La Chiesa e i preti-sposati

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

E’ vero che il dono della profezia non riguarda solo gli esponenti della Chiesa gerarchica ma tutti i seguaci di Gesù che ne amino e ne rispettino gli insegnamenti, e quindi anche quei laici credenti che lo testimoniano con una irreprensibile condotta di vita e con la parola. Ma da questo a dire quanto segue, il passo è decisamente lungo: in «questo momento della storia della salvezza, in cui emergono tante problematiche che rendono il volto di Cristo cosí piagato e sanguinante, la Chiesa profetica dei laici chiede da molto tempo, a gran voce e con insistenza, alla gerarchia della Chiesa…che: 1. venga tolta “l’obbligatorietà del celibato”…; 2. i candidati al presbiterato non vengano tolti dal loro ambiente naturale per metterli in Seminario, fin dalla giovane età, ma lasciati nella comunità in cui sono nati, per essere educati ad una maturità relazionale, affettiva e sessuale, intellettuale e sociale, partendo dalla famiglia e attraverso la scuola, la parrocchia, i luoghi d’incontro e di socializzazione, l’università dove ci si prepara professionalmente agli impegni della vita; 3. uomini sposati (viri probati) possano essere ordinati preti; 4. gli stessi diaconi sposati possano accedere al presbiterato per il bene della comunità; 5. ai preti-sposati venga data la possibilità di collaborare con i pastori della comunità parrocchiale in modo attivo almeno in tutti quei ministeri (nessuno escluso) che anche i laici a ciò preparati possono svolgere; 6. infine, ai preti sposati sempre per il bene delle anime venga data la possibilità di esercitare ancora il ministero, pur non facendo più parte dello stato clericale, qualora ci sia la piena disponibilità da parte loro, avvalorata da una testimonianza evangelica di vita e venga richiesto dal vescovo diocesano del luogo in cui il prete-sposato è conosciuto e vive con la sua famiglia» (Nadir Giuseppe Perin, Il prete-sposato e il suo ruolo di profeta nella comunità ecclesiale, in “Il Dialogo” del 24 maggio 2010).

Sí, il passo è decisamente lungo sia perché è presuntuoso e non rispondente alla realtà dei fatti affermare che la “Chiesa profetica dei laici” chieda tutte queste cose in un sol colpo (ma l’autore qui si è distratto perché egli è anche un fautore del sacerdozio femminile) e nei termini sopra formulati, sia anche perché in effetti solo alcune delle istanze qui espresse meritano di essere incluse nell’ordine del giorno della Chiesa e tra esse certo non possono figurare né quella relativa ai preti-sposati, che possono tuttavia far parte a pieno titolo della comunità ecclesiale in qualità di umili testimoni penitenti di Cristo che rinuncino serenamente ad ogni pretesa ministeriale, né quella relativa alla figura di una donna-prete che è inesistente da un punto di vista evangelico-apostolico, né quella relativa ad una sorta di passaggio automatico al presbiterato di quei diaconi sposati che a suo tempo chiesero e ottennero il diaconato ben sapendo che esso sarebbe stato permanente e non transitorio.  

Non è certo con queste richieste ed aspettative che si potrà attendere legittimamente «l’alba di un nuovo giorno per la Chiesa»: del giorno, si legge, in cui il prete potrà comunicare al suo vescovo di amare una donna e di sentirsi per questo più uomo e più sacerdote senza dover temere di essere sospeso a divinis; del giorno, si legge, «in cui il prete che si sposa, sceglie di farlo senza rimorsi, né rimpianti perché ha maturato in sé la coscienza di avere anche lui il diritto ed il dovere di accogliere  l’amore coniugale e, assieme alla sua sposa, mettere con gioia, generosità e dedizione le loro vite a servizio della comunità» (Ivi), dove proprio non ci si rende conto di quanto patetiche ed impudiche siano affermazioni del genere.  

Né la palese irragionevolezza di tali posizioni può essere attenuata da rilievi critici pure giusti ma strumentali come quelli che si riferiscono alla «“sporcizia” che si riscontra nella comunità ecclesiale – come gli scandali legati al crimine di pedofilia di cui si sono resi colpevoli alcuni del clero; il comportamento di altri preti che pur restando nel ministero continuano ad avere le amanti segrete; preti che sono diventati “padri naturali” ma non vogliono riconoscere i loro figli per “non perdere il posto”» (Ivi). Non si capisce come a tutto ciò la Chiesa potrebbe porre rimedio semplicemente reintegrando i preti-sposati nella gerarchia ministeriale o accogliendo altre proposte obiettivamente prive di riscontro evangelico e storico. Il nostro autore, anch’egli prete-sposato con figli, purtroppo non capisce che in generale e ancor di più in ambito ecclesiale pacta sunt servanda e che, in caso contrario, non si può essere ritenuti degni di esercitare il ministero ricevuto. Mancanza di misericordia? Non c’entra niente: la misericordia di Dio e della Chiesa rimane su chi riconosce i propri errori e non pretende di essere nella comunità quel che già una volta e in modo fragoroso ha dimostrato di non saper, non poter o non voler essere. Questa è verità: c’è la misericordia e c’è la verità, e chi chiede misericordia al di fuori dello spirito di verità è semplicemente un soggetto che inganna se stesso e mira ad ingannare gli altri.

Certo, molti sono gli ostacoli che si frappongono ad un serio e radicale rinnovamento spirituale della Chiesa, a cominciare dall’atteggiamento sbagliato di molte comunità che sono spesso «”pigre” nel pensiero e nell’azione, immobiliste; indifferenti, “tradizionaliste” o allegramente “progressiste”, assenteiste da ogni concreta o coerente forma di visibilità di testimonianza cristiana; comunità che delegano tutto alla Chiesa, ristretta nel suo significato al “clero”, per cui molti “laici” non si sentono più parte attiva della Chiesa» (Ivi). E’ giusto, ma se noi pensiamo di migliorare la situazione con il reintegro ministeriale dei cosiddetti preti-sposati, temo proprio che il rimedio sia peggiore del male. Qui io non voglio tacere sul fatto che la Chiesa dovrebbe rivedere alcune sue posizioni alla luce della perenne e sempre nuova verità del vangelo: sulla opportunità di far accedere al sacerdozio i cosiddetti viri probati, sulla opportunità di utilizzare in forme e modi più concreti e produttivi i laici, sulla opportunità di assegnare compiti “di servizio” meglio definiti alle donne a cominciare da quelle che hanno consacrato la loro vita al Signore e anzi adoperandosi per ridurre o annullare certo puro e semplice velleitarismo femminile cui si è soliti dare oggi sin troppo spazio nelle parrocchie e nelle sacrestie.

Ma in siffatte aspettative non c’è niente di illecito o di indebito, ed è giusto insistere e pregare affinché la Chiesa si affretti a cogliere e a comprendere il soffio dello Spirito. Insistere e pregare: con spirito di verità e con pazienza, con ferma ma amorevole severità, con amore e senza risentimento, e, nel caso, con coraggio e spirito di perdono. Ha ancora ragione il nostro fratello Nadir quando lamenta l’assenza nei nostri ambienti religiosi e cattolici e nei nostri modi di testimoniare la fede “di un alto profilo etico”: ha ben ragione di dire che bisognerebbe essere più risoluti nel dire di no a facili guadagni, a mafie di vario genere, a vita comoda, ad invidia, ad avarizia, ad abuso di potere anche religioso, all’apparire e al culto della personalità, al consenso ad ogni costo (Ivi). Ma non è con certe richieste e con certe analisi storico-teologiche molto carenti o difettose che egli potrà contribuire ad elevare il profilo etico della nostra fede, delle nostre comunità, della nostra comune Chiesa.