La questione sociale tra Paolo VI e Giovanni Paolo II

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Ogni enciclica nasce in un determinato contesto storico e non può non risentire dei condizionamenti che sono propri di quel contesto. Questa avvertenza storicistico-relativistica però non comporta che ogni enciclica venga esprimendo istanze e verità sempre mutevoli e parziali. Quanto più un’enciclica è conforme allo spirito evangelico tanto più essa è portatrice di istanze e di verità non soggette all’usura del tempo e della storia benché esse siano pensate ed espresse sulla base di particolari o specifiche situazioni economiche, sociali e culturali. D’altra parte, non c’è scenario storico in cui non sia presente la questione sociale, i cui meccanismi di fondo tendono a rimanere sostanzialmente identici pur nel mutare dei soggetti sociali e delle forme dei rapporti sociali: i meccanismi del potere o del dominio, dell’egemonia e della subalternità, della competizione per il mantenimento di certe posizioni vantaggiose o di certi privilegi oppure per l’affrancamento da uno stato di bisogno e di inferiorità sociale.

Perciò, ogni enciclica possiede una sua forza spirituale ma non è detto che tutte le encicliche possiedano la stessa forza spirituale pur muovendosi nel solco di una stessa tradizione e di una medesima fede religiosa. In questi giorni ampi e concordi apprezzamenti vengono espressi sull’enciclica “Caritas in veritate” e non c’è dubbio che essa sia un’enciclica molto meditata e accurata anche se scritta con un linguaggio talvolta prolisso e ridondante. Volendone stabilire la reale capacità d’impatto sulla coscienza religiosa e laica contemporanea, può essere senz’altro utile riprendere in considerazione altre due encicliche sociali ugualmente importanti: la “Populorum Progressio” di Paolo VI del 26 marzo 1967 e la “Centesimus Annus” di Giovanni Paolo II dell’1 maggio 1991.

Una delle premesse della prima enciclica è ancora carica di attualità: «Essere affrancati dalla miseria, garantire in maniera più sicura la propria sussistenza, la salute, un'occupazione stabile; una partecipazione più piena alle responsabilità, al di fuori da ogni oppressione, al riparo da situazioni che offendono la loro dignità di uomini; godere di una maggiore istruzione; in una parola, fare conoscere e avere di più, per essere di più: ecco l'aspirazione degli uomini di oggi, mentre un gran numero d'essi è condannato a vivere in condizioni che rendono illusorio tale legittimo desiderio». Dove, se è legittimo «il desiderio del necessario,..il lavoro per arrivarci è un dovere», anche se poi l’acquisizione di un certo benessere può portare alla cupidigia e, i meno abbienti non meno dei più ricchi, ad uno sfrenato desiderio di ricchezza. Tuttavia, poiché l’uso della proprietà privata non può collidere con il perseguimento del bene comune e della «prosperità collettiva», talvolta anche “l’espropriazione” può risultare legittima e necessaria e altrettanto legittima occorre considerare ogni misura volta ad impedire le “speculazioni egoiste” e tutte quelle operazioni finanziarie arbitrarie che, sebbene possano godere di una copertura legale, recano grande danno “agli interessi del paese”.

Quando poi Paolo VI passa ad esaminare la situazione sociale ottocentesca determinatasi a seguito dell’industrializzazione, sembra che le sue parole possano riferirsi anche, per aspetti non inessenziali, alla situazione sociale odierna: «si è malauguratamente instaurato un sistema che considerava il profitto come motore essenziale del progresso economico, la concorrenza come legge suprema dell'economia, la proprietà privata dei mezzi di produzione come un diritto assoluto, senza limiti né obblighi sociali corrispondenti. Tale “liberalismo” senza freno conduceva alla dittatura, a buon diritto denunciata da Pio XI come generatrice dell'“imperialismo internazionale del denaro”. Non si condanneranno mai abbastanza simili abusi, ricordando ancora una volta solennemente che l'economia è al servizio dell'uomo». Pertanto, «la situazione presente dev'essere affrontata coraggiosamente e le ingiustizie, che essa comporta, combattute e vinte…Che la giustizia, almeno, regoli sempre le relazioni tra capi e subordinati. Che esse siano rette da contratti regolari con obblighi reciproci. Infine, che nessuno, qualunque sia la sua condizione, resti ingiustamente in balìa dell'arbitrio».

E, prima dell’ “Appello finale”, dopo aver osservato che più di «chiunque altro, colui che è animato da una vera carità è ingegnoso nello scoprire le cause della miseria, nel trovare i mezzi per combatterla, nel vincerla risolutamente», mettendosi beninteso ben al riparo da tentazioni insurrezionali o di violenza terroristica, cosí si esprime: «Combattere la miseria e lottare contro l'ingiustizia, è promuovere, insieme con il miglioramento delle condizioni di vita, il progresso umano e spirituale di tutti, e dunque il bene comune dell'umanità. La pace non si riduce a un'assenza di guerra, frutto dell'equilibrio sempre precario delle forze. Essa si costruisce giorno per giorno, nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini».

Quanto a Giovanni Paolo II, nella “Centesimus Annus” si dichiara subito «ben cosciente del fatto che la proprietà privata non è un valore assoluto» e che il capitalismo non è meno materialista del marxismo «mostrando come una società di libero mercato possa conseguire un soddisfacimento più pieno dei bisogni materiali umani di quello assicurato dal comunismo, ed escludendo egualmente i valori spirituali. In realtà, se da una parte è vero che questo modello sociale mostra il fallimento del marxismo di costruire una società nuova e migliore, dall'altra, negando autonoma esistenza e valore alla morale, al diritto, alla cultura e alla religione, converge con esso nel ridurre totalmente l'uomo alla sfera dell'economico e del soddisfacimento dei bisogni materiali». D’altra parte, anche se la Chiesa «riconosce la giusta funzione del profitto, come indicatore del buon andamento dell'azienda», essa non ritiene che il profitto sia «l'unico indice delle condizioni dell'azienda. È possibile che i conti economici siano in ordine ed insieme che gli uomini, che costituiscono il patrimonio più prezioso dell'azienda, siano umiliati e offesi nella loro dignità. Oltre ad essere moralmente inammissibile, ciò non puo’ non avere in prospettiva riflessi negativi anche per l'efficienza economica dell'azienda. Scopo dell'impresa, infatti, non è semplicemente la produzione del profitto, bensì l'esistenza stessa dell'impresa come comunità di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell'intera società. Il profitto è un regolatore della vita dell'azienda, ma non è l'unico; ad esso va aggiunta la considerazione di altri fattori umani e morali che, a lungo periodo, sono almeno egualmente essenziali per la vita dell'impresa».

Nel ribadire, con papa Leone XIII, che il diritto di proprietà privata, benché legittimo, non sia un diritto assolutamente intangibile e che esso rimane pur sempre subordinato «alla volontà di Gesù Cristo, manifestata nel Vangelo», non si trattiene dal fare proprio il monito del suo illustre predecessore: «I fortunati dunque sono ammoniti ...: i ricchi debbono tremare, pensando alle minacce di Gesù Cristo ...; dell'uso dei loro beni dovranno un giorno rendere rigorosissimo conto a Dio giudice». Parole, queste, di assoluta e indefettibile fedeltà al vangelo di nostro Signore e destinate a rimanere perennemente contemporanee nella lunga e travagliata storia della Chiesa e dell’umanità. Il diritto alla proprietà privata è giustamente a garanzia di un’autonomia personale e familiare, ma ugualmente importante e perciò giustamente sancita dalla legge e, anche a prescindere dalla legge, dalla volontà di Dio, è la funzione sociale della proprietà privata.

Ma, in sostanza, il capitalismo contemporaneo è o non è compatibile con l’etica evangelica? La risposta di Giovanni Paolo II è articolata ma chiara e precisa: «La risposta è ovviamente complessa. Se con “capitalismo” si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell'economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di “economia d'impresa”, o di “economia di mercato”, o semplicemente di “economia libera”. Ma se con “capitalismo” si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell'economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa». Opposizione più netta al diffondersi di «un’ideologia radicale di tipo capitalistico» e ad una cieca fede nel «libero sviluppo delle forze di mercato» non sarebbe stata possibile. Allora come oggi si poneva un problema: se l’ideologia capitalistica non sia costitutivamente “radicale” o portata inevitabilmente a radicalizzare il credo del profitto illimitato.