Monsignor Crociata e la chiarezza evangelica

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Ha detto recentemente monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, che «è decisivo che l’omileta abbia coscienza di essere egli stesso un ascoltatore, anzi di essere il primo ascoltatore delle parole che pronuncia» (Intervento al Convegno liturgico per seminaristi, Roma, 29 dicembre 2009), in quanto ha la grave responsabilità di intendere correttamente, innanzitutto per se stesso, la Parola di Dio e poi di veicolarla fedelmente e significativamente ai fedeli attraverso le sue parole di commento. Egli cioè deve capire che la sua omelia non può essere frutto di impreparazione spirituale o di improvvisazione, né deve costituire un’occasione di esibizionismo teologico o peggio di sfogo psicologico personale, ma deve essere il risultato di un pensiero onestamente e obiettivamente volto a cogliere il vero e più profondo significato della Parola di Dio, e ancor più il prodotto di un atteggiamento spirituale pregno della stessa spiritualità amorevole ma inequivoca di Cristo. Beninteso, egli non può sapere esattamente quale relazione, «attraverso la sua parola» che è o dovrebbe essere parola umana al servizio della parola divina, il Signore stabilisca con ognuno di coloro che ascoltano, ma sa perfettamente che di quello che fa e che dice dovrà rispondere al Pastore supremo. Quindi, nessun «discepolo di Gesù, e ancor più nessuno dei suoi ministri, dovrebbe mettersi nella situazione di vedere riferito a sé quanto ancora scrive san Giovanni: “Chi dice: ‘Lo conosco’, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità”. La mancata coerenza pratica – si intende quella sistematica e in qualche modo legittimata o, peggio, teorizzata – è una falsificazione della verità della Parola di Dio» (Ivi). 

Mons. Crociata riconosce apertamente che dal pulpito o dall’ambone che dir si voglia non bisogna fare né prediche meramente e ipocritamente moralistiche, né prediche semplicemente tranquillizzanti o comunque prive della forza spirituale necessaria a scuotere le coscienze mai abbastanza limpide e vigili di chi le ascolta. La Parola di Dio non sopporta né forme di pubblica ed esasperata indignazione soprattutto ove siano separate dal concreto e coerente impegno spirituale e pratico di tutti coloro che se ne fanno artefici (moralismo), né forme di “perdonismo” indiscriminato per cui ci si possa sentire agevolmente e quasi aprioristicamente perdonati da Dio anche in presenza di peccati gravi resistenti e persistenti e di una condotta spirituale per cosí dire “sportiva”. Infatti, «Gesù viene per salvare, non per condannare. Ma la salvezza che porta con la sua presenza personale esige una decisione, una presa di posizione. Anche qui vale l’anti-gnosticismo strutturale della fede cristiana: non ci si può limitare a prendere atto della presenza di Gesù, a conoscere anche molto su di lui; è necessario prendere una posizione di fronte a lui, decidersi per lui o contro di lui; non si può rimanere  in un nebbioso atteggiamento di approvazione e di vago apprezzamento, bisogna piuttosto dare un orientamento di adesione incondizionata e concreta a Gesù nella propria persona e nella propria vita di fronte agli altri» (Ivi).

Ma se succede che i sacerdoti non abbiano né ben assimilato ed interiorizzato la Parola né siano stati o siano capaci di metterla in pratica integralmente e senza riserve, ecco che inevitabilmente «le nostre parole e la nostra pastorale tutta risultano una poltiglia melensa e insignificante, come una pietanza immangiabile o, comunque, ben poco nutriente. È questione di atteggiamento e di vita, non solo di parole, anche se pure le nostre parole e le nostre stesse omelie dovrebbero prendere a modello questa sorta di criterio regolativo che ci viene dalle parole del vecchio Simeone: nello stesso tempo annunciare la salvezza e mettere di fronte alla decisione. In questo senso sarebbe oltremodo deplorevole far diventare le omelie occasioni per scagliare accuse e contumelie, rimproveri e giudizi di condanna; ma anche il contrario risulta insulso, quando le nostre parole si riducono a poveri raccatti di generiche esortazioni al buonismo universale. Bisogna riuscire a tenere insieme, sia nella vita spirituale che nell’azione pastorale, consolazione e monito, speranza e serietà di impegno, fiducia gioiosa e necessaria severità, annuncio della salvezza e invito, direi sfida, alla decisione. Ma, ancora una volta, potrà proporre agli altri una simile tensione polare solo chi ha imparato a reggerla, solo chi si è deciso per Cristo sperimentandone allo stesso tempo la dolcezza e la consolazione» (Ivi).

E’ sperabile che queste parole, chiare e coraggiose, e cosí diverse da quelle generalmente pronunciate da tanti vescovi italiani la cui parola appare spesso statica e pesante tanto quanto il loro portamento fisico e gestuale, inducano i principali responsabili della nostra Chiesa ad una severa e proficua riflessione che potrebbe essere suscettibile di sviluppi non solo interessanti e salutari ma anche sorprendenti. Un noto vaticanista come Giancarlo Zizola condivide sostanzialmente la lucida, onesta ed evangelica presa di posizione di monsignor Crociata, anche se propende a ritenere che la ragione principale dello spaesamento spirituale di molti sacerdoti cattolici sarebbe oggi connessa alla loro incapacità di rendersi conto che il mondo in cui devono predicare la parola di Cristo è ormai «un mondo non cristiano» (G. Zizola, Se il prete non sa più parlare dal pulpito, in “La Repubblica” del 6 gennaio 2010), per cui il loro linguaggio sarebbe ormai anacronistico e inadeguato proprio in quanto funzionale ad un mondo ancora cristiano, laddove sarebbe necessario ripristinare il linguaggio e la predicazione della Chiesa delle origini attraverso cui bisognerebbe cercare di «rendere ragione della fede dei cristiani ad un mondo non cristiano» (Ivi).

Di un “mondo non cristiano” e di una “fine della cristianità” aveva parlato già Emmanuel Mounier negli anni ’30 e il grande pensatore cattolico francese pensava che la fede in Cristo implicasse ormai un confronto serrato con le correnti culturali più avanzate di quel momento storico (come il marxismo, per esempio) e con le realtà emergenti della sua epoca come l’apparente crisi strutturale del capitalismo occidentale e l’acuta contrapposizione tra capitale e lavoro, proprio al fine di ricreare coraggiosamente, per mezzo di un intelligente lavoro critico e di un caritatevole farsi carico dall’interno di tutte le asperità e le contraddizioni e le stesse falsità di quel “mondo”, le condizioni di una rifioritura della speranza cristiana in una vita individuale e collettiva suscettibile di progressivo miglioramento e destinata alla fine ad essere infinitamente migliore di quella imposta da una società fondamentalmente egoistica e fondata sul culto idolatrico del possesso e del potere. Da allora è passato molto tempo ma forse nella sostanza le cose non sono molto cambiate; anzi, per certi aspetti, sembrano peggiorate, giacché contraddizioni e forme materiali e spirituali di povertà ve ne sono oggi in quantità ancora maggiore e in un contesto storico-esistenziale sempre più drammatico. 

Quanto alla Chiesa cattolica, è difficile fare qui un confronto tra i sacerdoti di allora e quelli di oggi, ma, per quelli di oggi, almeno in generale si può dire che essi, anche quando parlano di croce di sacrificio e di carità, non sembrano del tutto convinti di poter far realmente breccia nella coscienza di parrocchiani e credenti in genere, ammesso che ne abbiano le potenziali capacità. Non sembrano del tutto convinti non tanto per come parlano ma per come vivono rivelandosi spesso anch’essi soggetti, come i più, ai condizionamenti del mondo piuttosto che a quelli della fede.

E’ allora ragionevole pensare che questi nostri fratelli sacerdoti possano trasformare talmente se stessi da rendere finalmente ragione, come vuole Zizola, «della fede dei cristiani ad un mondo non cristiano» cui essi per primi non sono forse completamente estranei? Speriamo di sí, anzi preghiamo con tutte le nostre forze perché ciò accada e perché il predicatore contemporaneo sia felicemente «condannato a entrare con la Parola nella carne e nel sangue della storia» (Ivi), ma nel frattempo, se per il momento la predica continua ad essere «molto danneggiata dall’incapacità di molti pastori di scendere dalla loro astrattezza e genericità» (Ivi), e «di formare convinzioni e coscienze» più che di  «organizzare manifestazioni» (Ivi) e parate liturgiche prive di sostanza umana e spirituale, non si potrà non riprendere in considerazione la possibilità di adottare rimedi che il Concilio Vaticano II aveva già intravisto e che poi sarebbero state accuratamente riposti nel dimenticatoio delle cose inutili o “pericolose”.

In primis, osserva Zizola, «il Concilio aveva raccomandato di affidare il ministero della Parola anche ai laici, ma di fatto esso è rimasto riservato al clero…La proposta di formare gruppi che condividano con i ministri ordinati il peso dell’omelia nella propria comunità, con apporti veramente laicali, è rimasta largamente inevasa» (Ivi). Ma poi, egli aggiunge, c’è da dire che gli stessi «standard gerarchici per la selezione del clero», che non possono non riflettersi sulle modalità tipologiche dell’attività omiletica, lasciano alquanto a desiderare: «netta la preferenza delle curie per i curricula esenti da stili profetici o da creatività apostoliche. Proprio quando, paradossalmente, le teorie manageriali d’impresa puntano sulle leadership creative, abili a inventare nuovi modi di considerare la realtà, di mobilitare energie e immettere nuova linfa nelle strutture organizzative, il linguaggio del clero ripiega invece su moduli conformisti, destorificati, a-critici, attenti a non disturbare il senso comune, piuttosto ad accodarsi ad esso» (Ivi). 

 In questo modo come sarà possibile annunciare, come nei primi secoli di cristianesimo, una fede non rinunciataria ma intrepidamente sostenuta dall’attesa del Cristo Salvatore e Giudice? Come sarà possibile che la gente ogni giorno pronunci col cuore la parola marànathà, l’espressione “vieni Signore Gesù”, con relativa motivazione: “perché io ho bisogno di te, ho bisogno solo di vivere con te e per te per l’eternità”? A proposito di Cristo giudice, meglio non parlarne o parlarne il meno possibile, per non far preoccupare troppo la gente: questo sembrano pensare generalmente i predicatori di oggi che evitano quasi sempre di soffermarsi sulla figura di Dio come Giudice e che insistono invece moltissimo (quasi si trattasse di somministrare un calmante a chi ascolta e forse innanzitutto a se stessi) su quella di Dio come padre buono e misericordioso. Ma la Resurrezione, anch’essa abbastanza latitante dalle omelie dei tempi nostri, non dovrebbe consentirci di risorgere anche da una mentalità umana troppo puerile e contorta?

Oggi, anche in materia di fede, si possono sapere molte più cose di un tempo: il sacerdote non è più l’unica fonte di informazione e di formazione cristiane. Oggi si può apprendere più da un computer che in chiesa. Se non è veramente preparato teologicamente ma soprattutto spiritualmente, se non sperimenta il Cristo non solo nei suoi pensieri ma nella sua carne, se non sa amare rimproverando a ragion veduta né sa rimproverare continuando ad amare, se è più bravo a giudicare secondo uno spirito di opportunità o convenienza che non secondo uno spirito di verità, il sacerdote (da intendere sia come prete sia come vescovo) non è ancora un uomo di Dio e le sue omelie come la sua vita sono destinate a scivolare inutilmente come acqua sulla coscienza e sull’esistenza di credenti e non credenti.

Fortunatamente, però, ci sono ancora sacerdoti e vescovi come monsignor Crociata che dimostrano di possedere già requisiti importanti per essere considerati quali degni discepoli e apostoli di nostro Signore Gesù Cristo e che ci aiutano a sperare in un prossimo e profondo rinnovamento spirituale della Chiesa cattolica. Che Dio li illumini sempre e li benedica!