Chi sono i preti?

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Paolo VI, già nel 1968, aveva indicato i rischi cui sarebbero potuti andare incontro i preti nello svolgimento del loro ministero: un attivismo privo di interiorità, uno spirito missionario sempre più distaccato dalla pratica sacramentale e liturgica, un graduale e inesorabile assorbimento della loro vita dallo spirito secolare, per cui essi tendano a trasformarsi in uomini qualsiasi, «nell’abito, nella professione profana, nella frequenza agli spettacoli, nell’esperienza mondana, nell’impegno sociale e politico, nella formazione di una famiglia propria con l’abdicazione al sacro celibato» (Paolo VI - Parole ai sacerdoti, edito dalla Tipografia Vaticana, a cura di padre Leonardo Sapienza, 2009). In passato il rischio era stato spesso quello opposto: di sostanziale chiusura al mondo, di disinteresse per tutto ciò che esulasse dall’ambito dell’istituzione ecclesiastica e dal compimento dei propri doveri ministeriali in senso strettamente liturgico e sacramentale. Ma ora i preti si trovavano esposti al rischio di disattendere proprio l’essenziale delle parole di Cristo: quel non dover essere “del mondo” pur operando “nel mondo”, quel dover annunciare il regno di Dio senza compromettersi con altre preoccupazioni che non fossero esclusivamente quelle relative al seguire Cristo.

I preti dovevano operare nel mondo ma restando separati dal mondo, non per orgoglio o per ostentare una presunta superiorità spirituale, ma semplicemente per testimoniare la propria libertà spirituale da particolari interessi ed impegni anche affettivi e la propria disponibilità a servire in modo incondizionato i propri fratelli in Cristo. Ma Paolo VI esprimeva anche un’altra preoccupazione: che il clero potesse orientarsi a chiedere con sempre maggiore insistenza una trasformazione radicale delle strutture della Chiesa come se quelle strutture non fossero il portato di una storia carica di ricerca spirituale volta anche a preservare le originarie e sante verità della fede da ogni pericolo di deviazione e di errore.

Che quelle strutture, in senso lato, necessitassero di una riforma, di un adattamento, era possibile e non contrario allo spirito evangelico di riscoprire continuamente la novità della parola di Dio, ma ben altra cosa era la volontà tanto velleitaria quanto inconfessata di abbattere la Chiesa-istituzione con tutto il suo ordinamento giuridico e gerarchico: «come avrebbe potuto essere autentico un cristianesimo senza magistero, senza ministero, senza unità e potestà derivante da Cristo? Era questo il grido appassionato che Montini rivolgeva ai sacerdoti» (N. Gori, Preti per il nostro tempo secondo Papa Montini, in L’Osservatore Romano, 7 agosto 2009). Tuttavia, papa Montini non ignorava sacrifici e difficoltà dell’apostolato, né il peso dell’impegno che ogni sacerdote, in quanto uomo di Dio, era chiamato ad assolvere. Proprio per questo, però, egli avvertiva che ci fosse «bisogno di sacerdoti ben preparati, collaudati ed esperti della dimensione mistico-ascetica della loro persona:  un supplemento di coscienza e di consapevolezza - lo definiva - attraverso la preghiera, la meditazione che renda loro familiare la consacrazione all'unico amore e al totale servizio di Dio e del suo disegno di salvezza. Ed è fondamentale non solo l'esempio, ma proprio la certezza d'un unico ministero che si svolge secondo i gradi e i carismi, ma che sempre fa capo - per il Papa come per l'umile sacerdote - al supremo unico Maestro che sta alla radice di ogni figura sacerdotale e del suo compito ecclesiale» (Ivi).

Dieci anni prima, quando era ancora arcivescovo di Milano, Montini aveva lasciato un’altra preziosa e realistica indicazione circa quel che non dovrebbe mai accadere nella vita di un sacerdote e che invece è cosí frequente nella vita di non pochi sacerdoti: «La dignità stessa di Sacerdote che noi possediamo può…incantarci e, quando vogliamo mantenere questo concetto, ci mostriamo di fronte al nostro pubblico, alla nostra scena storica che ci circonda, pieni, gli altri lo dicono, di un'ambizione che nessuno aspetterebbe in noi e forse è nata anche da questa considerazione:  sono portato così in alto, sono superiore agli altri, non sono più come un laico, come una persona del popolo, mi distinguo dal popolo, bisogna che gli altri me la riconoscano questa. Ed ecco che compaginiamo tutta la nostra psicologia sacerdotale sopra un focolare operante di ambizione, di orgoglio.

 Se poi pensiamo che alla dignità si aggiungono dei poteri, delle potestà, vale a dire:  io sono arbitro di tante altre sorti, di tante altre anime, io ho le chiavi del regno dei cieli e cioè posseggo nelle mie mani un diritto, anche questo può darci un certo senso di ebbrezza e alterare la vera coscienza sacerdotale che noi abbiamo di noi, cioè ci possiamo porre davanti agli altri come diritto. Sono io, qui comando io; non c'è nessuno sopra di me. Bisogna che tutti mi obbediscano. È una concezione che si è radicata molto anche nel nostro clero, specialmente negli anni passati, nei secoli scorsi, quando accanto alla autorità spirituale si è aggiunta una autorità temporale, si sono fusi i due poteri:  la spada e il pastorale; è entrato in noi il concetto che per amministrare bene bisogna comandare molto. È nata una psicologia, starei per dire, feudale del Sacerdote. Il Sacerdote è distante, deve comandare a cenni, deve essere obbedito ancor prima di pronunciarsi; è il Sacerdote che si confina in un suo cerchio distante dal popolo e, il vero popolo, secondo questa concezione, dovrebbe essere davvero un gregge molto obbediente e che domanda poco, che non disturba orari e che lascia al Sacerdote questa maiestatica contemplazione di sé e questo quieto vivere che dev'essere il suo ministero; pericolo, ripeto, che anche lo sforzo di dare a se stessi una coscienza sacerdotale derivata dalla realtà di questo mistero operato in noi dal sacramento dell'Ordine, possa anche in noi alterare la vera coscienza sacerdotale» (Il curato d'Ars modello sacerdotale in un discorso dell'arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, 18 novembre 1959, in L’Osservatore Romano, 3-4 agosto 2009).

 E la conseguente esortazione era pressante e severa: «Noi se siamo Sacerdoti, cioè siamo i capi, le guide, gli esempi degli altri, dobbiamo ricevere sulle nostre spalle questo tremendo pondus della espiazione altrui. Vedrete in certe pagine e in certi momenti della vita del Curato d'Ars come questo pesa fino all'angoscia sopra questa umile coscienza, ma veggente coscienza di prete. "Oh! se avessi saputo - esclama una volta - che cosa significasse essere prete, forse avrei temuto di ricevere questa frazia del Signore”. Sente come pochi la responsabilità. Si sente lui incaricato di espiare i peccati degli altri. Fa penitenza in luogo dei suoi penitenti. Si sente schiacciato dai peccati del mondo che lo circonda e sente di dover diventare vittima di questa situazione. Il Sacerdote è al centro di questo urto fra il bene e il male, fra la grazia e il peccato, fra il demonio e Dio. E questo urto, lo sappiamo bene, è il sacrificio, è la croce» (Ivi). Questa era già allora, per Montini, la vera riforma di cui aveva bisogno la Chiesa. 

Il sacerdote dev’essere una figura credibile, una persona degna di fede non per il ruolo che svolge ma per l’integrità e la coerenza della sua condotta di vita. Può essere colto o ignorante, di origini umili o elevate, di modi gentili o ruvidi, di spirito polemico o dialogante: non è ancora su queste cose che si può e deve misurare la fedeltà del sacerdote a Cristo e agli uomini. Le domande da porsi sono altre: il prete è consapevole della propria ignoranza e del suo dovere intellettuale e morale di colmarla o fa finta di niente e agisce come se la cosa non lo riguardasse? Il prete effettivamente intelligente, colto e preparato, uscito da anni e anni di seminario e di studio, è capace di conservarsi semplice e modesto nelle relazioni con gli altri o ha già acquisito irreversibilmente la mentalità del saccente o del leader, di quello che, dopo aver detto una parola, pretende già, pur senza darlo molto a vedere, di essere capito e obbedito? Il prete è uno che si è fatto prete sinceramente, che si è fatto prete per pregare, per servire, per celebrare, oppure uno che, aggirando tutti i presunti controlli ecclesiastici, si è fatto prete per sua comodità personale, per un’esigenza di gratificazione sociale che sapeva bene di non poter minimamente soddisfare in nessun altro campo della vita e della società? Il prete è realmente un uomo umile o è solo un furbo e un povero disgraziato cui è stato permesso colpevolmente dagli ordini gerarchici della Chiesa di indossare la casacca dell’umiltà cristiana? E i vescovi sono giunti ad esser tali solo a colpi di genuflessione dinanzi ai  potenti della Chiesa e dello Stato o per indiscutibili meriti morali e spirituali? I vescovi sono capaci di parlare con tutti ma proprio con tutti e di tutto o preferiscono fare eccezione verso qualcuno e qualcosa? Si sentono liberi di esprimere giudizi solo per motivi di obiettività e di verità o i loro giudizi sono talvolta soggetti a motivi di pura convenienza?

Ai preti di oggi e di domani va rivolta la stessa paterna esortazione che il primo e più grande pontefice della Chiesa di Cristo rivolgeva ai preti della sua epoca: « Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri, secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge. E quando apparirà il pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce» ( 1 Pt 5, 1-4).

Questo è il vero terreno di confronto ed eventualmente anche di scontro dal punto di vista spirituale. Queste sono le indicazioni vincolanti da cui la Chiesa non deve prescindere per poter sperare che un giorno non ci si senta più costretti a chiedere provocatoriamente: chi sono i preti, qual è la loro vera identità di uomini preposti a servire Cristo e i fratelli? Qualche giorno fa, papa Benedetto, parlando di san Giovanni Eudes, ha detto che bisogna essere credenti di cuore e, soprattutto, sacerdoti di cuore: questo santo, ha dichiarato testualmente il pontefice, «voleva richiamare le persone, gli uomini e soprattutto i futuri sacerdoti al cuore, mostrando il cuore sacerdotale di Cristo e il cuore materno di Maria. Di questo amore del cuore di Cristo e di Maria ogni sacerdote deve essere testimone e apostolo» (Testimoni della misericordia di Dio, in L’Osservatore Romano, 20 agosto 2009). La Chiesa deve vigilare, ma vigilare potrà se sarà capace di sentire e capire i sorprendenti e insistenti soffi dello Spirito per rinnovare sapientemente ma coraggiosamente se stessa nella storia senza cessare di essere fedele a Cristo.