La Chiesa e il bene comune

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Ci sono correnti malefiche che, pretendendo di porsi come uniche forme di razionalità e unici modi di vivere, tentano oggi di depotenziare la coscienza religiosa dei credenti oltre che la coscienza civile di credenti e non credenti e puntano a distruggere la fede della Chiesa e nella Chiesa. Tali correnti possono essere identificate principalmente con il potere abnorme assunto dal denaro e dai «capitali anonimi che schiavizzano l'uomo, che non sono più cosa dell’uomo, ma sono un potere anonimo al quale servono gli uomini, dal quale sono tormentati gli uomini e perfino trucidati. Sono un potere distruttivo, che minaccia il mondo»; con il potere di ideologie terroristiche che giustificano l’uso della violenza nel nome di Dio deturpando clamorosamente e spesso scientemente il vero volto di Dio al fine di perseguire obiettivi personali o di gruppo tanto illeciti quanto nefasti e dannosi; con il potere della droga, «questo potere che, come una bestia vorace, stende le sue mani su tutte le parti della terra e distrugge: è una divinità, ma una divinità falsa, che deve cadere»; con il potere di un orientamento sempre più erroneo della pubblica opinione e degli strumenti massmediali attraverso cui essa prevalentemente viene manifestandosi per cui pare che oggi certi concetti e certi valori, sino a qualche tempo fa considerati come punti fermi della coscienza religiosa cristiana e almeno in parte anche come acquisizioni sicure di una retta coscienza etico-civile, non contino più nulla: vedi il matrimonio surclassato dall’idea che sia sufficiente convivere e il matrimonio tra uomo e donna messo in discussione dall’idea che anche il matrimonio tra soggetti dello stesso sesso sia altrettanto valido e abbia pari dignità umana e morale, oppure la castità che un tempo godeva del rispetto di molti e che oggi si tende invece ad espellere dal novero delle virtù, e via dicendo (Il papa: nuovi dei e ideologie cadranno come quelli dell’Apocalisse, in “Zenit”, 11 aprile 2010).

Questo l’opportuno e coraggioso discorso fatto recentemente da papa Benedetto XVI che non ha esitato ad attaccare i veri grandi “poteri forti” della nostra contemporaneità. E, se anche non sia mancato chi come al solito e a scopo puramente polemico è abituato a fare della facile ironia o comunque della prevedibile ironia sui conti anonimi dello IOR e sui cospicui interessi materiali della Chiesa cattolica, la presa di posizione del papa, che anche volendo non potrebbe certo sovvertire ex abrupto le attuali strutture economico-finanziarie della Chiesa stessa, non è affatto ipocrita ma profondamente sentita e sommamente salutare per una Chiesa in cui vivono ed operano probabilmente non solo persone oneste e timorate di Dio ma anche una buona percentuale di mascalzoni che il timor di Dio non sanno esattamente cosa sia.

Il preoccupato e severo giudizio pontificio è anche e soprattutto un vigoroso ed accorato invito ai fedeli a non considerare immutabile la realtà: quando si ha a che fare con false divinità, che opprimono e coartano la vita di tanti esseri umani, per il cristiano non c’è niente di immutabile e anzi il suo impegno quotidiano di fede dovrà consistere proprio, attraverso la preghiera e una coerente condotta di vita, nel non avallare e non assecondare il male che imperversa nel mondo con le sue motivazioni egoistiche, edonistiche e materialistiche, e che viene manifestandosi concretamente anche su un piano politico-legislativo con logiche non nominalmente ma sostanzialmente privatistiche che in realtà, anche a giudicare dalle molte esperienze che abbiamo sotto gli occhi, non hanno molto a che fare con quel bene pubblico cosí spesso proclamato in modo roboante quanto falso.

Qui il discorso non può non intersecarsi anche con quanto aveva detto precedentemente il presidente della CEI, cardinal Bagnasco. Con particolare riferimento alla situazione italiana, egli infatti si era cosí espresso:  «Nazione generosa e impegnata, che però non riesce ad amarsi compiutamente, facendo fruttare al meglio sforzi e ingegno; che non si porta a compimento, in particolare in ciò che è pubblico ed è comune. Anche l’innegabile influsso di una corrente di drammatizzazione mediatica, che sembra dedita alla rappresentazione di un Paese ciclicamente depresso, finisce per condizionare l’umore generale e la considerazione di sé. Dovremmo invece essere stabilmente capaci della giusta auto-stima, senza cesure o catastrofismi, esattamente così come si è ogni giorno dedicati al lavoro che dà sostentamento alla propria famiglia. La verità delle situazioni non si sottomette a semplificazioni unilaterali, e spesso richiede un processo complesso e discreto, mentre in troppi si accontentano di piccole porzioni di verità, reali ma limitate, assolutizzate e urlate. A momenti, sembriamo appassionarci al disconoscimento reciproco, alla denigrazione vicendevole, e a quella divisione astiosa che agli osservatori appare l’anticamera dell’implosione, al punto da declassare i problemi reali e le urgenze obiettive del Paese» (Prolusione alla Conferenza Episcopale Italiana, Roma, 27-30 settembre 2010). Bagnasco osserva poi che non può esserci alcun progresso del bene comune se una classe politica e una società non rispettano «i valori primi e costitutivi della civiltà: vita, famiglia, libertà religiosa e libertà educativa. Beni che sono il fondamento che garantisce ogni altro necessario valore, declinato sul versante della giustizia e della solidarietà sociale, che da sempre è nel cuore del Vangelo e della Chiesa. Quale solidarietà, ad esempio, se si rifiuta o si sopprime la vita, specialmente la più debole?».

Forse avrebbe potuto includere tra questi «valori primi e costitutivi della civiltà» anche quell’eguaglianza giuridica, quella giustizia sociale ed economica, quella libertà politica e civile che non sono solo idealità da perseguire e da raggiungere muovendo da qualcos’altro di più originario e fondamentale, come sembra pensare Bagnasco insieme ad una consistente corrente di pensiero cattolico, ma che, in una certa misura, sono anch’esse condizioni necessarie e fondative di vita, di normale e serena vita familiare, di libertà in senso lato ivi compresa naturalmente quella religiosa ed educativa. Fermo restando che, indipendentemente dal contesto socio-politico e culturale, per i cristiani solo un valore è ben al di sopra di tutti gli altri, vale a dire una fede assoluta in Cristo Salvatore, mi permetto di osservare che, forse, da un punto di vista evangelico vita e giustizia, famiglia e solidarietà sociale, sono da considerare valori di uguale dignità umana e morale, e come tali non regolabili sulla base di astratti rapporti gerarchici di valore ma sempre tutti parimenti imprescindibili in un’azione di governo volta a perseguire realmente il bene comune. Tutto ciò che concorre a proteggere se non necessariamente ad elevare la dignità della persona, in tutti gli ambiti e le fasi della sua vita, rientra in un complesso valoriale non negoziabile, anche se in senso proprio il principale valore non negoziabile è la libera offerta, in qualunque momento e condizione di vita, di se stesso a Dio e agli altri per amore della verità e della carità in Cristo, per cui tale scelta è radicalmente non soggetta a compromissioni o attenuazioni di sorta.

Per cui le stesse preoccupazioni bioetiche, che stanno giustamente cosí a cuore alla Chiesa e a molti cristiani, non penso meritino un impegno evangelico e una vigilanza politica superiori a quelli che occorra profondere ed esercitare per elementari questioni di carattere economico e sociale. Perché la Chiesa, a giudizio di alcuni credenti, non può e non deve limitarsi ad augurarsi «che il diritto dei lavoratori disoccupati, in mobilità o licenziati, sia tenuto nel debito conto e il loro potenziale possa essere quanto prima reintegrato» o che le condizioni di vita, di lavoro e di salute dei cittadini in genere siano suscettibili di miglioramento con politiche genericamente più lucide e avvedute, ma sarebbe tenuta a trattare queste problematiche con la stessa solerzia e la stessa severità con cui tratta encomiabilmente i problemi relativi alla nascita e alla morte, all’aborto e alla natura del matrimonio o all’immigrazione.

Essa non può tergiversare o peccare di attendismo dinanzi ad una situazione economico-sociale che oggi quelli “di destra” e domani forse anche quelli “di sinistra” saranno tentati di considerare, per propria incapacità o inettitudine, tutto sommato ancora sostenibile pur in presenza di una disoccupazione dilagante, di una graduale abolizione delle pensioni, di tagli sempre più cospicui su sanità e scuola, di un aumento crescente del costo della vita e di un parallelo e notevole abbassamento della qualità dei “servizi” sociali a tutti i livelli. Essa deve anche chiedersi se la Chiesa di Cristo possa intrattenere rapporti amichevoli con capi di governo che, indipendentemente dalle proprie capacità governative e amministrative e dalle laute concessioni fiscali che sono disposti a riservare allo Stato del Vaticano, si pongano obiettivamente in contrasto con l’ordinamento repubblicano e democratico e, a causa della loro indole sfacciatamente istrionica, finiscano non di rado per recare grave offesa alla coscienza cattolica.

E’ bene precisare, anche a costo di essere fraintesi, che etica della vita ed etica sociale sono fasi complementari di un medesimo processo e sarebbe vano e mistificante separarle perché né la vita, non solo del nascituro ma di ogni essere umano in ogni stadio della sua esistenza, può essere difesa senza un’adeguata etica sociale complessivamente volta a tutelare la dignità di ciascuno in tutti i segmenti del contesto storico-sociale di appartenenza, né un’etica sociale può assumere significato e valore senza un’etica della vita che vi inietti continuamente il senso di un rispetto globale e non parziale per tutto ciò che è sensibilmente e spiritualmente vita. 

Il papa ha parlato di “capitali anonimi” che uccidono l’uomo: è un concetto molto forte che implica la ricerca e la denuncia di cause strutturali e spirituali ben precise e non occasionali che bisogna pur chiamare coraggiosamente per nome, perché risulti davvero possibile e doveroso operare di conseguenza e, almeno per i cristiani, comportarsi coerentemente e correttamente. Il nocciolo è sempre lo stesso anche se duro: noi cristiani possiamo metterci ed essere in comunione con Dio e con gli uomini solo se ci sforziamo realmente di trasformare ogni nostro pensiero e ogni nostro atto in un pensiero e in un atto di comunione spirituale e pratico-operativa, cominciando a non ritenere assolutamente intoccabili le grandi proprietà finanziarie o parassitarie o forme manifeste di grande agiatezza. Più in generale, nessuno di noi può e deve dimenticare che la Chiesa primitiva venne incardinandosi sulla comunione dei beni materiali e spirituali che non consentiva ad alcun membro della comunità di sentirsi un reietto e un disperato anche dal punto di vista economico e sociale. Giacché è vero che «non di solo pane vive l’uomo», ma è altrettanto vero che la moltiplicazione dei pani e dei pesci fu operata da Gesù anche perché la sua Chiesa educasse i fedeli ad una condivisione delle proprie risorse non retorica ma sincera e sostanziale, non generica e approssimativa ma circoscritta a casi concreti (di effettiva e non ostentata penuria) e ben organizzata, con fratelli e sorelle realmente bisognosi.