrea Cafaro. Postato in Contributi e testimonianze

 

In Terra Santa le cose non migliorano affatto: né l’elezione di Obama a presidente degli Stati Uniti d’America né la visita di Benedetto XVI hanno fatto decollare le speranze di quanti aspettavano che si facessero passi concreti per alleviare le sofferenze del popolo palestinese e per indurre israeliani e palestinesi a negoziati seri e risolutivi. Come ha detto chiaramente il patriarca di Gerusalemme dei Latini, Fouad Twal, «inizialmente», cioè dopo gli avvenimenti sopra citati, «i palestinesi hanno tratto conforto dal cosiddetto Rapporto Goldstone sulla missione delle Nazioni Unite per l'accertamento dei fatti nel conflitto di Gaza. Tuttavia, questo conforto si è trasformato in “indignazione". Nelle ultime settimane, inoltre, si sono riacutizzate le tensioni tra palestinesi e israeliani - con scontri alle frontiere e lanci di razzi - a motivo "della demolizione di abitazioni, degli espropri e di nuovi progetti per Gerusalemme, che stanno minacciando non solo la pace della Città Santa, ma anche la sua identità pluriconfessionale. Un segmento importante di questa terra appartiene, infatti, a differenti Chiese". Oltre a ciò, prosegue "l'insediamento ebraico nella Gerusalemme orientale araba", attraverso la costruzione di quartieri e l'ampliamento di quelli esistenti. "Il fatto più preoccupante è che l'Haram al-Sharif, il Monte del Tempio, sta diventando di nuovo un luogo di tensione"» (G. Biccini, Luci e ombre per i cattolici in Terra Santa, in L’Osservatore Romano del 27 settembre 2009). E, poiché l’instabilità dell’area provoca un continuo afflusso di rifugiati (di cui molti sono cattolici) nel territorio del patriarcato gerosolimitano, i fedeli cristiani non possono non risentire negativamente di questa situazione e sono sempre più tentati di abbandonare i luoghi santi per cercare un futuro altrove.

A voler essere realisti, bisogna riconoscere che il cosiddetto dialogo interreligioso non ha prodotto, nel corso di alcuni decenni, alcun risultato concreto (neppure per la Chiesa cattolica che da Israele ha ottenuto sinora poco o niente) e sembra difficile dar torto a chi pensa che in effetti le religioni non possano dialogare fra loro dal momento che ebrei, cristiani e musulmani sono convinti che la loro rispettiva fede sia l’unica e assoluta verità. E’ infatti «un’ossessione identitaria che impedisce loro di riconoscere i legami essenziali che uniscono» queste diverse religioni, per cui in «questa linea di rigida difesa della propria identità etnico-religiosa, che si esprime in un ambiguo e forse idolatrico ‘culto delle radici’, prendono non di rado posizione anche esponenti di rilievo della gerarchia cattolica e qualche rabbino ancora ferito dalla rivalità storica tra le religioni monoteiste, memore delle persecuzioni e dei tentativi di conversione coatta, o semplicemente preoccupato di confermare nella fede la propria comunità, di cui è religiosamente responsabile. Il risultato è un sospetto generale su ogni apertura, quasi che dire dialogo significasse dire compromesso sui ‘valori non-negoziabili’ (curiosa espressione di natura commerciale) o  indebolimento o cedimento di qualcosa di irrinunciabile che ci costituisce come soggetti, come persone, come narrazioni identificanti. Il risultato è una sfiducia verso l’altro e una rimozione di ciò che unisce allo scopo di sottolineare ciò che divide, ciò che storicamente ha significato conflitto, competizione, scisma, scontro» (M. Giuliani, Sul dialogo ebraico-cristiano. Indicazioni halakhiche di Rav Joseph B. Soloveitchik, in “Keschet” n. 1/2, giugno-luglio 2008). Insomma, ognuno diffida dell’altro, perché dietro l’offerta di dialogo si nasconde inevitabilmente un implicito invito di una parte religiosa verso l’altra alla “conversione” e quindi all’abbandono o al tradimento della propria identità.

Il che è perfettamente logico e comprensibile, anche se, posti che ci siano, quei “legami essenziali che uniscono” si dissolvono poi alla luce della principale discriminante di questo preteso dialogo interreligioso, ovvero Cristo-Dio. Peraltro, il cristiano sa perfettamente che, pur non potendo pretendere la conversione di alcuno alla sua fede, il suo compito è tuttavia quello di annunciare e testimoniare, con la parola e con la vita, il vangelo di Cristo Salvatore dell’umanità proprio al fine di favorire quante più conversioni possibili alla via, alla verità e alla vita, ovvero alla salvezza eterna. Ma se è cosí, non è il caso di ridurre o contenere l’enfasi sul “dialogo” e di proporre più semplicemente una cooperazione tra fedi diverse e sostanzialmente incompatibili che possa condurre a una migliore conoscenza reciproca di sé come uomini e come soggetti sinceramente desiderosi di progredire umanamente e spiritualmente? Se il problema è quello di dialogare solo per un’esigenza di maggiore visibilità internazionale e di opportunismo politico, è non solo opportuno ma moralmente e spiritualmente necessario troncare ogni rapporto dialogico; se invece è quello di parlarsi, pur da premesse religiose diverse, per individuare un modo comune di affrontare e risolvere determinati e comuni problemi storico-contingenti, allora appare del tutto doveroso incontrarsi, discutere e adottare possibilmente soluzioni condivise.

E’ sicuramente questo il modo migliore per far progredire quell’ecumenismo in verità ed amore del quale, per quanto riguarda i cattolici, fu grande e lucido antesignano, sin dalla fine degli anni cinquanta in vista del Concilio Vaticano II, il cardinale Johannes Willebrands (W. Kasper, Per il futuro dell'ecumenismo, in L’Osservatore Romano del 20 novembre 2009). I cattolici devono perciò trattare in particolare con gli ebrei a carte scoperte, costringendo quest’ultimi a fare altrettanto, cercando con loro soluzioni politiche favorevoli alla Chiesa e ai palestinesi, offrendo loro stima e amicizia ma senza mai rinunciare ad essere testimoni di Cristo e quindi ad essere sempre e comunque testimoni della verità, senza mai assoggettarsi a ricatti e a compromessi di qualunque genere, senza mai nascondere la propria speranza che i fratelli ebrei possano riconoscere il più presto possibile la divinità di Cristo e accettare la sua signoria sulla loro vita.

D’altra parte, tornando alla questione palestinese, gli israeliani hanno nelle proprie mura veri e propri profeti di sicura fede ebraica che farebbero bene ad ascoltare anziché ignorare ed osteggiare. Uno di questi è certamente il Rabbino Michael Lerner, capo redattore di Tikkun Magazine, e famoso ebreo, critico di politica, cultura e societa' in Nord America. Nel suo articolo “Why Israel's arrogance is breaking my heart” (Perché l’arroganza di Israele mi spezza il cuore, in “Tikkun Magazine” del 5 gennaio 2009), egli ha scritto che, per Israele, «l'unico modo per sconfiggere Hamas e' quello di andare incontro ai bisogni legittimi della popolazione palestinese, e farlo con un puro spirito di aiuto, spirito attraverso il quale gli ebrei di tutto il mondo e la gente di Israele potrebbero dimostrare di riconoscere i palestinesi come fratelli e sorelle, fatti a immagine di Dio e ugualmente preziosi agli occhi di Dio, come il popolo ebraico» (Ivi). Ha quindi significativamente aggiunto che «Israele, in quanto piu' potente militarmente, deve fare il primo passo: implementare un grande piano Marshall a Gaza e in Cisgiordania, per mettere fine alla poverta' e alla disoccupazione, ricostruendo le infrastrutture o incentivando gli investimenti, smantellando le colonie o facendo diventare i coloni cittadini di uno stato palestinese, accettando ogni anno 30.000 profughi palestinesi per 30 anni, scusandosi per le espulsioni del 1948 e offrendosi per coordinare una compensazione mondiale per tutto cio' che i palestinesi hanno perso durante l'occupazione e, infine, riconoscendo uno stato palestinese con i confini degli accordi di Ginevra del 2003» (Ivi).

In questo momento, però, è ancora l’arroganza di Israele a prevalere e l’arroganza di Israele non può che spezzare il cuore di chi, come questo rabbino ebreo, coltivi una genuina fede religiosa e veri sentimenti di pietà e di umana generosità. Egli conclude scrivendo che, stando cosí le cose, gli si spezza il cuore nel dover constatare quanto sia facile snaturare il messaggio d'amore dell'ebraismo in un messaggio di odio e dominazione. E' per questo che rimango in lutto per il popolo ebreo, per Israele e per tutto il mondo» (Ivi). Questo fratello ebreo forse non è lontano dal comprendere che il messaggio dell’ebraismo non ha molto senso se rimane privo di quell’amore che, certamente fiorito nel solco della migliore tradizione ebraica, giunge a piena maturità solo con l’ingresso di Gesù nella storia degli uomini. Purtroppo il popolo ebraico, nel corso della sua storia, troppo spesso ha sentito e vissuto l’amore di Dio e il suo stesso amore verso gli altri popoli in modo unilaterale o riduttivo, mostrando di non comprendere che molti suoi drammi sono stati dovuti ai suoi stessi errori e ai conseguenti paterni tentativi di Dio di correggere anche in senso punitivo la sua mentalità, il suo comportamento e la sua stessa fede. Questa è un’argomentazione che irrita molto gli ebrei anche quando, come spero in questo caso, viene addotta fraternamente e senza alcun astio, in perfetto ossequio ai richiami biblici spesso inascoltati che Jahvè, il Dio degli ebrei, rivolge loro frequentemente.

E probabilmente proprio questo loro peccato di orgoglio e di superbia, proprio questo volersi ostinare presuntuosamente a piegare la volontà di Dio a personali e particolaristiche aspettative di giustizia e di pace, contribuisce ancor oggi notevolmente ad allontanare la pace dal mondo e dallo stesso Israele, giacché la parola e i moniti rivolti da Dio ad Israele non sono né passati né inattuali ma sono ancora su esso pesantemente incombenti: «[2] essi che calpestano come la polvere della terra la testa dei poveri e fanno deviare il cammino dei miseri; e padre e figlio vanno dalla stessa ragazza, profanando così il mio santo nome…Su vesti prese come pegno si stendono presso ogni altare e bevono il vino confiscato comme ammenda nella casa del loro Dio…Ho fatto sorgere profeti tra i vostri figli e nazirei fra i vostri giovani…ma voi avete fatto bere vino ai nazirei e ai profeti avete ordinato: non profetate!...Ebbene, io vi affonderò nella terra come affonda un carro quando è tutto carico di paglia…Allora nemmeno l’uomo agile potrà più fuggire, né l’uomo forte usare la sua forza; il prode non potrà salvare la sua vita…né l’arciere resisterà; non scamperà il corridore, né si salverà il cavaliere. Il più coraggioso fra i prodi fuggirà nudo in quel giorno!...[4] Perciò ti tratterò così, Israele! Poiché questo devo fare di te, preparati all’incontro con il tuo Dio, o Israele» (Amos). Attraverso un tuo antico profeta, il Signore Dio tuo, o Israele, è oggi che continua a parlarti cosí. Ad essere presi di mira sono i tuoi odierni e ignobili comportamenti, la tua falsità e la tua malvagità, le tue stupide e deliranti illusioni di sicurezza e di pace. Ascolta cosa ti dice nella sua infinita misericordia il Dio dei tuoi padri, non prendere ancora una volta alla leggera i suoi rimproveri e le sue minacce, perché, se non muterai la tua condotta, agli uni e alle altre egli terrà fede cosí come terrà fede alle sue promesse di salvezza per tutti coloro che lo cercano onestamente, convertendosi e obbedendo ai suoi comandi.

Israele, preparati all’incontro con il tuo Dio: per essere salvato o castigato per sempre.