I cattolici secondo Raniero La Valle

Scritto da Remo Dulferetti. Postato in Contributi e testimonianze

 

Con la sua consueta chiarezza, Raniero La Valle ha lamentato come la politica, a fronte di un presenzialismo forse doveroso ma spesso discutibile o ambiguo della Chiesa gerarchica nelle vicende politiche del nostro paese, resti generalmente estranea agli interessi dei laici cattolici e come quindi essi appaiano colpevolmente silenti nella Chiesa come nella stessa vita pubblica italiana (Chiesa, che fare?, in I laici cattolici lontani dalla politica. I cattolici politici lontani dalla realtà, in “Koinonia”, 250, 13 marzo 2011). L’eminente intellettuale cattolico sostiene che il popolo cristiano abbia cominciato a deresponsabilizzarsi sotto l’aspetto politico a partire dal venir meno della Democrazia Cristiana nel cui ambito per decenni erano venute coesistendo, pur fronteggiandosi talvolta anche aspramente, diverse sensibilità e opzioni politiche piuttosto variegate o eterogenee. Da allora i cattolici non fanno più politica, semplicemente la subiscono, trasformandosi da soggetti in oggetti dell’agire politico. Ciò naturalmente non significa che oggi i cattolici siano scomparsi dalla scena politica, perché si può facilmente constatare come persone di dichiarata fede cattolica siano presenti in tutti i partiti politici e operino in parlamento. Il fatto è però che della presunta ispirazione cristiana della loro vita e della loro attività politica poco o niente si manifesta nella vita pubblica e «e in nessun modo il movente cristiano, nella laicità dell’agire politico, appare produttivo di specifiche proposte e percepibili risultati» (Ivi).

Latita nel loro modo di pensare, di essere e di agire, la fede nella sua accezione più rigorosamente evangelica; la fede qui non è più una forma mentis che ti ponga insanabilmente in conflitto con certe bassezze oggettive del mondo e ti obblighi a rinunciare persino a certe tue legittime aspirazioni ove il perseguimento di queste contrasti con un sentire cristiano non annacquato, ma è solo un distintivo, un titolo o una qualifica richiesti da una diffusa concezione perbenistica ed opportunistica della vita e della stessa vita sociale, che induce a razionalizzare persino i fatti più perversi ed infami e a giustificare nei modi più spericolati quella che in vero altro non è se non la rimozione da sé di ogni più elementare senso di moralità e di reale e responsabile partecipazione alla vita etica di un’intera nazione. La fede allora, stando cosí le cose, si trasforma o si capovolge in mero uso strumentale della fede stessa, in un clericalismo, molto spesso presente nella vita politica, il quale appare volto sostanzialmente a soddisfare tutti i desiderata della Chiesa istituzionale.

E si capisce allora che la fede non venga più usata per servire Cristo e la sua Chiesa considerata nella sua interezza e in tutta la profondità delle sue vere esigenze ecclesiali ma come paravento di malcelate e vicendevoli pratiche di baratto tese a garantire alle parti contraenti cospicui vantaggi di natura molto più politica ed economica che non realmente spirituale. D’altra parte, molti clericali sono anche tra i non cristiani: si pensi agli “atei devoti”, ai dirigenti pagani della Lega Nord e allo stesso Berlusconi «nonostante l’harem mantenuto a Milano» (Ivi). Ma, osserva amareggiato La Valle, «la cosa più grave è che nella situazione attuale, nonostante gli appelli per l’ingresso di una nuova generazione di cattolici nella politica, non si dà alcuna possibilità che si ripristini una tale presenza cristiana, fino a che non siano rimosse le cause che la impediscono» (Ivi).

Quali sono queste cause? E’ il caso di riportare integralmente il pensiero di La Valle: «1) La prima causa è il sistema di bipolarismo selvaggio che è stato introdotto in Italia, che trasforma il confronto politico in una lotta ad oltranza tra amico e nemico. Questo stile di lotta non si addice ai laici cristiani. Pensate a uomini come Sturzo, Moro, De Gasperi, Dossetti, La Pira, gettati nella fornace dell’attuale massacro televisivo che si ripete ogni sera. 2) La seconda causa che preclude un’efficace presenza dei cattolici è legata alla prima. Il sistema è fatto solo per chi sia o pretenda di essere maggioranza. Chi non ha una “vocazione maggioritaria”, come viene chiamata, ma ha uno spirito di profezia o una proposta politica che oggi è di minoranza ma che può diventare di maggioranza domani, è in via di principio escluso dal sistema. Il sistema bipolare e maggioritario esclude le minoranze o ne pretende l’assimilazione all’una o all’altra parte contendente. Ora è a tutti noto che i cristiani sono una minoranza. Lo erano anche ai tempi della Democrazia Cristiana, ma allora il sistema politico permetteva che essi, al di là della loro forza numerica, esercitassero un’egemonia o almeno un’influenza culturale e politica su molte altre componenti della società italiana, e perciò potevano governare. Oggi l’assimilazione dei cattolici nell’uno o nell’altro blocco non può avvenire che attraverso patti compromissori e subalterni, come furono il Patto Gentiloni nel 1913 e le alleanze clerico-moderate e clerico-fasciste dei primi decenni del Novecento, contro cui combatté con la tattica dell’“intransigenza” Luigi Sturzo, dando cosí un’identità politica all’elettorato popolare cattolico e dando inizio alla stagione del cattolicesimo politico democratico, oggi interrotta.

Perciò solo con il ritorno alla proporzionale ci può essere un ritorno dei cattolici alla politica, da realizzarsi attraverso l’autonomia di partiti laici in cui sia possibile elaborare e promuovere contenuti evangelici nelle scelte politiche, in dialogo con le proposte di altre culture e nel libero confronto con gli altri partiti» (Ivi).

     Ma la presenza cristiana nella vita politica e sociale nazionali, scrive l’intellettuale cattolico con grande franchezza evangelica, viene impedita principalmente dalla stessa Chiesa istituzionale nonostante la ricorrente e paternalistica esortazione, da essa rivolta al mondo cattolico, a voler ricostituire un saldo nucleo di nuovi e giovani politici di sincera ispirazione cristiana che provvedano a rimettere ordine nelle vicende sempre più caotiche e deplorevoli della scena politica italiana e a conferire un senso autenticamente cristiano all’agire politico del presente e delle future generazioni. Infatti, spiega La Valle, la verità è che quello che un tempo era stato il compito dei politici cattolici oggi «se lo è attribuito la stessa Chiesa, che tratta direttamente con lo Stato per ottenere ciò che giudica utile al bene comune e “non negoziabile” sul piano dei princípi. Ora, dove si esercita un potere diretto della Chiesa gerarchica, una “potestas indirecta”, come si diceva una volta, esercitata attraverso gli stessi poteri politici statali, non può esserci spazio per la mediazione di istanze laicali (come le ACLI, le Caritas, Pax Christi e simili), né può esserci spazio per una azione politica autonoma dei laici cristiani. E infatti se dei laici cristiani si dichiarano cattolici adulti, e dunque non soggetti in politica alle direttive ecclesiastiche, vengono considerati disobbedienti e abbandonati al loro destino. Per preservarsi l’autonomia Sturzo decise che il Partito Popolare di tutto doveva occuparsi tranne che della “questione romana”, perché di quella si occupava direttamente la Chiesa che rivendicava “i diritti imprescrittibili della Santa Sede”, e non avrebbe potuto un partito laico fatto da cattolici avere in materia alcuna autonomia politica. Tuttavia questa rinunzia non bastò a salvarlo quando la Chiesa di allora tra lui e il fascismo, scelse la conciliazione col fascismo. Una situazione analoga potrebbe aversi oggi quando la Chiesa dei vescovi e della Segreteria di Stato fa delle scelte di priorità e di “principi non negoziabili” che a suo parere dovrebbero essere obbliganti per tutti, cattolici e no. Per la stessa loro necessaria parzialità, si tratta tuttavia di scelte opinabili» (Ivi). 

Di esemplificazione in esemplificazione, il ragionamento dell’intellettuale cattolico, pur tra concetti che andrebbero talvolta meglio definiti e precisati, prosegue significativamente cosí: «La Chiesa può ritenere ad esempio prioritario opporsi a una legislazione sulle coppie di fatto, ma altrettanto legittimamente laici cristiani possono ritenere prioritario opporsi a una legislazione che criminalizza gli stranieri. La Chiesa difende il Concordato, che non è oggi in pericolo, i laici cristiani prima ancora potrebbero preoccuparsi della Costituzione, che è in pericolo, e da cui del resto anche il Concordato dipende. La Chiesa lotta per l’incremento delle scuole cattoliche, i laici potrebbero sentire piuttosto l’urgenza di lottare per salvare quanto resta della scuola di tutti e perché non sia spenta la scuola di Stato. La Chiesa al di sopra di ogni altro interesse politico sostiene oggi i cosiddetti “movimenti pro-vita”, che difendono soprattutto la vita non nata; i laici cristiani hanno oggi l’assillo di salvare l’uomo vivente, stracciato dalla politica e immiserito dal mercato, e di promuovere la qualità della vita, a cominciare dal lavoro; i vescovi americani contrari alla riforma sanitaria che medicalizza l’aborto, preferiscono un’America senza Obama, i laici cristiani hanno molte ragioni per volere un’America governata da Obama.

L’altra ragione per cui i laici cristiani sono oggi lontani dalla politica, è per il disorientamento che pervade molti di loro di fronte a quello che percepiscono come un appoggio della Chiesa al premier Berlusconi. Essi sono turbati nel vedere che la Chiesa ancora sostiene e fornisce credenziali a un Presidente del Consiglio che, al di là delle sue pratiche di vita e di governo, sta corrodendo alla radice l’anima del Paese. Egli si pone infatti come modello, si pone come esempio di vita; con mezzi potentissimi prende il posto di ogni altro Maestro, e perciò della stessa Chiesa; e in questa veste egli si pone come il più grande diseducatore di massa che questo paese abbia mai avuto. Eppure la Chiesa tace su di lui, e anzi ogni critica gli viene risparmiata, con l’argomento che essa sarebbe viziata da moralismo politico; e se gli scappa una bestemmia, si dice che essa deve essere contestualizzata, cioè non presa sul serio; purtroppo però il contesto è quello dell’idolatria, idolatria del potere, da non lasciare a nessun costo, idolatria del denaro, con cui comprare tutto, cose, istituzioni e persone; idolatria del piacere, rivendicato come legittimo sia in pubblico che in privato.

Ma perché la Chiesa gli mantiene il suo appoggio? Questa scelta pesa sull’animo di molti cittadini, e rischia di compromettere altri beni non politici molto più importanti, a cominciare dalla predicabilità stessa del Vangelo, che da una Chiesa in perdita di credibilità potrebbe trovare maggiore difficoltà di ascolto. Si deve pensare pertanto che le ragioni della Chiesa siano molto serie, e motivate dal bene comune; ci sono alcuni però, tra gli osservatori esterni, che arrivano ad accusare la Chiesa di simonia, perché dal mantenimento della situazione attuale essa trarrebbe vantaggi anche economici. È un’accusa bruciante, che la Chiesa potrebbe pensare di non dover neanche raccogliere. Credo invece che essa non la debba ignorare, né limitarsi a respingerla come falsa, ma dovrebbe argomentare le sue ragioni e avere l’umiltà di dare una prova della sua buona fede, per non far dubitare di sé.

E la via c’è, ed è suggerita dal Concilio quando al n. 76 della Costituzione pastorale “Gaudium et Spes” dice che “la Chiesa si serve di strumenti temporali nella misura in cui la propria missione lo richiede. Tuttavia essa non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall’autorità civile. Anzi essa rinunzierà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni”. Il consiglio che si potrebbe dare alla conferenza dei vescovi italiani è che, finché si mantenga l’appoggio al presente governo, per evitare che ciò possa essere interpretato anche minimamente come legato ad interessi materiali, essa rinunzi provvisoriamente e unilateralmente all’esenzione dall’ICI e ai finanziamenti alle scuole cattoliche, e ciò anche per sottrarre al governo la materia con la quale esso volesse tentare anche con la Chiesa una delle sue opere di corruzione» (Ivi, i grassetti sono miei).

Solo quando il terreno sarà sgomberato da tutti questi equivoci e la Chiesa istituzionale tornerà a parlare il linguaggio non diplomatico ma chiaro e tagliente di quella vivente Verità, che da duemila anni sta rendendo liberi tutti coloro che se ne facciano seguaci e interpreti rigorosi e attendibili, fedeli e non distratti da alcuna preoccupazione mondana, i cattolici potranno sentirsi veramente incoraggiati a vivere la politica come una seconda “beruf”, come una seconda vocazione accanto a quella battesimale della loro volontà di rinascita in Cristo Signore.