La Chiesa sofferente di Cristo

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

In tutta coscienza sarebbe difficile sottoscrivere la serie di accuse mosse dal teologo Hans Küng al pontificato di Benedetto XVI, secondo le quali esso non avrebbe saputo riavvicinare la Chiesa cattolica alle chiese evangeliche, non avrebbe saputo coltivare adeguatamente né il dialogo con gli ebrei contribuendo anzi a renderlo talvolta particolarmente aspro né quello con i musulmani dando dell’islam “un’immagine caricaturale”, non avrebbe riconosciuto le vessazioni e i soprusi cui furono sottoposti nel nome del vangelo le popolazioni latino-americane all’indomani della scoperta del “nuovo mondo” disconoscendo completamente le gravi responsabilità dei “religiosissimi” conquistatori europei, non sarebbe stato capace di aiutare concretamente le popolazioni africane nella lotta contro la sovrappopolazione e l’AIDS opponendosi ancora una volta alla contraccezione e all’uso dei profilattici, non sarebbe stato in grado di riconoscere la vera funzione e la vera portata emancipative della scienza moderna, avrebbe mancato infine di adottare nello stesso Vaticano lo spirito del Concilio Vaticano II e di portarne avanti quelle riforme che in esso erano preannunciate.

Per tutto questo, afferma Küng, il papa attuale «sembra allontanarsi sempre più dalla grande maggioranza del popolo della Chiesa, il quale peraltro è già di per sé portato a disinteressarsi di quanto avviene a Roma, e nel migliore dei casi si identifica con la propria parrocchia o con il vescovo locale» (H. Küng, Benedetto XVI ha fallito - i cattolici perdono la fiducia. Lettera aperta ai cattolici, in “La Repubblica” del 15 aprile 2010). Lasciando stare la “grande maggioranza del popolo della Chiesa” che, nonostante quel che spesso si pensa e si dice, non è sempre o necessariamente più ispirato e santo delle sue “guide” o dei suoi “capi”, è realmente difficile giudicare attendibili queste accuse e soprattutto ritenere che, alla luce di esse, il pontificato attuale sarebbe fallimentare. Queste accuse che, tranne forse in parte per il riferimento al Concilio Vaticano II, non investono direttamente o frontalmente questioni di fede ma questioni pur importanti sotto il profilo storico-teologico ed etico-sociale o culturale che tuttavia, sebbene connesse alla fede, non ne costituiscono il centro o il fulcro più vitale e che proprio per questo restano questioni aperte o discutibili, per loro natura non possono dimostrare il fallimento di un pontificato cattolico il cui principale obiettivo è pur sempre quello di annunciare il Vangelo e le sue eterne verità e di testimoniare la fede della Chiesa in Cristo.

Non si può fare confusione: se un papa mette in ombra alcuni aspetti centrali del Vangelo, come per esempio la divinità di Cristo o la santissima Trinità, la resurrezione dei morti e la vita eterna, la giustizia e la misericordia di Dio, la verginità di Maria santissima e la comunione dei santi, il suo pontificato sarà senz’altro fallimentare perché responsabile di depotenziare punti assolutamentre centrali e qualificanti della Parola di Dio; anche se un papa usa Cristo per giustificare crimini e menzogne di determinati gruppi di potere, si può dire che il suo pontificato sia fallimentare. Ma, in questo caso, i rapporti tra Chiesa ed evangelici, tra Chiesa ed ebrei o musulmani, per quanto complessi e difficili, non sembrano proprio essere stati concepiti in spregio della fede in Cristo: quel che Küng e altri con lui non vogliono capire è che il pontefice della Chiesa cattolica non può riconoscere ad altre confessioni religiose, interne o esterne alla confessione cattolica, quella “parità” di dignità teologica e spirituale cui esse aspirano solo perché egli rappresenta una Chiesa che per fede sa bene essere non solo “superiore” a tutte le altre ma anche l’unica in cui si possa trovare salvezza. Chi, scientemente e ostinatamente, si oppone a Cristo Salvatore e Giudice, non può trovare salvezza; chi, pur disponendo di ogni conoscenza e di ogni opportunità pratico-esistenziale per credere in Cristo e nella sua Chiesa, si rifiuta di convertirsi e di far parte della grande assemblea di Cristo-Dio, dovrà essere amato forse più di altri ma non per questo gli si potranno o dovranno riconoscere titoli spirituali o funzioni teologiche che secondo la fede cristiana e cattolica non gli competono.

Quello che Küng, forse semplicemente per un vezzo pseudoecumenico, si rifiuta di ammettere al pari di tanti altri critici della Chiesa, è che i non cattolici sono pur sempre degli eretici e degli scismatici: qualche volta lo sono perfino i cattolici con certe loro sconsiderate e gratuite “aperture” o “chiusure”, figuriamoci i non cattolici, che tuttavia potrebbero essere dotati di un’integrità morale superiore a quella di tanti cattolici!   

Quanto ad altre questioni, come il giudizio sulla genesi e sulla struttura della fede delle popolazioni latino-americane, sull’uso dei contraccettivi, sui grandi problemi della nascita e della morte, sulla scienza e sul rapporto tra fede e politica, o sul vero significato del Concilio Vaticano II, il discorso resta naturalmente molto delicato ma, in quanto non incentrato direttamente sui contenuti più originari e dogmatici della fede, risulta più aperto ed articolato, per cui un pontefice può esprimere nel nome di Cristo e del Vangelo determinate posizioni senza che in nessun caso, a meno di tesi manifestamente infondate ed arbitrarie proprio sotto il profilo delle verità di fede, esse possano concorrere a renderne fallimentare l’opera.               

E anche quando si prende di mira la presunta “politica anticonciliare del papa” che, sostenuta incondizionatamente dalla Curia romana, cercherebbe «di soffocare le critiche nell’episcopato e in seno alla Chiesa, e di screditare i dissenzienti con ogni mezzo», oppure la cosiddetta «politica di restaurazione di Benedetto XVI» consistente nella tendenza della Chiesa romana ad «accreditare, con rinnovate esibizioni di sfarzo barocco e manifestazioni di grande impatto mediatico, l’immagine di una Chiesa forte, con un “vicario di Cristo” assolutista, che riunisce nelle proprie mani i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario», sembra che si venga esprimendo un giudizio forse in parte fondato ma troppo carico di un astioso e presuntuoso processo alle intenzioni del pontefice e dei suoi più diretti collaboratori i quali peraltro sanno bene di dover rendere conto a Dio del loro operato. E cosí anche le recriminazioni relative alle responsabilità delle gerarchie ecclesiastiche sugli abusi sessuali del clero, o alla loro chiusura sull’idea di riforma del celibato ecclesiastico o su altre idee di riforma ecclesiastica ed ecclesiale, nei termini in cui esse sono formulate, appaiono francamente troppo deboli e comunque insufficienti a dimostrare il fallimento del pontificato di Benedetto XVI, il quale ha in realtà il gravissimo compito storico di evitare che nella Chiesa errori possano aggiungersi ad errori e che, principalmente per questo motivo, appare giustamente preoccupato di recuperare un po’ delle cose antiche (si pensi, ad esempio, alla liturgia ma anche ad una maggiore presenza del prete nel confessionale) per arginare un flusso troppo impetuoso e caotico, e a tratti anche potenzialmente anarchico e distruttivo, di possibili o presunte cose nuove.   

Naturalmente anche per i papi vale quel che vale per tutti gli altri uomini: che ognuno di loro, pur sostenuto dallo Spirito Santo, fa quel che è capace di fare, per cui è possibile che lo stesso papa Benedetto, pur agendo al meglio delle sue capacità e in rapporto ad oggettive priorità ecclesiali, qua e là possa commettere qualche errore o trascurare parzialmente qualche aspetto del suo complesso e faticoso impegno magisteriale e pastorale. Ma questo non implica che il suo pontificato non sia comunque un pontificato attento ed ispirato. 

Certo, c’è anche chi a difesa del pontificato di papa Benedetto adduce argomentazioni un po’ deboli, come quella per cui esso non piacerebbe a certa diffusa mentalità laicista e anticlericale perché portato a sottolineare insistentemente che l’uomo contemporaneo non può vivere senza una presenza forte di Dio nella sua vita e nella sua storia. E’ un’argomentazione strana, perché non c’è papa, almeno tra quelli del ‘900, che non abbia fatto altrettanto, ma, a ben ricordare, non pare si sia mai parlato con tanta insistenza o acrimonia di fallimento come per il pontificato attuale. E’ giusto affermare che «l’idea che le soluzioni ai problemi di questo mondo si trovino nel Vangelo e non nel secolarismo è un tema che questo Papa propone da lungo tempo. Egli sottolinea costantemente che la Chiesa si differenzia dalla società secolare in quanto non cerca un messia politico, ma chiama incessantemente le persone alla conversione» (C. Anderson, Un fallimento, il pontificato di Benedetto XVI?, in “Zenit” del 21 aprile 2010). Ma c’è forse stato un papa, da Benedetto XV a Giovanni Paolo II, che sia mai venuto meno al dovere di ricordare con lo stesso zelo religioso che senza Dio e senza una perenne conversione a Dio la nostra vita è assolutamente vuota e fallimentare? 

Dunque, occorre guardarsi da certe “difese” poco avvedute e generiche o, peggio, puramente propagandistiche e preconcette, che rischiano di danneggiare ulteriormente il pontificato che si vorrebbe difendere. E’ sufficiente che un cattolico si sforzi di analizzare con fraterno spirito di obiettività e di carità le cose della propria comunità per essere certi del fatto che persino le critiche più severe verso essa e verso il suo capo spirituale siano eventualmente non solo compatibili con una logica cristiana dell’amore ma persino doverose se richieste da una stringente ed oggettiva necessità di cooperare al chiarimento e alla risoluzione di determinati punti problematici del comune cammino ecclesiale.

Potrebbe cosí accadere che da una parte, sempre in relazione alla questione degli abusi sessuali, sia giusto riconoscere che «il cattivo   esempio di alcuni – i loro abusi e le loro manipolazioni – è stato ulteriormente strumentalizzato da parte di altri, nel tentativo di screditare l’autentico messaggio cristiano. È per questo che gli scandali sono cosí dannosi, ma è anche per questo che la nostra testimonianza è cosí importante» (Ivi), e che dall’altra però debba prendersi doverosamente atto che forse, cosí come esiste un velenoso anticlericalismo che sfrutta ogni occasione per scagliarsi contro la Chiesa, esiste anche, molto al di là o al di qua di ipotetiche responsabilità pontificie pur sempre da dimostrare in modo non approssimativo o superficiale, «un velenoso clericalismo che sta diventando un cancro nel corpo di Cristo», per cui non è cattolicamente inconcepibile che «nuove strutture siano necessarie affinché la lobby clericalista, che a lungo ha favorito l’insabbiamento ed ha incoraggiato l’ossessiva segretezza all’interno di questa piccola casta, debba essere radicalmente riformata e sostituita da una vera “communio” ecclesiale che faccia spazio ai non-ordinati nella dirigenza della chiesa» (R. Mickens, Ma nel mondo questo papa sta perdendo la voce morale, in “Liberazione” del 16 aprile 2010).

In questo senso sembrerebbe ragionevole invocare una maggiore responsabilità collettiva, una maggiore collegialità nell’amministrazione di tutte le cose della Chiesa, e invitare tutti i cattolici, come fa Küng, «dal vescovo al prete o al laico» ad «impegnarsi per il rinnovamento della Chiesa nel proprio ambiente di vita, piccolo o grande che sia», perché non c’è dubbio che «molte cose straordinarie, nelle comunità e più in generale in seno alla Chiesa, sono nate dall’iniziativa di singole persone o di piccoli gruppi», per cui non sarebbe affatto disdicevole che i vescovi promuovessero e sostenessero iniziative di questo genere anche al fine di rispondere con atti concreti alle periodiche e più o meno giustificate «lagnanze dei fedeli» (Küng, Benedetto XVI ha fallito - i cattolici perdono la fiducia. Lettera aperta ai cattolici, cit.). Il che tuttavia, contrariamente a quanto auspicato dal teologo tedesco, non verrebbe implicando necessariamente la supremazia di una volontà “conciliare”, che presenta anch’esso i suoi rischi e le sue ambiguità, sull’autorità e sull’insindacabilità del conclusivo giudizio pontificio. 

Pensare, come fa Küng, di convocare «un concilio ogni cinque anni» (Ivi), non sembra né molto saggio né molto produttivo sotto l’aspetto ecclesiale, non solo perché è inverosimile che la Chiesa necessiti di cambiamenti e verifiche a largo raggio ogni cinque anni ma anche perché non è affatto detto come sopra accennato che le decisioni conciliari siano sempre e comunque preferibili o più conformi al vangelo di quelle che dall’alto della sua responsabilità può assumere un pontefice dopo aver ovviamente e attentamente riflettuto sulle voci e sulle proposte che si siano venute levando dall’assemblea dei vescovi e degli uomini di Chiesa di tutto il mondo. Quando Küng esprime la sua sfiducia quasi aprioristica nei confronti dei vertici ecclesiastici, forse non si accorge di mettersi sullo stesso piano di certi orribili personaggi mediatici che, nel nome di Gesù e con la complicità di taluni ex preti che sbraitano istericamente contro la Chiesa da mattina a sera, portano sistematicamente e indiscriminatamente avanti una feroce campagna di odio verso quel clero cattolico ormai a loro giudizio irreversibilmente «malato di potere» (Ivi).

E perciò fa bene qualcuno a rimproverarlo di non essere abbastanza caritatevole: caro Hans «perché, proprio in nome della complessità, non rendere omaggio a Chi porta avanti il rinnovamento evangelico dei cuori prima e a preferenza di quello delle strutture? C'è inoltre una questione di stile, che tradisce la sostanza, cioè il misconoscimento del primato della carità, o della carità nella veracità… Forse se la tua lettera avesse respirato un poco di più l'inno alla carità, sarebbe risultata un augurio più elegantemente evangelico all'antico Collega, in occasione dei suoi anniversari, e un contributo più fruttuoso per la Chiesa che sta soffrendo per le debolezze dei suoi figli» (Pier Giordano Cabra, Lettera al teologo Küng, in “L’Osservatore Romano” del 23 aprile 2010).

Certo, oggi la Chiesa ha i suoi limiti e limiti che almeno in parte essa può e deve superare, oggi la Chiesa ha ancora diverse priorità cui è tenuta a dare risposte adeguate e coraggiose e risposte che saprà dare soprattutto se si avvarrà dell’apporto di tutti, e in particolare di tutti i suoi membri più consapevoli e responsabili, anche per uscire dalle sue ricorrenti crisi e riaffermare o ripristinare con la forza dei fatti più che delle parole l’autorevolezza morale e spirituale del suo magistero e della sua presenza nel mondo. I nemici non le mancheranno mai, ma, se saprà riorganizzare le proprie strutture ecclesiali e soprattutto le proprie energie intellettuali e spirituali, sarà capace di difendersi molto meglio dagli attacchi interni ed esterni.

Forse è vero che oggi «la Chiesa fa fatica a situarsi nel mondo tumultuoso nel quale si trova oggi» e che proprio questo sia «il cuore del problema» (Intervista a mons. Albert Rouet in “Le Monde” del 4 aprile 2010). E’ probabile che la Chiesa non abbia ancora piena coscienza di come sia imponente l’opera di svecchiamento spirituale e strutturale che pure è chiamata a promuovere, a svolgere e ad attuare in un mondo sempre più complesso ed articolato, in un mondo che per usare l’espressione gramsciana continua ad essere «terribile e complicato». Essa sembra ancora non comprendere con sufficiente lucidità che il suo compito non è solo quello, pure fondamentale e oltremodo impegnativo, di trasmettere la dottrina di Cristo preservandola da adulterazioni di ogni genere e da erronee interpretazioni, ma anche quello di fare in modo, con comportamenti e provvedimenti innovativi adeguati, che tale dottrina venga percepita come credibile ed esistenzialmente vitale da parte dei fedeli e da parte di gente che generalmente, per la vita frenetica e stressante che suo malgrado conduce, non ha la possibilità di apprezzare molto certi solenni ma generici e retorici inviti vescovili a cambiar vita e certe disquisizioni teologiche che talvolta infastidiscono persino eminenti ed umili personalità della cultura cattolica.

Perciò, occorre cambiare linguaggio, occorre capire realmente la cultura laica e non confessionale prima di giudicarla o condannarla, occorre assimilare bene metodi e criteri euristici ed ermeneutici che sono nati non all’interno di chiusi seminari cattolici ma all’interno di quegli aperti e laici laboratori di ricerca e di elaborazione critica che proprio per meglio servire la fede e i fedeli andrebbero certo diligentemente vagliati ma non aprioristicamente demonizzati e colpevolmente disconosciuti. Occorre dunque mutare anche alcuni princípi e alcune modalità della complessiva formazione del clero cattolico la quale, per quanto necessariamente rigida e intransigente sui temi centrali ed essenziali della fede o sulle sue dogmatiche strutture portanti, dovrebbe risultare tuttavia più libera, più articolata, più duttile ed efficace di quella generalmente consentita dalle gerarchie ecclesiastiche soprattutto ai più giovani seminaristi. Ma soprattutto occorrerebbe che la predicazione e la testimonianza cattoliche muovessero non più o non tanto dall’ambone delle chiese quanto dai concreti luoghi del lavoro e della sofferenza, della povertà e del disagio, della malattia e della disperazione. Bisognerebbe predicare e testimoniare in chiesa in stretto rapporto a quanto giornalmente si vive, si patisce, si offre e si spera, e non sostanzialmente a prescindere dal “vissuto” reale dei singoli. Bisognerebbe quindi passare da «un cristianesimo d’abitudine ad un cristianesimo di convinzione» (Ivi), facendo sentire sensibilmente la propria presenza di prete ovvero di testimone privilegiato di Cristo in un mondo di bisogni specifici e laceranti e non limitandosi a manifestare una disponibilità che venga poi traducendosi nel semplice disbrigo di compiti tutto sommato gratificanti.

Monsignor Rouet ha detto bene:  « È spesso il nostro modo di parlare che non funziona. Bisogna scendere dalla montagna, scendere in pianura, umilmente. Per far questo occorre un enorme lavoro di formazione» (Ivi). Peraltro, « la minaccia per la Chiesa è di diventare una sottocultura. La mia generazione teneva particolarmente all'inculturazione, all'immersione nella società. Oggi, il rischio è che i cristiani si rinchiudano tra di loro, semplicemente perché hanno l'impressione di essere di fronte a un mondo di incomprensione. Ma non è accusando la società di tutti i mali che si diventa luce per l'umanità. Al contrario, occorre un'immensa misericordia per questo mondo in cui milioni di persone muoiono di fame. Tocca a noi aprirci al mondo e tocca a noi renderci amabili» (Ivi). In questo senso un utile contributo potrebbe venire anche da un cambiamento del modo di esercitare il ministero sacerdotale modificandone la posizione nella comunità, un’eventualità alla cui luce si potrebbe realisticamente immaginare «l’ordinazione di uomini sposati», nel senso che il prete non sarebbe più semplicemente «il capo della sua parrocchia» ma avrebbe il precipuo compito di «sostenere i battezzati perché diventino degli adulti nella fede, formarli, impedire loro di ripiegarsi su se stessi» (Ivi). Al prete, secondo questa ipotesi, toccherà «ricordare che si è cristiani per gli altri, non per sé; allora presiederà l’Eucaristia come un gesto di fraternità. Se i laici resteranno dei minorenni, la Chiesa non sarà credibile» (Ivi).

Ma, al di là della possibilità che dei laici vengano investiti di funzioni sacerdotali, è tutto il mondo laico che deve essere mobilitato in nuove forme e chiamato a svolgere, in nome e per conto della Chiesa, ma anche in autonomia e in conformità alle capacità di ciascuno, nuovi compiti di apostolato cattolico sui diversi piani del vivere civile. In particolare, per quanto riguarda l’apostolato mediatico, come ha opportunamente rilevato monsignor Crociata, «“in una pastorale concepita come azione a tutto campo, e non solo tra le mura ecclesiastiche” vanno intercettate quelle persone che “per impegni professionali o altri motivi non possono operare in parrocchia, ma volentieri darebbero il loro contributo se l’impegno fosse maggiormente collegato alle proprie competenze e gestibile con elasticità”. Occorre scongiurare il rischio che “doni e carismi restino inutilizzati per la scarsa attenzione prestata ai settori della cultura e della comunicazione”» (Mons. Crociata: “più che le nuove tecnologie, ci sta a cuore l’uomo”, in “Zenit” del 22 aprile 2010).

Sembra facile, ma è terribilmente difficile perché anche i sacerdoti, come tanti altri esseri umani, sono generalmente molto gelosi dei propri ruoli e delle proprie prerogative tradizionali anche ove risulti che questi ruoli e queste prerogative non siano completamente conformi alla più antica tradizione evangelica o appaia chiaro che altri sarebbero più capaci di loro di esercitarli. Il Signore, però, apparentemente cosí estraneo ai duri travagli storici della sua Chiesa, ancora una volta, domando le forze irrazionali e malefiche che la circondano e la inondano, non permetterà che essa sia travolta ma ne trasformerà di nuovo la sofferenza in rinnovata speranza d’amore e di intramontabile felicità.