Ripensando le beatitudini

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Beati coloro che si sentono spiritualmente poveri, non solo nel caso in cui siano materialmente poveri ma anche nel caso in cui riescano a soddisfare le necessità primarie della vita o siano addirittura dotati di molti beni materiali. Beati coloro che realmente avvertono il loro stato di povertà dinanzi a Dio, che sentono il bisogno di Dio ancor più che del pane pur necessario a vivere o che percepiscono la loro ricchezza come un peso spirituale e come qualcosa che li allontana da Dio; beati coloro che, essendo spiritualmente poveri, chiedono a Dio il pane quotidiano e in pari tempo la grazia di saper e voler condividere con altri il proprio pane specialmente se si tratti di pane disponibile in grande o cospicua quantità. I poveri in spirito sono quelli che, se non hanno, si rivolgono a Dio per avere il necessario a vivere o a sopravvivere e, se hanno, ringraziano Dio per ciò che Egli ha loro concesso e lo pregano affinché conceda loro di soccorrere generosamente quanti invece si trovano in una condizione di bisogno. Poveri in spirito sono i poveri di Jahvé, sono i semplici, gli umili del Signore che ne conoscono bene la santa volontà e gli insegnamenti e fanno di tutto per rendersene strumenti docili ed operosi. Solo i poveri in spirito possiedono già su questa terra il regno dei cieli.

In questo senso, poveri in spirito sono gli afflitti, ovvero coloro che afflitti sono non perché siano incappati nel giusto rigore della legge umana in quanto trasgressori della stessa o si trovino a fronteggiare le dure conseguenze di un loro malsano e irresponsabile comportamento personale, quanto perché, duramente colpiti dalla sorte senza colpa alcuna o a causa della loro capacità di martirio in e per Cristo o ancora capaci di resipiscenza e di reale e duraturo pentimento evangelico pur vessati dalle forti afflizioni provocate dalla propria condotta, confidano nella misericordia divina e nel fatto che Dio li libererà prima o poi dalla loro infelicità; poveri in spirito sono i miti, ovvero non quelli che tutto lasciano passare e a tutto danno il proprio assenso per via di un carattere molle e timoroso, per indifferenza o per quiete personale, per ignavia o per viltà, ma quelli che si impegnano a favorire pace e giustizia tra gli uomini con capacità di discernimento e obiettività, con sobrietà ed equilibrio non meno che con rigore morale e fermezza spirituale. I miti sono poveri in spirito perché agiscono nella consapevolezza che occorre far di tutto per promuovere uno spirito di verità e di giustizia nella quotidianità della propria esistenza pur senza eccedere nello scontro con chi vi si oppone e pur senza pretendere aprioristicamente di enunciare verità incontrovertibili. I miti sono anche coloro che si espongono a gravi rischi quando, per amore verso Dio e verso il prossimo, non esitano a denunciare candidamente malefatte e soprusi che procurino danno più o meno grave a persone ingenue e indifese o ad una determinata comunità oltre che a se stessi

Anche gli affamati e gli assetati di giustizia sono poveri in spirito e sono beati, perché non si contentano di compiere qualche buona azione o di fare l’elemosina, di assolvere i propri compiti coniugali o i propri doveri religiosi e istituzionali, né pensano di poter esaurire il proprio impegno per la giustizia in un impegno pur doveroso per la giustizia sociale, ma cercano di portare alla luce della propria coscienza e di correggere sempre i propri difetti umani affidandosi costantemente con tutte le proprie insufficienze spirituali al perdono e alla misericordia di Dio. Gli affamati e gli assetati di giustizia non sono solo quelle creature rarissime che per grazia di Dio siano totalmente esenti da peccato attuale, ma sono anche i giusti che come recita la Bibbia cadono sette volte al giorno, ovvero quelli che, pur sapendosi peccatori, perseguono con sincerità e umiltà cose giuste e gradite al Signore; sono quelli che, pur sentendosi limitati e imperfetti, offrono al Signore i propri sforzi di giustizia e di amore verso gli altri oltre che verso se stessi non senza chiedere di essere illuminati e assistiti dallo spirito divino. Un giorno i giusti cosí intesi saranno saziati perché sarà loro assegnato un posto speciale nel regno di Dio che è un regno di perfetta giustizia.

E i misericordiosi, in particolare quelli che, pur avendo peccato e avendo tanto da farsi perdonare, sanno provare una delicata e non ipocrita pietà per i malati psichici, per i drogati, per gli alcolizzati, per gli emarginati sociali, per i carcerati, per gli sventurati in genere, e persino per chi fa scientemente del male, non sono anch’essi poveri in spirito? Essendo persone non perfette bensí difettose e a loro volta soggette ad errore ma sensibili e capaci di percepire l’altrui fragilità con una particolare attitudine a comprenderla, a scusarla, a perdonarla anche se non a giustificarne e a trascurarne gli effetti più deleteri, i misericordiosi nella vita e nella preghiera non sono ovviamente insensibili alle offese, ai torti ricevuti o alle prevaricazioni subite, non sono remissivi al punto da rinunciare a qualsiasi replica o a qualsiasi difesa civile ma, nel mentre si adoperano per affrontare e neutralizzare quanto più pacificamente possibile per sé o per altri le violenze altrui, già si preoccupano di non odiare, di non far prevalere le ragioni istintive dell’odio sulle ragioni più faticosamente cercate e volute dell’amore, e di pregare il Signore a favore di quanti cercano di ostacolarli, di avversarli o di perseguitarli per motivi assolutamente iniqui. Ecco perché questi misericordiosi non potranno non trovare la misericordia di Dio e non essere in pace con lui.

E in pace con Dio, e quindi beati, felici, non potranno non essere anche i puri di cuore, cioè gli onesti, le persone integre e leali, le persone incapaci di mentire a sé e agli altri e per contro capaci di sincera e profonda conversione interiore, le persone non certo dotate di coscienza verginale e tuttavia appassionatamente protese alla ricerca di ciò che è vero e giusto oltre ogni possibile pregiudizio. Costoro, proprio perché particolarmente votati ad approfondire in particolare il senso della propria esistenza in rapporto ad una instancabile e onesta attività di approfondimento della Parola di Dio, sono anzi destinati a vedere Dio, a incontrarsi con lui faccia a faccia, a parlare con lui e ad apprendere da lui tutti i misteri della sua divinità.

I puri di cuore sono particolarmente graditi al Signore perché non razionalizzano i propri errori, le proprie colpe, ma li ammettono con semplicità senza cercare scuse e dolendosene realmente e non ipocritamente, e professano la loro fede in Cristo senza quelle cautele o  quella doppiezza che ai cristiani, e non solo a cristiani religiosamente poco informati e avveduti, capita talvolta di tributare al mondo smaliziato ed evoluto in cui vivono. I puri di cuore sono insomma coloro che parlano e agiscono con se stessi e con gli altri come se ogni loro parola fosse pronunciata e ogni loro atto fosse compiuto al cospetto di Dio in persona: non sanno mentire, se mentono provvedono subito a correggersi, non sopportano la presunzione e la superbia anche se sono soggetti ad ambedue perché se le mettono continuamente sotto i piedi e sono implacabili verso se stessi molto più che verso gli altri. Dio ama la loro compagnia ravvicinata e sarà loro compagno per l’eternità.

Ora, tutti i poveri in spirito, tutti coloro che, essendo afflitti, sperano di poter un giorno ottenere l’eterna ristorazione dello spirito e del corpo in Dio; tutti coloro che, per la loro mitezza non meccanica ma continuamente e faticosamente riconquistata tra le violente provocazioni e le frequenti e molteplici vessazioni del mondo alle quali sono sottoposti, sanno di poter ereditare la terra; tutti coloro che, sforzandosi quotidianamente di agire, con l’aiuto di Dio e per mezzo di un sano anticonformismo evangelico, per assecondare santi princípi di  giustizia sia contro forme di pigrizia personale sia anche contro ben collaudate convenzioni sociali e religiose (o pseudoreligiose) e contro forme molto diffuse benché non sempre visibili di iniquità individuali e sociali, confidano di poter entrare a far parte un giorno dell’eterno e perfetto regno divino di giustizia; tutti coloro che sapendo astenersi, senza rinunciare ad essere strenui testimoni in Cristo di intransigente verità, dal fanatismo del giudizio e da ogni inappellabile condanna per gli erranti, aspirano a loro volta ad essere beneficiari della misericordia di Dio, e infine tutti gli onesti, tutte le persone leali, tutte le persone pulite, che non negano o non nascondono né le proprie lordure né in generale le lordure e le storture di questo mondo, rimettendosi ogni volta con la o nella preghiera fiduciosamente alla misericordia e alla giustizia divine, ecco tutti costoro, tutti questi poveri in spirito, che nelle diverse circostanze della vita sanno esercitare correttamente ora questa ora quella virtù evangelica, ora anche diverse virtù evangeliche contemporaneamente, sono concreti operatori di pace, di una pace certamente gradita al Signore anche se non sempre agli uomini, di una pace che il mondo ha talvolta la tendenza a percepire come spada o come guerra, ovvero come volontà di scissione e di scontro. Sono questi operatori di pace che, assecondando Dio contro il mondo e non il mondo contro Dio, Dio stesso riconoscerà e chiamerà figli suoi.

Però, i poveri in spirito, i figli di Dio, gli amanti della giustizia divina, i chiamati o i predestinati alla beatitudine eterna, dovranno affrontare prove difficili e dolorose, perché, proprio a causa di Cristo e della sua giustizia, non di rado cosí diversa dalla giustizia degli uomini, essi potranno essere in vario modo insultati, diffamati, perseguitati. Ma è in questo doloroso e umiliante frangente che essi dovranno rallegrarsi ed esultare, giacché quelli che saranno stati di Cristo sulla terra, a maggior ragione saranno di Cristo nel cielo, in quel regno dei cieli che non è una semplice metafora o un simbolo privo di contenuti concreti ma un luogo e una condizione spirituale di piena ed eterna felicità. E a chi più sarà stato di Cristo sulla terra, tanto più sarà concesso di essere di Cristo in quel regno celeste, di vivere con lui e per lui per sempre.

Signore, ho pensato che qualcuno di noi potesse ripensare oggi umilmente, e con l’umiltà di cui tu stesso rendi capace i volenterosi anche se difettosi annunciatori delle realtà celesti, le beatitudini di cui ci parlasti qualche tempo fa. Se le mie parole non hanno travalicato temerariamente la tua Parola, ti ringrazio per avermi illuminato con il tuo santo Spirito e ti chiedo di benedire la mia vita; se invece talvolta, senza avvedermene, per eccesso di zelo o per difetto di cautela verso il tuo ineffabile e celeste messaggio, anziché servire la tua Parola ho finito per servirmene, ti prego di perdonarmi, di accettare almeno le buone intenzioni di quanto sono venuto scrivendo e di accogliermi ugualmente nelle tue braccia misericordiose.