Eucaristia senza finzione

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Dio creò un essere umano che avrebbe voluto simile a sé (a sua immagine e somiglianza), cioè con il suo modo di pensare e di sentire, con la sua capacità di giudicare rettamente, con la sua stessa propensione ad amare e a servire. Dio creò figli perfetti, appartenenti ad una specie perfetta, non contaminata dal male e dalla morte. Creò figli capaci di intendere e di volere, liberi di esercitare la propria creatività intellettuale e morale nell’ambito di quel giardino delle delizie che fu l’Eden originario, il paradiso di Dio. Un unico limite impose loro: che il loro paradiso sarebbe stato sempre di Dio, per l’appunto, che il loro paradiso non sarebbe mai stato senza Dio e che la loro felicità sarebbe consistita in un’eterna partecipazione alla stessa vita divina e non già in una sorta di impossibile autonomia ontologica dalla legislazione divina e dalle divine finalità. I figli di Dio avrebbero dovuto corrispondere in tutto a quel Figlio che Dio aveva concepito ab aeterno nella sua mente come perfetta immagine di Sé e come perfetto modello di umanità che ama mantenersi fedele alla stessa volontà divina. Ma i figli di Dio si ribellarono al Padre perché non accettarono l’idea che la loro felicità dovesse pur sempre dipendere dalla fedeltà a Lui e non potesse esercitarsi in rapporto ad ogni loro possibile desiderio. Cosí essi peccarono contro Dio Padre, contro il Figlio di Dio, contro l’amore divino e lo spirito di perfezione che Dio stesso aveva immesso e radicato nel loro essere.

Per questo ruppero l’originario rapporto di amicizia con Dio e ne pagarono un prezzo altissimo: quello spirito di dominio incondizionato e illimitato che essi avrebbero voluto esercitare si convertí in uno stato di sudditanza e alla fine di morte. Sia Adamo che Eva, da dominatori incontrastati dell’Eden, si trasformarono in soggetti dominati da una natura ormai infetta, da passioni peccaminose e laceranti e da un inevitabile processo naturale di annientamento di sé. Per il loro peccato originale la specie umana, da pura che era geneticamente, biologicamente e spiritualmente, si trasformò in una specie contaminata, corrotta, malata e soggetta alla morte. Accadde infatti, come dice la legge mosaica, che Dio ritirasse il suo Spirito da quegli esseri che non erano più perfetti, come all’atto della creazione, né intellettivamente né biologicamente.

Ma Dio non si sarebbe rassegnato a perdere né l’amore dei suoi figli ribelli né tutta la sua intera e mirabile opera creazionale su cui avrebbe dovuto peraltro esercitarsi la sovranità stessa del suo amatissimo Figlio unigenito, spiegando anzi a quest’ultimo cosa avrebbe dovuto fare nel tempo storico degli uomini per riconquistare la loro libera e convinta adesione a sé e al Padre: come Dio e come uomo avrebbe dovuto amare l’umanità sino a morire per essa e per la sua salvezza sulla croce, avrebbe dovuto rivelare al mondo che la natura più intima di Dio non è la potenza o meglio l’onnipotenza fine a se stessa ma l’onnipotenza mossa da un amore, da una misericordia, da una giustizia senza fondo e finalizzate al potenziamento spirituale quanto più possibile elevato degli uomini in quanto uomini coscienti dei loro veri e più profondi bisogni creaturali ed esistenziali. Dio, per mezzo del suo Cristo, avrebbe dimostrato al mondo di essere pronto, per quanto ontologicamente e costitutivamente immortale o proprio per questo, persino a subire offese, umiliazioni e morte, nel tentativo di indurre le sue creature a fidarsi di Lui, dei suoi insegnamenti, della sua parola eterna di resurrezione e di vita. E’ inutile chiedersi cosa avrebbe fatto Dio se l’uomo non avesse peccato: sarebbe come chiedersi cosa avrebbe fatto Dio se Egli non avesse creato l’uomo. Possiamo invece ben dire che nell’«eterno piano divino è…contenuto il Figlio di Dio predestinato redentore», anche se «noi non sappiamo la ragione di questo progetto che comporta l’umanità crocifissa e gloriosa di Gesù: essa appartiene all’insondabile mistero del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (I. Biffi, Gesù, gli uomini e l’Eucaristia. Un destino preparato dall’eternità, in “L’Osservatore Romano” del 3 giugno 2010).

La resurrezione di Cristo è causata dalla potenza o onnipotenza divina dell’amore e l’uomo può risorgere e quindi riacquistare la vita immortale cui era stato destinato ab aeterno da Dio solo se è disposto a credere nella resurrezione di Cristo e in tutto ciò che tale atto di fede comporta. Senza Dio e i suoi comandamenti c’è solo morte, mentre la vita eterna è a disposizione di chi ama nutrirsi, nonostante i suoi errori e i suoi peccati, del perdono e della misericordia di Dio, di preghiera, di comunione eucaristica e di comportamenti caritatevoli. Qui si può ben comprendere la vera ragione dell’Eucaristia nel senso che essa «appare istituita e trasmessa alla Chiesa non soltanto come immagine sacramentale e presenza reale della passione e della morte, cioè della "sorte", di Gesù, ma anche come l'icona della sorte di tutti gli uomini concepiti a similitudine di lui, che estende a essi la sua predestinazione. Come nell'Eucaristia leggiamo la sorte del Figlio di Dio, cosí vi decifriamo la nostra vocazione a prender parte alla donazione del corpo e all'effusione del sangue, per diventare "consorti" del Signore. La Chiesa celebra la Cena del Signore non solo per tenere "fisso lo sguardo su Gesù, che si sottopose alla croce e siede alla destra del trono di Dio" (cfr. Ebrei, 12, 2), ma per percorrere il suo cammino, trasformando la contemplazione in imitazione» (Ivi).    

Entrare in comunione con il Signore postula il sano desiderio spirituale di accogliere tutto di Cristo, di accoglierne gli insegnamenti, di imitarne tendenzialmente il comportamento, di accettarne la volontà, di condividerne il destino, e quindi, nel vincolo dell’amore per il Signore, significa anche cercare la comunione con il prossimo che è diverso o lontano da me, che ha una forma mentis o una cultura, un’esperienza umana e una sensibilità anche profondamente differenti dalle mie, ma che ha esigenze e aspettative uguali o comuni alle mie tra le quali spicca il bisogno primario di essere amato, nell’ottica cristiana di un amore puro, onesto, disinteressato, caritatevole, generoso e altruistico sino al sacrificio di sé.

Come nel deserto di Betsaida Gesù si era preso cura dell’anima e del corpo di cinquemila persone, nel Cenacolo si prende cura della salvezza spirituale e della salvezza tout court di tutti gli uomini trasformando il pane e il sangue in se stesso, nel suo corpo e nel suo sangue, nei suoi pensieri e nei suoi sentimenti, e distribuendolo ai discepoli ai quali precedentemente aveva lavato i piedi in segno di umile servizio. Da allora tutti coloro che si accostano alla santa eucaristia sanno di poter entrare realmente in comunione con Cristo solo se fedeli nel servizio a Dio e caritatevoli nel servizio al prossimo, ove evidentemente una falsa fedeltà a Dio e un’ipocrita attività caritativa produrrebbero non già l’effetto della salvezza ma quello della dannazione eterna.

Gli uomini hanno bisogno di pane materiale, che bisogna procurarsi e procurare a chi non ne ha, ma essi hanno da soddisfare un bisogno ancor più radicale di verità e di vita eterna con quel cibo incorruttibile (pane-carne e vino-sangue di Gesù) e divino che salva dalla morte eterna. Però, la frequente esperienza eucaristica è vero e sicuro strumento di salvezza se il credente, ogni volta che la fa, sia realmente consapevole di avere bisogno del perdono di Cristo e dei motivi effettivi o specifici e non genericamente dichiarati o confessati per cui ritenga di averne bisogno; se il credente si sforza di tendere all’unità con gli altri fratelli, alla piena unità ecclesiale, non nel nome di un amore privo di verità e di giustizia ma di un amore tanto immediato e fecondo quanto spiritualmente controllato nelle molteplici e variegate modalità e finalità del suo svolgimento. Insomma dev’essere chiaro che l’eucaristia non serve a niente se non stimola in chi ne usufruisce una coscienziosa e costante interrogazione spirituale; come è stato ben scritto, «l’Eucaristia non è credibile se rimane un rito, il ricordo di un fatto successo duemila anni fa. È invece una “scuola di vita”, una proposta di amore che coinvolge tutta la mia vita: deve rendermi disponibile ad amare il prossimo, fino a dare la mia vita per gli altri. Secondo l’esempio che Gesù ci ha lasciato» (Padre Angelo del Favero, Gesù-Eucaristia: accogliere il corpo che ci dà la vita, in “Zenit” del 4 giugno 2010).

Forse non saremo mai abbastanza chiari: se faccio la comunione, devo sapere che essa ha un senso solo se percepisco la reale presenza di Dio nella mia vita, anche s’intende nei momenti di paura e di angoscia, se credo che Dio è una persona reale alla quale posso chiedere di perdonarmi per le mie miserie e di aiutarmi a contrastarle nel modo più efficace possibile e di rendermi essa stessa non come vorrei io ma come essa vuole. Devo sapere che non posso continuare ad essere e a fare quello che sono stato e ho fatto sinora, anche o persino nel caso in cui la mia condotta sia stata fondamentalmente corretta, ma devo essere e devo fare sempre qualcosa di più, qualcosa di meglio compatibilmente con le forze di cui dispongo. Chi fa la comunione, anche se per ipotesi fosse già perfetto, non potrebbe non scoprirsi ancora imperfetto e non sentirsi chiamato da Dio a compiere un atto, un sacrificio, non ancora compiuti o non ancora completamente compiuti: quando ci si accosta al Signore per accoglierlo in noi e permettergli di cambiarci in meglio, sebbene in modo graduale, bisogna sapere che quell’atto è esistenzialmente e sacramentalmente legittimo ed efficace solo a condizione che noi siamo mossi dal sincero proposito di evitare errori e peccati precedentemente commessi, che noi chiediamo al Cristo di operare in noi affinché possiamo essere più umili, più onesti, più caritatevoli di quanto non ci sia ancora riuscito di fare e di operare attraverso noi perché siamo capaci di testimoniare Dio fra gli uomini facendo di tutto per portare verità dove c’è menzogna o inganno, giustizia dove c’è iniquità e sopruso, conforto dove c’è tristezza e disperazione, perdono dove c’è rancore, amore dove c’è odio, pace dove c’è guerra.  

Solo alla luce di queste premesse è poi possibile intendere correttamente i concetti di recente espressi dal papa intorno al significato della celebrazione eucaristica: lo Spirito Santo «è all'opera in ogni celebrazione della Messa per un duplice scopo: santificare i doni del pane e del vino affinché diventino il corpo e sangue di Cristo e riempire coloro che sono nutriti da questi santi doni perché possano divenire un solo corpo ed un solo spirito in Cristo» (Benedetto XVI, Dall’eucaristia il “noi” che abbatte le barriere e apre all’amore. Messa celebrata a Nicosia il 6 giugno 2010, in “L’Osservatore Romano” del 7-8 giugno 2010), dove il presupposto naturalmente è che questa unità spirituale ed ecclesiale avvenga non solo nominalmente ma sostanzialmente in Cristo, pena la vanificazione di ogni pur possibile e generoso intervento dello Spirito Santo; «ciascuno di noi che apparteniamo alla Chiesa ha bisogno di uscire dal mondo chiuso della propria individualità ed accettare la compagnia di coloro che condividono il pane con lui. Non devo più pensare a partire da "me stesso" ma da "noi". È per questo che tutti i giorni noi preghiamo "nostro" Padre per il "nostro" pane quotidiano. Abbattere le barriere tra noi e i nostri vicini è prima premessa per entrare nella vita divina alla quale siamo chiamati. Abbiamo bisogno di essere liberati da tutto quello che ci blocca e ci isola:  timore e sfiducia gli uni verso gli altri, avidità ed egoismo, mancanza di volontà di accettare il rischio della vulnerabilità alla quale ci esponiamo quando ci apriamo all'amore» (Ivi), dove s’intende che quel “noi” ovviamente non possa essere pensato e vissuto in modo puramente amicale e tutto sommato retorico e superficiale ma interiorizzato come espressione di una comunione spirituale comunitaria su ben precisi ed inderogabili compiti di servizio a favore dei bisognosi, dei malati, degli emarginati, dei discriminati, dei non facenti parte dei nostri gruppi parrocchiali perché in essi stentano a trovare una collocazione adeguata alle loro capacità e attitudini proprio a causa della nostra disattenzione, di tutti coloro che senza malizia e senza perfidia bussano delicatamente alla porta delle nostre coscienze di credenti ufficiali per avere da noi risposte serie e non generiche o evasive su questioni essenziali della fede e della pratica cristiane e per cercare innanzitutto tra noi un’accoglienza e una capacità di ascolto che il mondo non offre e non concede. E’ dunque necessario che in ogni coscienza quel “noi” si traduca nella puntuale e scrupolosa esecuzione di determinati e impegnativi compiti morali e spirituali e non resti una pura e semplice figura declamatoria.

Il papa precisa che la celebrazione eucaristica ha senso se chi vi partecipa e ne beneficia attivamente aderisce in pieno all’invito ad “essere il Cristo” per tutti coloro che lo circondano, per chiunque possa aver bisogno del suo aiuto diretto o indiretto. Chi si accosta all’eucaristia è infatti il “corpo di Cristo” sulla terra. Per «parafrasare una celebre frase attribuita a santa Teresa d'Avila», ha detto il papa, «noi siamo gli occhi con i quali la sua compassione guarda a coloro che sono nel bisogno, siamo le mani che egli stende per benedire e per guarire, siamo i piedi dei quali egli si serve per andare a fare il bene, e siamo le labbra con le quali il suo Vangelo viene proclamato. È quindi importante sapere che quando noi partecipiamo così alla sua opera di salvezza, noi non facciamo memoria di un eroe morto prolungando ciò che egli ha fatto:  al contrario, Cristo è vivente in noi, suo corpo, la Chiesa, suo popolo sacerdotale. Nutrendoci di Lui nell'Eucarestia e accogliendo lo Spirito Santo nei nostri cuori, diventiamo veramente il corpo di Cristo che abbiamo ricevuto, siamo veramente in comunione con lui e gli uni con gli altri, e diveniamo autenticamente suoi strumenti, rendendo testimonianza a lui davanti al mondo. "La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un'anima sola" (At 4, 32). Nella prima comunità cristiana, nutrita alla tavola del Signore, noi vediamo gli effetti dell'azione unificatrice dello Spirito Santo. Condividevano i loro beni in comune, staccandosi da ogni bene materiale per amore dei fratelli. Hanno trovato soluzioni eque alle loro differenze come vediamo, per esempio, nella risoluzione della disputa fra Ellenisti ed Ebrei sulla distribuzione quotidiana (cfr. At 6, 1-6). Come più tardi ha detto un commentatore:  "Vedi come questi cristiani si amano l'un l'altro e come sono pronti a morire l'uno per l'altro" (Tertulliano, Apologia, 39). Ma il loro amore non era affatto limitato verso i loro amici credenti. Mai hanno considerato se stessi come esclusivi, privilegiati beneficiari del favore divino, ma invece come messaggeri inviati a spargere la buona notizia della salvezza in Cristo fino ai confini della terra» (Ivi).   

Capiamo cosa significa tutto questo? Significa che Cristo si lascia accogliere solo da quelli che fanno sul serio, che confessano tutti i propri peccati e non solo quelli che sono “confessabili” ovvero indolori, che si convertono ogni volta ad una vita più pura ed onesta di quella precedente, ad una condotta più coerente e caritatevole di quella che siamo riusciti a tenere fino ad ora, ad uno sforzo sempre meno convenzionale e abitudinario e sempre più sostanziale e convinto di appartenere a Cristo. Siamo capaci oggi, come i nostri fratelli e le nostre sorelle di duemila anni or sono, di staccarci «da ogni bene materiale per amore dei fratelli»? Sí, ma sino a che punto? Ci amiamo anche noi l’un l’altro sino a voler morire l’uno per l’altro, come facevano i cristiani del tempo di Tertulliano? E riusciamo ad essere amici anche di coloro che non credono, senza stancarci di annunciare loro con la parola e soprattutto con la nostra vita «la buona notizia della salvezza in Cristo»?

Ha detto la professoressa Renza Giacobbi in un’intervista-video facilmente reperibile su Internet che «l’eucaristia non è altro che una trasfusione di sangue divino nella debolezza umana, l’antidoto alle conseguenze del peccato originale, il quale ha portato nel genere umano tutti gli istinti animali, non solo quello sessuale sfrenato ma anche tutti gli istinti di prevaricazione, di possesso esasperato, di competizione, tutti gli istinti che non sono fatti per i figli di Dio». Credo si possa condividere, a condizione che si capisca come quella preziosissima e gratuita trasfusione di sangue divino non potrà arrecare alcun beneficio a quanti non sapranno mostrarsi riconoscenti con la vita al suo divino donatore.