I cristiani e la Resurrezione

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Scrive San Paolo che la fede, fonte di speranza irriducibile nella gioiosa eternità della nostra vita futura, poca cosa sarebbe senza la carità. E’ come se dicesse che la fede sta alla carità come la capacità di ascoltare la parola di Cristo e di credere in essa sta alla capacità di viverla e di metterla in pratica. Ma, avverte, ove non fossimo intimamente convinti che Cristo è risorto e che ognuno di noi può risorgere con lui, la nostra fede sarebbe “vana”, perché non avrebbe alcun senso credere che Cristo-Dio sia venuto a salvarci nei limiti e non oltre i limiti di questa vita terrena. Anzi, se il nostro unico destino è la morte, perché la carità e non il proprio interesse personale, perché l’amore disinteressato e non l’assecondamento delle proprie passioni? Perché astenersi da gioie mondane e piaceri terreni per ragioni puramente umane (filosofiche, etiche, esistenziali)? A che mi gioverebbe?, si chiede l’apostolo, che conclude poi provocatoriamente: ««Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo» (1Corinzi, 15, 32). Forse Paolo esagera, perché in realtà non c’è motivo di stupirsi che anche un non credente possa condurre una vita perfettamente sobria e intrisa di una pietas naturale che è di molto preesistente alla venuta di Cristo, anche se qui il suo bersaglio polemico è costituito probabilmente dai seguaci di quella ricca e potente casta di sadducei che non credevano nella resurrezione ed erano stati i principali responsabili della condanna a morte di Gesù. Tuttavia, specialmente in un’epoca disincantata come la nostra, non è affatto insensato porsi la domanda: se il nostro unico destino fosse la morte, perché la croce, perché Cristo, perché accettare di essere amati da lui e tentare a nostra volta di amarlo, perché predisporsi con un vero e proprio atto di violenza contro se stessi ad amare persino il proprio nemico? A cosa servirebbe amare Dio in questa vita se fossimo privi della concreta speranza di amare Dio e di poter essere da lui riamati anche dopo la nostra morte? Stolti ed empi in che modo potrebbero essere confutati e contrastati?

La carità può nascere anche da cuori apparentemente chiusi ad una sensibilità religiosa; e si può offrire la propria vita, mettendola lealmente al servizio della verità e del prossimo, anche in assenza di una esplicita fede religiosa. Ma un credente cristiano sa o dovrebbe sapere che la fonte e lo scopo supremo della carità e dell’amore è Dio, che il dono più grande del sacrificio e dell’amore di Dio per noi è la sua volontà di riconoscerci uno per uno e di conferirci il potere di diventare, in senso realistico e non meramente simbolico, suoi figli immortali (Gv., 1-12), che la motivazione ultima dei nostri atti caritatevoli è data dalla consapevolezza che «io sono Colui che scruta gli affetti e i pensieri degli uomini, e darò a ciascuno di voi secondo le proprie opere» (Gv., Apocalisse, 2, 23-24). In altri termini, per un cristiano le ragioni fondanti di ogni pratica di carità sono o dovrebbero essere la certezza della resurrezione e la speranza della vita eterna. E’ molto difficile che l’impegnativa carità descritta dallo stesso Paolo possa produrre frutti rigogliosi se la fede nella resurrezione non venga trattata e sentita intimamente come una coerente e veramente amorevole radicalizzazione della fede in Dio ma come una semplice appendice di tale fede (H. Küng, Credo. La fede, la Chiesa e l’uomo contemporaneo, Milano, Rizzoli, 1994, p. 118). Né sembri strano che molti cristiani, pur dichiarando di credere nella resurrezione, non la sperimentino poi affatto quale sorgente interiore di particolare commozione e di rinnovata energia spirituale. Essi praticano, spesso sinceramente, la carità, ma non con quella forza che potrebbero attingere appunto da un maggiore investimento delle loro energie psichico-emozionali sulla speranza della resurrezione personale.         

Indubbiamente, oggi c’è una vasta e complessa fenomenologia della carità, nel senso che le forme possibili della carità sono molteplici ma non tutte sono ugualmente legittime o spiritualmente pregnanti. La carità, come l’amore, non può essere concepita ed usata indiscriminatamente, né essa si lascia piegare alle esigenze postmoderne del facile consumo di massa anche se sarebbe auspicabile che le moltitudini ne fossero contagiate. Bisogna farlo capire: la carità non è ovvia ritualità o comoda ricerca di gratificazioni psicologiche personali, la carità turba senza ossessionare, la carità scuote senza deprimere, la carità esige senza ricattare, non qualche volta ma sempre, ed è molto riluttante a concedersi sia ai “tiepidi” sia anche a baldanzosi o disinvolti offerenti. Essa nasce dal cuore di chi crede non catechisticamente ma con libera ed audace apertura mentale di poter effettivamente godere della vista eterna del Figlio e del Padre, nasce dall’ascolto della Parola non ambigua del Santo, dal rispetto e dall’esecuzione della volontà pura e giusta di Dio, dalla propensione a non apparire e a non contare agli occhi degli uomini, da un odio non patologico di se stessi e infine da un umile e non finto adempimento dei propri compiti. Perciò, se accade che il “vangelo della carità” non disturbi più nessuno e anzi tutti plaudano ai discorsi che si fanno in suo onore, molto probabilmente il suo annuncio, la sua comunicazione stanno diventando molli e inefficaci e l’amore che essi veicolano è sul punto di trasformarsi in oppio.

 Il “vangelo della carità” è il vangelo della verità che libera e il vangelo della verità che libera è  più irritante che rassicurante, più conflittuale che pacificatore o è pacificatore in quanto conflittuale: esso, in sostanza, è un vangelo militante nel senso più antico e nobile della parola. D’altra parte, questo vangelo di liberazione altro non è se non il vangelo della resurrezione, perché l’uomo è totalmente libero solo se risorge (dal peccato e dalla morte) ed è certamente vero che, come ha scritto un teologo protestante, la resurrezione non dev’essere sentita come “l’oppio dell’aldilà, propinato per illusoriamente consolare” bensí come “la forza della rinascita in questa vita”, ma è altrettanto vero che la speranza cristiana non può avere per oggetto “la redenzione di questo mondo” se non nella prospettiva di una redenzione che consenta agli uomini di vivere in un mondo decisamente migliore di questo.  E’ in questo senso, precisamente, che il “vangelo della carità” non può autonomizzarsi né può vantare un primato rispetto al “vangelo della resurrezione”, benché poi la fede che non si nutra di carità sia inutile. Si può anche dire che tra l’uno e l’altro ci sia un rapporto di reciproca funzionalità, a condizione che si tenga fermo il concetto della resurrezione come manifestazione più alta della misericordia, della giustizia e della fedeltà di Dio.  

Ma non è per boria fideistica che si vuole dare risalto al tema della resurrezione. Semmai una forma discutibile di fideismo è proprio là dove il fare carità o il proporsi di fare carità venga fattualmente implicando una continua rimozione della morte e della stessa resurrezione in quanto quest’ultima sia ancora percepita come evocazione di morte più che di vita. Qui c’è coscienza di quanto tale tema sia difficile e delicato e del coraggio che occorre per affrontare il momento più che il problema della morte. Tuttavia, il tema della resurrezione è e resta il tema decisivo della fede e dell’amore. Il nostro Dio comprende le nostre paure e i nostri tentennamenti ma ci chiede, attraverso la morte e la resurrezione del suo Figlio unigenito, di avere ugualmente fede nel nostro destino ultraterreno e di comprendere che i vivi, anche se morti, vivranno, mentre i morti, anche se vivi, moriranno. I vivi, quelli cioè che non avranno assolutizzato l’importanza della loro vita terrena e avranno fatto del loro meglio per seguire Cristo, pur morendo faranno esperienza di una vita luminosa senza fine; i morti, ovvero coloro che non avranno saputo rinunciare ai richiami meramente vitalistici ed edonistici della loro esistenza o a fini futili e fugaci e che magari avranno usufruito di un soggiorno terreno particolarmente lungo e fortunato, non potranno vivere oltre la loro morte naturale. E chi sarà più vivo di colui che, senza sentirsi particolarmente attratto da questo mondo di cose imperfette, avrà pregato e agito per innalzarsi verso un mondo di cose perfette (giusto il versetto evangelico: sarete perfetti come lo è il Padre vostro celeste)? E chi invece sarà più morto di colui che, senza mai nulla desiderare al di là dei propri appetiti carnali e temporali, avrà fatto di tutto per imprimere indelebilmente il suo nome nella polvere di questa terra?     

Certo, nell’evocare la scena apocalittica dei morti che riprendono vita, si può anche incorrere nel variopinto sarcasmo di tutti quegli esegeti che, con maggiore o minore profitto, si occupano delle malattie infantili della fede. Ma è un rischio che val la pena di correre, con spirito di carità, specialmente se con la testimonianza religiosa si sarà riusciti a far emergere anche il nocciolo razionale del ragionamento e le non lievi implicazioni etico-sociali che vi sono allusivamente contenute. La vera e apocalittica “novità” evangelica non è l’amore ma la vittoria dell’amore sulla morte. Cristo, e solo Cristo, ci insegna ad amare per metterci nella condizione di vincere la morte insieme a lui. Se la nostra fede non è la copia di una semplice credenza scaramantica non dobbiamo pensare che occorra pregare e fare del bene solo perché non si sa esattamente cosa ci aspetti oltre la morte, ma dobbiamo credere con la stessa ingenuità dei bambini che la salvezza promessa da Cristo corrisponde ad una precisa e piena realtà di vita di cui un giorno, se ne saremo stati meritevoli agli occhi di Dio stesso, potremo essere concretamente e felicemente beneficiari conservando la coscienza della nostra identità personale.    

Chi scrive è giunto alla fede non tanto per educazione o per tradizione ma, sospinto da una misteriosa ed improvvisa forza spirituale estranea al suo abituale modo di essere, per convinzione, e sa, per grazia di Dio, che una vita senza gloriosa resurrezione è un concetto privo non solo di senso religioso ma anche di senso razionale e che, se la vita fosse senza resurrezione, carità e amore incomberebbero sulla vita degli uomini più come inutili e fastidiosi gravami che come mezzi efficaci di consolazione. Cristo in persona avrebbe convalidato, con la sua morte e con la sua resurrezione, la riflessione e l’attesa di quanti, prima della sua apparizione storica, cosí si erano espressi : «Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre» (Libro di Daniele 12, 2-3). Egli avrebbe esteso la promessa di vita eternamente gioiosa a chiunque fosse stato capace di sincera e continua conversione, perché ha detto il Signore: «Rifulga la luce dalle tenebre» (San Paolo 2 Corinzi, 4, 6). Ma questa promessa l’avrebbe formulata con molta chiarezza e senza ambiguità, perché, proprio per evitare che si potesse pensare alla resurrezione come a qualcosa di vago e di generico o di meramente immaginario e simbolico, egli, da risorto, appare ai discepoli che “stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma”, e parla loro cosí: “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho. Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: Avete qui qualche cosa da mangiare? Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro” (Lc 24, 36-43) . Se avremo la grazia di risorgere, non saremo fantasmi, entità evanescenti ma, in una gloriosa condizione di immortalità, saremo ancora noi o proprio noi in carne e ossa anche se ricreati (creati per la seconda e definitiva volta) e quindi trasformati, felici di mangiare con Cristo “una porzione di pesce arrostito”.