Sarò con voi sino alla fine del mondo

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

C’è chi non perde occasione per criticarla e screditarla e c’è chi vuole ad ogni costo assolverla e lasciarla in piedi cosí com’é. La Chiesa, oggi, è oggetto di questo ambivalente modo di sentire, che spesso nasce e si manifesta sulla base non già di giudizi ben ponderati e correttamente formulati ma di veri e propri pregiudizi probabilmente riconducibili ad inconfessati motivi psicologici ed esistenziali. A prescindere da forze o correnti più o meno apertamente anticlericali, anche uomini di chiesa, intellettuali, ambienti culturali e siti cattolici, vengono proponendosi da “sinistra” o da “destra” come i veri paladini della Chiesa di Gesù con prese di posizione talvolta giuste ma molto più spesso arbitrarie o gravemente unilaterali e frettolose (concilio sí e concilio no, decentramento e centralismo, dialogo sí e dialogo no con le altre confessioni religiose, apertura o chiusura al mondo moderno, conservazione o riforma della gerarchia ecclesiastica, solo per esemplificare in termini generali), mentre più esiguo appare il gruppo di coloro che si sforzano di esprimere volta per volta la propria posizione in uno spirito di verità non propagandisticamente dichiarato ma concretamente esercitato attraverso un uso e un rispetto integrali e rigorosi delle fonti biblico-evangeliche e attraverso un non meno necessario spirito di servizio nella carità.     

Molti però, senza dirlo apertamente, si crogiolano nel putridume che deriva dallo scoperchiamento quotidiano dei vasi peccaminosi e pervertitori in cui la Chiesa aveva tenute nascoste per moltissimo tempo le sue umane nefandezze e, dietro falsi ed ipocriti proclami di purezza evangelica, ne approfittano per infierire su un corpo ecclesiastico ed ecclesiale oltremodo provato che fatica a reagire con la dovuta lucidità. E, pur dicendosi naturalmente sostenitori di un profondo rinnovamento spirituale della Chiesa, lavorano piuttosto alla sua distruzione, portando avanti presunte battaglie evangeliche le cui vere intenzioni restano in vero molto dubbie. Si pensi ai fiumi di parole polemiche e persino ingiuriose che vengono pronunciate quotidianamente da fronti contrapposti su celibato e maschilismo, su pedofilia e omosessualità, su sessismo antiomosessuale e disprezzo verso le donne, su autoritarismo gerarchico e adulterazione dei testi fondativi, su spirito antiebraico e manipolazione della vera figura di Gesù, e poi ancora sulle persistenti simpatie fasciste dei vertici ecclesiastici, sull’uso dei preservativi e sulle speculazioni finanziarie, oltre che sulla diffidenza verso la scienza e sull’intolleranza verso ogni forma di pensiero “critico” (E. Galli della Loggia, Atteggiamenti cristiani. Quando l’illuminismo diventa chiacchiera da bar, in “Corriere della Sera” del 21 marzo 2010), oppure sul rispetto assoluto o relativo della “tradizione” ivi comprese forme liturgiche molto antiche elaborate nel corso dei secoli anche se non le più antiche che verosimilmente dovevano essere molto più semplici e partecipate di quelle successive che oggi per l’appunto si vorrebbero ripristinare in toto.

Il professor della Loggia, prendendo unilateralmente le difese della Chiesa istituzionale, osserva: «la lista dei capi d’accusa è pressoché infinita…e se ne assommano di vecchi, di nuovi e di nuovissimi» (Ivi), e aggiunge che, a suo giudizio, dietro l’attacco che la Chiesa deve subire su tutti questi temi c’è oggi in realtà l’intenzione di perseguire un unico e grande obiettivo: quello di colpire «l'idea cristiana nel suo complesso» e in particolare «il cattolicesimo e la sua Chiesa» (Ivi). Il che probabilmente è vero anche alla luce di una ulteriore considerazione: l’elemento inedito di questa aggressione polemica «è un radicalismo enfatico nutrito d’acrimonia; è, insieme, una contestazione sul terreno dei principi, un chiedere conto dal tono oltraggiato e perentorio che dà tutta l’idea di voler preludere a una storica resa dei conti. Ciò che più colpisce, infatti, della situazione odierna - e non solo immagino chi è credente ma pure, e forse più, chi come il sottoscritto non lo è - è soprattutto l'ovvietà ideologico-culturale della posizione anticristiana, la sua facile diffusione, oramai, anche in ambienti e strati sociali non particolarmente colti ma "medi", anche "popolari". Ai preti, alla Chiesa, alla vicenda cristiana non viene più perdonato da nessuno più nulla. Si direbbe - esagero certo, ma appena un poco - che ormai nelle nostre società, a cominciare dall'Italia, lo stesso senso comune della maggioranza stia diventando di fatto anticristiano» (Ivi).

L’errore qui è di non capire che il chiedere alla Chiesa di rendere conto del proprio operato e dei propri errori non è di per sé una manifestazione di spirito anticristiano, perché anzi un siffatto atteggiamento, se non accompagnato da “acrimonia” o addirittura da “odio”, potrebbe ben esprimere quella parresia, quello spirito di franchezza e di correzione fraterna, che era uno dei tratti più importanti delle prime comunità cristiane. L’errore è anche nel non vedere che il clero cattolico, forse non particolarmente brillante in generale né dal punto di vista culturale-teologico né dal punto di vista spirituale e pastorale, non sempre si mostra capace, come dovrebbe essere, di ascoltare e di comprendere le istanze evangeliche radicali, di cui, non sempre a torto, si fanno portatori i semplici fedeli, anch’essi parte essenziale ed integrante di quella che della Loggia chiama Chiesa pensando però solo o prevalentemente a “preti” e a “cardinali”. Per cui, diversamente dal ragionamento svolto da della Loggia, la Chiesa istituzionale, che pure ha il compito di preservare la dottrina di Cristo da deviazioni e indebite contaminazioni, si rende in questo senso corresponsabile di un deterioramento ecclesiale che con un diverso atteggiamento potrebbe essere meno invasivo e corrosivo.  

Purtroppo, della Loggia commette questo duplice errore probabilmente perché egli, che per suo stesso dire non è “credente”, non può immaginare quanto e quale dolore possa accumularsi nell’animo di un cristiano e di un cattolico che abbiano modo di constatare come tardino a venire quei processi di rigenerazione spirituale di cui la loro Chiesa necessita urgentemente. Per cui, fermo restando che non solo il mondo profano ma la stessa comunità dei fedeli ha le sue colpe e le sue gravi responsabilità omissive di natura individuale e collettiva, egli finisce per banalizzare un po’ la questione quando sostiene che ormai un po’ tutti, ivi compresi i cristiani di nome, saremmo affetti da una “ingenuità modernista”, da un “illuminismo divenuto chiacchiera da bar”: «Ci piace pensarci compiutamente moderni», egli scrive, «e modernità sembra voler dire che gli unici limiti legittimi siano quelli che ci poniamo noi stessi. Le vecchie autorità sono tutte morte e al loro posto ha diritto di sedere solo la Scienza. Siamo capaci di amministrarci finalmente da soli, non c'è bisogno d'alcuna trascendenza che c'insegni dov'è il bene e dov'è il male. Che cosa c'entrano dunque la religione con i suoi comandamenti, i preti con i loro divieti? Accade così che ogni cosa che getta ombra sull'una o sugli altri ci appaia allora come la rassicurante conferma della nostra superiorità:  alla fin fine siamo migliori di chi pure vorrebbe farci continuamente la lezione. E poi - ecco un secondo motivo - la Chiesa e tutto ciò che la riguarda (religione inclusa) ricadono nella condanna liquidatoria del passato, di qualsiasi passato, che in Italia si manifesta con un'ampiezza che non ha eguali. Il che significa non solo che tutto ciò che è antico, che sta in una tradizione, è perciò stesso sempre più sentito come lontano ed estraneo…ma significa anche, questa messa in mora del passato, che il pensare in termini storici sta ormai diventando una rarità. Sempre più diffusi, invece, l'ignoranza della storia, dei contenuti reali delle questioni, e l'antistoricismo, l'applicazione dei criteri di oggi ai fatti di ieri:  da cui la ridicola condanna di tutte le malefatte, le uccisioni e le incomprensioni addebitabili al Cristianesimo, a maggior gloria di un eticismo presuntuoso che pensa di avere l'ultima parola su tutto» (Ivi). Non è che non ci sia del vero, ma questa rappresentazione, peraltro ipocrita visto l’agnosticismo del suo autore, è troppo semplice, troppo riduttiva, troppo unilaterale, proprio come semplici, riduttive, unilaterali sono quelle presuntuose rappresentazioni “antistoricistiche”, “eticistiche” e alla fine anche “ciniche” giustamente criticate da della Loggia. 

Il problema è che si può e si deve criticare senza diffamare e, al tempo stesso, occorre rimanere vicini alla propria Chiesa, alla Chiesa di Gesù, pur senza avallare l’idea che essa non necessiti di alcun cambiamento. Certo, sino a quando si ha a che fare con obiezioni miserevoli che, espresse nel nome del vangelo, riguardano “il problema della esclusione delle donne dal sacerdozio”, oppure della cancellazione di quegli articoli del Catechismo cattolico che si riferiscono alla “sessualità, come quello sulla masturbazione, quelli sull’omosessualità, sui rapporti al di fuori del matrimonio, sui contraccettivi, e via di seguito”, i veri cattolici possono tirare dritti per la loro strada senza preoccuparsi di dover replicare a siffatte disoneste e confuse provocazioni. Ma il livello delle contestazioni non è sempre cosí basso e volgare. Quando per esempio si parla di celibato o di autoritarismo gerarchico, di primato della parola di Cristo e di ecumenismo, di ruolo delle donne nella Chiesa o di rapporto con la cultura contemporanea, il discorso non è per forza irriverente ma diventa serio e necessario dal momento che le avances che vengono dall’esterno soprattutto ma anche dall’interno della Chiesa istituzionale non sono sempre più illegittime o ingiustificate delle “resistenze” opposte dal grosso del personale ecclesiastico e in parte ecclesiale. E non ci si deve né scandalizzare né troppo preoccupare del fatto che il dibattito, se condotto in termini di rigore critico e di lealtà fraterna da parte di coloro che vi partecipano a vario titolo, risulti talvolta teso e appassionato. E, inoltre, che il dibattito sia non più solo élitario o accademico, ma anche “popolare” e socialmente più partecipato, potrebbe essere, checché ne pensi della Loggia, fattore o possibilità di progresso spirituale e non necessariamente di decadimento religioso, specialmente se, in quest’epoca di informazione multimediale e di massa, i pastori si pongano in più paziente ed attento ascolto del loro gregge.

D’altra parte, però, non si può negare che a tutt’oggi il cosiddetto popolo di Dio, che è beninteso a sua volta un popolo non di rado licenzioso e superficiale, abbia a che fare con una forma mentis clericale in larga misura difettosa e inadeguata: o perché troppo permissiva o perché troppo repressiva, o perché carente sotto il profilo “critico” o perché carente sotto il profilo etico-dogmatico, o perché troppo frequentemente imbevuta di interessi soggettivi e personali in apparenza legittimi oltre che psicologicamente gratificanti (di natura filantropica, sociale, culturale) che vengono assumendo una centralità forse inopportuna per la vita sacerdotale. Il sincero e onesto cattolico dovrà sempre obbedire alla Chiesa, possibilmente nel senso etimologico di ob-audire, di ascoltare avendo di fronte qualcuno che ti ascolta e non ti volta le spalle anche solo per spiegarti perché stai sbagliando. Egli dovrà obbedire in questo senso, che è il più prossimo al senso evangelico dell’obbedienza, continuando a confidare nella parola e nell’aiuto di Dio, di colui cioè che ci promise che non avrebbe mai abbandonato né la sua Chiesa né le creature in essa raccolte e che sarebbe rimasto con esse sino alla fine del mondo.