Papa Benedetto XVI e il celibato ecclesiastico

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Alcuni decenni or sono il neocardinale Ratzinger, in un libro edito da Queriniana, sulla ammissibilità degli uomini sposati al sacerdozio ministeriale esprimeva una convinzione ben diversa da quella che esprime oggi in qualità di pontefice della Chiesa cattolica. Allora egli si mostrava aperto alla possibilità che, ove le circostanze storiche l’avessero richiesto, la Chiesa prendesse in seria considerazione l’istanza di ordinazione sacerdotale anche per gli uomini sposati. Soprattutto non sollevava alcuna questione di carattere dottrinale; anche per lui non si frapponeva a questo ipotetico passo della comunità ecclesiale ed ecclesiastica alcun divieto di Cristo. Oggi le cose sono cambiate, perché papa Benedetto non solo sbarra la porta all’ordinazione sacerdotale per gli uomini sposati, sempre più frequentemente richiesta in seno alla Chiesa stessa da parte di suoi autorevoli esponenti, ma la sbarra cercando di addurre a sostegno di questa posizione motivazioni storiche e teologiche e invocando la tradizione della Chiesa.

Anche recentemente il nostro amatissimo papa, per il quale preghiamo sinceramente tutte le sere tra le 17,30 e le 18, nel ribadire l’importanza del sacerdozio ministeriale nella Chiesa, ha inteso farlo «contro le tentazioni di un’interpretazione erronea delle giuste rivendicazioni dei laici», ammonendo a non fare «confusione tra il sacerdozio battesimale e quello ministeriale», ricordando che essi «si distinguono ontologicamente e non solo per grado» ed esortando «i Vescovi a vigilare perché le “nuove strutture” o organizzazioni pastorali “non siano pensate per un tempo nel quale si dovrebbe 'fare a meno' del ministero ordinato, partendo da un’erronea interpretazione della giusta promozione dei laici”, perché ciò significherebbe “l’ulteriore diluizione del sacerdozio ministeriale”» (16 marzo 2009, Zenit).

Ora, con tutta l’umiltà di cui sono capace e di cui mi rende capace Maria Santissima, vorrei fare le seguenti osservazioni anche in base ai paragrafi 1, 2, 3 dell’articolo 212 del Codice di diritto canonico del 1983. La distinzione, sia sul piano logico-concettuale sia su quello ontologico, è ben nota a chi, da uomo sposato con figli e già anziano, sente dentro di sé una chiara vocazione presbiterale e sacerdotale e chiede alla Chiesa di Cristo di poter accedere all’ordine sacro del sacerdozio. Proprio per questo, se tale consapevolezza non fosse sufficiente ad impedire errori interpretativi, si indichino chiaramente ed esplicitamente, per cortesia, da parte delle più alte gerarchie della Chiesa i criteri storico-teologico-evangelici in base ai quali si possa ragionevolmente affermare che il sacerdozio ministeriale sarebbe stato riservato da Cristo, dai suoi apostoli e dalla Chiesa dei primi secoli, esclusivamente agli uomini celibi. Perché non c’è dubbio che su questo tema è in corso una vera e propria gazzarra interpretativa che porta spesso a conclusioni indebite o sbagliate, ed è altrettanto vero che il celibato sacerdotale sia una “perla”, come spesso viene sottolineato, della Chiesa cattolica. Ma è altrettanto indubbio che sarebbe molto grave se la nostra Chiesa, solo per timore di essere usata per operazioni ambigue o manifestamente strumentali, si rifiutasse sistematicamente e senza ragioni veramente valide di consentire a quegli uomini sposati, che in età avanzata avvertissero di essere chiamati dal Signore al sacerdozio ministeriale, di poter accedere per l’appunto a quest’ultimo.

Papa Benedetto sa benissimo che non ci sono ragioni evangeliche, teologiche e storico-ecclesiali che si frappongano seriamente all’accoglimento della nostra umile istanza. Egli sa benissimo che non ci sono passi evangelici in cui Gesù abbia detto, sia pure implicitamente, che chi vuol seguirlo come discepolo in senso stretto, e quindi come suo testimone anche nell’apostolato ministeriale, debba essere per forza celibe. L’unico passo in cui questo divieto potrebbe essere stato dato è quello noto ai più e a torto invocato da parte di alcuni settori della Chiesa gerarchica e non gerarchica a sostegno dell’obbligatorietà celibataria per il sacerdozio, ma è un passo in cui in effetti nostro Signore parla esclusivamente dell’indissolubilità del matrimonio e non di altro, e si sforza di far capire ai suoi stessi discepoli che la condizione ottimale per seguirlo e per lavorare a favore dell’avvento del regno dei cieli è non tanto lo stato celibatario in sé considerato quanto la capacità e la volontà di astenersi dai rapporti sessuali anche con le proprie mogli, e quindi sia nel caso di un celibe non sposato sia invece in quello di un uomo già sposato che venga chiamato alla sequela sacerdotale in questa medesima condizione di vita.

Quanto alla tradizione, che in ogni caso dovrebbe essere interpretata sempre alla luce del Vangelo senza commettere l’errore di interpretare il Vangelo solo o unilateralmente alla luce della tradizione, non sembra proprio che la tesi per cosí dire orientata a fissare l’obbligo del celibato per i candidati all’ordine presbiterale sia suffragata dalla tradizione tout court. Di quale tradizione si vuole parlare: di quella del primo millennio o di quella del secondo millennio? O per caso si vorrebbe sostenere che la tradizione del secondo millennio è sicuramente migliore e più attendibile di quella precedente? D’altra parte il Concilio Vaticano II, pur continuando a prediligere il celibato ecclesiastico, ma nessuno nega che almeno in linea di principio sia un bellissimo valore della Chiesa, sottolineava come tuttavia la natura del sacerdozio ministeriale richiedesse non già il celibato quanto «la perfetta e continua continenza per il regno dei cieli», il rispetto della quale peraltro non è affatto detto sia più facile per un celibe che per un uomo sposato.

Ci sono giovani di sesso maschile ancora celibi e di sesso femminile ancora nubili (non si capisce perché si esalti tanto il celibato e non si parli mai con la stessa enfasi del nubilato delle suore e delle religiose che costituisce per la Chiesa una “perla” ancora più preziosa del celibato maschile) che chiedono di accedere alla vita interamente consacrata al Signore. Benissimo: siano loro spalancate le porte. Ma perché impedire ad altri, che in una diversa condizione avvertono la chiamata di Dio, di essere utili, è chiaro ormai in che senso o su quale piano, ai propri fratelli e alla propria Chiesa? Siamo proprio sicuri di fare cosa gradita a Cristo Gesù perseverando oggi in una siffatta chiusura spirituale al probabile soffio dello Spirito? Noi non disubbidiremo né al papa né alla Chiesa di cui egli è capo in qualità di vicario di Cristo, ma siamo consapevoli del fatto che anche noi, come laici che chiedono alla loro Chiesa di essere ordinati ministri del santissimo altare di Cristo, in questo preciso momento stiamo annunciando, per usare le stesse parole di Benedetto XVI, «Gesù di Nazaret Signore e Cristo, crocifisso e risorto, Sovrano del tempo e della storia».