Che cos'è la fede

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Non solo al di fuori ma anche all’interno dell’ambito cattolico esistono diversi modi di percepire nostro Signore Gesù Cristo, alcuni dei quali oggettivamente erronei (quali sono quelli che confliggono con l’accettazione dei dogmi e dei principali insegnamenti della Chiesa), altri discutibili per via di un’esegesi talvolta tendenziosa e unilaterale, altri infine decisamente corretti e significativi anche quando si rapportino criticamente a nodi ancora irrisolti o non completamente chiariti della stessa teologia cattolica “ufficiale”. La fede in Cristo, inoltre, può derivare da fonti diverse e manifestarsi in forme contrapposte: in forma infantile o consapevole, in forma istintiva e immediata oppure mediata da lunga e complessa riflessione, in forma oggettivistica e quindi fondata sul presupposto che la fede sia oggettivamente dimostrabile o in forma soggettivistica e quindi fondata sul presupposto che la fede sia solo soggettivamente sentita e moralmente percepita nella sua universalità, in forma infine popolare o colta. E’ quanto viene contemplato, per usare una parola difficile ma tecnicamente precisa, nel quadro di una fenomenologia della vita e della fede religiose (su cui si possono vedere gli ancora validi volumetti AA.VV., Crisi e fede, Bari, Laterza, 1989, e C. Ruini, Le ragioni della fede, Cinisello Balsamo, Edizioni Paoline, 1993).

Ora, a scanso di equivoci, è opportuno dire subito che, nel piano salvifico ed escatologico previsto dai vangeli, ciascuna di queste espressioni di fede, se non si chiude in se stessa e resta aperta all’ascolto e all’apprendimento di ogni genere di genuino apporto evangelico, può avere una funzione e risultare almeno relativamente legittima. Tuttavia, alla luce di una valutazione sufficientemente “critica” dei numerosi episodi evangelici, sembrerebbe esatto ritenere che la fede cristiana nella salvezza eterna promessa da Cristo richiede non già la riduzione del complesso e drammatico vivere a tranquillizzanti e statici o definitivi codici di comportamento ma una continua trasformazione qualitativa dei nostri giudizi e delle nostre pratiche esistenziali. In questo senso, il semplice credere nell’esistenza di Dio o nella divinità del Cristo può anche non essere sufficiente ad acquisire una vera fede in Cristo. Si può non credere anche affermando e non è detto che chi afferma la sua fede abbia necessariamente una fede superiore a quella possibile di chi preferisce tacere.

La fede esige un’accettazione non farisaica della vita e una tensione spirituale che abbia la sua permanente ragion d’essere in una concreta volontà oblativa e il suo possibile culmine persino in un estremo sacrificio di sé. La fede, al contrario di quanto talvolta si viene sostenendo, si trova là dove sia vissuta come esaltazione temperata e non come sprezzante mortificazione dell’intelligenza e della sensibilità; si trova, proprio per questo, là dove essa, se necessario, sia anche oltre ogni forma di legalismo o dottrinarismo religioso che rischi di offuscare inavvertitamente il senso originario della parola di Cristo. Oltre, non necessariamente contro. Qualche volta anche contro, giacché, contro certe definizioni dottrinarie tassative o schematiche, la fede cristiana lascia in realtà che il dubbio assolva non già una funzione corrosiva ma una funzione salutare: “perché, Padre, sta succedendo questo?”, “cosa mi stai chiedendo in questo momento, cosa posso fare, cosa devo fare, aiutami a capire, aiutami a volere”. Forse è vero che Giobbe non ha sempre diritto di lamentarsi nella vita come nella storia, ma è del tutto comprensibile che il perdurare della tragedia nel vissuto degli uomini e in particolare di uomini interamente dediti alla causa religiosa della verità e della giustizia, possa indurre Giobbe a ribellarsi legittimamente e a contestare per amore e non per odio un Dio che sembrerebbe volergli affidare incautamente un compito di testimonianza tanto misterioso quanto gravoso e intollerabile. D’altra parte, non è proprio questa “passione” di Giobbe che prelude alla sua “resurrezione”?

La fede come contestazione di Dio può sembrare qualcosa di eccessivo, ma non lo è sicuramente se è una contestazione affettuosa ed amorevole di Dio stesso. Però questa stessa fede contestativa è anche la disperata capacità di ascoltare il silenzio di Dio e di carpirne almeno una parte di senso, non prima di averne constatato la totale mancanza di senso. Il credente può non sapere perché Dio tace in certe situazioni particolarmente drammatiche ma sa anche che forse, proprio tacendo, sta cercando di dare risposta all’angosciata domanda dell’uomo. Questo credente che dubita o contesta non è un credente scettico, ma è un credente che interroga, che chiede, che prega, che reclama pur sempre e anzi con forza inusuale l’amore di Dio, perché si sente troppo solo e debole rispetto a vicende cui non era preparato e che lo scuotono violentemente.

E lo specifico della sua fede è che egli, nonostante ogni contrarietà esistenziale, non esita a credere ardentemente nella resurrezione. Qui la sua fede continua ad essere sorretta ed alimentata da potenti argomentazioni razionali: se si ritiene che Dio non ci sia, e bisogna vedere tuttavia in che modo si sia giunti a ritenerlo, allora non c’è niente e non c’è resurrezione, ma, se si crede nel Dio di Gesù Cristo, perché questo Dio non dovrebbe consentirci di risorgere in una vita completamente e realisticamente trasfigurata, in una vita eternamente felice?  

Qui la fede cristiana raggiunge la sua massima radicalità: la vita, come il mondo di cui parla la scienza, non è finita; la vita, e non solo il mondo, non è finita. Oltre la morte, limite apparente della vita e legge apparentemente definitiva della natura umana, c’è altra vita, c’è ancora la vita, c’è miglior vita. Ma anche chi non riesca eventualmente a credere senza vedere, non è per forza contro la fede, ma sta forse freneticamente attendendo la sua piena maturazione. Cristo sa essere infatti più indulgente e misericordioso di Paolo di Tarso quando ad un suo discepolo, piuttosto scettico circa la resurrezione del Maestro, rivolge l’invito a mettere le mani sul suo costato con la relativa esortazione: “non essere incredulo ma credente!”. Per quante vie si può conquistare onestamente la fede in Cristo! Anche in questo caso il detto “le vie del Signore sono infinite” sembra avere una validità che trascende i limiti di un semplice luogo comune.

Però dev’essere chiaro un punto: se la parola di Cristo è l’indiscusso principio della fede, tale principio deve venire esplicandosi a partire dai fatti e non dalle formule dottrinali pur necessarie della Chiesa, dalle concrete e problematiche chiamate della vita e non da misteriose e impersonali chiamate di un nume puramente teologico. Se poi è vero che il cristianesimo è essenzialmente un messianismo, esso non può accettare o conservare l’uomo e il mondo cosí come sono, ma deve tendere «a modificare la condizione umana sulla terra» (G. Baget Bozzo, Cattolici e democristiani, Milano, Rizzoli, 1994, p. 15), già sulla terra, portando in sé «una dimensione di presenza storica alternativa al potere politico» (Ivi), e al potere politico che spesso sancisce il primato del potere economico, e infine alla prevaricazione non solo dell’uomo sull’uomo ma del male sul bene nell’uomo stesso.