Porgere l'altra guancia

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

L’unica volta che viene schiaffeggiato, stando alla narrazione evangelica, Gesù non porge affatto l’altra guancia ma, rivolgendosi al soldato malvagio che lo ha percosso, dice: “Se ho parlato male, dimostralo. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18, 23). Come dire: poiché come guardia del sinedrio hai delle funzioni da assolvere, tra cui quella di esercitare la forza su chi manchi di rispetto all’obbligo di dire la verità in un luogo istituzionale in cui si esige che si dica la verità, colpiscimi pure se puoi dimostrare che ho detto il falso; se invece non solo non puoi dimostrarlo ma sai perfettamente che ho detto la pura e semplice verità con quale diritto pretendi di fare uso della forza nei miei confronti? Gesù dunque ammette la possibilità che, entro certi limiti, si possa fare uso talvolta (non che si debba fare uso) della forza verso il prossimo: nel caso storico in parola, quando quest’ultimo dica il falso al cospetto dell’autorità religiosa costituita, ma per estensione la facoltà dell’esercizio della forza nei modi più diversi ai danni di qualcuno potrebbe valere legittimamente in tutti quei casi in cui colpevolmente si tenti di ingannare un tribunale o una comunità nazionale o locale per fini malvagi oppure si abbia in animo di compiere azioni delittuose già comprovabili come tali.

Gesù sa perfettamente che su questa terra l’uso della forza è talvolta ineluttabile al fine di evitare che i malvagi, i malfattori e i violenti impediscano uno svolgimento sufficientemente ordinato e pacifico della vita sociale o popolare. Ed egli non si scandalizza certo del fatto che, a fin di bene, qualcuno possa anche usare delle armi, peraltro rischiando in proprio, per evitare che qualcun altro procuri del male a degli innocenti inermi o indifesi. A maggior ragione, egli non trova nulla da ridire su tutte quelle disposizioni coercitive che il potere giudiziario prevede ed adotta verso coloro che attentino alla integrità delle leggi e delle istituzioni di uno Stato.  

Certo, Gesù riprende Pietro che vuole difenderlo dai soldati che stanno per catturarlo, ma lo riprende (chi di spada ferisce, di spada sarà ferito) non nel senso generico che in assoluto chiunque usi la forza sarà punito da Dio bensí nel senso specifico che si preoccupa per l’integrità dello stesso Pietro, per l’integrità dunque di un uomo giusto, giacché generalmente quando si ricorre alla violenza poi si può restare anche vittima della violenza altrui, per cui è sempre bene fare del proprio meglio per non alimentare la violenza stessa.

Ecco: bisogna fare del proprio meglio per non alimentare la violenza, perché gli effetti della violenza sono imprevedibili e quasi sempre devastanti praticamente e spiritualmente. Questo è l’insegnamento, il monito di Gesù: non si deve porgere l’altra guancia per stupidità o per paura o per mollezza caratteriale o per viltà, ma perché, quando si ha accanto a sé il Signore, quando si dispone della forza di Dio, il cristiano più di altri ha il dovere, persino in rapporto a persone malvage, di frenare il più possibile la propria naturale aggressività, di resistere alle provocazioni pur dovendo reagire in modo ugualmente doveroso con tutti i mezzi legittimi della parola, della legge e del diritto. Il cristiano non è che non debba reagire alle provocazioni o meglio alle intenzioni delittuose del malvagio, ma deve reagire non mettendosi sul suo stesso piano, non contrapponendo e non tentando di contrapporre alla sua violenza una violenza di pari grado o forza ma la forza della verità e della giustizia, dell’onestà, del coraggio. Porgere l’altra guancia non significa farsi schiacciare dal malvagio, accettare passivamente i suoi soprusi, rinunciare a difendere la propria dignità e quella della propria famiglia o della propria comunità o della propria Chiesa, ma significa non accettare una logica di puro scontro, sopportare l’apparente umiliazione di una parola o di una sberla di troppo, non voler restituire subito e nello stesso modo e con la stessa moneta l’offesa ricevuta perché tu hai Dio dalla tua parte ed egli si vendicherà eventualmente per te, sforzarsi di avere pazienza e seguire le vie normali e legittime della giustizia e quelle della stessa giustizia divina continuando a dialogare ai fini di una riconciliazione oppure, se necessario, ricorrendo agli strumenti e alle leggi della giustizia civile e penale; ma soprattutto significa ricordarsi di non maledire mai il nemico in quanto anche lui è un figlio di Dio e piuttosto di pregare per lui perché si è smarrito e non sa che sta facendo del male più a se stesso che alle sue stesse vittime e affinché il Signore lo illumini e lo riporti sulla retta via.

E’ inutile resistere alla cattiveria con cattiveria, a parole e azioni ingiuste con parole e azioni altrettanto ingiuste, a comportamenti superbi e saccenti con altrettanta superbia e saccenteria. Molto più utile e realistico è rispondere con intelligenza e vigorosa sobrietà, con parole appropriate e atti giusti anche se meno cruenti rispetto a quelli attuati o che vorrebbero attuare i nemici, con comportamenti fermi ma equilibrati ed ispirati a quello spirito di verità e di disponibilità al perdono che è la regola principale della sapienza divina. Insomma, bisogna tenersi sempre al di sotto della volontà di aggressione e di persecuzione di cui si sia oggetti reagendo al male appunto con il bene, con la verità, con le armi non violente della stessa giustizia umana (almeno sino a quando la giustizia umana non si sia manifestamente convertita in ingiustizia disumana) e soprattutto con la preghiera e la fede in Cristo Signore.

Perché, in effetti, senza la preghiera ed una granitica fede in Gesù ogni sforzo di non cedere alla tentazione della vendetta, e quindi alla tentazione di infliggere al nemico una punizione pari alla sua malvagità, sarebbe destinato a fallire miseramente, laddove invece, solo per la grazia che egli pur immeritatamente voglia concederci in abbondanza, noi possiamo difenderci in un tribunale da un imbroglione senza odiarlo, oppure salutare per primi per strada una persona che ci abbia fatto del male non consentendoci di attuare un progetto di lavoro o di vita molto importante per noi, oppure assumendo talvolta un atteggiamento severo non per superbia e per disprezzo ma per indurre ad opportuni e più giusti ripensamenti chi ci abbia fatto o continui a farci dei torti o anche chi brancoli ancora nel buio di un’orgogliosa e sterile cecità esistenziale.    

Detto questo, mi pare che l’invito di Gesù a porgere l’altra guancia e a compiere tutta una serie di operazioni sempre riconducibili ad esso non si configuri affatto come un alibi per comportamenti umanamente ambigui o vili, per coscienze sonnacchiose che preferiscono abbassare la testa pur di vivere tranquille e al riparo dai tumulti della vita, per atteggiamenti ipocriti e servili dei quali non di rado mostrano di aver bisogno sia i governanti sia molti capi religiosi per tenere sotto controllo le masse, per sfruttarle e manipolarle a loro piacimento senza timore di esserne spodestati, o nel migliore dei casi per contenerne lo spirito di protesta o di rivolta anche in presenza di vistose iniquità e mastodontici soprusi. Quell’invito si configura al contrario come una sapiente ed insuperabile tecnica spirituale con cui sia sempre possibile perseguire la giustizia avendo coscienza di essere giusti e non mascalzoni o empi, reagendo ai malvagi non con e per odio ma con e per amore e secondo comportamenti mai violenti e distruttivi ma responsabili e rispettosi della dignità umana di tutti. Purtroppo, è opportuno precisare, anche nei rapporti interpersonali non di rado accade che gli stessi fedeli tendano a dare di quella prescrizione evangelica interpretazioni superficiali e di comodo che abbiano per effetto quasi sempre quello di salvaguardare in modo inescusabile determinati interessi anche se illegittimi o riprovevoli a scapito di altri interessi anche se legittimi, prioritari e del tutto meritevoli di essere perseguiti.

D’altra parte non si può mancare di osservare che quelle parole di Gesù tanto più radicalmente dovranno essere pensate e vissute quanto più radicale sarà la sua chiamata a seguirlo e la nostra capacità di ascoltarla e di eseguirla. In questo senso possono darsi nella vita di ognuno di noi dei momenti in cui, anche se legittimati a resistere alla menzogna e alle iniquità del mondo, sentiamo per grazia di Dio che ormai non occorre fare nient’altro che consegnarsi completamente nudi ed inermi alla sua volontà: proprio come Gesù, che si consegnò al Padre sulla croce.