Sul senso dell'umiltà cristiana

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Nietzsche annovera l’umiltà cristiana tra i vizi e non tra le virtù dell’uomo, considerandola come meschina copertura di una sostanziale incapacità esistenziale di affrontare la vita, come fuga dalle situazioni più difficili e drammatiche della realtà. Anche Freud la trova “sospetta”, perché la scienza psicoanalitica da lui fondata mostra chiaramente che i meccanismi che sono alla base di essa possono essere ambigui e tutt’altro che impregnati di spiritualità, benché la psicanalisi, in quanto scienza capace di smascherare la realtà più intima e segreta dell’uomo, possa concorrere a porre l’individuo proprio in quello stato d’umiltà che è il fondamento dell’atteggiamento spirituale di un vero cristiano.

Il credente in Cristo deve stare attento ad evitare che la sua ricerca di una vita umile abbia i connotati della diagnosi nietzscheana e, anche avvalendosi delle migliori indicazioni psicoanalitiche, non può esimersi dal controllare e purificare continuamente la sua fede rispetto ad eventuali condizionamenti o disturbi psichici che potrebbero pur sempre comprometterne la purezza. Colto o non colto che sia, in ogni caso il cristiano dovrà essere umile senza essere esclusivamente un vile o uno “spostato”, cominciando a sentirsi libero di confessare a se stesso e a Dio, nel modo più rigoroso possibile, le cose più inconfessabili della propria vita. Perché a chi Dio si rivela se non a quei “piccoli” che sanno riconoscere senza tergiversare i propri limiti e la propria fragilità e soprattutto i propri peccati non generici ma specifici? Dio non si cerca e a lui non ci si affida per carenze personali generiche, ma per cose ben precise che ti tormentano ed ostacolano il tuo cammino spirituale. Non basta dire in modo scontato: perdonami Signore perché sono un peccatore; ma: perdonami Signore perché sono un peccatore e un peccatore che ha commesso peccati come quelli che adesso ti enumero oltre quelli che sinceramente non ricordo.

Ecco: l’umiltà è innanzitutto verità o, se si preferisce, spirito di verità. La radice dell’umiltà, come spiegava bene Raniero Cantalamessa in un suo intervento del 1979, è nel prostrarsi dinanzi alla verità, è nel “ripristinare la verità circa noi stessi”, è nel non farsi, come dice san Paolo, un’ “idea troppo alta di se stessi”, sforzandosi sempre meglio di riconoscere quello che si è o quello che non si è, dolendosi non epidermicamente delle proprie debolezze e facendo un uso sobrio, misurato, non ostentato dei doni particolari che Dio abbia voluto eventualmente elargirci e per i quali gli dobbiamo profonda gratitudine. Si può essere umili non al di fuori ma solo all’interno di ciò che è vero e di ciò che veramente siamo, possiamo e vogliamo essere. Non si è umili simulando l’umiltà o perché gli altri ci riconoscono questa qualità semplicemente a causa di una nostra eccessiva timidezza caratteriale facilmente suscettibile di trasformarsi in sudditanza psicologica o della nostra tendenza ad essere accomodanti anche quando non dovremmo. Né cambia la situazione quando si finge di avere o non avere determinate attitudini o abilità solo per interesse personale o per motivi di calcolo. Anzi, sarebbe bene, ma la realtà è spesso diversa, che ognuno, con l’aiuto di Dio, riuscisse a mettere al servizio della propria comunità conoscenze, competenze, offerte e disponibilità di genere vario (e possibilmente non attinenti la sola sfera liturgica), verificabili e dunque non meramente nominali, e insomma tutto ciò che può consentire alla stessa comunità di crescere bene e di progredire spiritualmente.

Purtroppo nelle nostre parrocchie non sempre i credenti, per quanto impegnati e servizievoli, svolgono determinati compiti con quel disinteresse che sarebbe necessario a qualificarli come veri servizi comunitari. Può accadere infatti che ci si applichi in questa o quella mansione più per un’esigenza di visibilità personale o per il bisogno psicologico dell’altrui considerazione che non per reale dedizione a rigorose e impegnative pratiche evangeliche. Cosí può anche succedere che, più che essere legati a Dio, si rischi di rimanere legati a stereotipi comportamentali che riflettono ancora una subalternità al fascino tutto pagano dell’apparire e del contare qualcosa all’interno del proprio gruppo umano di appartenenza non tanto per le proprie doti spirituali quanto per il ruolo che vi si esercita. In quella grande assemblea permanente che è la Chiesa di Cristo non dovrebbe esserci spazio né per padroni inamovibili né per furbi arrampicatori né per servitori servili né per individui che abbiano una mentalità da ‘eletti’ e da trascinatori né per persone capricciose e dispettose che sono specializzate nella non difficile arte di impedire a chi ha dei talenti particolari ricevuti da Dio di farli fruttificare. Ma la realtà è quella che è, per cui a chi di altro spirito dotato non dovesse trovare la giusta accoglienza in quell’assemblea, l’umiltà insegnata da Gesù impone di non disperare, di pregare per i suoi fratelli a torto ipercritici, di continuare ad operare nei limiti del possibile e di rimanere fiducioso circa il fatto che Dio non solo non lo abbandona ma saprà trarre buoni frutti dalle sue stesse sofferenze.     

Ora, per sapere come dobbiamo fare per essere veramente e non falsamente umili, dobbiamo muovere dalle parole di Gesù: “sono mite ed umile di cuore”(Mt 11,29). Mite, vale a dire lineare e non incline a deformare la realtà delle cose, severo ed esigente nella ricerca e nella proclamazione della verità, coraggioso quindi anche se non violento, e misericordioso, tollerante, pronto al perdono. Quanto all’umiltà di cuore, bisogna tener presente che nel mondo giudaico, come ha spiegato Cantalamessa in una sua predica del 16 marzo 2007 alla casa pontificia, la parola ‘umile’ esprime la giusta posizione che uno assume di fronte a Dio e agli uomini. Verso Dio l’umiltà è la totale sottomissione, accompagnata da una perenne preghiera di lode e dalla fiducia incondizionata di chi si sente bisognoso e non sa a chi altro appoggiarsi, verso gli uomini l’umiltà è la volontà di mettersi al servizio degli altri al meglio di se stessi ed eventualmente con tutti i doni intellettivi e spirituali ricevuti da Dio, senza mai pretendere di essere superiori agli altri, infallibili o insostituibili, senza esigere riconoscenza da alcuno e in pari tempo senza mai tradire consapevolmente lo spirito di verità per compiacere a qualcuno o ottenere qualcosa. Ma spesso l’umile, come appare evidente in tutta la narrazione biblica, è anche l’umiliato, colui che viene emarginato o dimenticato ora a causa delle sue precarie condizioni socio-economiche ora a causa della sua integrità morale e della sua elevatezza intellettuale e soprattutto della sua assoluta indipendenza di giudizio che crea generalmente sospetto e insicurezza, se non addirittura avversione, nei suoi conoscenti, nei suoi interlocutori o in altri soggetti sociali ed istituzionali.

Stando cosí le cose, non è lecito che “il dolce giogo” di Gesù che egli stesso ci invita “a prendere” sopra di noi sia manipolato ed usato per chiedere alla gente indiscriminate forme di sottomissione e passività, perché con quella frase Gesù intende dire esattamente il contrario. Egli infatti chiede che quanti lo ascoltano, per capire i misteri del Regno, stiano attenti a non prendere per oro colato quel che dicono “sapienti e dottori”, nonché alcuni rappresentanti ufficiali della religione del tempo, e si sforzino piuttosto di “imparare” da lui (anzi, il testo greco dice letteralmente “imparare lui”), che non “affatica e non opprime” con ragionamenti noiosi o complicati e con ordini ipocriti ed assurdi ma “ristora” il cuore di quanti hanno bisogno solo di una parola chiara di verità e di conforto, pur senza nulla concedere a quelli che vorrebbero sentirsi blandire.

 Mutatis mutandis questa lezione è più che mai attuale. Bisogna essere sempre rispettosi verso gli altri e in particolare verso coloro che hanno la responsabilità di guidare e di curare le anime, anche quando non ci sembrino completamente attendibili e totalmente capaci di assolvere la propria funzione spirituale e comunitaria, ma questo non significa che per un malinteso senso dell’umiltà si debba rinunciare ad evidenziare fraternamente e nelle forme dovute eventuali errori e possibili incongruenze del loro modo di pensare e di agire. San Pietro è umile anche perché accetta e utilizza le contestazioni mossegli da san Paolo, e anche quest’ultimo è umile nel prendere posizione nei confronti del vicario di Cristo perché è cosciente della purezza delle sue intenzioni e del suo sincero e umile sforzo di chiarire quanto più possibile ai suoi fratelli di fede i disegni stessi di Dio.

Bisogna insomma evitare che l’umiltà venga strumentalizzata a fini personali e venga usata come volgare mistificazione. In particolare, non dobbiamo pensare che ogni rimprovero, ogni critica, ogni manifestazione di dissenso, ogni istanza di rinnovamento, e persino ogni moto d’insofferenza e ogni reazione indignata, abbiano inevitabilmente origine dalla presunzione e dalla superbia, anche perché non c’è essere umano, quale che sia la sua funzione o il suo ruolo, che non sia soggetto a questo rischio; né, al contrario, si può essere certi dell’umiltà di chi non parla o non interloquisce mai solo perché non sa cosa dire o di chi, magari sicuro di essere sotto i riflettori del mondo, è abituato ad incinerirsi il capo oppure a fare la vittima delle iniquità del genere umano usando toni apocalittici di dubbia provenienza evangelica. Bisogna vedere quindi caso per caso, cercando di capire e di discernere con pazienza e con acume e soprattutto con la preghiera, per non disperdere e per valorizzare ed unire in Cristo.  

Ritorniamo alle parole di Gesù: sono mite e umile di cuore. Eppure Gesù in tutta la sua vita non si è mai scusato con nessuno, non ha mai chiesto perdono a nessuno, neppure al Padre; non ha mai ammesso di aver compiuto un solo errore, e qualche volta ha perso pure le staffe, come nel caso dei mercanti del tempio o di Pietro che avrebbe voluto distoglierlo dal suo destino di morte sacrificale. E allora siamo sicuri che fosse davvero mite ed umile? Sí, se siamo in grado di capire, siamo più che sicuri, da una parte perché la mitezza non è identificabile con la mollezza e con l’inettitudine ma con la capacità di comprendere e perdonare le umane debolezze nonostante la loro gravità, e dall’altra perché l’umiltà di Cristo non può prescindere dalla verità di Cristo e quindi in primis dalla sua stessa divinità.

 Ecco: Cristo è stato ed è più umile del più umile degli uomini perché in quell’uomo storico che è stato Gesù Cristo, Dio si è abbassato, è sceso, si è appunto umiliato prendendo la condizione di servo e facendosi obbediente sino alla morte. Perché mai il perfetto figlio dell’uomo e di Dio avrebbe dovuto anche scusarsi? Solo per placare l’invidia dei peccatori, dei mediocri o dei dubbiosi? Anche questo dev’essere per noi motivo di riflessione. Anche noi dobbiamo scendere, abbassarci, umiliarci: non da una condizione divina ma dal nostro orgoglio, dalla nostra presunzione, dalla nostra superbia. Ognuno di noi, secondo la sua specifica condizione spirituale, dovrà fare sempre qualcosa per scendere dalla sua posizione di peccato e dovrà scusarsi sinceramente con Dio ed eventualmente con gli uomini di colpe oggettive e non di colpe fittizie o presunte come sono quelle che vengono talvolta costruite ad arte da certo nostro prossimo per indurre alla desistenza spirituale quanti si sforzano seriamente di testimoniare la verità in Cristo, fermo restando naturalmente che ci sono forme cosí eclatanti di stoltezza da non poter rientrare né tra le colpe fittizie né tra le colpe presunte ma unicamente tra le colpe certe.

L’umiltà è verità. Non è una questione di parole, di atteggiamenti esteriori, ma di gesti concreti, di azioni, di disponibilità sempre verificabile a scendere, a farsi piccoli e a servire i fratelli ora con l’intelligenza e la cultura, ora con la vicinanza spirituale e la solidarietà, ora anche con la rinuncia e il sacrificio di sé. Sempre per mezzo della preghiera e a causa di quella carità che ci lega primariamente a Colui che salva.