Un punto di vista sulla "Caritas in veritate"

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Negli ambienti religiosi più interni alla Chiesa i commenti alla “Caritas in veritate” di papa Benedetto sono quasi unanimemente positivi: fanno infatti eccezione quelli di alcune frange ecclesiali cattoliche pregiudizialmente ostili al suo pontificato. I vescovi belgi mettono in evidenza come, con questa prima enciclica sociale del secolo XXI, il papa chieda «una nuova riflessione sul senso dell’economia, delle sue finalità, una revisione etica del modello di sviluppo», ricordando che uno sviluppo economico privo di regole e di valori morali non può che avere esiti disastrosi ed antitetici al progresso civile dell’umanità (nel sito “La vigna del Signore”, 8 luglio 2009). I vescovi olandesi rilevano che particolare attenzione è stata riservata da Benedetto XVI alla società nel suo insieme e alla necessità che all’elaborazione delle strategie di un nuovo corso economico siano chiamate a cooperare tutte le parti sociali: politici, datori di lavoro o imprenditori, lavoratori e sindacati. Solo in questo modo, essi commentano, potranno essere evitati abusi ed eccessi come quelli che hanno provocato la crisi economica e finanziaria ancora non completamente superata. Ma, per i vescovi olandesi, non meno significativo è lo spazio riservato ai paesi poveri che subiscono maggiormente le conseguenze negative di questa crisi e il ribadire quei princípi di sussidiarietà e solidarietà che sono tra i fondamenti della dottrina sociale della Chiesa (Ivi).        

Quanto ai vescovi inglesi essi sottolineano che «il Papa», nel richiamarsi alla “Populorum progressio” di Paolo VI, «sostiene che la carità è al centro dell’insegnamento della dottrina della Chiesa dove ogni responsabilità e ogni impegno illustrati da questa derivano dall’amore» (Ivi). I vescovi portoghesi hanno osservato che questa enciclica, riflettendo sullo sviluppo globale, «tocca vastissimi aspetti e problematiche sociali: la riforma agraria, l’ecologia, i sindacati, la società civile, la sicurezza, il terrorismo, la previdenza sociale, la mobilità lavorativa, la ricerca scientifica, il terrorismo, il rispetto per la vita umana, con un’interdisciplinarietà propria di chi affronta e guarda allo sviluppo con una sapiente ampiezza di prospettive. Si tratta di una "Populorum Progressio" adattata ai tempi odierni che apre una nuova fase nella Dottrina Sociale della Chiesa e che costituirà un punto di partenza per l’analisi del futuro dell’umanità» (Ivi).

Questi giudizi dei vescovi europei sono sostanzialmente anche quelli dei vescovi di tutto il mondo, perché l’enciclica pontificia è stata scritta pensando su scala planetaria e globale e non settoriale o locale. Tuttavia, è stato opportunamente osservato, «questo documento non è una risposta alla crisi»: esso piuttosto «offre degli elementi di riflessione» che, se sviluppati adeguatamente, potranno concorrere al superamento pratico della crisi (Stéphanie Le Bars, Benedetto XVI vuole mettere l’etica e la fede al cuore della mondializzazione, in “Le Monde”, 8 luglio 2009). D’altra parte, «se sottolinea gli aspetti positivi della globalizzazione in termini di sviluppo o di redistribuzione delle ricchezze, se si mostra più “fiducioso che rassegnato”, il papa mette l'accento sulle disfunzioni della mondializzazione: attività finanziaria speculativa, flussi migratori mal gestiti, corruzione, sfruttamento anarchico delle risorse naturali, delocalizzazioni, disoccupazione, fame, mentalità tecnicistica che “fa coincidere il vero con il fattibile”. In un lungo sviluppo, il papa mostra anche la sua preoccupazione per“lo stato ecologico del pianeta”, un ambiente“donato a tutti da Dio”» (Ivi). E tutto ciò non già per colpa dello strumento economico in quanto tale ma come conseguenza del peccato originale e dell’«ateismo che sottrae ai cittadini la forza morale e spirituale per impegnarsi in favore dello sviluppo umano» (Ivi).

Quello che il papa non ha inventato ma ha rilanciato energicamente, osserva Paolo Rodari (Da Montini a Ratzinger. Tradizione e novità nell’enciclica sociale di Benedetto XVI, Il Riformista, 8 luglio 2009), è il concetto di “economia etica”: «Non un’etica qualsiasi, bensì un’etica amica della persona”. In sostanza, oltre il socialismo e il capitalismo (peraltro mai citato nel testo papale), c’è il modello cristiano, quello di uno sviluppo del mercato e dell’economia di tipo umanistico, all’insegna della fraternità. Oltre la competizione hobbesiana del “mors tua, vita mea”, oltre l’immorale principio utilitaristico per il quale l’attività economica è il luogo dello sfruttamento e della sopraffazione del forte sul debole, altro non c’è che la dottrina sociale della Chiesa: una buona società è frutto del mercato e della libertà ma, insieme, ci sono esigenze riconducibili al principio di fraternità che non possono essere eluse, né rimandate alla sola sfera privata o alla filantropia» (Ivi).

Certo, il valore di questa enciclica non può essere ridotto alla richiesta di immettere un po’ più di etica nel mondo dell’economia e della finanza, ma se, come dice Andrea Tornielli in parte giustamente, sarebbe ugualmente «fuorviante analizzarla per vedere se il papa sta con lo Stato o contro lo Stato, con il mercato o contro il mercato, con il capitalismo o contro il capitalismo» (Una lezione sulla crisi, in “Il Giornale”, 8 luglio 2009), alla fine non risulta problematico cogliere il valore specifico, determinato, concreto dell’enciclica stessa e non resta il pericolo che il significato etico e religioso del messaggio pontificio finisca per esaurirsi ancora una volta in una forma di retorica religiosa, sia pure sostenuta da argomentazioni valide e pertinenti ed ispirata da sincere preoccupazioni religiose? A dispetto di tanta dotta disquisizione e di un’indagine cosí accurata, non rimane pur sempre il rischio della genericità, dell’evasività? In fin dei conti il disastro cui stiamo assistendo e che tutti indistintamente sembrano deprecare notte e giorno non è un disastro provocato da un modo di produzione, da un sistema economico che ha un nome ben preciso? Ovvero capitalismo?

Perché tante remore nel dover chiamare la realtà con il suo nome? E’ crollato il comunismo, crollerà il capitalismo prima o poi, crollerà senz’altro e tanto più rapidamente se si continuerà solo a proporre dei correttivi o delle integrazioni pur sempre funzionali all’attuale sistema (e ad un uomo di fede dovrebbe accadere di non capire perché mai il crollo del capitalismo dovrebbe necessariamente rappresentare un evento infausto nella storia dell’umanità). Il pontefice chiede giustamente un cambiamento di mentalità ma esso non porta da nessuna parte se non coincide con una volontà di cambiare anche il sistema, il modo di funzionare dell’economia e della finanza, e non semplicemente sulla base di sporadiche ed isolate iniziative no profit ma sulla base di radicali riforme di struttura. Certo: “la conversione dei cuori” è prioritaria sul “cambiamento delle strutture” ma essa è incompatibile con il permanere di un conscio o inconscio desiderio che le cose restino sostanzialmente immutate.

Forse sarebbe stato il caso di rivolgersi in modo e con toni più severi e sdegnati ai principali responsabili di questa situazione, a tutti quei ricchi sfondati che, con o senza crisi, non si preoccupano e non si preoccuperanno minimamente di cambiare il loro stile di vita, di attenuare la loro avidità di ricchezza e di potere sociale, pur mostrandosi generosi verso i meno abbienti e i più poveri. Forse sarebbe stato opportuno attingere in modo più diretto ed esplicito dal Vangelo e dalle parole di Gesù: il mondo sarebbe rimasto pieno di iniquità ma l’effetto sarebbe stato indubbiamente diverso nella coscienza dei popoli e dei singoli. Forse sarebbe stato utile richiamarsi alla “Populorum progressio” anche attraverso la lettura di Giovanni Paolo I (che però non viene citato da Benedetto XVI), che cosí si esprimeva: «alla carità si aggiunge la giustizia, perché – dice ancora Paolo VI – la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario» (Udienza generale del 27 settembre 1978). Paolo VI, che nel solco tracciato dai Padri della Chiesa aveva definito «la regola della giustizia» come «inseparabile dalla carità» e che non aveva esitato a condannare il cosiddetto «capitalismo liberale», non aveva temuto di esplicitare il suo pensiero: «Ove intervenga un conflitto “tra diritti privati acquisiti ed esigenze comunitarie primordiali”, spetta ai poteri pubblici “adoperarsi a risolverlo, con l’attiva partecipazione delle persone e dei gruppi sociali”» (Populorum progressio, 23).

Forse sbaglia Tornielli nel ritenere che “la legge segreta del cristianesimo”, come la chiama lui, sia «quella dell’et-et, cioè la capacità di includere tutti i fattori in gioco, senza estremismi o radicali aut-aut» (Una lezione sulla crisi, cit.,), perché la fede in Cristo comporta pace e pacificazione nella verità (per usare un termine particolarmente caro a papa Benedetto) e nella giustizia, comporta uno spirito di comprensione e di tolleranza (che non è necessariamente spirito di compromissione), ovvero di carità, ma anche una scelta radicale, ovvero di giustizia (che, in quanto tale, solo impropriamente potrebbe definirsi “estremistica”): o Dio o Mammona. O mi sbaglio?     

Probabilmente, molti di coloro che non hanno percepito nell’enciclica di Benedetto XVI questo richiamo intransigente ad un radicale spirito evangelico di povertà (che non è spirito improduttivo ma spirito fraterno e responsabile di condivisione secondo regole di saggezza e di opportunità), sono gli stessi «che oggi riconoscono l’importanza dell’etica in economia» ma che «appena ieri dileggiavano lo stesso richiamo» (Ettore Gotti Tedeschi, Caritas in veritate, Anche Machiavelli sarebbe d’accordo con il Papa, L’Osservatore Romano, 12 luglio 2009) e che riprenderanno verosimilmente a dileggiarlo se e quando le acque si saranno calmate. Ma, almeno per i cristiani più coerenti e degni di questo nome il problema dovrebbe essere un altro: non quello di convenire più o meno ipocritamente sull’opportunità che economia ed etica procedano insieme, essendo questo un principio da sempre riconosciuto anche se disatteso, ma quello di chiedersi che cosa si possa e debba fare per cooperare realmente alla costruzione di una comunità e di una società in cui, sulla base di precisi meccanismi legislativi e giuridici e di efficaci organi di controllo, gli egoismi siano scoraggiati e gli atti di generosità e di altruismo siano promossi e riconosciuti. Lo scopo sociale ed economico del cristiano sensibile e avveduto non è quello di perseguire il profitto e (contemporaneamente) il bene comune ma il profitto in funzione del bene comune, anche considerando che nel concetto di bene comune è già compreso il concetto di bene personale. E, per cominciare ad essere concreti, perché noi cristiani non dovremmo rapidamente imparare, diocesi per diocesi, parrocchia per parrocchia, comunità per comunità, a ripristinare quella comunione dei beni che venne praticata per un certo periodo di tempo dalla Chiesa delle origini e in cui si cercò, sia pure tra difficoltà e limiti umani, di realizzare quella perfetta “giustizia”, per usare le parole di Pietro (Seconda Lettera 3, 13), che è il fondamento del regno dei cieli?

Purtroppo alcuni nostri fratelli, forse timorosi in particolare di dover cominciare a mettere mano al proprio portafoglio per estrarne somme di denaro ben più consistenti di quelle solitamente elargite per elemosina, saranno già pronti a precisare per l’ennesima volta che la proprietà privata non è condannata né dall’enciclica pontificia né dal Vangelo e che il diritto alla proprietà è legittimo anche sotto il profilo evangelico (M. Bontempi, La Chiesa, il Papa e la proprietà privata, in “Petrus”, 1 febbraio 2008): «il fatto che si praticasse fra i primi cristiani la messa in comune dei beni, non comporta affatto alcun vincolo per i fratelli religiosi, semmai una proposta di vita da accogliere liberamente; né, tantomeno, impone tale pratica ai laici, il cui ‘jus gentium’ stabilisce il diritto alla privata proprietà» (Ivi), dove, a parte l’evidente tentativo di depotenziare l’insegnamento evangelico, non si afferra il nocciolo della fede: che tutto quello che facciamo per il Signore e per il prossimo non possa essere mai frutto di costrizione o di imposizione esterna ma sempre e solo frutto di libera e amorevole adesione personale ai “comandi” del Signore, ivi compresa la disponibilità a vivere concretamente e senza ipocrisia un ideale comunitario basato sulla messa in comune, in ragione dei bisogni e delle possibilità di ciascuno, dei propri beni materiali e spirituali. Il che significa che nessuno pensa di imporre una qualche pratica collettivistica con la forza o con uno Stato totalitario, ma che anche in questo caso è per amore e solo per amore che si potrebbe e dovrebbe pensare, quanto meno nelle diverse comunità ecclesiali, a come rieducarsi e riorganizzarsi per alleviare sul serio il disagio e le sofferenze materiali e spirituali di tanti figli di Dio.  

D’altra parte, già san Pietro aveva ammonito: «verranno anche tra voi falsi maestri. Essi cercheranno di diffondere eresie disastrose e si metteranno perfino contro il Signore che li ha salvati…Molti li ascolteranno...Per colpa loro, la fede cristiana sarà disprezzata. Per il desiderio di ricchezza, vi imbroglieranno con ragionamenti sbagliati…» (Seconda lettera 2, 1-3).