Critica del liberismo tra ateismo e fede

Scritto da Fabrizio Mutti. Postato in Contributi e testimonianze

 

In una recente intervista, curata da Giuliano Battiston ("Per un'altra globalizzazione" Edizioni dell'asino, 2010), il sociologo francese Alain Touraine, nel giudicare fallimentare il modello neoliberista, ha osservato che molte delle critiche al liberismo, mosse già sul finire del XX secolo quando prese piede in Occidente la frenesia della liberalizzazione e di una competitività sostanzialmente priva di regole, erano non solo fondate ma assolutamente giuste e ben ponderate. Il neoliberismo, dice Touraine, ha distrutto progressivamente “gli assetti sociali democratici” attraverso un graduale allentamento del controllo che in passato gli Stati avevano esercitato sull’economia e un fatale indebolimento della possibilità di varare “decisioni politiche efficaci” e capaci di “garantire condizioni economiche favorevoli ai cittadini”. Lasciando che il sistema economico operasse secondo logiche e dinamiche che alla lunga lo avrebbero reso “irrazionale” (speculazioni finanziarie e crisi continue sono una spia esemplare di tale irrazionalità) e spingesse verso una crescente separazione del capitale e relativi investimenti dalla realtà economico-produttiva, inducendo erroneamente a scommettere “sugli utili prima ancora che ci fossero le condizioni per poterci contare”, per cui “si è giocato in anticipo sui risultati degli investimenti, si è trasformato il rischio in valore commerciabile, si sono annunciati profitti senza gettare le basi per ottenerli”, e si è quindi fatto in modo che i prezzi fossero “disancorati dalla produzione e legati all’‘anticipazione’, alla speculazione”, non era possibile che il neoliberismo resistesse politicamente e finanziariamente “ai suoi stessi giochi speculativi” e che in sostanza non si autodistruggesse.

Oggi il liberismo è morto, ma storicamente non è la prima volta che si mostra fallimentare, proprio perché nessun sistema economico, per quanto avanzato e produttivo, può vivere senza un controllo politico e istituzionale da parte dello Stato e dei singoli  Stati. Certo, si può discutere sui modi in cui possa o debba essere esercitato questo controllo, perché alcuni modi di controllare l’economia possono risultare anche dannosi sino ad aggravare il male. Ma un controllo, come gli Stati mostrano oggi di capire, è necessario, un controllo beninteso che non sia quello puro e semplice del “protezionismo nazionale”, perché se “si diffondesse l’idea che la salvezza sta nel protezionismo, la crisi si aggraverebbe in maniera drammatica, e rischieremmo una crisi di portata ancora più ampia, come quella del 1929, oppure una reazione come quella del 1933, quando la Germania usò le teorie keynesiane collocandole in una visione completamente radicalizzata del potere assoluto dello Stato nazionale”. Che fare, allora? Gli Stati dovrebbero puntare a rafforzare non solo la tenuta o la capacità di resistenza dell’economia nazionale ma anche quelle della società, perché disattendendo l’ineludibile istanza della “sicurezza sociale”, la crisi potrebbe facilmente precipitare verso soluzioni fortemente autoritarie o totalitarie e verso “un’alleanza tra liberalismo economico e nazionalismo culturale”.

E’ in definitiva la democrazia che gli Stati oggi devono impegnarsi fortemente a salvare, giacché forse lo sviluppo economico non richiede necessariamente la democrazia ma è certo che senza democrazia “lo sviluppo economico può assumere forme perverse, militari, poliziesche”. Arricchirsi o incrementare la ricchezza nazionale senza badare alla sicurezza sociale può significare per gli Stati esporsi facilmente a gravi convulsioni sociali di tipo eversivo o rivoluzionario che non possono non condurre alla catastrofe del complessivo sistema politico ed economico-finanziario. Dunque, gli Stati, che pure hanno favorito la globalizzazione, ora sono chiamati a riprendersi l’iniziativa per porre degli argini significativi alla globalizzazione stessa sia pure nel quadro di una realtà globalizzante.

In questo senso, dice Touraine, “dobbiamo abbandonare il modello di sviluppo occidentale, l’idea che sia un modello in sé completo e autosufficiente, ed elaborare invece un’immagine pluralista delle culture, mantenendo fermi due punti fondamentali: il principio razionale e quello dei diritti umani. Non si tratta di difendere un certo sistema politico, il parlamentarismo per esempio, ma di riconoscere la centralità dell’universalismo del soggetto. Per farlo, noi europei dobbiamo aprirci più consapevolmente al resto del mondo, e viceversa. Altrimenti il richiamo all’universalismo rischia di portarci, ancora una volta, al modello dell’ancien régime, o se vogliamo al modello westfaliano della guerra permanente. Una guerra permanente che la globalizzazione ha senz’altro favorito. E’ vero che una delle idee ricorrenti nella letteratura accademica e giornalistica, è che gli Stati-nazione siano semplici spettatori dei processi della globalizzazione economica, alla cui direzione non avrebbero partecipato in alcun modo, e che tali processi avrebbero ormai compromesso l’efficacia delle iniziative di Stati e movimenti sociali”. Ma ora dobbiamo “smetterla di ‘ripetere il catechismo del pensiero unico, la cui idea centrale, condivisa tanto dagli avversari quanto dai sostenitori, è che la globalizzazione dell’economia rende impotenti gli Stati nazionali e i movimenti sociali’”. In realtà, “la globalizzazione dell’economia non elimina la nostra capacità d’azione politica”. In che senso?

Di fronte alla realtà globalizzata, che sembra sancire una sorta di primato assoluto dell’economico rispetto al politico e al sociale, la cosa più importante da fare è di opporre una resistenza culturale che non passi più attraverso le classi sociali, come poteva avvenire un tempo quando la società era più omogenea e le distinzioni di ceto in essa erano più nitide, ma attraverso i soggetti, attraverso le persone e la loro rivendicazione di opporsi attivamente a processi indifferenziati di omologazione collettiva che molti considerano come ormai deterministicamente ineluttabili. Invece, scrive Touraine, di fronte a «questa realtà, dobbiamo trovare forme di resistenza che abbiano la stessa forza della globalizzazione, che provengano dal basso, non dalla difesa dei gruppi o degli interessi particolari, che rivendichino garanzie e diritti, che trasformino le vittime in soggetti. In un mondo dominato dall’economia e in cui la distruzione dell’umanità assume prospettive realistiche, come ci ricordano gli ecologisti, occorre formulare ciò che definisco come un “appello al Soggetto”, che è innanzitutto un’affermazione del diritto di ognuno alla libertà e alla responsabilità; la rivendicazione della libertà personale (non personalistica) come argine al determinismo; una difesa della vita, che significa avere diritti, garanzie, possibilità di iniziativa personale, capacità d’azione; un “appello al Soggetto” che scongiuri la dittatura comunitarista rivendicando l’universalismo dei diritti, e che, come abbiamo visto, diventi lo strumento per reintegrare nella vita sociale le categorie sociali e culturali pensate e inventate come inferiori».

Naturalmente, non si dà alcuna possibile forma di resistenza culturale, di attivazione della coscienza critica della gente, senza intellettuali capaci di operare analisi non generiche e fumose ma chiare e precise e tali da essere comprese dalla gente comune, indipendentemente dalla propria estrazione sociale, anche e soprattutto in ordine alle finalità generali di natura etico-sociale che si tratterebbe di perseguire nel medio e lungo periodo. Purtroppo, il filosofo francese osserva che, per motivi che qui non è il caso di prendere in considerazione, oggi “la categoria degli intellettuali è scomparsa. Oggi, se ci sono degli intellettuali, sono dei suicidi: sostenendo che la vita intellettuale, artistica, scientifica è un prodotto secondario della dominazione capitalista, non fanno altro che dichiararsi ‘agenti del capitalismo’. Gli intellettuali, dunque, non ci sono più. Eppure”, conclude Touraine, “proprio ora ne sentiamo il bisogno. Il bisogno di qualcuno che non guardi il mondo dall’alto al basso, ma che parta dal basso, dai principi universalistici, dalla difesa dei diritti, della libertà, delle garanzie acquisite e, soprattutto, di quelle ancora da conquistare. Da questo punto di vista mi sembra che nonostante tutto ci sia un ritorno alla ‘belle époque’, quando agli intellettuali era affidato il compito di difendere le persone. Dal basso”.

Per i cristiani, che non possono concedersi di guardare il mondo dall’alto al basso ma che devono mettersi sempre dalla parte di chi sta in basso e lottare per princípi non particolaristici ma universali, e difendere i diritti, la libertà e le garanzie faticosamente acquisite di tutti coloro che vivono di lavoro e di salario, una problematica del genere non è priva di significato ed essi dovrebbero potersi porre il problema di come e in che misura sia possibile utilizzare l’analisi e le indicazioni dell’intellettuale francese, perché la fede non è inerzia del pensiero e paralisi della volontà, anche e soprattutto all’interno di situazioni particolarmente difficili o proibitive di vita. Quantunque, va detto, non sia la fede ad accompagnare l’indagine sociologica di Touraine, che non molto tempo fa ha recato grave offesa alla propria intelligenza nel considerare il crocefisso come “la stretta della Chiesa cattolica sulla vita pubblica italiana” (intervista del 2-7-2010 ad Euronews).