La giustizia tra Dio e gli uomini

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Oggi scrivo sulla giustizia secondo gli uomini e secondo Dio sotto la pressante sollecitazione di una gravissima contingenza storico-politica che investe ormai da tempo tutti gli ambiti della vita morale e civile dell’Italia, sede universale della Chiesa di Cristo, rischiando di determinare un vistoso tradimento del bene comune della Nazione e un’ulteriore riduzione del già precario senso morale di molti di noi. Il fatto è che una banda di delinquenti, a cominciare dal suo capo, legittimata a governare per il momento il nostro Paese da un consenso popolare di significato molto ambiguo, pretende di collocarsi al di sopra della legge e di ogni legge e resiste accanitamente con mille sotterfugi al giusto e doveroso giudizio con cui i magistrati tentano di perseguire reati e delitti commessi nel suo ambito a tutto danno di elementari regole morali e giuridiche di comportamento.      

La giustizia umana, con i suoi princípi e le sue norme, con le sue leggi e i suoi divieti, con i suoi ordinamenti e le sue pene, con le sue istituzioni e i suoi codici, con i suoi organi di potere e i suoi tribunali, pur sempre suscettibili di miglioramento, assolve la funzione di regolamentare la vita degli Stati e delle organizzazioni sociali ed è il prodotto di ultrasecolari processi di razionalizzazione sempre aperti all’esperienza e alla riflessione di uomini e popoli impegnati in diversi contesti storico-culturali ed economici. La giustizia umana, nelle sue forme storicamente più avanzate, è volta ad assicurare che i rapporti sociali siano fondati su una distribuzione, equa ma dinamica e suscettibile di continui perfezionamenti, di diritti e di doveri. Essa impone ad ogni essere umano, ad ogni cittadino di ottemperare alle norme vigenti, cosí come riconosce ad ognuno “il suo”, ovvero una dignità, un lavoro, una casa e via dicendo. La giustizia umana è in massima parte la giustizia di Cesare, del potere costituito, cui Gesù riconosce legittimità perché la sua autorità è non già giustificata nella sua specifica realtà di fatto ma consentita e autorizzata in linea di principio da Dio stesso affinché gli uomini dispongano di strumenti che, per quanto imperfetti, siano idonei a garantire in qualche modo un corretto svolgimento dei rapporti interpersonali e un’ordinata vita sociale. Tale giustizia ha una sua autonomia relativa rispetto alla giustizia divina, nel senso che vale e deve essere accettata da ogni uomo e donna, suddito antico o cittadino moderno che sia, sebbene segnata da limiti o anomalie (per esempio, certe evidenti forme di diseguaglianza economica e giuridica, oppure certi codici penali che prevedono la morte e persino la morte più cruenta), e sino a quando non vi si ponga rimedio, pur sussistendo per ognuno l’obbligo morale e spirituale di concorrere ad una sua progressiva emancipazione e ad una sua crescente e sana umanizzazione.

La giustizia umana deve essere accettata quantunque sia chiaro che la giustizia divina si pone sempre oltre quella umana e che tale accettazione è doverosa per i cristiani nei limiti in cui non collida con ciò che è dovuto a Dio. In tal senso la giustizia divina può essere considerata come una sorta di idea-limite dei procedimenti spirituali e razionali che muovono e animano la giustizia umana o come un costante correttivo di essa: anche in rapporto alle forme per ipotesi più perfette e ammirevoli di giustizia umana la giustizia divina continua a porsi naturalmente come eterogenea e qualitativamente diversa ma ciò non implica che sia estranea alla stessa giustizia umana allorché non se ne facciano usi perversi.

La giustizia “distributiva” è importante per uomini e popoli ed essa si colloca nella direzione voluta da Dio e da Cristo che sfamava le folle e guariva i malati ed appariva sempre sensibile ai bisogni concreti e vitali di tutti (in una logica di accoglienza, di perdono e di incoraggiamento a compiere il bene), sottoponendosi altresí alle severe leggi della società ebraica. Per essa e per tutto ciò che essa viene implicando a tutti i livelli è necessario che credenti e non credenti si impegnino al meglio delle loro possibilità perché ne va della vita e della qualità della vita di ciascuno. La giustizia divina in parte può anche coincidere con quella umana, perché tutte le volte che una società diventa più libera, più eguale, più giusta su punti essenziali e realmente qualificanti della vita delle persone (si pensi a una società libera dall’istituto della schiavitù o della tratta dei negri, dalla pena di morte o da logiche dispotiche e da legislazioni manifestamente inique), non c’è dubbio che è anche la giustizia divina che viene calandosi e affermandosi nelle vicende della storia umana anche ove questa continui ad esser piena di ingiustizie e contraddizioni, di storture e di perversioni. Dove si afferma il bene, accanto alla giustizia umana c’è anche la giustizia divina.

Ma quest’ultima è sempre oltre, è dentro ma oltre. Essa da una parte attraversa o condiziona in un modo o nell’altro i processi storici e culturali delle diverse forme di giustizia economica, di giustizia giuridica, di giustizia sociale, di giustizia morale e civile, sospingendo ognuna di esse, sia pure non necessariamente in modo lineare e irreversibile, verso assetti quanto più possibile rispondenti ad oggettive istanze di progresso umano individuale e collettivo che vengano manifestandosi nei diversi popoli o nazioni, e agendo al tempo stesso per una graduale seppur complessa convergenza di tutte le forme planetarie di giustizia verso un ideale unitario e sempre più universale e perfetto di giustizia nel quale si trovi ad essere espresso in misura significativa lo stesso spirito della legislazione divina.

La giustizia divina quindi partecipa delle vicende storico-umane, vi agisce e concorre al loro stesso sviluppo, coincidendo talvolta con i suoi progressi e le sue conquiste o talvolta contrapponendosi ad essi, senza tuttavia mai coartare o mortificare la libertà degli uomini, la libertà e il senso spirituale della loro ricerca e del loro impegno, ma essa non si esaurisce mai totalmente nelle pur sempre particolari e storicamente determinate conquiste morali e spirituali dell’umanità. Pur sempre presente in tutti i processi genuinamente volti ad umanizzare e a spiritualizzare la storia del mondo, la giustizia divina mai può identificarsi totalmente con alcuno di essi. Lo stesso ragionamento vale per la condotta dei singoli: ognuno di noi è sempre libero di orientarsi verso il bene o verso il male ma il Signore, pur sempre operando nelle nostre vite, né si sovrappone alle nostre scelte anche se negative né si manifesta compiutamente attraverso di esse anche se positive ed altamente virtuose.

 Passando da concetti generali a concetti più determinati che riguardano la nostra quotidianità, si può dire che la giustizia umana opera a volte bene a volte male mentre la giustizia divina è infallibile e, pur prendendosi i suoi modi e i suoi tempi, alla fine distribuisce ad ognuno “il suo” (unicuique suum): sí quello di cui uno avrà dimostrato, con i suoi pensieri e le sue opere, di avere realmente bisogno. La nostra fede ci rende sicuri che la giustizia divina non è contraria alla giustizia umana tutte le volte che questa si muove risolutamente e senza pregiudizio, con i mezzi che le sono propri, contro ogni forma di abuso manifesto di potere, contro ogni iniquità, contro ogni violazione di princípi morali universali, contro ogni attentato alla dignità umana e contro ogni forma di ostentata empietà e di spudorata licenziosità, mentre non può renderci meno sicuri del fatto che la giustizia umana si faccia segno di giustizia divina quando a tutto ciò si aggiunga lo sforzo sincero e ostinato di ottemperare a tutti i comandi evangelici di Gesù e di pregarlo e rendergli lode in e con ogni atto della nostra esistenza, a cominciare da quello che ci induce ad una permanente conversione personale. 

I cattolici non possono pensare perciò che, siccome la giustizia divina è un’altra cosa rispetto a quella del mondo, allora non occorra preoccuparsi molto di rendere quest’ultima, non già solo su alcuni versanti ma su tutti i versanti dell’esistenza storico-umana, quanto più possibile carica di senso morale oltre che di razionalità strettamente economica o giuridica o strumentale, quanto più possibile attendibile ed efficace, imparziale ma inflessibile, in particolare per quanto concerne i reati più odiosi di violazione della dignità personale a tutti i livelli. Va da sé che queste considerazioni diventino ancor più stringenti e obbliganti se o quando forme di corrompimento e di perversione della vita umana e civile vengano direttamente o indirettamente veicolate da comportamenti palesemente immorali ed illegittimi anche sotto il profilo giuridico, nonché perseguibili dal punto di vista penale, di quanti hanno il compito di governare un popolo. I cattolici che tacciano (con il comportamento prima che con le parole) anche o persino al cospetto di un Cesare che violi i più elementari princípi di etica pubblica, pretendendo di ottenere con l’astuzia e l’arroganza dalle stesse istituzioni dello Stato una sorta di avallo o di copertura alla sua lordura personale, sono cattolici dalla doppia morale che non fanno certo onore alla propria fede e che sono ben lungi dal dare a Dio quel che è di Dio ed è sperabile che essi capiscano prima o poi che testimoniare Cristo significa anche fare del proprio meglio per impedire ai prepotenti e agli arroganti di governare o di fare della propria licenziosità in senso lato e in senso specifico uno dei principali criteri di governo.

Poi essi potranno anche fallire ma già per l’onesto tentativo compiuto di arginare il male fuori di sé e dentro di sé saranno già entrati nella «giustizia “più grande”», quella di Cristo, «che è quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10), la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare. Proprio forte di questa esperienza, il cristiano è spinto a contribuire a formare società giuste, dove tutti ricevono il necessario per vivere secondo la propria dignità di uomini e dove la giustizia è vivificata dall’amore» (Messaggio di Benedetto XVI per la Quaresina 2010, 30 0ttobre 2009). Beninteso, qui non si tratta di giudicare nessuno in modo assoluto e definitivo, perché anche i delinquenti che oggi ci governano potranno sempre pentirsi e ricevere il perdono di Dio e anche i cattolici che oggi sbagliano potranno domani ravvedersi ed ottenere la divina misericordia. Chi scrive del resto, pur essendo certo di non voler trasformare una rigorosa riflessione evangelica in una presa di posizione politico-elettorale (anche perché conscio che dall’altra parte della barricata probabilmente non si danno condotte molto più dignitose), non è migliore degli altri, ma se il problema è quello di vedere in che rapporto stiano la giustizia divina e quella umana e di capire cosa esige la fede in Cristo da chi intende coltivarla coerentemente, le risposte devono essere chiare, precise ed inequivocabili. Peraltro, non è l’odio che deve indurre i cristiani a criticarsi reciprocamente e a criticare situazioni e comportamenti incresciosi e aberranti come quelli cui si fa qui riferimento, giacché al contrario resta per loro sempre valido il monito del Levitico (19, 17): «Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui».

Ed è con questo spirito che è necessario riconoscere che lasciare che i potenti si servano incontrastati della giustizia umana per mascherare i propri delitti o per perseguire i propri meschini ed illeciti interessi personali sia altrettanto peccaminoso che trascurare di amare il prossimo come se stesso e Dio con tutte le proprie forze: è infatti probabile che tutto ciò che di deteriore viene consentito o approvato o anche tacitamente avallato a livello pubblico non resti privo di ricadute profondamente dannose sulla vita individuale e collettiva delle persone. E inoltre è altrettanto peccaminoso omettere di rimproverare apertamente chi esercita a proprio vantaggio il potere non perché non si debba confidare nella giustizia divina molto più di quella umana, che viene spesso ostacolata in tutti i modi e con tutti i mezzi dalla protervia dei potenti, ma perché sulla nostra condotta di credenti in Cristo non può non incidere, se non appunto a causa della nostra colpevole inerzia spirituale, il severo avvertimento biblico: «Guai a quelli che chiamano bene il male, e male il bene» (Isaia, 5, 20).