Il cattolico tra testimonianza e comunicazione

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista

 

Muovendo dal presupposto che la logica di Dio, volta a prediligere il «religiosamente non qualificato» e l’«umanamente insignificante», si discosta profondamente dalla logica istintiva dell’uomo, portata a dar valore a ciò che conta per fama o prestigio sociale e istituzionale, l’arcivescovo Filoni, sostituto della segreteria di Stato del Vaticano, nel rivolgersi a tutti coloro che da cattolici operano nel campo delle comunicazioni sociali, ha detto chiaramente che «dobbiamo entrare sempre più nel modo di pensare e di agire di Dio che privilegia i lontani e i piccoli» (La verità non va manipolata ma trasmessa con fedeltà e rigore, in “L’Osservatore Romano” del 30 settembre 2009). Non so se l’alto prelato ne sia completamente consapevole: ma per un cattolico che cosa può e deve significare ciò esattamente? Si può ragionevolmente ritenere che debba significare non parlare, non occuparsi solo degli avvenimenti di rilievo nazionale ed internazionale, dei fatti più eclatanti di cronaca, di eventi tanto sensazionali quanto generalmente futili del mondo dello spettacolo e del mondo sportivo, ma anche e soprattutto del mondo che non ha voce, della storia muta e anonima di masse di oppressi, sfruttati, disoccupati e sottopagati in tutte le parti del mondo, e specialmente nelle aree più povere e sottosviluppate; significa smascherare i meccanismi perversi di un potere economico e finanziario che si vorrebbe ineluttabilmente portato a produrre ricchezza per alcuni e miseria per molti, ricorrenti crisi economiche e frequenti squilibri mondiali e settoriali. 

Si può ritenere che debba implicare un serio impegno etico-professionale nel portare alla luce forme sommerse e sconosciute di intelligenza e sensibilità, esempi viventi non visibili e non pubblicizzati di carità e di giustizia individuali o collettive; nel non alterare i dati oggettivi della realtà volta per volta indagata, nel non deformare i fatti gradevoli o sgradevoli che siano per motivi di “appartenenza” o di salvaguardia di particolari interessi, nel non propagandare e diffondere verità parziali e precostituite che oscurino i legittimi interessi dei comuni cittadini e vadano a detrimento dei loro effettivi bisogni.

Entrare “nel modo di pensare e di agire di Dio” deve significare che la prima pagina di giornale o telegiornale dovrebbe essere dedicata ogni mattina alle realtà più nascoste e più laboriose della società, agli sforzi quotidiani di quanti ogni giorno e in tutti gli ambiti civili e lavorativi devono sottoporsi ad attività molto faticose e poco remunerative per vivere o sopravvivere, all’analisi spregiudicata dei motivi strutturali e contingenti che stanno alla base di un’ampia e variegata gerarchia di privazioni e frustrazioni individuali e collettive in tutte le parti del mondo. Se anche per monsignor Filoni il doversi occupare non dei grandi e delle cose grandi ma dei “piccoli” e dei “lontani”, di cose elementari ma di vitale e insopprimibile importanza, viene implicando tutto questo, allora possiamo essere perfettamente d’accordo: perché solo se ci si occupa non strumentalmente né demagogicamente di queste cose, più che di altre, senza temere ripercussioni negative per la propria carriera o per il proprio “prestigio” o cali di popolarità e di consenso per la propria testata, ci si può realmente sottrarre, come dice l’arcivescovo Filoni, a quella duplice e congiunta «tentazione dell’apparire sempre incombente» e di «manipolare la verità per altri fini» (Ivi).          

Se «Dio ama i “piccoli”, i poveri agli occhi di questo mondo e vuole che a essi siano riservate le cure maggiori e ogni attenzione», è di essi, delle loro necessità, delle loro sofferenze e delle loro speranze, che bisogna principalmente trattare, ed ecco perché «anche nei mass media la Chiesa insiste nella difesa dei deboli, nella ricerca della verità e della giustizia, nella tutela dei diritti degli ultimi e degli indifesi - a partire da quanti non sono ancora nati a quelli che sono ormai sulla soglia della morte. La Chiesa si fa voce di chi non ha voce, portavoce di chi non ha accesso alle tribune dei potenti, avendo sempre di mira quanto il Signore domanda, non cede a ricatti e pressioni di alcun tipo» (Ivi). In linea di massima, si può convenire sulla veridicità di questa asserzione. In linea di massima, perché poi ci sarebbe da scandagliare molto attentamente quell’arcipelago cattolico della comunicazione stampata e televisiva, multimediale ed editoriale, che è costituito da una miriade di iniziative diocesane e interdiocesane, parrocchiali, clericali e laicali, per verificare se, in mezzo a tante cose buone, non ci sia anche spazio per forme di comunicazione inconsistenti e fatue, che più che veicolare uno spirito cristiano di verità veicolano il semplicismo culturale-religioso e il narcisismo di soggetti più o meno riconosciuti e influenti nelle comunità ecclesiali ma privi di quella forma mentis critica ed aperta ad un tempo e di quella efficacia espressiva senza cui si può certamente essere testimoni della verità evangelica ma non si può assolutamente essere buoni comunicatori nel nome del vangelo e di Gesù. Proprio cosí, anche qui vale il discorso sui carismi: non tutti i testimoni possono essere comunicatori sociali della fede in Cristo, anche se non è detto che un buon comunicatore sociale della spiritualità e dei valori evangelici sia necessariamente un irreprensibile testimone di e in Cristo. 

Giornalisti, operatori in genere nel campo della comunicazione, ove naturalmente sussista la loro effettiva capacità di svolgere questo lavoro, hanno «un compito speciale», osserva ancora il sostituto segretario di Stato, «che in qualche modo rassomiglia a quello degli angeli», che sono notoriamente messaggeri di Dio (Ivi). Il comunicatore cattolico, che voglia essere anche testimone credibile della propria fede, può trovare nel dialogo evangelico tra l’arcangelo Gabriele e Maria il modello, «lo stile, l’esercizio della comunicazione. L’angelo trasmette prontamente, fedelmente e interamente alla Vergine Santa il messaggio ricevuto» (Ivi), quindi senza resistenze psicologiche, senza parzialità, senza omissioni, senza forzature, senza alterazioni o deformazioni di sorta, ma con un ineccepibile spirito di verità e di santità (la stessa santità che proviene dalla fonte divina della notizia trasmessa e ricevuta), per cui quell’angelo diventa «modello delle nostre comunicazioni e delle nostre relazioni interpersonali e di massa: diventa modello del vostro lavoro di giornalisti e operatori della comunicazione sociale» (Ivi).

 Questo riferimento all’arcangelo Gabriele, che in un certo senso viene qui presentato come santo e celeste patrono di tutti i veri comunicatori della volontà di Dio nella vita e nella storia, sembra quanto mai pertinente e suggestivo, anche se inevitabilmente le parole e il relativo invito di Filoni potranno essere interpretati almeno in una certa misura in modi diversi: «L'arcangelo comunica, annuncia un messaggio importante che ha ricevuto, non lo manipola, non lo reinterpreta a modo suo, lo esprime così come lo ha sentito comunicare a se stesso, quasi come un ordine, un imperativo. Con Gabriele, comprendiamo che la verità non va mai addomesticata a secondi fini, non va manipolata, né peggio contraffatta. Occorre allora coltivare un'etica rigorosa che ci renda consapevoli e responsabili di quanto trasmettiamo non solo a parole, ma con i gesti e con il nostro stesso modo di vivere» (Ivi). E la conclusione, ancora più pertinente e suggestiva, non può non ispirare il lavoro di tutti, comunicatori e non comunicatori, quali che siano poi le caratteristiche e le capacità di ciascuno: «Gabriele annuncia all'umanità, rappresentata dalla Vergine Maria, che Dio non si è stancato degli uomini, nonostante le immancabili infedeltà:  Dio continua a tessere una storia d'amore con il suo popolo e non lo abbandona. Gli invia il suo unico Figlio come salvatore. Ecco, in definitiva, la più bella notizia mai raccontata. Dovremo essere attenti allora, mentre usiamo i mezzi della comunicazione, a far sì che dentro ad ogni notizia, dentro ad ogni fatto, dentro ad ogni parola che pronunciamo e comunichiamo, sia presente questa passione di Dio per l'uomo, questa benevolenza, questa misericordia. Sappiate essere uomini di speranza che con mezzi, tutti umani, comunicano sempre una notizia divina antica e sempre nuova» (Ivi).

Tuttavia, sia il testimone sia il comunicatore non assolvono una significativa funzione cristiana se non sono disposti ad esporsi in prima persona, uscendo dai ben noti linguaggi asettici o “neutrali” della comunicazione e affrontando i rischi connessi all’essere partigiani di Dio. La verità di cui entrambi devono essere portatori non può essere neutrale, non può essere obiettiva nel senso di equidistante o di genericamente pluralista. Qui il termine di riferimento di entrambi può essere costituito da san Paolo che «non era un brillante oratore né un raffinato comunicatore, ma si è esposto in prima persona per il Vangelo» (San Paolo modello di annuncio senza retorica, in “L’Osservatore Romano” del 3 ottobre 2009 ). San Paolo non era neppure «un diplomatico», ha detto il cardinal Bertone, «e quando fece dei tentativi diplomatici, ebbe poco successo» (Ivi). La sua unica arma era il messaggio di Cristo rettamente inteso e praticato e con essa fu «un uomo disposto a dare tutto e questa era la sua vera forza» (Ivi).

Perciò, pur non operando per mezzo di «una brillante retorica» e pur non utilizzando «raffinate strategie di comunicazione», e solo in virtù del suo impegno personale e del suo sacrificio spinto sino all’immolazione della vita stessa, san Paolo avrebbe conseguito per la Chiesa e per la sua funzione evangelizzatrice risultati straordinari e inimmaginabili. Anche quella spada nelle mani con la quale egli è stato raffigurato, che da una parte simboleggia l’arma con cui venne decapitato, ha un preciso ed alto significato cherigmatico, perché essa simboleggia la parola di Dio, la verità di Dio, la verità che è Dio stesso, e dunque la verità, precisa ancora il cardinal Bertone, che «può far male, può ferire, come appunto una spada appuntita. Va a colpire la vita vissuta nella menzogna o anche solo determinata a scegliere di ignorare la verità» (Ivi), per cui, conclude il cardinale, «chi si dedica alla verità fino in fondo, non necessariamente sarà ucciso, ma giungerà comunque vicino al martirio» (Ivi), non essendovi dubbio alcuno che sofferenza e verità «vanno sempre insieme» nel senso che se la «sofferenza è necessaria per accreditare la verità,…solo la verità dà alla sofferenza un significato» (Ivi).

E’ di questo san Paolo, è di queste ispirate riflessioni del cardinal Bertone che deve soprattutto tener conto il buon testimone di Cristo, il buon comunicatore di Cristo, e chiunque con tutta l’anima voglia appartenere a Cristo per sempre.