Lettera aperta al cardinale Bagnasco

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

No, caro fratello cardinale Bagnasco, per quanto mi riguarda e contrariamente a quanto dice Andrea Tornielli nel suo commento, non giudicai “troppo equilibrate” le parole da lei pronunciate un mese fa sul caso Ruby (Intervista di A. Tornielli ad A. Bagnasco, Clima avvelenato, basta scontri tra poteri, in “Il Giornale” di domenica 27 febbraio 2011). Scrissi infatti: «se per larghi tratti la relazione di Bagnasco è ammirevole per chiarezza, lucidità, precisione e tensione spirituale, non manca in essa una parte che ad alcuni, tra i quali si include anche lo scrivente, è sembrata più generica ed ambigua e soprattutto ispirata da eccessive preoccupazioni diplomatiche. Questa parte è quella in cui Bagnasco esamina più da vicino la situazione politico-istituzionale del nostro paese con specifico riferimento allo scandalo in cui è rimasto coinvolto il leader del cosiddetto Popolo della libertà. Infatti, ad un certo punto, l’alto prelato lombardo, nell’auspicare che “il nostro Paese superi, in modo rapido e definitivo, la convulsa fase che vede miscelarsi in modo sempre più minaccioso la debolezza etica con la fibrillazione politica e istituzionale”, ritiene di dover precisare che tale fibrillazione consisterebbe nel fatto che “i poteri non solo si guardano con diffidenza ma si tendono tranelli, in una logica conflittuale che perdura ormai da troppi anni”» (sito “fogli mariani”). Perciò, sempre per quanto mi riguarda, l’apparente autocompiacimento che lei esprime nell’intervista rilasciata a Tornielli quando dice che “l’equilibrio di per sé è una virtù”, non sembra affatto giustificata e pertinente, perché al contrario, in certi casi, un uomo di Chiesa avrebbe a mio avviso il dovere di essere molto più chiaro e perentorio nei confronti di governanti sciocchi e corrotti che, con il loro comportamento generalmente ed obiettivamente provocatorio, non fanno altro che dividere e sobillare il popolo anziché unirlo e pacificarlo.

Io non sono “una personalità della cultura italiana”, per usare le sue parole; sono un umile seguace di nostro Signore e non condivido affatto il suo concetto secondo cui i poteri di questo nostro Stato si tenderebbero tranelli, perché non vedo la reciprocità delittuosa che lei lamenta bensí solo il continuo e frenetico affannarsi dell’attuale presidente del Consiglio per attentare alla Costituzione e ai liberi poteri dello Stato, quali che siano poi i limiti di tali poteri. E’ esattamente e principalmente lui che fa di tutto per delegittimare tutto e tutti tranne che i suoi illegittimi interessi e i suoi foschi e servili compagni di cordata, per cui diventa del tutto naturale che una buona parte della società e dello stesso mondo cattolico manifestino il loro sdegno, anche se il vescovo di San Marino mons. Negri (beato lui!) pensa che i cattolici “non debbano indignarsi”, e chiedano a gran voce che questo piccolo ma pericolosissimo despota, quali che siano certe sue pur possibili o presunte capacità di governo, sia il più presto possibile spodestato. Questa è la verità dei fatti e, siccome la nostra amatissima Chiesa non fa mancare giustamente le sue osservazioni e i suoi rilievi sulle stesse vicende politiche italiane, sarebbe quanto mai opportuno che osservazioni e rilievi fossero scevri di discutibile e ambigua diplomazia politica e invece pieni di santo e pur sempre caritatevole rigore evangelico

Va bene, eminenza, «non può esservi “contrattazione” su valori come la vita, la famiglia, la libertà di educazione» e «il disegno di legge sul fine vita va sostenuto perché “corrisponde al buon senso”» (Ivi). D’accordo anche sul fatto che l’Europa debba porsi seriamente il problema dell’ondata migratoria del nord Africa senza lasciare l’Italia da sola a fronteggiare questo problema, né certamente da buoni cattolici mancheremo di fare nostra la preoccupazione di fondo della Chiesa, quella per cui «una visione edonista della vita abbia la meglio, mortifichi la dignità personale, e corrompa le energie migliori del nostro Paese. Siamo tutti avvertiti del fatto che una certa cultura della seduzione ha introdotto una mentalità, e ancor prima una pratica di vita, dove sono state messe al bando parole come sacrificio, impegno, disinteresse, e tutto sembra diventare moneta. Questo ha indotto anche tra i giovani falsi miraggi: la rincorsa alla vita facile più che il bene, cercare l’utile più che il vero, inseguire l’effimero anziché ciò che dura. Oggi, di fronte alla crisi economica, ci si rende conto finalmente che non si può continuare come se nulla fosse. Il problema va affrontato però alla radice perché dietro la crisi si nasconde una difficoltà più profonda: senza valori veri e condivisi, e senza passare dalla semplice difesa dei propri interessi alla salvaguardia del bene comune, non si riesce a far crescere un popolo» (Ivi).

Proprio per questo, anche alla luce del fatto che esiste nel nostro paese un’«emergenza educativa», e sia pure un’emergenza educativa da collocare nel quadro di «una crisi epocale, certamente non circoscritta al nostro Paese» (Ivi), tutto si può cercare di fare tranne che dare sostegno, sia pure attraverso argomentazioni generiche che sembrano prendere di mira qualsivoglia forma di immoralità e di indecenza istituzionale, a chi, pur paladino di una concezione alquanto spensierata ed edonistica della vita, offra spregiudicatamente il suo sostegno alla Chiesa al solo scopo di consolidare il suo potere personale. Non sarebbe meglio avere a che fare con un presidente del Consiglio che, sia pure sbagliando, fosse meno condiscendente su questioni che per la Chiesa sono di fondamentale importanza ma molto più equilibrato e sereno in quanto capo del governo italiano? In fin dei conti, anche in quel caso, chi e cosa potrebbe impedire da una parte alla Chiesa di continuare ad ammonire sui pericoli derivanti dall’adesione a leggi permissive e antievangeliche e, dall’altra, ai veri fedeli di ottemperare ai suoi insegnamenti? Pensiamoci, fratello cardinale.