Schönborn: una pietra che fa male ai cristiani

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Per dire la verità, il cardinale Sodano, a Pasqua, definendo “chiacchiericcio” non tanto le aspettative di verità e di giustizia espresse dalle tante vittime degli abusi sessuali esercitati contro di loro da uomini di Chiesa quanto «il ruolo dei media mondiali nelle indagini sullo scandalo» (G. Zizola, La rottura nella Chiesa, in “La Repubblica” del 9 maggio 2010), intendeva manifestare pubblicamente la sua vicinanza spirituale e la solidarietà di tutta la Chiesa a Benedetto XVI accusato da più parti di essere stato in passato corresponsabile di quegli abusi. Adesso invece il cardinale austriaco Christoph Schönborn, appartenente ad una famiglia dell’alta nobiltà tedesca, accusa violentemente Sodano proprio del fatto che, con quella parola (“chiacchiericcio”), egli avrebbe recato grave offesa alle vittime degli abusi, di quegli abusi su cui lo stesso ex segretario di stato vaticano non volle mai indagare in passato mostrandosi sempre propenso ad occultare gli scandali ed impedendo persino al cardinale Ratzinger di procedere ad una serie di accertamenti e di possibili epurazioni che avrebbero solo potuto giovare alla Chiesa. A modo suo, Schönborn sostiene l’attuale linea pontificia di “tolleranza zero” verso gli abusi commessi da ecclesiastici e cerca di evidenziare in modo clamoroso o plateale il rapporto di amicizia che lo lega al suo vecchio maestro Joseph Ratzinger. Ma trascura un piccolo particolare: che la parola “chiacchiericcio”, con significato e destinatari identici a quelli presenti nell’uso fattone da Sodano, era stata pronunciata precedentemente proprio dal papa. Infatti, il 28 marzo scorso, nella Messa celebrata in piazza san Pietro, Benedetto XVI aveva affermato tra l’altro: «Gesù ci conduce verso ciò che è grande, puro, ci conduce verso l’aria salubre delle altezze: verso la vita secondo verità; verso il coraggio che non si lascia intimidire dal chiacchiericcio delle opinioni dominanti», con un chiaro implicito riferimento alle accuse a lui appunto rivolte dai media mondiali.

Dunque, perché Schönborn si è scagliato contro Sodano e non contro il papa? A cosa punta veramente Schönborn? A incoraggiare il “nuovo corso” (peraltro ancora tutto da precisare) della Chiesa ratzingeriana contro le resistenze della curia di Roma, di cui Sodano appunto è stato ed è ancora un emblema particolarmente significativo, oppure a rendere se stesso più visibile in una Chiesa che non ama molto né l’attivismo né il protagonismo dei suoi cardinali? Ad esaltare la figura e il pontificato di Benedetto XVI o ad esercitare una maggiore influenza sulle decisioni dello stesso pontefice? A riformare la Chiesa per farne un “sistema aperto”, secondo le intenzioni di Gesù (come ritiene il cardinale austriaco), o semplicemente a creare in essa nuovi equilibri di potere?

Se un cardinale punta il dito contro un suo pari, due sono i motivi che possono indurlo a tanto: o un amore viscerale e incontenibile, seppur scomposto, per il bene della Chiesa, oppure un odio altrettanto acceso per un suo confratello ritenuto colpevole di misfatti di inaudita gravità contro la stessa Chiesa. In entrambi i casi la carità evangelica sembrerebbe assente o latitante, perché fare uso di franchezza e di libertà di parola nel nome di Cristo è talvolta senz’altro un dovere ma a condizione che i modi e i tempi per manifestarle siano scelti con raziocinio e oculatezza e che si faccia di tutto per salvaguardare la dignità personale del destinatario delle nostre critiche, mentre odiare, anche o soprattutto per motivi personali, un fratello o un confratello è atto notoriamente antitetico allo spirito evangelico.

D’altra parte, quel che forse può addebitarsi al cardinale viennese non è solo una mancanza sperabilmente occasionale di carità, ma anche una mancanza di equanimità e alla fine di spirito di verità. Perché Schönborn, mentre condanna Sodano, non può elogiare il papa per la sua inflessibilità nel perseguire gli ecclesiastici rei di abusi sessuali sorvolando completamente sulle ingiustificate ma reiterate e pressanti accuse di mezzo mondo sulla sua eventuale e pregressa corresponsabilità nell’opera vaticana di “insabbiamento” e occultamento di molteplici casi di pedofilia e di delitti di altro genere. Il papa è il papa, certo; e noi lo amiamo, lo seguiamo e preghiamo per lui perché è il vicario di Cristo in terra. Ma questo non implica che siamo tenuti ad ostentare anche un’assoluta certezza personale circa la perfetta integrità morale e spirituale del papa, al di là dei documenti e degli atti ecclesiastici e specialmente in rapporto alle precedenti fasi della vita e della condotta dell’uomo Ratzinger: questo lo sa solo Dio e noi chiediamo al Signore che, quali che possano essere i suoi limiti, lo illumini sempre e lo fortifichi con la sua grazia. Un papa può sbagliare: non per ciò che riguarda le verità della fede, ma per esempio per quanto concerne la scelta dei vescovi o il modo di porsi su questioni della nostra fede ancora aperte e non sottoposte a dogma. E’ tutta la storia della Chiesa che sta a dimostrarlo e noi saremmo ipocriti se lo negassimo.

Ma qui il problema è per l’appunto che un porporato non può adottare la linea dei due pesi e delle due misure. D’altra parte, il maggiore scandalo in questo momento non è quello delle accuse al cardinal Sodano, ma quello relativo al silenzio assordante della Chiesa. Infatti, nessuno dei principali soggetti della Chiesa sembra aver avuto la sensibilità di intervenire tempestivamente ed efficacemente sull’iniziativa di Schönborn: non un giornale come “Avvenire”, non un organo telematico di informazione come “Zenit”, non il principale organo di stampa del Vaticano ovvero “L’Osservatore Romano”, non il portavoce del Vaticano Federico Lombardi, non qualche importante cardinale, non il segretario di Stato Bertone, e neppure il papa. Tutti hanno preferito tacere per evitare che tale spinosa questione, pur lasciando inevitabilmente un segno indelebile nella coscienza e nella sensibilità di molti credenti, non produca ulteriori danni. Il che, francamente, non può non creare sconcerto e amarezza nel popolo cristiano e cattolico, dal momento che all’ingentissimo danno ormai creato si tratterebbe di porre rapidamente ed efficacemente rimedio. Solo una voce si è levata forte e chiara sinora nel mondo cattolico: quella di Gianluca Barile, direttore di “Petrus”. Barile è, com’è noto, molto legato e devoto a papa Benedetto, ma in questo caso non ha esitato a prendere posizione nei confronti di un cardinale che pure si dice amico ed estimatore del papa. Penso che egli abbia preso posizione per una questione di semplice buon senso e di elementare carità. Senza entrare nel merito della vicenda che, al pari di moltissime altre vicende della Chiesa, è poco nota o addirittura sconosciuta alla maggior parte dei fedeli, Barile contesta a Schönborn quanto segue: ammesso che Sodano abbia “coperto” a suo tempo il perverso cardinale Groër, «come mai vostra Eminenza ha deciso di parlare solo adesso? Perché non lo ha fatto quando l’illustre porporato era ancora Segretario di Stato vaticano? Perché ha atteso tanti anni? Per paura? E di cosa, poi? Forse ha taciuto cosí a lungo perché è più comodo scendere dalla barca quando affonda anziché quando viaggia spedita? Noi cattolici attendiamo, anzi meritiamo una risposta. In questo momento di forte tribolazione per la Chiesa, infatti, ci saremmo attesi unità e concordia, almeno pubblicamente, e non divisioni e regolamenti di conti. Avremmo voluto che un successore degli Apostoli universalmente apprezzato come Lei, ci offrisse un esempio nitido di come restare accanto a Pietro mentre le porte degli inferi tentato di prevalere sulla Chiesa. E invece no. Siamo rimasti delusi. Lei ci ha delusi. Il Suo tono da Inquisizione verso il Cardinale Sodano - che ha servito fedelmente la Sede Apostolica e, in particolare, i Sommi Pontefici Giovanni Paolo II e Benedetto XVI - è servito solo a creare scompiglio, a scandalizzare noi cattolici, a prestare il fianco a chi vorrebbe far passare la Chiesa come un’associazione a delinquere dedita all’occultamento delle prove relative ad abusi sessuali compiuti da religiosi» (G. Barile, Lettera aperta al cardinale Christoph Schönborn, in “Petrus” del 10 maggio 2010).

E poi: «Eminenza Reverendissima, sappiamo che conosce il Santo Padre dai tempi in cui era suo allievo all’Università negli anni ‘70; sappiamo, anche, che intrattiene con lui rapporti molto cordiali. Le chiediamo, quindi: crede davvero di aver aiutato il Papa e la Chiesa tentando di gettare fango sul Cardinale Sodano? Non ritiene, piuttosto, come ha giustamente rimarcato in alcune dichiarazioni alla stampa il Cardinale José Saraiva Martins - un esempio di equilibrio e onestà intellettuale per chiunque indossi la porpora -, di essere stato quantomeno ‘inopportuno’? Inopportuno - aggiungiamo noi - come quando ha consentito che nel museo diocesano di Vienna venisse esposta in bella mostra un’opera raffigurante l’Ultima Cena in chiave orgiastica; inopportuno come quando ha accostato il celibato sacerdotale alla pedofilia ed espresso parere favorevole ad un’eventuale apertura del sacerdozio alle donne; inopportuno come quando ha fatto ricevere ad una famosa donna politica austriaca un Cavalierato dalla Santa Sede pur essendo essa un’abortista convinta; inopportuno come quando si è recato a Medjugorje senza avvisare il Vescovo diocesano, quasi a voler autenticare le apparizioni mariane di quel luogo, non ancora riconosciute dalla Chiesa, con la Sua presenza, salvo poi cospargersi il capo di cenere dopo il prevedibile paterno ‘richiamo’ del Santo Padre» (Ivi). Non si può non sottoscrivere. Schönborn ha scagliato la prima pietra. Non è possibile che abbia ritenuto di farlo in un modo cosí rumoroso e devastante perché sicuro di essere senza peccato. Però noi tutti ce ne dobbiamo ricordare: pur criticando doverosamente il fratello che abbia sbagliato in modo grave (e posto che abbia realmente sbagliato), nessun seguace di Gesù potrà mai sentirsi nelle condizioni morali e spirituali di condannarlo senza appello puntando peraltro a distruggerne pubblicamente la onorabilità personale.