I cattolici e la guerra in Libia

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Molti anni or sono (marzo 1991) un mio amico scrittore, trattando della guerra, citava prima Freud e poi Cristoph Türcke: Freud per dire che spesso «la ragione principale per cui ci indigniamo contro la guerra è che non possiamo fare a meno di farlo» e per segnalare quindi l’esistenza di un ripudio sociale o religioso piuttosto ipocrita della guerra, e Türcke per distinguere tra una violenza legittima ed una violenza illegittima e per definire legittima quella violenza che «opera per amore del proprio contrario» ponendosi quindi al servizio dell’amore e di tutti i suoi intrinseci valori umani etici e sociali. Qui occorre tener presente che, sebbene il contrario della violenza non sempre nei nostri modi di pensare e di sentire siano realmente l’amore, la giustizia, la pace, perché noi siamo spesso non violenti apparenti, ovvero paurosi e ignavi, ipocriti e opportunisti, non c’è dubbio tuttavia che in taluni casi della vita e della storia in cui il dialogo risulti obiettivamente insufficiente ad assicurare o a ripristinare una situazione umanamente accettabile o un principio di dignità e di giustizia si renda moralmente necessario ed evangelicamente doveroso il ricorso ad atti di violenza proporzionati ed esclusivamente finalizzati al perseguimento di obiettivi non violenti e dunque fondati su propositi e progetti chiari e onesti di giustizia e di pace.

Ora, come tutti dovrebbero sapere, la predicazione di Gesù non ha mai esortato a rifuggire o a desistere dalla violenza per semplice pigrizia e opportunismo spirituali o per viltà e servilismo verso i potenti. Le ragioni del suo invito alla mitezza e alla pace sono ben più profonde e non hanno niente a che fare con le ragioni di una certa prudenza ecclesiastica non sempre limpidamente esercitata per fini inequivocabilmente nobili e disinteressati. Gesù ha ammonito una volta Pietro a non colpire il prossimo in modo dissennato affinché non si esponesse a sua volta alla violenza altrettanto furiosa dei suoi nemici e ha invitato un’altra volta i suoi discepoli a porgere l’altra guancia ma non a lasciarsi massacrare senza opporre alcun tipo di resistenza e soprattutto senza preoccuparsi minimamente di sottrarre alla violenza del tutto arbitraria e iniqua di prepotenti e oppressori i deboli, i poveri, i discriminati, i perseguitati. Non sarà mai abbastanza forte il richiamo anch’esso evangelico a non servirsi strumentalmente delle sante parole di nostro Signore né per avallare una naturale aggressività né per giustificare posizioni di comodo o di privilegio.

Appena scoppiata la guerra in Libia, che non è affatto una guerra civile ma una guerra della quasi totalità del popolo libico contro un regime spietato e sanguinario, furono quanto mai corrette e opportune le parole del cardinale Bagnasco: «Il Vangelo ci indica il dovere di intervenire per salvare chi è in difficoltà. Se qualcuno aggredisce mia mamma che è in carrozzella io ho il dovere di intervenire. Speriamo che si svolga tutto rapidamente, in modo giusto ed equo, col rispetto e la salvezza di tanta povera gente che in questo momento è sotto gravi difficoltà e sventure». Se un tiranno sanguinario spara sul suo popolo, uccide persone inermi e indifese, consente o ordina stupri di massa, si mette sotto i piedi ogni più elementare principio di umanità e moralità, al solo scopo di salvaguardare il suo potere personale e gli interessi economico-finanziari di familiari e cortigiani, io ho il dovere e i cattolici hanno il dovere, nel nome del Vangelo di Cristo, di prendere fermamente posizione contro di lui in tutti i modi e con tutti i mezzi necessari a salvaguardare la vita di tanti innocenti e a tutelare la dignità e la libertà del popolo che in maniera pressoché corale si è rivoltato contro un potere dispotico e violento.

Notava ancora significativamente Bagnasco che «le popolazioni prima o dopo reagiscono ad una visione dell’uomo che è contro i suoi diritti fondamentali, contro la sua dignità. Oltre alla Libia, c’è tutta l’area del Nord Africa. E quanto sta succedendo a me pare che corrisponda ad un fatto generale gia’ successo anche nell’Est. Quando un regime ha un’antropologia che va contro la dignità dell’uomo, le popolazioni esplodono». Ma i vertici del Vaticano, fortemente sollecitati dal vescovo di Tripoli Giovanni Innocenzo Martinelli, visibilmente condizionato più dalle pressioni del governo tripolitano che dalla preoccupazione per le vere sorti del popolo libico, in seguito, con la guerra ormai pienamente in corso, assumevano una posizione più “politica” invocando la soluzione diplomatica come unica soluzione possibile per la fine dei massacri nel paese nord-africano e il ristabilimento della pace. Oggi Bagnasco è perfettamente allineato su queste posizioni.

Un cattolico deve stare sempre attento a non criticare istintivamente o con eccessiva disinvoltura certe prese di posizione degli organi centrali dell’istituzione ecclesiastica ovvero della sua Chiesa anche quando esse vertano su questioni non dogmatiche della fede, perché alla base delle sue critiche potrebbe esserci non già un bisogno oggettivo di verità e di testimoniare la verità ma un ego tanto presuntuoso intellettualmente quanto difettoso spiritualmente. Tuttavia, bisognerebbe che la Chiesa si sforzasse almeno di spiegare e giustificare razionalmente ed evangelicamente le sue affermazioni: la via diplomatica è realisticamente percorribile con un bugiardo recidivo e un despota sanguinario come Gheddafi? Si può ragionevolmente dialogare con uno che ordina ogni giorno ai suoi soldati di bombardare indiscriminatamente un’intera popolazione come quella della città di Misurata? Che senso etico e spirituale potrebbe mai avere il fare la pace con l’unico responsabile di tanti eccidi, di tante brutali torture ed umiliazioni, di tanto sangue versato tra tutte le fasce sociali della popolazione libica? Può la Chiesa di Cristo tacere su tutto ciò e non dissociarsi apertamente da un uomo cosí efferato e malvagio, solo per timore che in caso contrario potrebbero esserci serie ripercussioni per i cattolici residenti in Libia e per gli stessi rapporti della Chiesa con il governo ancora in carica quantunque ormai delegittimato sia sul fronte nazionale che su quello internazionale?

Non intendo mancare di rispetto e di sensibilità per i cristiani e i cattolici della Libia e anzi mi vergogno di fare certi ragionamenti comodamente seduto e lontano dal teatro delle violenze. Forse in questo momento dovrei tacere, ma sentendo il vescovo Martinelli che se la prende con l’Occidente militarista e il cardinale Bertone che, anche lui molto lontano dal luogo in cui si compiono ogni giorno feroci violenze, proferisce parole di pace tanto seducenti quanto generiche e ambigue, mi assumo la responsabilità di dire come cattolico una parola diversa e in perfetta buona fede, non per amore di polemica verso alcuni miei fratelli cardinali ma per amore di verità e di giustizia. Non sono sicuro che “con le bombe e gli aerei” della Nato non si riuscirà ad ottenere niente di buono, come diceva lo stesso Martinelli ancora il 24 aprile 2011. Ma ammesso che egli abbia ragione, si dovrebbe forse consentire a Gheddafi di usare le sue bombe e i suoi aerei contro il suo popolo o si dovrebbe assistere passivi e indifferenti allo sterminio e diciamo pure all’olocausto di qualche decina di migliaia di esseri umani totalmente indifesi?

I buoni cattolici devono fare di tutto, soprattutto con la preghiera e con un esemplare comportamento personale che sia anche aperto alla rinuncia e al sacrificio della propria vita, per scongiurare guerre e conflitti di qualunque natura, ma se il problema è di chiedersi cos’altro fare quando si è in presenza di massacri di massa voluti da un governo tirannico e spietato, la risposta evangelica non può essere che la seguente: avendone la concreta possibilità, occorre mettere a disposizione di tutti coloro che ingiustamente e violentemente sono perseguitati tutti gli strumenti, non esclusa la forza e le armi, che consentano loro di resistere alla violenza subíta. Si può forse pensare che Gesù abbia mai potuto accettare seraficamente l’eccidio di Erode o condannare coloro che si siano eventualmente opposti al tiranno anche con le armi per salvare la vita dei propri figli? Si può forse ritenere che Egli abbia disapprovato in linea di principio l’opposizione armata delle forze alleate al nazismo durante la seconda guerra mondiale o disapprovi l’uso della legittima difesa popolare o individuale nel caso di una manifesta e reiterata tirannide che venga offendendo e distruggendo violentemente la dignità e la libertà di persone incolpevoli? D’altra parte, la risposta a tali quesiti non è chiaramente contenuta nella tradizione e nel magistero della Chiesa?

Dobbiamo ripetercelo sempre fino a capirne realmente il senso: le ragioni cristiane e cattoliche della pace non sono ragioni generiche, epidermiche o superficiali, qualunquistiche o di comodo; non sono le note e consuete ragioni del quieto vivere, del tornaconto personale o della pigrizia intellettuale e morale, né quelle della viltà o del fanatismo religioso, non sono cioè ragioni deboli ma forti. Anche la pace può essere mistificata non meno della cosiddetta “guerra giusta” o “umanitaria”: occorre esercitare correttamente la capacità di discernimento e di giudizio per stabilire, volta a volta, caso per caso, sempre pregando il Signore di illuminarci e di ispirare la nostra scelta e la nostra azione, il da farsi. Oggi, in Libia, è necessario che l’Occidente cattolico, quali che possano essere gli inconfessati interessi politici ed economico-finanziari dei suoi Stati nazionali, soccorra militarmente le popolazioni libiche altrimenti destinate a perire sotto i colpi mortali del loro capo assassino.