Il mio crocifisso

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Un viceparroco di Catania ha scritto: «La croce non si appende; i cristiani sanno che si carica sulle proprie spalle per incamminarsi con essa dietro Gesù Cristo. Il Vangelo è una cosa seria…Il crocifisso è il simbolo della Fede. Non è un simbolo culturale o un collante di identità etniche e nazionali: abbiamo aule scolastiche piene di crocifissi appesi e vuote di cristiani, veri» (in “La Repubblica” dell’8 novembre 2009). Parole giustissime, mi sembra, in quanto esprimono la consapevolezza di come il simbolo della nostra fede in Cristo non possa essere usato in modo puramente strumentale o polemico. Lo storico Emilio Gentile, lamentando che il crocifisso nel corso del novecento sia stato ben più esibito che capito e amato, non si discosta molto da quelle parole e ritiene che la sentenza di Strasburgo, indipendentemente dalle vere motivazioni che hanno indotto i giudici ad emetterla, forse sia “provvidenziale” in quanto destinata a richiamare l’attenzione di tutti sui molti usi impropri e sacrileghi che se ne fanno ormai sempre più disinvoltamente: infatti, egli scrive, «il crocifisso lo si vede dondolare dai lobi, dalle narici o dall’arco sopraccigliare di giovani uomini e donne; ondeggiare su prosperosi seni di attrici, cantanti e presentatrici; pencolare da bracciali, portachiavi, specchi retrovisori; e apparire stampigliato su indumenti e tatuato sulla pelle» (Il crocifisso addosso, in “Il Sole 24 Ore” dell’8 - 11- 2009).

Le “Comunità cristiane di base” hanno approvato la sentenza che vieta di esporre il crocifisso nelle scuole dello Stato, con uno slogan molto efficace: «“Meno croce e più Vangelo” valeva nella scuola di Barbiana, da dove don Milani aveva tolto il crocifisso» (comunicato del 4 novembre 2009). Anche gli esponenti di “Noi siamo Chiesa” hanno fatto le loro intelligenti considerazioni: «la fede la si vive nelle coscienze e la si pratica nelle opere. I simboli, come il crocefisso, servono agli atei devoti e ai fondamentalisti che hanno nostalgia della società cristiana, non ai credenti nell’Evangelo» (La fede la si vive nelle coscienze e la si pratica nelle opere, in loro sito, 4 novembre 2009). Essi deprecano il fatto che la Chiesa cattolica non si rassegni «al superamento di una cultura della cristianità» e resti pertanto attaccata al crocifisso più come simbolo di potere che come simbolo di conversione e di nuova e più rigorosa evangelizzazione.

Anche un prete come don Aldo Antonelli ha ritenuto di dover manifestare la sua fede appassionata con questa arringa: «non nelle aule del tribunale, là dove spesso vengono condannati gli innocenti ed assolti i delinquenti; né sulle vette dei monti e delle colline, deturpate dalla bulimia vorace di impresari senza scrupoli e amministratori conniventi; e nemmeno nelle aule scolastiche, là dove spesso si ricicla una cultura intrisa di violenza e di soprusi. No! L’unico luogo in cui degnamente può stare una croce è un non luogo: è la coscienza del credente, là dove nascono e maturano quei comportamenti che fanno del cristiano, questo sì, il vero segno della di Lui presenza. Lamentiamo e protestiamo contro quello che nei secoli è stato un vero e proprio trasloco abusivo da una testimonianza esistenziale interiore ad una invadenza superficiale esteriore. Una croce ridotta a simbolo culturale costituisce, per la sensibilità del credente, una profanazione di svuotamento; mentre per molti politici ed altrettanti ecclesiastici diventa moneta di scambio per il consolidamento del loro potere. Simbolo equivoco è diventata questa croce trasformata in spada, che invece di unire divide e che invece di proporsi si impone» (L’arma del crocifisso, in “Micromega” del 5 novembre 2009). Forse don Antonelli non si è ricordato del fatto che Gesù non è venuto a portare la pace ma la spada della verità nell’amore e dell’amore nella verità e che questa spada unisce in una vera pace spirituale solo dopo aver diviso o contestualmente alle divisioni che provoca (Mt 10,34-11,1) dopo aver generato un salutare e inevitabile conflitto nelle coscienze dei singoli e tra gli uomini, ma comunque quello che dice, a parte certe affermazioni un po’ generiche e imprecise, può essere considerato come una utile ed ulteriore sollecitazione spirituale.  

Ci sarà del vero anche in quel che dice lo scrittore Beppe Manni: «la difesa della croce, non è solo una difesa della fede cristiana, ma è sintomo di paura: si crede di vedere insidiata la propria identità culturale» (Crocefisso 2009, in sito “Il Dialogo”, 4 novembre 2009). Per cui sarebbe ora, egli scrive, di smettere di «piantare croci sui cucuzzoli, affondare cristi e madonne nei laghi e nel mare, mettere crocefissi in ogni luogo. Non è più il tempo di continuare ad inaugurare con la benedizione scuole, caserme o banche. Costruire cattedrali come nel medioevo e fare campanili o minareti. Il nostro tempo è ormai abitato da diverse religioni e da molti cittadini laici-non credenti. Queste diverse sensibilità sono obbligate ad accogliersi e a dialogare. Non è più il tempo dell’esibizione ma della proposta. Le nostre radici culturali e cristiane quando ci sono, sono ben visibili nelle chiese, nei monasteri, nelle opere d’arte, nella letteratura. Ma specialmente nelle numerose opere di bene che la storia occidentale racconta da Francesco a Giovanni Bosco, da don Milani alla modenese Luisa Guidotti. Non certamente nelle guerre di religione, nelle crociate, nelle persecuzioni degli “eretici” e degli ebrei, o nelle nuove simonie e nei baratti tra politici e vertici ecclesiastici: appoggi elettorali in cambio di privilegi. Il crocefisso usato e abusato è un simbolo fragile e purtroppo compromesso. Prova ne è l’uso strumentale che oggi se ne sta facendo in questa polemica. Chi urla più forte in difesa del crocefisso sembra essere chi ne ha meno diritto e meno lo testimonia nella vita» (Ivi). Come si può negare che anche qui, pur in mezzo a considerazioni un po’ scontate e unilaterali, ci sia da riflettere? Invece fa sorridere chi, come l’ateo dichiarato Dario Fo, nell’approvare compiaciuto la sentenza di Strasburgo, cerca il sostegno o la complicità dei cristiani, di quei cristiani «non apostolici romani» beninteso «che non fanno del predominio del simbolo della croce il loro valore essenziale» (Croce via, in “Il Manifesto” del 4 novembre 2009).

Alla fine ci si chiede cosa c’entrino tutte queste belle e giuste considerazioni, cosa c’entri il discorso sacrosanto sulla strumentalizzazione del crocifisso con la tanto invocata necessità “giuridica” e “politica”di nasconderlo e toglierlo dalla vista di uomini, donne e bambini. Mi pare che, senza giri di parole, il problema sia molto semplice da individuare, come lo è tutte le volte che si parla del crocefisso: quelli che vedono in Cristo un grave ostacolo alla libertà degli uomini e soprattutto alla propria libertà personale, lo vorrebbero togliere nuovamente dalla circolazione: non potendolo più uccidere fisicamente, vorrebbero ucciderlo storicamente e culturalmente scaraventandolo nel “privato”. Mi spiace, ma il nocciolo è tutto qui e non so, tra i cattolici, quanti siano stati in grado in tale frangente di rispondere con parole davvero sensate.

Mi pare che le osservazioni migliori siano venute da Marco Travaglio, il quale, sia pure con un linguaggio a tratti triviale che avrebbe potuto evitare, ha ricordato molto opportunamente che «a scatenare la guerra ai crocifissi…fu l’ideologia più pagana della storia, il nazismo» (Ma io difendo quella croce, in “Il fatto quotidiano” del 5 novembre 2009), per cui c’è sempre da sospettare, viene spontaneo aggiungere, che sia nell’animo di chi approva ed auspica apertamente la scomparsa dei crocifissi dalla società sia anche nell’animo di chi più velatamente giustifica la sentenza strasburghese pur criticando legittimamente usi impropri, ideologici e mistificanti del simbolo della croce, sia infine nell’animo stesso di chi semplicemente s’infuria e si scalda nel prendere le difese del crocifisso o meglio dell’esposizione in pubblico del crocifisso solo o prevalentemente nel nome della tradizione culturale o religiosa, si celi qualche meccanismo psichico difettoso (troppo alterato o troppo allentato) ed una spiritualità vivace ma anche scomposta e confusa oppure una spiritualità tendenzialmente passiva perché troppo interna agli usi e alle tradizioni storiche (ivi compresa la tradizione stessa della fede cattolica).  

Infatti, rileva Travaglio, è «significativo che oggi nessun politico né la Chiesa riescano a trovare le parole giuste per raccontare» che le origini dell’avversione al crocifisso nel mondo contemporaneo sono nel nazismo e che tutti coloro che oggi tornano per vie diverse o traverse a criticarlo, ebrei compresi, probabilmente non hanno ancora reciso del tutto il loro legame con quell’oscuro fondo di irrazionalità compulsiva e violenta che fu nel nazismo e che è potenzialmente in ogni essere umano che sia ancora soggetto alla tentazione di separarsi o di fuggire dal divino. Non riuscire a trovare le parole giuste per raccontare e spiegare ciò, può significare purtroppo che alla base della nostra professione di fede c’è più la storia, la tradizione, la cultura, il costume o la consuetudine che non un bisogno umano e spirituale di quella misericordia divina che può esserci donata solo da Cristo crocifisso.    

Le “parole giuste” seppe trovarle invece paradossalmente Natalia Ginzburg «ebrea e atea, che negli anni Ottanta scrisse: «Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente… Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli scolari ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato morto nel martirio come milioni di ebrei nei lager? Nessuno prima di lui aveva mai detto che gli uomini sono tutti uguali e fratelli. A me sembra un bene che i bambini, i ragazzi lo sappiano fin dai banchi di scuola». Ecco, scrive Travaglio, «basterebbe raccontarlo a tanti ignorantissimi genitori, insegnanti, ragazzi: e nessuno – ateo, cristiano, islamico, ebreo, buddista che sia – si sentirebbe minimamente offeso dal crocifisso. Ma», è la sua amara conclusione, «all’uscita della sentenza europea, nessun uomo di Chiesa è riuscito a farlo» (Ivi).

Sí, questo è il vero ed unico motivo per il quale la croce non andrebbe rimossa dai luoghi pubblici e andrebbe anzi messa, senza ipocrisia e senza alcuna baldanzosità ideologica, nei luoghi pubblici più significativi in cui ancora non sia stata esposta: per ricordare e onorare l’unico uomo della storia che accettò liberamente di essere crocifisso per solidarizzare con tutti i crocifissi della vita e della storia. Per il cristiano anche per liberarli dal dolore e dalla morte e per lasciare loro la concreta speranza di una vita eternamente felice. Qui bisogna fare appello non solo alla fede ma anche alla razionalità (come fece appunto la Ginzburg): quel crocifisso è un crocifisso per ognuno di noi, per la dignità e la libertà di ognuno di noi, è un crocifisso che ognuno di noi, credente o non credente, può e deve ben considerare come il suo crocifisso. Se ognuno di noi, per una questione di pura e semplice ragionevolezza, sentisse di dover dire a voce alta “è il mio crocifisso”, chi potrebbe mettere in discussione il diritto oggettivo di ciascuno ad averlo a portata di mano e di vista? Tuttavia, anche nel peggiore dei casi, il mio crocifisso lo si potrà strappare dalle pareti di casa mia o dalle mie mani, oltre che dai pubblici edifici e dalla stessa vita sociale; lo si potrà anche adoperare per fini illeciti o per motivi inconfessabili, lo si potrà persino trascurare o rinnegare con difese troppo deboli ed incerte, ma niente e nessuno lo potrà strappare ormai dal mio cuore definitivamente convertito a Cristo, perché, nonostante i miei errori e la mia indegnità, il mio Signore e il mio Dio, ascoltando la mia preghiera quotidiana di lode e riconoscenza, non lo consentirà.

Io so che quello che ha scritto monsignor Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, è totalmente vero: «il crocefisso rappresenta la verità dell’umano, indica a tutti, credenti e non credenti, i valori della vita e dell’amore. Una ragione politica indifferente alle religioni o che le riducesse a sentimento privato prima di tutto rinuncerebbe a se stessa, alla sua capacità, laica e razionale, di cogliere la verità delle religioni e nelle religioni. Una ragione politica così debole sarebbe però pericolosa. Priva di fede in se stessa, essa cederebbe su molti altri punti ove è in gioco la dignità umana» (Non laicità ma arroganza del potere politico, in “Zenit” del 6 novembre 2009).