Il cardinale Piacenza, il celibato e la radicalità evangelica

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Il cardinal Piacenza, da quando ha preso il posto del cardinal Hummes, sta distinguendosi soprattutto per il particolare zelo con cui si occupa di celibato. Indubbiamente egli tenta cosí di arginare, dall’alto del suo ministero, le numerose critiche o polemiche che negli ultimi anni hanno riguardato proprio questo tema dentro la Chiesa e fuori di essa. Ma, per il modo stesso in cui viene operando la pur appassionata difesa di questo importante istituto della vita sacerdotale ed ecclesiale cattolica, non si può onestamente affermare, da un punto di vista correttamente cristiano e cattolico, che le sue argomentazioni abbiano finito per rafforzare al riguardo la posizione ufficiale della Chiesa e sua personale. Qui, come sempre, mi permetto di discuterne ancora una volta perché, come tutti sanno, un cattolico, quale io ritengo umilmente di essere, e per quanto indegno possa spiritualmente sentirsi dinanzi al Signore, ha il dovere di obbedire e conformarsi al papa nei limiti in cui il papa affermi, chiarisca e ribadisca autorevolmente le verità dogmatiche centrali della nostra fede, mentre dovrà diligentemente applicarsi per non fare mancare alla Chiesa tutta non solo la sua testimonianza di vita ma anche la sua testimonianza di parola e di predicazione: ognuno di noi, come almeno i più alti prelati sanno bene pur forse trascurando di ricordarlo con la dovuta assiduità al popolo di Dio, non solo appartiene alla Chiesa ma è Chiesa egli stesso perché portatore dell’universale e regale sacerdozio di Cristo.  

Ciò detto e precisato, mi sembra eccessivo che Piacenza recentemente abbia inteso reiterare il suo tentativo di fare del celibato una questione di radicalità evangelica (M. Piacenza, Il celibato sacerdotale. Questione di radicalità evangelica, in “L’Osservatore Romano” del 23 marzo 2011). Ancora, nel migliore dei casi, non si riesce a capire negli ambienti alti del Vaticano che in sé e per sé il celibato non garantisce alcun radicalismo evangelico, o meglio può darsi che lo faciliti o lo favorisca ma non apriori ed indipendentemente dalla reale e concreta condotta del singolo che abbia intrapreso la vita sacerdotale. Si può dire che il celibato sia veicolo o strumento di radicalismo evangelico sempre aposteriori, mai apriori, e in definitiva solo Dio potrà stabilire con assoluta ed indefettibile certezza se la scelta celibataria sarà stata e in che misura espressione di radicalità evangelica nell’ambito della propria attività presbiterale e pastorale.

D’altra parte, non dovrebbe essere difficile convenire sul fatto che evangelicamente radicali possono essere non solo preti e vescovi cattolici ma anche religiosi non cattolici e laici di fede cattolica, e, se si vuole andare nello specifico, non solo persone non sposate ma anche persone felicemente sposate. Si continua peraltro a rimuovere colpevolmente dati di fatto assolutamente inamovibili dalla coscienza cattolica, vale a dire il fatto che il capo della Chiesa cattolica, dopo Cristo, fosse un uomo sposato e padre di una figlia sepolta probabilmente a Roma non lontano dalla tomba di Pietro; che la stessa madre di Gesù fu felicemente e sia pure verginalmente sposata con Giuseppe, e che per i primi tre secoli di cristianesimo venne pacificamente consentito persino a chi avesse già una famiglia propria di essere nominato e ordinato vescovo. La Chiesa gerarchica attuale, e lo dico con grande sofferenza (e, a questo punto, mi perdoni il Signore, anche con una certa insofferenza), non risponde mai a queste osservazioni che non sono necessariamente quelle dei soliti “nemici di Cristo e della Chiesa”, dei soliti “disturbatori” anticattolici o di cattolici arroganti che si prestano al gioco dell’antiCristo, ma quelle di cattolici che, almeno sul piano della parola e della predicazione, vorrebbero poter essere appunto “radicalmente evangelici”.

Comincia ad apparire un po’ strumentale e fuorviante, non me ne voglia il cardinal Piacenza, la prosopopea del sacerdote celibatario come più elevato modello di radicalità evangelica. Non è vero, non è necessariamente vero che il sacerdote celibatario esprima il massimo di radicalità evangelica, anche perché se fosse vero dovremmo concludere che le donne, che non possono ricevere il ministero presbiterale, non potrebbero in nessun modo essere perfettamente partecipi del sacerdozio di Cristo e tendere in modo lodevole ad una imitatio Christi, mentre Maria Maddalena è lí a testimoniare con la sua vita di peccatrice pentita che non solo una donna può essere capace di essere fedelmente partecipe dell’unico sommo sacerdozio di Cristo, sia pure non sul piano ministeriale, ma che essa può esserne seguace e testimone molto più degnamente di tanti uomini approdati al sacerdozio e non sempre ad esso fedeli in tutte le epoche della storia. Che differenza c’è poi tra un sacerdote che muore a causa della propria fede in Cristo e un laico cattolico, ministro pakistano, come Shahbaz Bhatti, che muore assassinato  lasciando scritto nel suo testamento spirituale: «non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo»? Non sono entrambi santi martiri della santa Chiesa di Cristo?

Ma, anche a prescindere da considerazioni pure importantissime di carattere fattuale, quando mai poi la Chiesa avrebbe operato una traduzione e una sistemazione dogmatiche della iniziativa con cui Gregorio VII nell’XI secolo ebbe a proibire agli uomini sposati, per motivi storici del tutto contingenti, l’accesso alla ordinazione sacerdotale di tipo ministeriale? Il concilio di Trento, avrebbe certo acquisito quella disposizione pontificia, quella norma disciplinare, rilanciandole come dato permanente della vita stessa della Chiesa in quanto legge per l’appunto utile a rivitalizzare la spiritualità della comunità ecclesiale ed ecclesiastica, ma nessun papa mai, nessun concilio avrebbero avuto l’ardire di teorizzare in sede dogmatica il celibato ecclesiastico come «esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell'Ordine determina» (Il celibato sacerdotale, cit.), nel senso di voler precludere ai non celibi, capaci di profonda spiritualità e di astensione sessuale, la via del presbiterato.   

Sarebbe quindi il caso di non fare più orecchie da mercanti e di stare più attenti ai ragionamenti che si fanno e alle parole che si proferiscono, a cominciare naturalmente da me. Cosa significa riaffermare per l’ennesima volta che, pur «con accenti talora sensibilmente differenti, l'insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica» e che solo «una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II - a cominciare dalla Presbyterorum ordinis - potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi» (Ivi)? Ma vogliamo continuare a creare inutilmente dei falsi bersagli o meglio bersagli di comodo? Quante volte ancora, prima di essere ascoltati sul serio e non per finta, bisognerà ripetere che nessuna persona avveduta mette in discussione il celibato come dono o grazia speciale del Signore pur non essendo affatto richiesto, secondo l’esplicita precisazione della Presbyterorum hominis, dalla natura stessa del sacerdozio ministeriale e dal suo esercizio sacramentale anche in considerazione del fatto oggettivo che non il celibato ma l’ordine costituisce un sacramento?

Il celibato non è «un residuo del passato», ma sarebbe più esatto dire del “passato medievale” visto che nel primo millennio non era affatto considerato come un requisito necessario del sacerdozio, «di cui liberarsi» (Ivi). Ma il problema, lo sa bene Piacenza, è un altro: che né Cristo né i vangeli, né la tradizione della Chiesa, né il magistero pontificio di due millenni di storia cristiano-cattolica, hanno mai potuto fissare in senso dogmatico un obbligo celibatario ai fini dell’ordinazione sacerdotale, per cui sia felice chi abbraccia il sacerdozio da celibe ma sia concesso a chi lo voglia, pur non essendo più celibe, di essere altrettanto felice nell’abbracciare il sacerdozio cristiano attraverso una onesta e non prevenuta verifica ecclesiastica della sincerità della sua aspirazione e della legittimità della sua domanda.

Dunque, quali sono le vere e forse inconfessate preoccupazioni della Chiesa? E’ singolare un altro passaggio dell’intervento cardinalizio. Si legge infatti: «in ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato cosí determinante della vita sacerdotale. Giovanni Paolo II nella “Pastores dabo vobis” (n. 29), riportando il voto dell'assemblea sinodale, afferma: "Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all'Ordinazione sacerdotale nel Rito latino”» (Ivi, corsivo mio).

Intanto anche Piacenza, nel citare Giovanni Paolo II, deve prendere atto che quel papa parlava e scriveva del celibato come di una “legge” della Chiesa, ma poi perché mai la discussione contemporanea sul celibato dovrebbe turbare le “giovani generazioni” dal momento che non c’è un solo uomo onesto e competente di Chiesa che non sappia perfettamente come stiano realmente le cose? Perché un giovane, nel momento in cui gli si dice che secondo Gesù anche un anziano sposato con figli può ricoprire il ministero presbiterale, dovrebbe sentirsi turbato e scoraggiato? Dire la verità, ascoltare la verità, per un cristiano sarebbe scoraggiante? Perché tanti giovani, che da celibi abbracciano il sacerdozio, dovrebbero rimanere sgomenti dinanzi alla opportunità concessa anche ad uomini sposati, e presumibilmente ricchi di esperienza umana e spirituale, di testimoniare il Cristo anche come preti? Non è più probabile che si sentano confortati, incoraggiati e responsabilizzati dal pensiero per cui, se anche dei signori ormai anziani su cui incombe un fardello familiare avvertono la chiamata a seguire il Cristo persino sul finire della vita, molto più essi, ancora pieni di energia e di “futuro”, potranno sperare di dedicarsi alle cose di Dio quanto meno con pari serietà e fortezza d’animo? Non è vero che forse, anche in questo caso, i vecchi potrebbero essere maestri dei o per i giovani almeno in una certa misura e sotto determinati aspetti?   

Quanto bisognerà ancora attendere prima che la Chiesa dia nuovamente prova di sapienza e di lungimiranza in senso evangelico? Perché essa difende a spada tratta il celibato come se qualcuno volesse portarglielo via? Forse perché teme che l’ingresso di uomini sposati nell’esercizio dei principali ministeri ecclesiastici oltre che ecclesiali possa alterare i rapporti di forza interni alla stessa compagine clericale, che una nuova e più sana mentalità possa spazzare via tanto vecchiume pseudospirituale di cui si nutre e vive non trascurabile parte di clero, che certe ambigue vocazioni sacerdotali selezionate secondo antichi e miopi criteri di discernimento possano essere smascherate e presentate per quel che realmente sono dalla vigile presenza di uomini più radicati nel mondo e abituati a guardare le cose terrene e della Chiesa che ne è parte integrante con occhi più obiettivi e disincantati? La presenza di uomini sposati, che abbiano largamente sperimentato le cose di questo mondo, non potrebbe essere un arricchimento anziché un impoverimento per la Chiesa? E’ a queste domande poste senza malizia ma solo per chiarezza e senso di responsabilità che si tratterebbe di dare risposte adeguate, precise, specifiche, credo, anziché esercitarsi ogni volta nell’arte di predicare cose importanti ma generiche, doverose ma scontate, teologicamente ineccepibili ma  spiritualmente espresse in modo fiacco e sterile. Se mi sbaglio chiedo perdono a Dio e alla Chiesa, al papa, ai vescovi e a tutta la comunità ecclesiale, ma questo ho sentito di dover ancora una volta dire e ribadire per fedeltà alla volontà di nostro Signore Gesù.