Continenza più che celibato

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

E’ completamente da sottoscrivere la dichiarazione di mons. Angelo Amato: «Oggi ''la castita' sembra una lingua incomprensibile ai piu' e anche ai cristiani'', tuttavia il celibato dei sacerdoti cattolici resta indiscutibile, perche' ''a ragione si puo' parlare di celibato di Gesù''» (in “Petrus” del 5 marzo 2010). Con queste parole si è inteso ribadire il profondo valore che la Chiesa attribuisce alla rinuncia dei sacerdoti al matrimonio, “un valore ‘teologico’ che rimanda all’imitazione di Cristo” (Ivi). Senonché, come mons. Amato e tutto il sacro collegio cardinalizio cattolico sanno bene, Gesù avrebbe affidato la sua Chiesa a Pietro, il primo degli apostoli, che era un uomo sposato e che, se si vuol prestare fede a quanto riferito da san Paolo, nel seguire Gesù si portava dietro anche la moglie. Sia chiaro: niente da dire sul fatto che, come osserva Amato, «fin dall’inizio la verginità di Cristo è stata la fonte del carisma del celibato per il regno, vissuto in modo ammirevole da monaci, consacrati, sacerdoti, laici di ogni lingua e nazione, che hanno fatto di questo aspetto dell’imitazione di Cristo lo strumento più efficace della propria santificazione e della propria missione» (Ivi). Gesù è stato totalmente casto perché il suo amore doveva essere totale e non parziale: aggiungerei totale dall’inizio alla fine della sua esperienza terrena. Per cui i sacerdoti che, pur consci della propria effettiva virilità e delle loro effettive possibilità di instaurare sereni e normali rapporti umani con il mondo femminile, rinunciano alla vita sessuale e al matrimonio, sul modello di Gesù (anche se, a parte Dio, solo la loro coscienza e i loro confessori sapranno se e fino a che punto saranno capaci poi di tener limpidamente fede ad un impegno cosí grave), in linea di principio intendono dedicarsi totalmente «alla causa di Dio e alla causa dell'uomo» (Ivi).

Tuttavia, se Gesù ha chiamato al suo seguito anche uomini sposati, vuol dire che egli non ha inteso escludere dal sacerdozio ministeriale gli uomini sposati, ritenendo anche questi ultimi idonei all’esercizio del mandato sacerdotale a condizione che essi come gli altri, non sposati, fossero capaci, dal momento della “chiamata” in avanti, di assoluta continenza sessuale. Colui che si fa eunuco per il regno dei cieli è infatti non solo il celibe ma anche l’uomo sposato che, nel mettersi alla sequela di Cristo, è pronto a non fare più uso della sua sessualità e ad astenersi da qualsiasi rapporto sessuale nel quadro della rinuncia più generale a tutti quei fattori affettivi e personali di cui si nutre normalmente la propria egoità. Il vero problema, dunque, per Gesù non era il celibato ma appunto la castità, la purezza spirituale in senso lato, ivi compresa quella sessuale. Cosí come avrebbero ben compreso molti di quegli uomini di fede e di Chiesa che per oltre tre secoli (sino al IV secolo) avrebbero esercitato il loro ministero anche se sposati con prole.

Perché oggi ci si ostina a non capire cose cosí semplici e cosí chiare? Si continua a fare del celibato un feticcio o una specie di puntiglio psicologico a sfondo religioso: l’importante per la Chiesa sembra essere talvolta non tanto il fatto che il celibe aspirante sacerdote sia un uomo realmente puro di cuore e dotato di veri sentimenti oblativi ed altruistici, profondamente consapevole del gesto che sta per compiere e delle sue implicazioni, quanto il fatto che egli sia celibe ovvero non sposato, anche se fino al momento della “sacra ordinazione” egli abbia avuto relazioni sentimentali e sessuali, oltre che naturalmente almeno in apparenza motivato nel chiedere di intraprendere la vita sacerdotale. Mentre l’uomo sposato, che magari sia stato fedele per tutta la vita alla propria moglie, o che in virtù del perdono e della grazia di Dio sia giunto veramente a capire cosa significhi essere puro di cuore e la sofferenza che occorre essere disposti a patire per esserlo ogni giorno per tutti i giorni della propria vita terrena, non può accedere, secondo la vigente logica ecclesiastica, al presbiterato semplicemente perché sposato o perché padre di famiglia. Ma non si dovrebbe essere lieti che un padre di famiglia, in tarda età, chieda generosamente di poter servire il Signore che gli si è manifestato con infinita misericordia? Quali potrebbero essere, a ben riflettere, gli elementi ambigui della sua scelta?

La Chiesa a volte si lamenta che i giovani siano molto riluttanti a intraprendere la vita sacerdotale: ma non è pensabile che se si consentisse a degli anziani ricchi di vita vissuta e di esperienza morale e spirituale oltre che di una fede sincera e operosa, di accedere al sacerdozio, molti giovani potrebbero sentirsi motivati e sollecitati a guardare meglio nella propria coscienza e ad orientare più generosamente la propria volontà? Se nelle singole famiglie naturali i padri devono educare e allevare i figli principalmente con l’esempio della loro vita, questo in un certo senso non potrebbe valere anche nella grande famiglia di Dio?

Non è affatto “innaturale” che tanti uomini non si sposino: ha perfettamente ragione chi lo ha sostenuto anche recentemente (M. Lütz, Valori e motivazioni del celibato ecclesiastico. Innaturale è solo il vuoto spirituale, in “L’Osservatore Romano” del 13 marzo 2010). Nessuno pensa di voler celebrare «con esultanza…il culto pagano del corpo» (Ivi), nessuno pensa di negare che «una forma di vita come quella del celibato» possa controbattere effettivamente «gli assurdi dogmi dell’universale idolatria del corpo» e possa essere pertanto percepita da molti, anche in ambito cristiano, come «una particolare provocazione» (Ivi). Il punto non è questo e sarebbe opportuno che chi tiene veramente a cuore le sorti della Chiesa non cercasse di creare falsi bersagli con ragionamenti apparentemente rigorosi ma sostanzialmente elusivi e generici. Il celibato è un valore, se si vuole un “valore sacro” come si è espresso recentemente il papa (Il celibato sacerdotale, “autentica profezia del Regno”, in “Zenit” del 13 marzo 2010), solo se espressione di continenza, di astinenza totale dalla sessualità che pure pulsa nel sangue di ogni essere umano e dello stesso prete, di astensione da rapporti sessuali di qualsiasi genere. E’ chiaro?

Vogliamo evitare di continuare a fare confusione? Gesù non ha mai parlato tassativamente di celibato ma di purezza spirituale, di capacità spirituale personale di mettere da parte i propri pur legittimi interessi affettivi per essere più vicini al Signore e per essere fratelli e padri di una famiglia umana più grande e universale di quella naturale. Gesù non ha mai proibito a un uomo sposato di seguirlo in senso apostolico solo perché sposato, perché sapeva che un uomo sposato può essere di fatto anche se non di principio un presbitero anche migliore e anche più santo di un uomo semplicemente celibe. Si vuole qualche volta tentare di rispondere perché la Chiesa nasce storicamente sulle spalle, sul cuore, sul carattere, sull’esperienza umana e sentimentale di un uomo sposato con prole come Simon Pietro? Vogliamo far contare, anche in questo caso, il primo millennio di storia della Chiesa o vogliamo sostenere che quella che conta è solo la storia del secondo millennio?

Da una parte, papa Benedetto dice che lo sforzo della Chiesa è oggi quello di riavvicinarsi allo spirito ecclesiale della Chiesa delle origini, ma dall’altra perché egli non riesce mai a dar conto in modo preciso e convincente della sua intransigente opposizione alla modifica della legge canonica sul celibato stesso proprio alla luce  dello spirito e della prassi delle origini? Non è una recriminazione: glielo chiedo da figlio a padre. Gregorio VII quando pretese nel 1074 che i preti fossero celibi aveva buoni motivi per adottare una misura del genere, senza peraltro pretendere che la sua decisione fosse convertita in dogma. Ma oggi quali sarebbero i buoni motivi per cui Benedetto XVI pensa di non dover cambiare a sua volta quella disposizione pontificia non dogmatica e di non poter ripristinare quindi la più antica e tradizionale forma di vita religiosa e sacerdotale?

Certo, se la Chiesa cambia le cose su questo delicatissimo punto, c’è il rischio che poi si pretendano altre innovazioni ancora più radicali: che i preti possano sposarsi, che si possa pensare di servire il Signore continuando ad esercitare normalmente la propria sessualità, che anche le donne possano essere ordinate sacerdoti o sacerdotesse. C’è questo rischio ma è un rischio che può essere neutralizzato energicamente con il coraggio e la fermezza della fede in Cristo Signore, nella chiarezza dei suoi insegnamenti e delle sue sante indicazioni, anche se gli uni e le altre sono sempre suscettibili di approfondimento nel quadro di una ricerca spirituale onesta, pulita, lucida e irriducibilmente funzionale ad una lotta consapevole e responsabile contro imbrogli e lestofanti di qualsivoglia natura. Un rischio ben peggiore la Chiesa lo correrebbe invece se si attardasse troppo a non voler riconoscere con la dovuta umiltà che la volontà di Dio è più importante delle norme ecclesiastiche, specialmente se non definitive e dogmatiche, e che bisogna dunque darsi da fare con sollecitudine affinché la Chiesa possa avvalersi, anche nell’esercizio delle sue attività ministeriali fondamentali, di tutte le risorse umane, spirituali e sacerdotali contemplate e legittimate inequivocabilmente dalla lettera e dallo spirito evangelici.

Il sacerdozio è certo un dono, non un diritto, ha affermato giustamente mons. Piacenza (in “Zenit” del 4 marzo 2010), ma il problema è che la Chiesa non può correre il rischio di elargire nel nome di Cristo quel “dono” in modo arbitrario o comunque non conforme alla più antica tradizione evangelica ed ecclesiale della sua storia bimillenaria. Avvertenza che, beninteso, varrebbe anche se la Chiesa non fosse mai stata e non fosse flagellata da scandali sessuali e non solo sessuali di inaudita gravità.