Che cos'è la povertà evangelica

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Chi sono “i poveri in spirito” di cui parla il vangelo di Matteo (5, 1-12)? Sono tutti quelli che hanno un’anima o uno spirito da poveri, sono gli anawim, i poveri di Dio, ovvero persone che hanno una particolare spiritualità, in virtù della quale, in modo semplicemente intuitivo o anche attraverso più sviluppate capacità di elaborazione critica (i pastori ma anche il dotto Giuseppe di Arimatea), sentono Dio come una persona reale, fidandosi di lui e affidandosi a lui. I “poveri in spirito” o poveri di Dio, che generalmente versano in condizioni di effettiva o materiale povertà anche se non necessariamente di estrema miseria, sono consapevoli della propria povertà o delle diverse forme possibili di indigenza personale (economica, sociale, fisica, psichica, spirituale) e della propria dipendenza da Dio. Il contrario di “povero in spirito” non è semplicemente “ricco in spirito”, espressione che darebbe a dir poco adito ad una evidente ambiguità, ma superbo, presuntuoso, arrogante. Il contrario della povertà di cui parla Gesù è l’autarchia, è l’idea di chi pensa, al di là delle idee che manifesta ad altri o pubblicamente, di bastare a se stesso, di poter fare da solo, di essere autosufficiente. A Dio non sono graditi né “il povero superbo” né “il ricco bugiardo”, come recita un libro sapienziale dell’antico testamento (Siracide, 25,2).

Il messaggio di Gesù è chiaro e non può prestarsi ad equivoci: povero meritevole del regno dei cieli e di ricevere in esso una “grande ricompensa”, quindi di avere perennemente una buona relazione con Dio, non è colui che accetti passivamente ogni genere di sofferenza, non è colui che si compiaccia, con parole o fatti, di uno stato non voluto di povertà materiale, di una condizione non ricercata di afflizione e di oppressione. La povertà evangelica non è stupidità, non è inebetimento spirituale di fronte al dolore, non è patologica esposizione ad ogni genere di sopruso e di umiliazione, perché Gesù, pur ammaestrando circa il valore catartico e redentivo del dolore, è venuto non a giustificare il dolore ma a liberare dal dolore. Le beatitudini evangeliche, che sono il centro della sua predicazione e annunciano la felicità degli uomini, non hanno un significato regressivo e repressivo ma altamente emancipativo, perché, nel considerare quelli che sono oppressi o sfruttati, quelli che subiscono iniquità e violenze, quelli che quotidianamente vengono offesi ed emarginati, non raccomandano affatto un atteggiamento acquiescente e rinunciatario, non intendono mettere il bavaglio alla coscienza di tutti costoro o pretendere che essi non facciano del loro meglio per migliorare in modi e con mezzi leciti la loro condizione di vita. Avallare un’interpretazione siffatta significherebbe fraintendere gravemente le parole di nostro Signore. E, in questo senso, Nietzsche non avrebbe torto nel definire il cristianesimo una religione di deboli, di vili e di mediocri.

Ma le beatitudini in realtà insegnano un’altra cosa: che se, nonostante ogni sforzo prodotto in questo mondo per lenire le proprie sofferenze, la nostra condizione rimane sostanzialmente quella di afflitti e di oppressi, di diseredati e calunniati, e se tuttavia conserviamo la nostra fede in Dio e la certezza che egli si fa carico di tutte le ingiustizie da noi patite e continuiamo a dare testimonianza di mitezza e di misericordia e di pulizia interiore, senza mai rinunciare a combattere, nei limiti delle nostre forze, per la giustizia e con lo spirito di verità a lui graditi, ecco che allora noi siamo “beati”, felici, pienamente realizzati già su questa terra e destinati a ricevere per l’eternità l’amore di Dio. La beatitudine, dunque, non consiste nel dolore, nella miseria, ma nel fatto che l’intervento di Dio colma e colmerà sempre di più il cuore di chi è affranto, nel fatto che un cuore povero e affranto riceve molta più attenzione e tenerezza di un cuore sazio e pienamente soddisfatto.

E i ricchi, e i potenti, e gli uomini di successo? Non saranno anch’essi oggetto della divina misericordia? Sono anch’essi creature e come tali naturalmente Dio li ama. Ma la condizione della loro felicità, anche in questo caso, è che essi si sentano realmente poveri. Tuttavia, se il povero, come si è visto, è uno che non conta e che, non contando, confida unicamente in Dio, nel suo aiuto e nelle sue promesse, come farà chi ha tanto, può tanto ed è socialmente tanto, a contare poco, se non facendo in modo da contare di meno di quel che conta e quindi potenziando la sua volontà di distaccarsi dai beni materiali e dalle gratificazioni psicologiche e sociali di cui gode? Il “giovane ricco” di cui parla il Vangelo non ci riesce. Egli, si direbbe oggi, è una persona per bene, rispettabile, pur essendo molto agiata, perché non commette mai peccati ed è molto religiosa, e questa persona si avvicina a Gesù nientemeno per chiedergli di poterlo seguire. Il Cristo, in un primo momento, lo guarda ammirato e senza supponenza gli dice che, se lo vuole seguire come discepolo in modo particolarmente ravvicinato, deve fare ancora una cosa: separarsi da tutti i suoi beni e da tutto ciò che vi è connesso. Ma il suo interlocutore se ne va rattristato e Cristo stesso si rattrista perché il giovane non ha capito che Dio vale molto di più di tutti i suoi beni.

Un altro ricco di nome Zaccheo sa di non poter seguire il Cristo nel senso stretto del termine, nel senso specifico del discepolato e dell’apostolato, perché conosce sin troppo bene i suoi limiti; però di Cristo si fida, lo vuole vedere, e sfidando la comune opinione di quanti lo giudicano un poco di buono, si arrampica su un sicomoro, s’innalza cioè sulla folla e adesso, pur essendo “piccolo di statura”, cioè insignificante e timoroso, può vedere Gesù. Per vedere Gesù ha già fatto uno sforzo non indifferente, ma non è tutto, perché quando il maestro alza gli occhi verso di lui e lo chiama per nome invitandolo a scendere, a ritornare tra la gente e ad avvicinarsi a lui chiedendogli di invitarlo a casa sua, egli, per grazia di Dio, risponde commosso: “Signore, dò la metà dei miei beni ai poveri” (Lc 19, 1-10). Zaccheo si è molto impoverito, in senso economico certamente ma non solo economico, dinanzi a Dio e agli uomini, perché ha compreso l’inestimabile valore di colui che gli sta di fronte, perché si è fatto “bambino”, dipendente gioiosamente da Gesù e fiducioso in Gesù, e Gesù gli regala prontamente la sua salvezza. Prendendo indegnamente in prestito una frase tipica del Salvatore, forse si può già dire: “chi può capire, capisca”. Perciò è superfluo parlare anche delle minacce che nel vangelo di Luca vengono rivolte ai ricchi, a coloro che hanno e che non fanno gran che per avere di meno e dare ai non abbienti. Questo e non altro, se non mi sbaglio, è il senso non deviato e non mistificato della povertà evangelica. 

(pubblicato in “La Provincia” l’8 luglio 2008)