La Chiesa e il pensiero di Marx oggi

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista

 

La Chiesa cattolica, pubblicando in “L’Osservatore Romano” un articolo di Georg Sans su “Quel che resta di Marx”, ha riattualizzato la questione dell’importanza del pensatore rivoluzionario tedesco nel contesto della cultura contemporanea riservandogli degli apprezzamenti non molto consueti nelle gerarchie ecclesiastiche e un giudizio articolato ma sostanzialmente lusinghiero. Infatti, pur ritenendo che «nulla più del marxismo ha danneggiato l’interesse per il Marx filosofo» (G. Sans, Quel che resta di Marx, in “L’Osservatore Romano” del 21 ottobre 2009), a causa del reiterato abuso ideologico fatto dai seguaci veri o presunti di Marx del suo pensiero, a vent’anni dal crollo del muro di Berlino sembra essere ormai «giunto il tempo di tracciarne un bilancio equilibrato», tenendo distinto il Marx politico e più ideologico del Manifesto del ’48 dal giovane Marx dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 e dal Marx autore di Il Capitale e cercando di dare «la preminenza all’osservatore critico rispetto al dogmatico rigido» (Ivi).    

Non solo: perché nell’articolo citato si scorge anche un’avvertenza metodologica di carattere generale che è della massima importanza e la cui importanza in ambito cattolico raramente sino ad oggi era stata riconosciuta e ritenuta legittima e necessaria. Infatti si legge che «un dibattito che voglia essere produttivo presuppone si sappia distinguere attentamente tra le varie pietre che compongono l’edificio del pensiero marxiano» (Ivi). E più avanti si scrive che tutti devono essere grati «al filosofo per l'idea che l'uomo va considerato anche alla luce del modo di produzione e della forma di gestione economica che predominano in una società» (Ivi). Si riconosce inoltre che, pur apparendo molto improbabile che la soluzione ai problemi economici e sociali del mondo in cui viviamo possa venire da una collettivizzazione della proprietà, resta urgentissimo «il problema di un'equa partecipazione di tutti gli uomini, e non soltanto dei possidenti, ai processi decisionali economici e politici. Il fatto che a una gran parte dell'umanità rimanga interdetta una compartecipazione sociale può essere considerato con Karl Marx come un'alienazione dell'uomo da se stesso, in quanto essere sociale» (Ivi).

Ora, proprio questa apertura della Chiesa a quella che da circa trent’anni considero una delle componenti essenziali ed imprescindibili del sapere e della stessa teologia cattolica contemporanei, ovvero al pensiero marxiano più che al marxismo tout court, mi induce qui ad approfondire questo discorso prettamente filosofico e finalizzato a rendere più nitidi certi contorni e talune implicazioni della nostra stessa fede. In un articolo di qualche anno fa, apparso sulla rivista Bucinator e intitolato Il marxismo come ideologia e critica dell’ideologia (4, 2003), cercavo di rilevare come le idee di Marx, benché storicamente sconfitte e rimosse, conservassero, oltre i loro limiti ideologici originari e i loro ambigui e tragici sviluppi, una carica critico-antideologica insieme ad una genuina istanza di liberazione e di emancipazione, continuando sotterraneamente, proprio in virtù della loro parte teorico-pratica meno compromessa e più vitale, ad agire nella coscienza civile contemporanea e ad alimentare la speranza di un mondo migliore.

         In particolare facevo notare che già un lucido pensatore cattolico come Emmanuel Mounier aveva indicato i meriti di Marx, che lo rendevano a parer mio ancora attuale nel quadro della riflessione teorica contemporanea all’inizio di questo terzo millennio: l’elaborazione di un rigoroso metodo di indagine storica incentrato sull’esigenza di evidenziare la persistente incompiutezza e la non definitività dei processi storico-sociali, l’acuta  focalizzazione (anche se viziata da un certo unilateralismo laicista) delle cause e dei modi dell’alienazione degli uomini e dei modi stessi della loro emancipazione, l’individuazione dell’importanza e dell’ambiguità della funzione della scienza e della tecnica nei processi economici della società industriale moderna, la consapevolezza della complessità del rapporto tra continuismo-determinismo e rottura-libertà nella storia e ancora la consapevolezza dell’interdipendenza tra fattori economici o strutturali e fattori ideologico-spirituali o sovrastrutturali.

Mi chiedevo allora come fosse possibile che tutto questo non restasse parte vitale del pur ricco patrimonio della cultura moderna e contemporanea e oggi, dopo la mia recente riconversione a nostro Signore Gesù, mi chiedo per quale motivo la Chiesa non dovrebbe accogliere e, per cosí dire, “salvare” tutto questo. La stessa idea marxiana di comunismo ha certamente una valenza politico-ideologica suscettibile di tramutarsi in puro e semplice dogmatismo politico ed ideologico, ma ha anche una valenza metodologica ed etica che meriterebbe oggi di essere ripensata e valorizzata, perché il comunismo marxiano, da non confondere con la criticabile fase socialista di transizione dittatoriale al comunismo (pure prevista da Marx), in realtà è il continuo rovesciamento dell’ordine di cose esistente, non è mai uno stato di cose compiuto, ma una sorta di fuoco immaginario verso cui l’umanità che pensa e l’umanità che soffre possono indirizzare, oltre ogni forma determinata e ancora inadeguata di convivenza civile, sforzi intelligenti e generosi di umanizzazione e civilizzazione. Il comunismo di Marx in altri termini funge da idea-limite del processo di sviluppo della stessa ragion democratica ovvero da termine ideale di un processo storico-umano in cui la democrazia come potenzialità e la democrazia come attualità, pur sussistendo fra l’una e l’altra uno scarto mai completamente colmabile, si trovino non a divergere ma a convergere e a convergere beninteso in una prospettiva di sempre maggiori libertà ed eguaglianza.

Quindi il comunismo marxiano, considerato sotto questo suo aspetto metodologico, risulta connesso ad un’esigenza etica non di negare o togliere ma di aggiungere democrazia (il comunismo come democrazia potenziata), di fare della democrazia qualcosa di effettualmente più compiuto del dato democratico esistente (come ha sostenuto, tra altri, P. Jalée, Che cos’è il socialismo, Milano, Mazzotta, 1976), di farne un luogo in cui possa concretamente esercitarsi una libertà di essere prima e oltre che una libertà di fare. Anche se non fosse propriamente questo il significato dell’indirizzo metodologico ed etico marxiano, i cattolici potrebbero comunque legittimamente reinterpretarlo ed utilizzarlo in questi termini, anche perché il mettere in comune i beni materiali ed immateriali, il cercare di realizzare in tutto e per tutto una vera comunione con Dio e con il prossimo, non sono regole o norme che il cristiano attinga dal comunismo critico ma, al contrario, è quest’ultimo che, consciamente o inconsciamente, le ha storicamente attinte dal vangelo e dal cristianesimo delle origini.

Al pari della nostra fede, anche il credo comunista di Marx, al di là della sua pur rilevante componente ateistica, ritiene che questo nostro Occidente, ancora opulento ma diviso, tollerante e democratico ma ingiusto e violento, amante a parole della pace e tuttavia sempre impegnato a ragione o a torto in guerre preventive o permanenti, non sia il miglior mondo possibile. Come per la nostra fede, anche per la fede marxiana in una società di persone realmente libere ed eguali, si deve pur vivere nonostante tutto in questo mondo ma ciò non comporta che ci si debba sentire figli di questo mondo e non piuttosto proiettati verso un mondo di gran lunga migliore che, per il credente in Cristo, è anche e soprattutto di carattere trascendente e che, per il credente marxiano, ha invece un carattere progressivo ma puramente storico-immanentistico. Le prospettive, naturalmente, sono nettamente diverse ma comune è il principio morale che le anima, ovvero il pensare e il sentire che il miglior mondo possibile sia solo quello che nasce dalla volontà di credere che un altro mondo di umanità e di giustizia sia possibile e necessario e che per esso valga la pena di vivere e morire.

Non meno della fede cristiana il marxismo delle origini, che di essa forse si nutre a sua insaputa, ancora oggi può continuare a svolgere, sotto lo sguardo vigile ma non necessariamente ostruzionistico della Chiesa di Cristo, un’utile funzione di smascheramento, di rischiaramento e di mobilitazione delle coscienze in un mondo di credenti e non credenti in cui le frasi fatte continuano a prevalere nettamente sui comportamenti etici davvero coerenti e operosi nel segno della carità e della giustizia. Perciò non è da escludere che quel corpo apparentemente freddo e inerte che da diverso tempo sembra essere il marxismo di Marx possa conoscere una rinascita proprio in quella cultura cattolica dalla quale, tranne rare e non sempre attendibili eccezioni, fu tenacemente avversato in passato.

In quella eventuale rinascita l’uomo di fede, profeticamente aperto all’interpretazione del nuovo o del vecchio che sorprendentemente e radicalmente si rinnova sotto il soffio imprevedibile e potente dello Spirito Santo, potrà scorgere forse una insospettata e preziosa risorsa per il perfezionamento storico della stessa coscienza religiosa, una delle vie che, incrociandosi con l’antica via di Damasco, conducono al tempo di un’umanità realmente e finalmente pacificata, al tempo in cui, come annuncia il profeta Isaia (11, 9), non «agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare».