Valori non negoziabili e diritti indisponibili

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista

 

Per papa Benedetto XVI si danno “princípi non negoziabili”, in particolare la difesa della vita biopsichica in tutte le sue fasi (dalla vita embrionale sino alla morte naturale), la difesa della struttura naturale eterosessuale della famiglia con connesso rigetto di forme alternative di famiglia, il diritto dei genitori di educare i propri figli secondo i propri convincimenti morali e nelle forme educative più rispondenti alla loro idea di persona. Questi princípi, disse il papa qualche anno fa, «non sono verità di fede anche se ricevono ulteriore luce e conferma dalla fede. Essi sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l'umanità. L'azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa» (Discorso ai parlamentari del Partito Popolare europeo ricevuti in udienza il 30 marzo 2006).

L'espressione "principî non negoziabili" venne ripresa poi con maggior forza in un successivo documento del Magistero dello stesso pontefice, ovvero nell'Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum Caritatis (incentrata sull'Eucarestia): «Il culto gradito a Dio, infatti, non è mai atto meramente privato, senza conseguenze sulle nostre relazioni sociali: esso richiede la pubblica testimonianza della propria fede. Ciò vale ovviamente per tutti i battezzati, ma si impone con particolare urgenza nei confronti di coloro che, per la posizione sociale o politica che occupano, devono prendere decisioni a proposito di valori fondamentali, come il rispetto e la difesa della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale, la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, la libertà di educazione dei figli e la promozione del bene comune in tutte le sue forme. Tali valori non sono negoziabili (SC 83)». Tra i laici non credenti molti (o pochi, non saprei dire esattamente) possono storcere il naso, senza che il loro dissenso peraltro debba essere ritenuto necessariamente fondato e giustificato, ma non si capirebbe per quale motivo almeno i laici credenti e cattolici non debbano condividere pienamente le parole del pontefice.

Infatti, è senz’altro possibile che, come tutti i grandi princípi dell’esistenza umana, anche questi princípi ammettano o prevedano determinate eccezioni (perché evangelicamente non c’è dubbio che una creatura originata da uno stupro acclarato o un bambino affidato alle cure di persone omosessuali che in quanto privo di genitori e di altri familiari in esse trovi provvisoriamente o permanentemente gli unici punti di riferimento, oppure coniugi che benché cattolici vengano esercitando il loro diritto di educare i figli in modo cosí oppressivo e violento da renderlo illegittimo, pongono alla coscienza cristiana domande molto serie alle quali non sempre si può rispondere univocamente nel segno del rispetto formale dei princípi fissati dalla Chiesa). Anche qui può valere il riferimento evangelico al rapporto tra la legge e il sabato: di sabato non si lavora e non si guarisce, ma naturalmente se il tuo asino è in pericolo vai a soccorrerlo e se una persona è ferita a maggior ragione le presti soccorso e fai in modo che guarisca.

Ma queste o simili “eccezioni” nulla tolgono all’universalità dei princípi ben fissati dal papa, secondo i quali appunto il credente in Cristo non può certo mettere in discussione, senza incoerenza da parte sua, né il principio del sacro valore della vita e della sua inviolabilità dal momento del concepimento sino alla sua fine naturale, né quello della struttura monogamica ed eterosessuale della famiglia, né quello per cui i genitori abbiano il diritto di educare i propri figli liberamente ed autonomamente in conformità ai propri valori e alla propria fede. E’ pur vero che ognuno resta pur sempre libero di fare quello che vuole (nel senso che Gesù propone e non impone pur avvertendo sui vantaggi e sugli svantaggi oggettivi delle nostre scelte), ma per un cattolico onesto e timorato di Dio dovrebbe essere chiara la differenza tra la libertà come strumento di scelte arbitrarie e deprecabili e la libertà come strumento di adesione impegnativa e sofferta ma quanto più possibile rigorosa e fedele ai dettami evangelici.    

Il problema può nascere tuttavia, e non ci si può stupire che anche nella Chiesa si confrontino periodicamente posizioni divergenti e contrastanti sia pure sulla base della comune fede in Cristo e nel suo Vangelo, quando si afferma che quei valori, (“dignità della persona umana”, “indisponibilità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale”, “libertà religiosa e libertà educativa e scolastica”, “famiglia fondata sul matrimonio fra uomo e donna”), sarebbero l’unico fondamento su cui “si impiantano e vengono garantiti altri indispensabili valori”, quali il lavoro, la casa, la libertà d’impresa, l’accoglienza verso gli immigrati, l’ecologia, la lotta all’illegalità, e via dicendo, come ha recentemente affermato il cardinale Bagnasco nella sua relazione introduttiva all’ultimo Consiglio permanente della CEI (settembre 2010), perché evidentemente occorre rendersi conto che il discorso sulla vita non può essere separato da quello sulla giustizia in tutte le sue forme, che il problema della famiglia non può essere affrontato a prescindere da quello della solidarietà sociale e dalle forme politico-legislative in cui essa venga manifestandosi, che la difesa dell’embrione non vale più della vita di un bambino o di un adolescente o di un vecchio cui non vengano garantite condizioni minime di dignità, che l’accoglienza verso gli immigrati non è proponibile indipendentemente da una saggia e responsabile valutazione delle oggettive possibilità di accoglimento in questa o quella nazione.

Il problema, questo problema, può essere invece evitato o risolto se, evitando di stabilire delle priorità gerarchiche, si comprende come tutti questi valori, che hanno sempre e comunque a che fare con l’amore e la vita concreta di persone concrete, abbiano evangelicamente pari dignità e come tutto ciò che concorre a difendere la dignità della persona, in tutti gli ambiti e le fasi della sua vita, rientri in un unico, articolato ma indivisibile complesso valoriale non negoziabile. Anche perché, a ben vedere, Gesù incentra in modo esplicito il suo messaggio di salvezza sulla testimonianza della e delle verità divine, sul perdono reiterato, sull’amore come misericordia e come carità, sulla volontà di condivisione, sullo spirito di giustizia e di pacificazione, sulla necessità della preghiera e sulla disponibilità ad offrire incondizionatamente la propria vita a Dio e per i fratelli. Il che, naturalmente, non significa insinuare il dubbio che su aborto e divorzio, su matrimonio e famiglia, Gesù abbia espresso idee diverse da quelle oggi sostenute dalla Chiesa e dai suoi figli più degni, ma significa semplicemente ricordarsi che valori non negoziabili e prioritari, per i seguaci di Gesù furono nel passato e sono nel presente, in pari grado, tutti quei valori che abbiano a che fare con l’esistenza umana considerata nella sua interezza e nella globalità dei suoi aspetti, dei suoi momenti e dei suoi significati.

Perciò, se accade che la Chiesa insista su temi pure delicatissimi quali il nascere e il morire in sede di bioetica, il fondamento eterosessuale e non anche omosessuale della famiglia, la fecondazione naturale piuttosto che quella artificiale, la libertà educativa e scolastica e soprattutto religiosa più che la libertà politica, molto di più che non su temi ugualmente importanti quali la giustizia sociale, una lotta non omissiva o elusiva per la legalità e per il superamento di antiche e sempre nuove discriminazioni sociali, l’impegno concreto e fattuale per una economia e una società meno privatistiche e meno dominate da profitto e spirito di competizione e più egualitarie e aperte alla cooperazione e ad istanze civili di tipo comunitario più che contrattuale, se accade questo vuol dire che nella spiritualità della Chiesa ci sono punti deboli che necessitano di essere potenziati e pratiche o costumi ecclesiali che vanno cambiati in modo più o meno radicale perché siano capaci di veicolare integralmente e non parzialmente il vangelo di Cristo.

Purtroppo, a volte sembra difficile non convenire su alcuni rilievi critici provenienti dal mondo laico non credente: «Siamo davanti ad una religione deteologizzata, che cerca una compensazione in una nuova enfasi sulla “spiritualità”. Ma questa si presenta con una fenomenologia molto fragile, che va dall’elaborazione tutta soggettiva di motivi religiosi tradizionali sino a terapie di benessere psichico. I contenuti di “verità” religiosa teologicamente forti e qualificanti - i concetti di rivelazione, salvezza, redenzione, peccato originale (per tacere di altri dogmi più complessi)-, che nella loro formulazione dogmatica hanno condizionato intimamente lo sviluppo spirituale e intellettuale dell’Occidente cristiano, sono rimossi dal discorso pubblico. Per i credenti rimangono uno sfondo e un supporto “narrativo” e illustrativo, non già fondante della pratica rituale….Ma viene il dubbio che ciò che soprattutto preme oggi agli uomini di Chiesa nel loro discorso pubblico sia esclusivamente la difesa di quelli che essi chiamano “i valori” tout court, coincidenti con la tematica della “vita”, della “famiglia naturale” e i problemi bioetici, quali sono intesi dalla dottrina ufficiale della Chiesa. Non altro. La crescita delle ineguaglianze sociali e della povertà, la fine della solidarietà in una società diventata brutale e cinica (nel momento in cui proclama enfaticamente le proprie “radici cristiane”), sollevano sempre meno scandalo e soprattutto non creano impegno militante paragonabile alla mobilitazione per i “valori non negoziabili”» (G. E. Rusconi, Le amnesie dei cattolici in politica, in “La Stampa” del 28 dicembre 2010).

A volte si ha la sgradevole sensazione che la Chiesa tenda a culturalizzare troppo la sua fede anziché annunciarla e presentarla nella sua originaria, prorompente e provocatoria nudità spirituale: ciò avviene quando non di rado, anziché proclamare profeticamente il perdono e la giustizia di Dio, invocare evangelicamente il rispetto dei deboli e dei bisognosi, protestare biblicamente contro ogni genere di sopruso umano e di offesa a Dio, sollecitare frequentemente la coscienza a percepire in modo più solerte il significato e la portata del mondo che verrà, essa sembra più interessata a discutere di modernità e postmodernità, di ragione e fede, di teologia e scienza, di approccio “scientifico” o ermeneutico alle sacre scritture, di tecniche della comunicazione, anche ma non solo nel chiuso delle sue accademie e delle sue università, e più intenta a riempire i suoi discorsi o i suoi proclami religiosi di ordinati e precisi (nei casi migliori che in verità non sono molti) ma quasi sempre noiosissimi ed esangui costrutti concettuali ed esegetici.

La Chiesa, che deve peraltro sopportare il peso dei suoi scandali e di una sua palese e non trascurabile immoralità, generalmente non sembra rendersi conto che il suo popolo, pur ancora affollando talvolta le sue piazze e i suoi edifici religiosi e cultuali, appare sempre meno coinvolto dalle sue omelie e dalle sue prediche non prive di buone intenzioni ma caratterizzate da genericità ed astrattezza crescenti anche quando i temi affrontati siano essenziali o centrali nella vita dei fedeli, dal suo modo di comunicare e testimoniare il vangelo perché sempre meno capace di turbare le menti e scuotere le coscienze di credenti e non credenti e di veicolare in esse quel santo ed entusiastico desiderio di radicale cambiamento interiore che nei primi secoli di cristianesimo fungeva da vero e proprio motore della speranza escatologica cristiana circa l’avvento di un perfetto regno divino di giustizia e di pace.

Beninteso, non mi sembrano né sobrie né veritiere le accuse di quanti imputano alla Chiesa di non includere tra i suoi valori primari la solidarietà, l’accoglienza, la lotta alla corruzione, la giustizia sociale, perché moltissime sono le pagine della storia della Chiesa sulle quali sono e resteranno indelebilmente scolpiti gli atti di dedizione e di amore di tantissimi martiri cristiani e cattolici, ivi inclusi moltissimi rappresentanti del clero e del complessivo ordinamento religioso cattolico, che con il sacrificio spesso estremo della propria vita hanno reso in tutti i secoli omaggio a quei valori. Né mi paiono del tutto obiettive e incontrovertibili tutte quelle indagini storiche volte a dimostrare che i rapporti della Chiesa con lo Stato italiano e quindi con il potere, a partire dall’unità d’Italia, siano sempre stati di ambiguità e/o di collusione, e che il ruolo della Chiesa, per quanto riguarda in particolare la storia del novecento, sia stato quello di fungere da «“sponda” essenziale per i regimi autoritari e per le dittature», che è poi ciò che spiegherebbe anche il sostegno ecclesiastico oggi spontaneamente offerto ad un governo immorale e corrotto come quello berlusconiano (W. Peruzzi, I portatori d’acqua del Vaticano, in www.cattolicesimoreale.it, 2 gennaio 2011).

Che i rapporti tra Chiesa e Stato italiano o potere politico siano sempre stati difficili, complessi, a volte di contiguità o di complicità, a volte di aperta e dichiarata conflittualità, è vero e non credo si possa negare. Che invece siano stati sempre e sistematicamente improntati al do ut des e finalizzati al perseguimento di vantaggi pratici reciproci, mi pare molto più dubbio e discutibile specialmente se ad essere coinvolte dalla polemica o dal giudizio sono non solo le alte gerarchie ecclesiastiche ma la Chiesa tout court, ovvero tutti coloro, preti e laici credenti cattolici dissenzienti e spesso critici verso di esse, i quali secondo qualcuno, per dimostrare la propria onestà, dovrebbero «invitare il “gregge” a rivoltarsi contro le “guide cieche”…mettere a soqquadro le parrocchie, predicare o volantinare contro il Papa alle sante messe. Perché», è la domanda un po’ curiosa, «non lo fanno? Perché i cattolici “buoni”, i “famigliacristiana”, i “paxchristi”, i “mosaicidipace” manifestano contro tanti fenomeni negativi ma mai contro la Chiesa stessa, della quale fanno parte, magari come ministri del culto? Perché arrivano anche ad attaccare Berlusconi, ma mai la gerarchia e il papa che lo sostengono? Perché non vanno al di là della critica indiretta, una specie di mugugno che non disturba granché il manovratore?.... E' forte il sospetto che si tratti di un osceno gioco delle parti, che i cattolici “buoni” manifestino a favore delle giuste cause proprio per suscitare reazioni di consenso verso la religione cattolica da parte dei non credenti creduloni, cioè per dare una copertura a sinistra al cattolicesimo e di riflesso, piaccia o no, al Vaticano. In ogni caso, quali che siano le intenzioni, il ruolo dei cattolici “buoni” è stato e seguita ad essere quello di portatori d'acqua, messi ai margini fino a quando l'opportunità di mutare casacca non consiglia alla Chiesa di esibirli e usarli come apripista per il “nuovo corso”…» (Ivi).

Dinanzi a tanta confusione argomentativa e a tanta preconcetta ostilità non è il caso di replicare, ma è chiaro che chi, a prescindere dal fatto che le categorie di cattolici qui indicati non sono necessariamente migliori o peggiori di altre categorie di cattolici, afferma perentoriamente che dunque «il nemico da combattere non è solo la Chiesa ma proprio i cattolici come tali, anche quelli “buoni”, ottusi e servili papisti, vittime ma anche veicolo di una fra le più nefaste e mortifere ideologie della storia» (Ivi), non sembra capace di comprendere che i buoni cattolici, posto che ve ne siano e certamente ve ne sono dovunque, non possono né potranno mai sparare a zero contro la Chiesa in blocco e contro gli stessi rappresentanti ufficiali della fede cattolica, non perché mancherebbe loro il coraggio di farlo ma semplicemente perché la Chiesa è la loro casa, la loro stessa famiglia, in cui si discute o si litiga animatamente ma mai sino al punto di voler distruggere o annientare una parte dei suoi membri. E i “buoni cattolici” potranno interloquire rispettosamente con il papa ma non potranno mai pensare né di aggredirlo né tanto meno di disarcionarlo, non perché egli sia il loro capo inamovibile ma semplicemente perché essi prendono ordini solo da quel Cristo che invita ognuno di noi a fare la propria parte responsabilmente e quindi mai sino al punto di personalizzare troppo l’eventuale dissenso o di esporsi al rischio di favorire addirittura la disgregazione della sua Chiesa. E’ chiaro? La Chiesa è nostra, è di ognuno di noi, ma è innanzitutto e principalmente di Cristo Signore. Dovrebbero ricordarsene, più di quanto non accada, un po’ tutti.

Resta tuttavia vero che non sempre l’atteggiamento della Chiesa istituzionale, ma direi anche non istituzionale, sembra porsi al riparo da possibili equivoci e da obiezioni francamente condivisibili. Sono molti infatti i cattolici, dagli alti prelati al più umile fedele della più sperduta parrocchia del mondo occidentale, che vorrebbero la loro Chiesa sempre egemonica e che, quando ciò non accade, la considerano perseguitata. Ora, che la Chiesa debba esercitare egemonia nel mondo, non è certo scritto nel vangelo; che essa sia perseguitata ancora oggi in alcune parti del mondo è purtroppo oggettivamente vero, ma è totalmente falso che essa sia perseguitata anche in Occidente, almeno nel senso proprio del termine.

Noi, in Occidente, siamo figli di quella modernità che ci ha garantito libertà e democrazia e qui appaiono quanto mai opportune e pertinenti le seguenti considerazioni: «ciò che accade in democrazia è che chiunque abbia il diritto di criticare chiunque, chiesa e autorità ecclesiastiche comprese. Le critiche, quindi, anche pubbliche ed anche aspre, che la chiesa subisce fanno parte della condizione di libertà di cui la chiesa, come ogni altra persona o aggregazione sociale, gode per nostra fortuna nella nostra società. Con ciò non ignoro affatto che esse possano essere, e in molti casi lo siano, ingiuste, altre volte malevole, altre volte ancora intenzionate a danneggiare la chiesa in difesa delle proprie posizioni o dei propri interessi. Ciò che alla chiesa, in questa situazione, si impone è prendere parte serenamente al pubblico dibattito, avanzando le proprie ragioni e dando testimonianza al vangelo. Privi della beatitudine dei perseguitati», che sono altrove ma almeno per il momento non in Occidente, «dovremmo cercare quella di coloro “che hanno fame e sete della giustizia” e quella dei miti, che “avranno in eredità la terra”. La fedeltà al vangelo non riguarda solo il contenuto della proposta di Gesù, ma anche lo stile con cui essa viene oggi riproposta. Il vangelo, infatti, non è puramente un insieme di enunciati dei valori umani, né soprattutto un codice di norme di comportamento, ma la “buona notizia” che Dio ama il mondo, anzi che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16)» (S. Dianich, Il Vangelo nella società occidentale scristianizzata. Chiesa, che fare?, in “Il Regno”, 2010, n. 20). 

Il compito primario della Chiesa non è quello di vincere nel mondo e contro il mondo a tutti i costi ma di convincere il mondo, nei limiti in cui ciò è reso possibile dalla volontà e dalla grazia di Dio, attraverso una umile, energica e coerente testimonianza della sua fede in Cristo Salvatore e Giudice. A noi il dovere di lottare contro il male e a favore del bene, l’esito della lotta invece è molto di più nelle mani di Dio che nelle nostre fragili mani, anche perché persino le valutazioni degli uomini più integri e virtuosi potrebbero non coincidere perfettamente con i disegni di Dio stesso. Inoltre, «desiderando di meritare anche la beatitudine evangelica dei “puri di cuore”, la chiesa dovrebbe sempre essere disposta a riconoscere i propri torti. Abbiamo in mano il vangelo non per farne lo strumento di giudizio contro qualcuno, ma prima di tutto per provocare noi stessi e metterci insieme con  l’“avversario” sotto il giudizio di Dio per evitare, come Gesù ci ammonisce, che alla fine il giudice ci dia torto (Mt 5,25; Lc 12,58)» (Ivi).

Perciò, e di conseguenza, la prima preoccupazione della Chiesa non deve essere quella di ottenere o conservare potere nel mondo, con tutto quell’insieme di privilegi, di riconoscimenti politici, di sgravi fiscali, di favori legislativi, di attenzioni mediatiche che ne sono parte integrante, né quella di incrociare la spada con il mondo secolare sul terreno della cultura e della speculazione filosofica e teologica, come se il diavolo si nascondesse solo nel “mondano”, nel “secolo”, nel “profano” e non anche nel “sacro” e negli austeri palazzi della fede o meglio della religione cattolica. La sua prima preoccupazione dev’essere un’altra: accettare la contaminazione del mondo per immunizzarsi da ogni mortale contaminazione del mondo stesso, ascoltare le ragioni degli altri ascoltando realmente e attentamente quel che dicono e non fingendo di ascoltarli o ascoltandoli distrattamente e frettolosamente, rendere davvero ragione della propria fede al mondo non tanto con le parole quanto con la vita e con una fedele e coraggiosa traduzione della Parola di Dio in ineccepibili atti di fede e in irreprensibili stili comportamentali, anche quando l’ineccepibilità della fede e l’irreprensibilità della condotta comportino sconfitte anziché vittorie e pesanti umiliazioni anziché trionfali riconoscimenti. Al tempo stesso, il suo confronto col mondo dovrà avvenire molto più sul piano spirituale [la preghiera, la testimonianza contro ogni idolo storico-mondano, l’impegno per una comunità ecclesiale più povera in tutto (che non significa indecorosa)] e per una società più giusta e più libera sia al di là di certi inveterati pregiudizi ecclesiastici sia anche al di là di certe pretese edonistiche e nichilistiche, benché spesso ammantate da una densa coltre di apparente eticità, di molti ambienti del mondo contemporaneo.

Alla Chiesa primariamente deve interessare il contatto concreto e quotidiano con i fedeli: che i preti celebrino messa e subito dopo vadano a trovare i moribondi o i malati e si dedichino quotidianamente alla tutela dei deboli e degli oppressi, incoraggiando gli onesti e ammonendo i disonesti, sempre richiamandosi correttamente con riferimenti specifici e non generici al vangelo sí da evitare di mettere la parola di Cristo al servizio della propria parola piuttosto che mettere la propria parola al servizio della parola di Cristo; che i vescovi ricevano tutti e proprio tutti e non solo le autorità istituzionali e i rappresentanti delle varie associazioni civili o parrocchiali e dedichino la maggior parte del loro tempo a colloqui privati con singoli fedeli piuttosto che ai pubblici discorsi per non doversi rimproverare di avere promosso e incoraggiato iniziative e progetti importanti solo per un maggior impatto mediale ma non anche per intrinseca qualità e oggettivo valore spirituale; che i fedeli amino e servano la Chiesa cosí com’è ma anche per migliorarla e per contribuire a renderla sufficientemente sapida in un mondo sempre più insipido perché indubbiamente ecclesia semper reformanda est, dedicandosi certo al servizio liturgico e ai vari servizi previsti dalle attività pastorali della parrocchia e della diocesi ma non dimenticando che essi sono chiamati ad esercitare il loro spirito di verità e di carità in modo non abitudinario o rutinario ma sempre nuovo e originale in una umanità che travalica i confini della parrocchia o della diocesi.  

In questo senso, pure, la Chiesa non deve essere timida o troppo diplomatica verso i grandi potentati economici e finanziari, verso politiche economiche apparentemente ineluttabili ma in realtà provocate in tutto il mondo da interessi umani tanto meschini quanto miopi e sostanzialmente inique, verso logiche ciniche o selvagge di mercato che esigendo la soppressione di diritti fondamentali faticosamente acquisiti dai lavoratori dopo secoli di lotta dura e sanguinosa pretenderebbero, nel nome di una produttività molto equivoca se non oscura, di riportare la storia all’anno zero. Questo non è possibile, non deve essere possibile né per la società democratica né per la Chiesa la quale avrebbe il dovere di dire chiaro e forte, indipendentemente da quello che può conseguirne, non solo che un’economia senza etica è un’economia malsana, non solo che il modello capitalistico di sviluppo deve essere corretto con l’immissione in esso di una forte dose di etica o di nuova etica, non solo che occorre applicare maggiormente il principio cristiano ma prettamente volontaristico di solidarietà umana, ma che ad essere cambiato radicalmente dev’essere un modo di produzione fondato esclusivamente sul profitto illimitato e sulla più spietata concorrenza monetaria commerciale e finanziaria, ma che occorre elaborare politicamente e normare giuridicamente strategie di produzione e di lavoro in cui o per cui la dignità del lavoratore o dell’operaio sia ritenuta identica a quella dell’imprenditore o del datore di lavoro, chiunque esso sia; che i diritti dei lavoratori non solo non contino meno dei loro doveri ma costituiscano anche un elemento costitutivo imprescindibile di ogni rapporto di lavoro o produttivo, un elemento inamovibile (tranne che in caso di manifesta violazione da parte dei lavoratori stessi di regole fissate e accettate contrattualmente) di qualsivoglia politica o programmazione economica, di qualsivoglia strategia di sviluppo o di incentivazione della produttività nazionale ed internazionale; e infine, e a coronamento di tutto ciò, che, cosí come esistono “princípi e valori non negoziabili”, allo stesso modo esistono “diritti indisponibili” che come tali non possono essere violati per nessuna ragione al mondo, pena naturalmente lo scivolamento nella categoria dei furfanti e dei ladri.

Chi ragiona dicendo: “bisogna fare come i cinesi perché altrimenti per noi è finita, siamo condannati al sottosviluppo”, oppure: “bisogna rivedere radicalmente le regole della rappresentanza sindacale e i diritti dei lavoratori, perché altrimenti saremo costretti a delocalizzare e ad investire fuori della nostra nazione”, non solo è un ipocrita, perché strumentalizza a proprio uso e consumo una difficoltà pure reale, ma è anche e soprattutto un vile e perfido sfruttatore che vorrebbe arricchire se stesso sempre e solo a scapito di altri, senza che le sue promesse di maggior produttività industriale e nazionale a certe condizioni (che sono in realtà condizioni di sfruttamento e di indebita appropriazione) possano essere corroborate nel momento stesso in cui vengono formulate da un benché minimo riscontro empirico-fattuale sia pure di tipo semplicemente probabilistico. La Chiesa non può rendersi complice di tali soprusi, non può avallare con il suo silenzio o con un suo sperimentato ma inefficace stile paternalistico tali misfatti. Soprattutto essa, prima e più che invitare chi non ha a non invidiare chi ha e ha molto, dovrebbe ammonire severamente i ricchi a cambiare modo di vita, a pensare meno al guadagno personale e più ai bisogni primari altrui, dovrebbe togliere, a chi nuota nel denaro e nel denaro necessariamente disonesto anche se talvolta dato in beneficenza in modo interessato, ogni tutela spirituale con l’avvertenza che (tanto per usare un’immagine tradizionale ma sempre efficace) la ricchezza materiale cui si è tanto attaccati quaggiù è poi la stessa che ci impedirà per sempre di vivere e godere lassù.

Nostro Signore si è mai preoccupato di blandire i ricchi, di offrire loro una qualche giustificazione di natura morale e spirituale, di lasciarli vivere tranquilli nella loro inestinguibile sete di ricchezza? Mi pare proprio di no, dispiacendosi molto invece e pronunciando parole molto amare quando il giovane ricco, pur cosí compíto e ossequioso secondo i princípi formali della sua religiosità, non riesce a separarsi dai suoi molti beni materiali neppure per seguire da vicino il Signore, bene supremo di tutti i beni della terra e della vita, e compiacendosi invece quando un altro ricco, felice di essere stato riconosciuto e chiamato da lui, dichiara di volersi disfare di buona parte del suo cospicuo patrimonio. E allora perché oggi la Chiesa dovrebbe essere titubante e reticente di fronte a diffuse e inique forme di arricchimento e di sfruttamento (sí sfruttamento, checché ne pensino i teorici liberisti, anche in questo momento storico cosí fluido e caotico), di fronte a fenomeni di separazione crescente e di conflittualità latente sempre più evidente tra mondo civile e del lavoro e società politica e in parte istituzionale? Perché non dovrebbe chiamare le cose con il loro nome, ricordando anche a se stessa che il modello di vita delle prime comunità cristiane prevedeva la comunione dei beni?

Tutto ciò è anacronistico? Ma l’amore evangelico per il nemico e per i nostri persecutori è forse meno utopistico e meno anacronistico? Eppure diciamo di crederci, lo consideriamo possibile e doveroso. Dunque perché dovremmo considerare impossibile e puramente facoltativo il tentativo di riorganizzare le nostre forme di vita e di convivenza (a cominciare dalle parrocchie) in senso più egualitario cominciando a prediligere vincoli di natura morale e spirituale rispetto a vincoli di natura prevalentemente contrattuali? C’è un punto su cui forse conviene ascoltare con attenzione l’eretico francescano dei nostri tempi e questo punto è quello in cui egli osserva che «Gesù era buono, sì, ma anche passionale. Era tenero, sì, ma anche sovversivo. Era poeta, sì, ma anche profeta. (...). Annunciò una rivoluzione, chiamò a una rivoluzione. Non certamente prendendo le armi, né appiccando il fuoco, né sterminando i romani e i potenti oppressori. Ma, certamente, Gesù annunciò un’autentica “rivoluzione dei valori” e la promosse. Era convinto che, al pari degli antichi profeti, doveva dar fuoco alla società, all’economia, alla religione del suo tempo, e così fece. Ruppe con la famiglia e le sue strutture patriarcali, intraprese una vita itinerante con uomini e donne insieme, cosa insolita e scandalosa; fece sì che la donna non si limitasse ad ascoltare, ma fosse anche soggetto, soggetto profetico, cosa ugualmente scandalosa che la Chiesa ha dimenticato molto presto e che giace dimenticata nel fondo dei primi secoli. Sovvertì tutte le convenzioni sociali, trasgredì le sacre leggi della religione, denunciò tutti i poteri sociali, si scontrò con tutti i poteri religiosi. Portò il fuoco. E, come è facile comprendere, quel suo fuoco provocò un altro fuoco distruttore che presto lo divorò: il potere del denaro, dell’impero e della religione bruciarono Gesù. Ma la brace di Gesù non si è spenta.

E oggi? Resta ancora accesa in noi la brace di Gesù? Dove arde la sua fiamma nella nostra società? Dov’è che fa luce la sua torcia nella nostra Chiesa? L’impressione è che la maggior parte di noi viva soddisfatta e comoda con ciò che ha, in una società conformista, docile e sottomessa agli ordini del sistema economico vigente nel mondo. Inaspettatamente, la crisi economica ha fatto crollare tutto il sistema, ma, invece di inventarne un altro, continuiamo a impegnarci a salvare lo stesso modello, facendo pagare i piatti rotti a quelli di sempre. Le banche e gli speculatori ci hanno venduto senza pietà e, quando sono caduti in rovina, ci hanno obbligato a comprarli. Siamo corsi a soccorrere quanti ci avevano gettato a fondo e continuiamo così, e, più di chiunque altro, le società cosiddette cristiane stanno sostenendo il vecchio modello. Dove sono la resistenza e l’immaginazione? Dov’è il fuoco sovversivo di Gesù, la vampata che ha voluto suscitare nella società, nel pianeta, nella Chiesa? Difficilmente posso immaginare Gesù in questa società come un cittadino docile, un servo sottomesso. Sicuro che tornerebbe a rischiare con passione a favore di un’altra realtà. Sicuro che anche oggi, se tornasse, appiccherebbe il fuoco. Sicuro che provocherebbe conflitti nella nostra società, non diciamo nella nostra Chiesa, e che alcuni lo etichetterebbero come idealista illuso, altri come provocatore insolente, altri ancora come pericoloso eretico. E sicuro che la paura del fuoco di Gesù tornerebbe a provocare anche oggi un incendio distruttore, che finirebbe presto o tardi per bruciarlo. Il fuoco di Gesù non vuole distruggere e consumare nessuno, ma trasformare tutti con la sua luce e il suo calore. Il fuoco della buona notizia vuole illuminare l’oscurità, curare l’infermo. Dio è buona notizia per tutti e ci vuole tutti come commensali nel banchetto delle sue nozze. Senza esclusi. Senza sconfitti. Vuole che tutti siano commensali, cominciando dagli ultimi» (José Arregui è stato espulso recentemente dall’ordine francescano per eresia ed è il dotto autore dell’articolo da cui qui si è citato, Gesù di Nazareth per il XXI secolo, in “Adista” del 20 novembre 2010, n. 89).

Un cattolico, come qualunque uomo che professi una determinata fede o un determinato orientamento morale, non deve essere necessariamente dotato di una specifica vocazione politica o di una particolare sensibilità per le cose della politica. Anzi, è bene che ne sia sufficientemente distaccato per non correre il rischio di ridurre la sua fede a semplice interesse ed impegno per le cose di questo mondo. Tuttavia, un cattolico non può essere indifferente alle tante e diversificate realtà umane della società e ai modi in cui anche politicamente ci si orienti ad affrontare tali realtà e a risolverne le problematiche. In particolare, egli non può chiudere gli occhi sulle iniquità e sulle strutture di peccato che agiscono negativamente nella società contemporanea né può far proprio un punto di vista politico in senso lato dal quale ci si prefigga di difendere genericamente e astrattamente gli interessi generali e non invece gli interessi generali muovendo dagli interessi specifici di ceti meno abbienti, di categorie professionali e di soggetti sociali meno protetti o non abbastanza protetti, perché un siffatto punto di vista costituisce una vera e propria distorsione della prassi politica come tale che, per sua intima essenza, dovrebbe preoccuparsi di fare gli interessi nazionali (come spesso si dice), di perseguire il bene comune, di corrispondere alle aspettative popolari, cominciando per l’appunto ad offrire le maggiori tutele giuridico-legislative e finanziarie non ai gruppi della grande industria e dell’alta finanza, non a professioni e ad attività dirigenziali o manageriali già largamente remunerate, non alle grandi rendite parassitarie o a furbissimi e influenti evasori fiscali, ma ai giovani meritevoli ancora disoccupati o occupati in modo precario, ai lavoratori seri e responsabili cui nulla può essere rimproverato sul posto di lavoro (fabbrica, ufficio o scuola che sia), ai professionisti più capaci e qualificati in ogni ambito della vita civile e produttiva, e poi naturalmente ai malati non abbienti e meno abbienti, ai pensionati più poveri, a tutti coloro che abbiano oggettivamente bisogno di assistenza medica gratuita e continua e di essere sostenuti economicamente. Questo quadro non è certo comprensivo di tutti i possibili riferimenti umani e sociali da fare e di tutte le possibili o necessarie misure legislative e finanziarie da assumere ai fini di un’attività politica realmente e non ipocritamente interessata agli esseri umani e ai cittadini, ma è sicuramente in un quadro come questo che vanno individuate le coordinate etiche e spirituali di un’azione politica seriamente ed efficacemente volta a lavorare per una società più giusta e più libera.

Il cattolico non può non saperlo, la Chiesa non può non saperlo. L’uno e l’altra non possono interloquire con il potere su un piano meramente dialogico e diplomatico ma devono portarsi innanzitutto sul piano dell’analisi demistificante delle dinamiche dello sviluppo economico e sociale, della critica spregiudicata e inflessibile di tutte quelle anomalie e di tutti quegli abusi inerenti lo stesso potere politico e che non possono non condannare la società, la nazione, lo Stato a paralisi o a blocchi reiterati e sempre più gravi e irreversibili. L’uno e l’altra, in particolare, devono smontare criticamente un concetto cui moltissimi politici di destra e di sinistra sono sempre più affezionati: che, per favorire sviluppo e occupazione, per accrescere produttività e ricchezza nazionali, la politica debba pensare al domani e non all’oggi. I risultati di questa impostazione sono sotto gli occhi di intere generazioni di cittadini: si lavora sempre in prospettiva, sempre per il domani, ma l’oggi, anche per il verificarsi di crisi “inattese” o “imprevedibili” (si dice sempre cosí, come se la politica non fosse anche l’arte di controllare e dominare le forze e gli eventi irrazionali continuamente risorgenti dalle viscere della storia), non arriva mai.

Questa posizione è sbagliata e ancora una volta ipocrita e fuorviante, perché, se anche nei momenti di crisi c’è tanta gente che naviga nel lusso o nella ricchezza, vorrà dire che una politica saggia e responsabile inviterà essa e non altri a farsi carico in misura adeguata delle particolari necessità del Paese o della nazione. Al contrario, una politica accorta ed equanime penserà certo al domani ma cominciando a pensare concretamente all’oggi e sacrificando nell’immediato chi può ancora sostenere il peso di determinati sacrifici e non chi non può o non può più sostenerlo. Come? Con l’assunzione di misure legislative una volta tanto più favorevoli al mondo del lavoro in genere, dal quale peraltro dipende anche il consumo di una nazione, e molto meno favorevoli o decisamente restrittive nei confronti del mondo della grande industria e del capitale (mondo che non si preoccupa mai abbastanza dei produttori materiali della ricchezza sociale usandoli quasi esclusivamente per perseguire un profitto indefinito e illimitato). Sono idee irrealistiche o semplicemente idee antidolatriche ovvero contrarie all’ossessiva idolatria del libero mercato? I cattolici devono sapere che sono idee giuste e necessarie al vero sviluppo e al vero progresso di un’umanità che soffre e che pensa e che è ancora faticosamente in cammino non già verso una felicità effimera e transeunte ma verso una felicità senza fine.

La Chiesa vuole che dei cattolici seri e preparati si impegnino in politica. Ecco: è sperabile che chi di essi accoglierà l’invito muova da un ordine di riflessioni non molto lontano da quello che, sia pure molto imperfettamente e incompiutamente, si è cercato qui di delineare.